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sabato 5 aprile 2025

Un avvenimento che rende tutto amico

 

Un avvenimento che rende tutto amico

Un avvenimento che rende tutto amico

L’omelia di monsignor Andrea Bellandi, arcivescovo metropolita di Salerno-Campagna-Acerno, in occasione del 20° anniversario della morte di don Luigi Giussani

Andrea BellandiArcivescovo metropolita di Salerno-Campagna-Acerno
Monsignor Andrea Bellandi (©Arcidiocesi Salerno - Campagna - Acerno)
Monsignor Andrea Bellandi (©Arcidiocesi Salerno - Campagna - Acerno)

Giussani, come giustamente il cardinal Ratzinger ha sottolineato, ha implicato tutta la sua vita, è stato sorpreso lui stesso da questa dinamica del cristianesimo come un Avvenimento e non come un sistema dottrinario. Un incontro. Non è immediato, scontato, per noi, che questa parola, avvenimento, dica un’esperienza in atto. Certo, lo è stato, all'inizio. Perché ognuno di noi, pur provenendo da un’esperienza di fede, ha vissuto l’impatto con questo carisma come un impatto umano, come l’incontro con la realtà umana. Non come un ulteriore raffinata dottrina, non come un invito ad un impegno morale più accentuato ma, appunto, come un incontro eccezionale. Eccezionale perché in qualche modo risvegliava in ciascuno quelle esigenze originali di verità, di giustizia, di bellezza, dando ad esse un nome e indicando Colui che le prendeva sul serio e alle quali rispondeva: Gesù Cristo. Un incontro.

Ecco, mi domando: rimane oggi, per noi, un incontro? Rimane il Movimento e quindi il fatto cristiano, un incontro vivo? L’incontro si fa con una presenza umana, non con dei libri, ma appunto con una realtà che si muove, parla, che dice di sé, vive. Un incontro che è una storia di amore. Inizia una storia dove c'è in gioco l’affezione, non solo la testa. Ragione e cuoreintelligenza e affezione. Una storia di amore e come in tutte le storie di amore che si rispettino, c’è dentro una dinamica di fedeltà. Non si ama se non si è fedeli. C’è una dinamica di accettazione di sacrifici. Per la persona amata si accettano appunto dei sacrifici e si fanno volentieri. C’è in gioco l’accoglienza della diversità e quindi il perdono. Non c’è un amore che non sia dentro questa dinamica anche di apertura ad altro da sé e appunto diversità.

E tutto questo permane in un luogo preciso: nella Chiesa. È l’esperienza della realtà della Chiesa e del Movimento. Un incontro, una storia di amore che esige quindi attenzione, fedeltà, accettazione dei sacrifici, accoglienza della diversità, perdono. Ma, detto questo, tra noi talvolta prevale nella logica dello schieramento – di chi ha ragione o torto – e la rivendicazione di ruoli. Un impeto che però non regge nel tempo. Una storia di amore che mette in gioco sempre la libertà

Scriveva Giussani: «La mia piccola libertà, la mia piccola e tremenda libertà può dire no a questo amore, a questa grazia. La mia piccola e tremenda libertà si gioca con le risposte». In una storia di amore c'è un amore che viene incontro e c’è una libertà che decide di accogliere o meno questo amore. E poi un avvenimento. Avvenimento è la parola che più caratterizza il nostro carisma e che oggi è diventato, in qualche modo, un’acquisizione anche di tutta la Chiesa: il cristianesimo come avvenimento. Avvenimento dice qualcosa che non siamo noi a dominare, a far accadere. Avvenimento dice qualcosa che sorprende, in qualunque situazione uno possa essere. Possa essere dentro una tradizione cristiana oppure anche da tutta un’altra parte. Qualcosa che sorprende sempre nelle modalità e nei tempi.

Ognuno di noi potrebbe raccontare le modalità e i tempi in cui ha percepito, per sé, la consonanza di questo incontro che si è fatto avvenimento nella sua vita. Sarebbero racconti uno diverso dall’altro, modalità tutte differenti. L’avvenimento è qualcosa che non hai in mano tu. Non lo hai avuto all’inizio. Ti ha sorpreso, ti ha preceduto in qualche modo. Ma non lo hai neanche oggi in mano tu la possibilità di farlo riaccadere, nelle modalità e nelle forme. 

Interessante il Vangelo di Marco che la Chiesa oggi ci fa leggere. Già allora, ai tempi di Gesù, i discepoli volevano bene distinguere chi è dentro e chi è fuori. Chi è dei nostri e chi non è dei nostri. Chi può fare i miracoli e chi no. «Maestro abbiamo visto uno che scacciava demoni in tuo nome, volevamo impedirglielo perché non era dei nostri». Gesù disse loro: «Non glielo impedite perché non c’è nessuno che faccia un miracolo del mio nome e subito possa parlare male di me». L’avvenimento appunto accade oltre i confini che noi vorremmo imporre. Certo ha una forma che è quella di Cristo. Certo ha una forma che ordinariamente è quella della Chiesa. Certo ha una forma che per noi, da quando questa storia ci ha raggiunto, ha la forma del Movimento, di una fraternità. Ma una forma che non chiude ma anzi che, afferrandoci, rende tutto amicoTutto può essere veramente il tempo e lo spazio in cui il Signore ci sorprende. Dice Giussani: «L’istante da allora non fu più banalità per me». Da quando ho scoperto, per la prima volta, che la bellezza, la giustizia, l’amore si era fatto carne in Gesù Cristo. Da allora l’istante non fu più banalità per me. L’istante, le circostanze, l’istante più banale. Ma è soltanto nella coscienza di una appartenenza alla forma di Cristo, della Chiesa, del movimento che l'istante può diventare qualcosa di grande. Altrimenti l’istante rimane insignificante. Ci difendiamo dall'istante, ci difendiamo magari dalle pesantezze dell’ordinarietà della vita per rifugiarci nelle nostre cose. Invece tutto, come dice san Paolo, il bere, il mangiare, il dormire, il vivere, il morire, tutto diventa occasione di incontro con Cristo e di gloria per Lui. L’istante diventa qualcosa di grande nella coscienza dell’appartenenza. Allora uno arriva ad essere dentro ogni istante, anche di quello difficoltoso, perché anche in quell’istante c’è un volto, c’è una mano da poter stringere, che è il volto e la mano di Cristo ma che poi diventa specificamente il volto e la mano di un amico, che può aiutare a vivere ogni istante. 

E allora concludo citando qualche passaggio, riportato nel Tracce di questo mese, delle meditazioni a Lourdes fatte da don Giussani 1992, in occasione del pellegrinaggio ai dieci anni del riconoscimento della Fraternità.

«Cristo ha un primo nemico che si erge contro di lui. Non sono gli altri, non sono i nemici, non sono le circostanze, siamo noi. Il più vicino dei tradimenti è il nostro, quando ognuno fugge per la strada della sua paura. Una paura che riveste di opinione intellettuale, di istintiva ripugnanza, di uno scettico e impossibile».

E don Giussani aggiunge: «La salvezza dalla nostra dispersione, la sicurezza di fronte all’incombenza del tradimento che anzitutto può essere nostro, la possibilità che la compagnia cammini nella storia, nonostante tutto quello che di avversario e di nemico la circonda, portando il vestito della positività e costruendo i brandelli di umanità, dove la risurrezione di Cristo comincia a determinare tempi e spazi, è la nostra unità». La nostra unità non è, come dire, una “parola d’ordine”, ma è la coscienza che il Signore si comunica a noi sempre dentro un fenomeno di umanità. E il primo segno che rende credibile questo fenomeno di umanità, come diceva Gesù, è l’unità tra i suoi. Da questo vi riconosceranno: la nostra unità. Perché in questa unità c’è qualcosa d’Altro.

«Chiediamo alla Madonna», come ci diceva Giussani, «che ci faccia “uno”, che salvi la nostra unità dallo sperpero di essa cui il mondo ci invita in nome di nostre ragioni, sentimenti, reazioni ed istintività. Non esiste nessuna ragione e nessun sentimento più grandi della nostra unità. Chiediamo alla Madonna che il miracolo della nostra unità entri nel mondo attraverso la nostra breve vita e si stabilisca sempre più chiaro».

 

26 febbraio 2025, Salerno

domenica 23 marzo 2025

don ANTONIO ANASTASIO

don ANTONIO ANASTASIO nel ricordo del suo confratello don Vincent Nagle:


«Ho conosciuto don Antonio Anastasio, detto “Anas”, per la prima volta appena arrivato a Milano nell’estate del 1987, mentre lui finiva la laurea alla Cattolica, dove era il capo della comunità di Comunione e liberazione nella facoltà di filosofia. Dopo alcuni giorni salii a Mazzin di Fassa per la mia prima vacanza del Movimento ed ero in camera con lui. Lì nacque un’amicizia fondamentale per me, basata su una gratitudine condivisa per l’incontro fatto con Cristo attraverso il carisma di Luigi Giussani.

Vedevo in lui quello che volevo essere io, una persona la cui umanità era attraente, aperta, positiva, coraggiosa e piena di una passione per il destino di tutti. Non potevo poi non notare, nonostante il mio italiano primitivo, il suo presentissimo senso dell’ironia, pungente e sempre pronto con una battuta azzeccata. Lo ricordo mentre faceva i frizzi della vacanza, prendendo in giro la mancanza dell’acqua calda. E da lui ho appreso tante delle canzoni che ho imparato nel Movimento, a partire da quella prima sera, quando con la chitarra intonò “La lunga traccia”.

Alla fine dell’estate entrammo in due seminari diversi, a Roma: io alla Fraternità San Carlo e lui, con una banda di compagni affezionati dell’università, in un altro posto. Due anni dopo, anche Anas con un gruppo dei suoi amici approdarono alla San Carlo.

In seminario don Massimo Camisasca, il nostro superiore, ci chiese di prepararci per una missione insieme in Africa. Ero molto felice di questo privilegio, ma la missione saltò. Anas invece partì per Oaxaca, in Messico, e da allora il suo itinerario da missionario è stato molto vario e sempre ricco di frutti visibilissimi nelle persone che hanno incontrato Cristo proprio grazie a lui. Dopo un breve periodo in Messico tornò in Italia, per lavorare nella diocesi di Grosseto. E da allora, da Grosseto hanno cominciato ad arrivare seminaristi alla Fraternità.

Ricordo il suo giudizio sulla vita comune in missione: “Per vivere la missione – disse una volta – uno deve avere un pregiudizio positivo fortissimo del suo fratello di casa. Prima di qualunque altro giudizio, ci vuole questo pregiudizio indistruttibile”. Con la sua perspicacia così accesa che riconosceva subito i limiti dell’altro, questo non era un giudizio scontato. Ma lo viveva con me e altri anche quando gli costava caro.

Dopo alcuni anni diventò rettore del seminario della Fraternità a Roma, dove tanti giovani hanno potuto vedere in lui un’allegria e una vita determinata da un desiderio vivissimo di annunciare Cristo al mondo.

Poi è diventato parroco a Fuenlabrada, vicino a Madrid, in Spagna. Insieme ai fratelli della Fraternità, guidò una vita di comunità molto intensa, piena di affezione, opere e fede. Lì, insieme ad altri (sempre insieme ad altri) diede inizio a un’opera di accoglienza dei bisognosi, la Casa de San Antonio. Dal 2013 fino alla sua morte, il 9 marzo 2021, abbiamo condiviso la missione qui a Milano, dove lui era il superiore della nostra casa della Fraternità di San Carlo. Era cappellano presso il Politecnico, e nello stesso tempo aveva assunto anche un ruolo di presenza autorevole nella comunità del Movimento a Milano.

Per me, per la Fraternità San Carlo, per gli universitari alla Bovisa e per le migliaia di persone dentro e fuori Cl che lo hanno incontrato, don Anas era una presenza eccezionale e preziosa. In un modo saggio, pacato e ironico aveva il dono di aggregare. Vedere la sua capacità d’accoglienza, la sua passione, era davvero fonte di stupore.

Una volta mi disse che l’incontro col carisma di don Giussani lo aveva salvato dalla sorte di lavorare nei luoghi di vacanza come animatore serale con i suoi scherzi, le sue canzoni e i suoi sorrisi così avvincenti. “Ma sarebbe stato a che scopo? Mettere insieme le persone a quale proposito? Solo per un divertimento?”. Lo capivo: per Anas poter aiutare le persone a stare insieme nel nome di Cristo, aiutarli a riconoscere e abbracciare il proprio destino in Dio, imparare a dare la vita intera al compimento della volontà del Padre era un’impresa di cui era immensamente grato.

In questi ultimi anni sono sempre rimasto stupito non solo dalla sua simpatia verso di me e gli altri – a volte espressa con osservazioni acute –, ma dalla ricchezza della sua creatività. Ogni anno pubblicava un nuovo libro per bambini, una nuova favola ricca di emozione e significato, o addirittura incideva un bellissimo disco con le sue canzoni, ciascuna capace di ridare al cuore il senso di calorosa appartenenza a un Mistero buono, anche nelle situazioni più dolorose. Ricordo anche, con incredulità, la capacità di fedeltà che lo animava: per esempio quando radunava a casa nostra i suoi amici di scuola elementare… Quei bambini che aveva radunato nella sua infanzia, non li ha mai mollati!

Dire addio a don Anas non è facile, adesso che è morto a soli 59 anni. Il suo esserci era una sicurezza per tanti di noi, le sue parole un’ispirazione, la sua compagnia la promessa di una strada che valeva la pena di percorrere. Non riesco a credere che sia davvero partito…

Ma il significato della sua presenza è sempre stato chiaro: riconoscere e partecipare con Gesù all’opera di riconciliazione col Padre. E la sua partenza – dopo una lunghissima sofferenza nel reparto di terapia intensiva per malati Covid all’ospedale Niguarda – ha lo stesso significato: si è conformato alla croce di Gesù per collaborare col Signore a prepararci la dimora nella casa del Padre.

Che Dio ci aiuti a desiderare e amare questo destino, amare Gesù sopra ogni altra cosa, per poter vivere questo strappo non come una dolorosissima sfortuna, bensì come una preziosa occasione per essere protagonisti per la vittoria di Cristo e per la salvezza del mondo».

https://www.ilsussidiario.net/news/antonio-anastasio-don-anas-labbraccio-di-dio-che-diventa-abbraccio-al-prossimo/2141731/

domenica 25 febbraio 2024

Sii te stesso

 Piccinini racconta questo episodio: 


A Forlì salgo in macchina con don Giussani, dovevo andare a fare un’assemblea per il movimento a Bologna e lui mi dice: “Allora come va a Bologna? Cosa devo venire a fare, a dire?”. 

"Beh, a Bologna va bene, stiamo pure crescendo, siamo sempre di più, però…" 

“Però cosa?”. 

"Però sono pochi quelli veramente amici.» 

Allora Giussani continuando a leggere il giornale dice: «Cos’è che hai detto?!» 

E Piccinini risponde: «Ho detto che mi preoccupa che il nostro problema a Bologna è che sono pochi quelli veramente amici!» 

E Giussani incalza: «E che problema è?» 

E Piccinini, un po’ incredulo, ribatte: «Come che problema è? Non dobbiamo diventare tutti amici nel movimento?! Tu hai sempre detto che dobbiamo diventare tutti amici!». Giussani allora risponde: «Tu non hai capito niente! Veramente tu sei un ex brigatista che vuole imporre d’autorità anche l’amicizia, ma sei matto?! Io ho sempre detto tre cose: che tra noi la comunione è un dono di Cristo che ci mette assieme e ci lega con la fede e col sacramento. La comunità o la compagnia è un compito che dobbiamo costruire noi dando la vita. L’amicizia, infine, è una grazia molto rara in una comunità cristiana. Capita ogni tanto a qualcuno, e se la godono pure! Le amicizie di una comunità, le amicizie belle, piacevoli, le simpatie, le preferenze ecco, le preferenze, sono molto rare in una comunità, sono quasi impossibili. Enzo, pensaci, come si diventa amici?» 

E Piccinini risponde: «Per una preferenza» 

E Giussani: «Appunto! Come per la moglie, c’è quella che preferisci! Hai un po’ di amici perché tu preferisci loro e loro preferiscono te. Quando finisce la preferenza te vai via. Tu perché stai nella comunità a Bologna, li preferisci?». 

«No, no! Non li sopporto! E loro mi odiano, mi ammazzerebbero!!» 

«E allora perché state insieme?» 

«Il Signore mi ha chiamato qui, lavoro all’ospedale Sant’Orsola, mi sono stati dati!» 

«Ma tu li preferisci?» 

«No» 

«E chi li preferisce?» 

«Ah, è Cristo che li preferisce, è Lui che me li dà!» 

«Appunto! In una comunità non ci si entra per una preferenza, ma si entra per una preferenza di Cristo, che tocca il cuore a te, lo tocca a lei e ti mette con gente che tu non hai scelto! Che tu non preferisci! E quindi che ti stanno fondamentalmente antipatici. La loro stessa presenza ti ferisce, perché tu non li hai scelti e loro non hanno scelto te, quindi è impossibile che siate amici. Siete in comunione perché c’è Cristo risorto presente. Alla comunità dovete dare la vita, è il compito dare la vita, il compito è fare il movimento. Che poi su mille persone, cinque o sei diventino pure amici è una grazia che Dio fa a loro, che se la godono a servizio di tutti. Ma guai a te se pretendi che tutti siano amici in comunità!». 

Enzo rimane interdetto per circa mezzo minuto e Giussani entra a gamba tesa e gli dice: «E poi ti aggiungo un’altra cosa: che la pedagogia di CL è un’autentica pedagogia cristiana, non favorisce le amicizie. Io non ho come scopo che la gente della comunità vada d’accordo, ho come scopo che ognuno vada d’accordo con se stesso, col proprio cuore e con Cristo, non con gli altri». Io non dirò mai: «Carletto cerca di essere un bravo ciellino, un bravo prete, o peggio un bravo prete di CL. Sii te stesso! Stacci col tuo carattere! Facci vedere che cosa Dio ti ha messo dentro, quando s’è inventato uno scomposto come te! Facci vedere chi sei tu, perché Dio t’ha fatto diverso da tutti gli altri. Io tiro su delle personalità molto caratterizzate, che hanno il gusto di dire: “Io son fatto così, m’ha fatto Dio e che ci posso fare? Non ho bisogno di cambiare per stare qua!”». Voglio dei luoghi in cui ognuno possa dire: «Io son fatto così e son contento di come Dio m’ha fatto!» Ti tiro su personalità spigolose, tendenzialmente conflittuali con gli altri, che costringono tutti i giorni a dire: «Ma chi me l’ha fatto fare? Ma perché io  sto con te?» E quando ci dicono che noi ciellini litighiamo con tutti, dico: «Benissimo, anche tra di noi!» Perché io non ho come scopo che siate amici, ma che ognuno sia se stesso. Preferisco un alto tasso di conflittualità, ma che si respiri aria pura. Quindi la moglie spigolosa è una fortuna!"

mercoledì 16 marzo 2016

Testori amava i ciellini perché «non si scandalizzano di me»

Testori amava i ciellini perché
 «non si scandalizzano di me»
***

«Sono vicino a quelli di Cl perché se io dicessi loro tutte le porcate che ho fatto, direbbero: “Solo questo?”. L’uomo può compiere qualunque cosa, ma è prima di tutto figlio di Dio»
testoriI
Improvvisamente, è tornato forte e dolce Giovanni Testori, drammaturgo, poeta, scrittore, storico dell’arte, pittore, una meraviglia d’uomo. C’è sempre stato tra noi, Testori, a 19 anni dalla sua morte. Grazie al lavoro geniale di Giuseppe Frangi, infatti, la sua memoria è un torrente d’amore-dolore incessante. Ma stavolta Testori è proprio apparso a Boris Godunov, e ha parlato dell’esperienza da lui vissuta in Cl. Non trionfalismo, ma un richiamo di possente umiltà. Disse con la sua voce nebbiosa: «Io sono sempre stato un cattivo cristiano, in certi momenti financo disperato. Però sono nato in una famiglia cristiana… Mia madre, morendo ridiede peso, grembo, latte a questo mio povero modo di essere cristiano. Quando scrissi quegli articoli (sul Corriere, nel 1978, ndB), nessun vescovo, cardinale, uomo politico Dc mi contattò. Mi telefonarono invece, caro Godunov, quattro ragazzi: “Siamo di Comunione e Liberazione. Vorremmo parlarle”. E sono venuti nel mio studio. La cosa che mi ha stupito è che non erano nulla di tutto ciò che si dice che siano. Non mi hanno mai chiesto niente: né come fosse la mia povera vita, né quali fossero i miei errori. Ma mi hanno accolto – e io credo di averli accolti – come amici. Io non sono di Cl, ma sono vicino a Cl per una cosa: perché hanno questo senso dell’amicizia, questo senso dell’umanità, dell’integrità della fede. Questi ragazzi sono tutti d’un pezzo. Poi fanno anche loro degli errori, per fortuna, ma hanno questa rocciosità per quel che riguarda l’uomo, l’altro, il fratello, di qualunque idea egli sia, di qualunque stortura – Dio solo sa le storture che avevo e ho io. Loro non chiedono niente, non domandano conto di niente».
Testori, tenendosi con le mani la grande crapa dove brillano azzurrissimi gli occhi, continuò: «Vorrei ricordare qui che don Giussani mi raccontava in segreto il momento in cui ha scoperto il senso più abissale della sua posizione di prete e di uomo. Poco dopo essere stato ordinato, in una delle prime confessioni, si trovò di fronte a un giovane che non riusciva a parlare. Don Giussani lo esortava: “Non c’è niente che tu abbia fatto che non possa essere perdonato”. Ma l’altro faceva fatica, e don Giussani, con le parole che riesce a tirare fuori dalla sua fede e dalla sua umanità, lo invitava fraternamente. A un certo punto sentì questo giovane dire: “Ho ucciso un uomo”. Don Giussani stette lì un attimo, un’eternità, e poi rispose: “Solo uno?”. Mi raccontava quindi che lì capì che cosa siano la carità, la fraternità, l’amore, che cosa sia il perdono. Il ragazzo scoppiò a piangere. Da allora divennero, credo, amici; il ragazzo andò a confessare alle autorità il suo gesto e divennero amici».
Testori, preparandosi a risprofondare in cielo, finì: «Ora, io sono diventato amico di quelli di Cl perché se io dicessi loro tutte le porcate che ho fatto, risponderebbero: “Solo questo?”. Perdete tutto, ma non perdete questo senso “oltre tutto”, questa umanità che non si scandalizza di niente, questo sapere che l’uomo può compiere qualunque gesto, essere di qualunque parte, ma è prima di tutto uomo, figlio di Dio, creatura redenta da Dio diventato uomo. Se perdiamo questo, perdiamo il senso dell’Incarnazione: il senso totale del nostro essere cristiani. Come mi diceva don Giussani, l’integrità, la solidità, la fede, sono niente senza carità, senza amore. Devo ringraziare questi ragazzi di questa capacità di amore e umanità, perché arriverà il momento in cui la leggeranno anche quelli che oggi non la sanno leggere. Ma se anche non la leggeranno, non importa: l’importante è offrire». (Boris ha ritrovato queste parole in Dove la domanda si accende, Itaca). Ciao Testori, torna presto!


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