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Il Papa, la ragione etica e la Verità
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Postato il Giovedì, 17 gennaio @ 10:04:38 CET di Peppone
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::.Il
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Il
messaggio cristiano dovrebbe essere sempre un incoraggiamento verso la
verità e così una forza contro la pressione del potere e degli
interessi.
«Se
la ragione diventa sorda al grande messaggio che le viene dalla fede
cristiana e dalla sua sapienza, inaridisce come un albero le cui radici
non raggiungono più le acque che gli danno vita. Perde il coraggio per
la verità e così non diventa più grande, ma più piccola».
Leggi il testo intergale dell’Allocuzione del Santo Padre per l’incontro con l’Università degli studi di Roma "La Sapienza"
Magnifico Rettore,
Autorità politiche e civili,
Illustri docenti e personale tecnico amministrativo,
cari giovani studenti!
È per me motivo di profonda gioia incontrare la comunità
della "Sapienza - Università di Roma" in occasione della inaugurazione
dell’anno accademico. Da secoli ormai questa Università segna il cammino
e la vita della città di Roma, facendo fruttare le migliori energie
intellettuali in ogni campo del sapere. Sia nel tempo in cui, dopo la
fondazione voluta dal Papa Bonifacio VIII, l’istituzione era alle
dirette dipendenze dell’Autorità ecclesiastica, sia successivamente
quando lo Studium Urbis si è sviluppato come istituzione dello
Stato italiano, la vostra comunità accademica ha conservato un grande
livello scientifico e culturale, che la colloca tra le più prestigiose
università del mondo. Da sempre la Chiesa di Roma guarda con simpatia e
ammirazione a questo centro universitario, riconoscendone l’impegno,
talvolta arduo e faticoso, della ricerca e della formazione delle nuove
generazioni. Non sono mancati in questi ultimi anni momenti
significativi di collaborazione e di dialogo. Vorrei ricordare, in
particolare, l’Incontro mondiale dei Rettori in occasione del Giubileo
delle Università, che ha visto la vostra comunità farsi carico non solo
dell’accoglienza e dell’organizzazione, ma soprattutto della profetica e
complessa proposta della elaborazione di un "nuovo umanesimo per il
terzo millennio".
Mi è caro, in questa circostanza, esprimere la mia
gratitudine per l’invito che mi è stato rivolto a venire nella vostra
università per tenervi una lezione. In questa prospettiva mi sono posto
innanzitutto la domanda: Che cosa può e deve dire un Papa in
un’occasione come questa? Nella mia lezione a Ratisbona ho parlato, sì,
da Papa, ma soprattutto ho parlato nella veste del già professore di
quella mia università, cercando di collegare ricordi ed attualità.
Nell’università "Sapienza", l’antica università di Roma, però, sono
invitato proprio come Vescovo di Roma, e perciò debbo parlare come tale.
Certo, la
"Sapienza" era un tempo l’università del Papa, ma oggi è un’università
laica con quell’autonomia che, in base al suo stesso concetto fondativo,
ha fatto sempre parte della natura di università, la quale deve essere
legata esclusivamente all’autorità della verità. Nella sua libertà da
autorità politiche ed ecclesiastiche l’università trova la sua funzione
particolare, proprio anche per la società moderna, che ha bisogno di
un’istituzione del genere.
Ritorno alla mia domanda di partenza: Che cosa può e deve dire il Papa nell’incontro con l’università della sua città? Riflettendo
su questo interrogativo, mi è sembrato che esso ne includesse due
altri, la cui chiarificazione dovrebbe condurre da sé alla risposta.
Bisogna, infatti, chiedersi: Qual è la natura e la missione del Papato? E
ancora: Qual è la natura e la missione dell’università? Non vorrei in
questa sede trattenere Voi e me in lunghe disquisizioni sulla natura del
Papato. Basti un breve accenno. Il Papa è anzitutto Vescovo di Roma e
come tale, in virtù della successione all’Apostolo Pietro, ha una
responsabilità episcopale nei riguardi dell’intera Chiesa cattolica. La
parola "vescovo"–episkopos, che nel suo significato immediato rimanda a "sorvegliante", già nel Nuovo Testamento è stata fusa insieme con il concetto biblico di Pastore: egli è colui che, da
un punto di osservazione sopraelevato, guarda all’insieme, prendendosi
cura del giusto cammino e della coesione dell’insieme. In questo senso,
tale designazione del compito orienta lo sguardo anzitutto verso
l’interno della comunità credente. Il Vescovo – il Pastore – è l’uomo
che si prende cura di questa comunità; colui che la conserva unita
mantenendola sulla via verso Dio, indicata secondo la fede cristiana da
Gesù – e non soltanto indicata: Egli stesso è per noi la via. Ma questa
comunità della quale il Vescovo si prende cura – grande o piccola che
sia – vive nel mondo; le sue condizioni, il suo cammino, il suo esempio e
la sua parola influiscono inevitabilmente su tutto il resto della
comunità umana nel suo insieme. Quanto più grande essa è, tanto più le
sue buone condizioni o il suo eventuale degrado si ripercuoteranno
sull’insieme dell’umanità.
Vediamo oggi con molta chiarezza, come le condizioni delle religioni e
come la situazione della Chiesa – le sue crisi e i suoi rinnovamenti –
agiscano sull’insieme dell’umanità. Così il Papa, proprio come Pastore
della sua comunità, è diventato sempre di più anche una voce della
ragione etica dell’umanità.
Qui, però, emerge subito l’obiezione, secondo cui il Papa,
di fatto, non parlerebbe veramente in base alla ragione etica, ma
trarrebbe i suoi giudizi dalla fede e per questo non potrebbe pretendere
una loro validità per quanti non condividono questa fede. Dovremo
ancora ritornare su questo argomento, perché si pone qui la questione
assolutamente fondamentale: Che cosa è la ragione? Come può
un’affermazione – soprattutto una norma morale – dimostrarsi
"ragionevole"? A questo punto vorrei per il momento solo brevemente
rilevare che John Rawls, pur
negando a dottrine religiose comprensive il carattere della ragione
"pubblica", vede tuttavia nella loro ragione "non pubblica" almeno una
ragione che non potrebbe, nel nome di una razionalità secolaristicamente
indurita, essere semplicemente disconosciuta a coloro che la
sostengono. Egli
vede un criterio di questa ragionevolezza fra l’altro nel fatto che
simili dottrine derivano da una tradizione responsabile e motivata, in
cui nel corso di lunghi tempi sono state sviluppate argomentazioni
sufficientemente buone a sostegno della relativa dottrina. In questa
affermazione mi sembra importante il riconoscimento che l’esperienza e
la dimostrazione nel corso di generazioni, il fondo storico dell’umana
sapienza, sono anche un segno della sua ragionevolezza e del suo
perdurante significato. Di
fronte ad una ragione a-storica che cerca di autocostruirsi soltanto in
una razionalità a-storica, la sapienza dell’umanità come tale – la
sapienza delle grandi tradizioni religiose – è da valorizzare come
realtà che non si può impunemente gettare nel cestino della storia delle
idee.
Ritorniamo alla domanda di partenza. Il
Papa parla come rappresentante di una comunità credente, nella quale
durante i secoli della sua esistenza è maturata una determinata sapienza
della vita; parla come rappresentante di una comunità che custodisce in
sé un tesoro di conoscenza e di esperienza etiche, che risulta
importante per l’intera umanità: in questo senso parla come
rappresentante di una ragione etica.
Ma ora ci si deve chiedere: E che cosa è l’università? Qual è il suo compito? È
una domanda gigantesca alla quale, ancora una volta, posso cercare di
rispondere soltanto in stile quasi telegrafico con qualche osservazione.
Penso si possa dire che la vera, intima origine dell’università stia
nella brama di conoscenza che è propria dell’uomo. Egli vuol sapere che
cosa sia tutto ciò che lo circonda. Vuole verità. In questo senso si può
vedere l’interrogarsi di Socrate come l’impulso dal quale è nata
l’università occidentale. Penso ad esempio – per menzionare soltanto un
testo – alla disputa con Eutifrone, che di fronte a Socrate difende la
religione mitica e la sua devozione. A ciò Socrate contrappone la
domanda: "Tu
credi che fra gli dei esistano realmente una guerra vicendevole e
terribili inimicizie e combattimenti … Dobbiamo, Eutifrone,
effettivamente dire che tutto ciò è vero?" (6 b – c). In questa domanda
apparentemente poco devota – che, però, in Socrate derivava da una
religiosità più profonda e più pura, dalla ricerca del Dio veramente
divino – i cristiani dei primi secoli hanno riconosciuto se stessi e il
loro cammino. Hanno
accolto la loro fede non in modo positivista, o come la via d’uscita da
desideri non appagati; l’hanno compresa come il dissolvimento della
nebbia della religione mitologica per far posto alla scoperta di quel
Dio che è Ragione creatrice e al contempo Ragione-Amore. Per
questo, l’interrogarsi della ragione sul Dio più grande come anche
sulla vera natura e sul vero senso dell’essere umano era per loro non
una forma problematica di mancanza di religiosità, ma faceva parte
dell’essenza del loro modo di essere religiosi. Non avevano bisogno,
quindi, di sciogliere o accantonare l’interrogarsi socratico, ma
potevano, anzi, dovevano accoglierlo e riconoscere come parte della
propria identità la ricerca faticosa della ragione per raggiungere la
conoscenza della verità intera. Poteva, anzi doveva così, nell’ambito
della fede cristiana, nel mondo cristiano, nascere l’università.
È necessario fare un ulteriore passo. L’uomo vuole conoscere – vuole verità. Verità è innanzitutto una cosa del vedere, del comprendere, della theoría, come la chiama la tradizione greca. Ma la verità non è mai soltanto teorica. Agostino,
nel porre una correlazione tra le Beatitudini del Discorso della
Montagna e i doni dello Spirito menzionati in Isaia 11, ha affermato una
reciprocità tra "scientia" e "tristitia": il semplice sapere, dice,
rende tristi. E di fatto – chi vede e apprende soltanto tutto ciò che
avviene nel mondo, finisce per diventare triste. Ma verità significa di
più che sapere: la conoscenza della verità ha come scopo la conoscenza
del bene. Questo è anche il senso dell’interrogarsi socratico: Qual è
quel bene che ci rende veri? La verità ci rende buoni, e la bontà è
vera: è questo l’ottimismo che vive nella fede cristiana, perché ad essa
è stata concessa la visione del Logos, della Ragione creatrice che,
nell’incarnazione di Dio, si è rivelata insieme come il Bene, come la
Bontà stessa.
Nella
teologia medievale c’è stata una disputa approfondita sul rapporto tra
teoria e prassi, sulla giusta relazione tra conoscere ed agire – una
disputa che qui non dobbiamo sviluppare. Di fatto l’università medievale
con le sue quattro Facoltà presenta questa correlazione. Cominciamo con la Facoltà che, secondo la comprensione di allora, era la quarta, quella di medicina.
Anche se era considerata più come "arte" che non come scienza,
tuttavia, il suo inserimento nel cosmo dell’universitas significava
chiaramente che era collocata nell’ambito della razionalità, che l’arte
del guarire stava sotto la guida della ragione e veniva sottratta
all’ambito della magia. Guarire
è un compito che richiede sempre più della semplice ragione, ma proprio
per questo ha bisogno della connessione tra sapere e potere, ha bisogno
di appartenere alla sfera della ratio. Inevitabilmente appare la questione della relazione tra prassi e teoria, tra conoscenza ed agire nella Facoltà di giurisprudenza. Si tratta del dare
giusta forma alla libertà umana che è sempre libertà nella comunione
reciproca: il diritto è il presupposto della libertà, non il suo
antagonista. Ma qui emerge subito la domanda: Come s’individuano i
criteri di giustizia che rendono possibile una libertà vissuta insieme e
servono all’essere buono dell’uomo? A questo punto s’impone un salto
nel presente: è la questione del come possa essere trovata una normativa
giuridica che costituisca un ordinamento della libertà, della dignità
umana e dei diritti dell’uomo. È la questione che ci occupa oggi nei
processi democratici di formazione dell’opinione e che al contempo ci
angustia come questione per il futuro dell’umanità. Jürgen Habermas esprime, a mio parere, un vasto consenso del pensiero attuale, quando dice che la
legittimità di una carta costituzionale, quale presupposto della
legalità, deriverebbe da due fonti: dalla partecipazione politica
egualitaria di tutti i cittadini e dalla forma ragionevole in cui i
contrasti politici vengono risolti.
Riguardo a questa "forma ragionevole" egli annota che essa non può
essere solo una lotta per maggioranze aritmetiche, ma che deve
caratterizzarsi come un "processo di argomentazione sensibile alla verità" (wahrheitssensibles
Argumentationsverfahren). È detto bene, ma è cosa molto difficile da
trasformare in una prassi politica. I rappresentanti di quel pubblico
"processo di argomentazione" sono – lo sappiamo – prevalentemente i
partiti come responsabili della formazione della volontà politica. Di
fatto, essi avranno immancabilmente di mira soprattutto il conseguimento
di maggioranze e con ciò baderanno quasi inevitabilmente ad interessi
che promettono di soddisfare; tali interessi però sono spesso
particolari e non servono veramente all’insieme. La
sensibilità per la verità sempre di nuovo viene sopraffatta dalla
sensibilità per gli interessi. Io trovo significativo il fatto che
Habermas parli della sensibilità per la verità come di elemento
necessario nel processo di argomentazione politica, reinserendo così il
concetto di verità nel dibattito filosofico ed in quello politico.
Ma allora diventa inevitabile la domanda di Pilato: Che cos’è la verità? E come la si riconosce? Se per questo si rimanda alla "ragione pubblica", come fa Rawls, segue necessariamente ancora la domanda: Che cosa è ragionevole? Come una ragione si dimostra ragione vera? In
ogni caso, si rende in base a ciò evidente che, nella ricerca del
diritto della libertà, della verità della giusta convivenza devono
essere ascoltate istanze diverse rispetto a partiti e gruppi
d’interesse, senza con ciò voler minimamente contestare la loro
importanza. Torniamo così alla struttura dell’università medievale. Accanto a quella di giurisprudenza c’erano le Facoltà di filosofia e di teologia, a cui era affidata la
ricerca sull’essere uomo nella sua totalità e con ciò il compito di
tener desta la sensibilità per la verità. Si potrebbe dire addirittura
che questo è il senso permanente e vero di ambedue le Facoltà: essere
custodi della sensibilità per la verità, non permettere che l’uomo sia
distolto dalla ricerca della verità. Ma come possono esse corrispondere a
questo compito? Questa è una domanda per la quale bisogna sempre di
nuovo affaticarsi e che non è mai posta e risolta definitivamente. Così,
a questo punto, neppure io posso offrire propriamente una risposta, ma
piuttosto un invito a restare in cammino con questa domanda – in cammino
con i grandi che lungo tutta la storia hanno lottato e cercato, con le
loro risposte e con la loro inquietudine per la verità, che rimanda
continuamente al di là di ogni singola risposta.
Teologia e filosofia formano in ciò una peculiare coppia di
gemelli, nella quale nessuna delle due può essere distaccata totalmente
dall’altra e, tuttavia, ciascuna deve conservare il proprio compito e la
propria identità. È merito storico di san Tommaso d’Aquino
– di fronte alla differente risposta dei Padri a causa del loro
contesto storico – di aver messo in luce l’autonomia della filosofia e
con essa il diritto e la responsabilità propri della ragione che
s’interroga in base alle sue forze. Differenziandosi dalle filosofie
neoplatoniche, in cui religione e filosofia erano inseparabilmente
intrecciate, i Padri
avevano presentato la fede cristiana come la vera filosofia,
sottolineando anche che questa fede corrisponde alle esigenze della
ragione in ricerca della verità; che la fede è il "sì" alla verità,
rispetto alle religioni mitiche diventate semplice consuetudine.
Ma poi, al momento della nascita dell’università, in Occidente non
esistevano più quelle religioni, ma solo il cristianesimo, e così
bisognava sottolineare in modo nuovo la responsabilità propria della
ragione, che non viene assorbita dalla fede. Tommaso si trovò ad agire
in un momento privilegiato: per la prima volta gli scritti filosofici di
Aristotele erano accessibili nella loro integralità; erano presenti le
filosofie ebraiche ed arabe, come specifiche appropriazioni e
prosecuzioni della filosofia greca. Così
il cristianesimo, in un nuovo dialogo con la ragione degli altri, che
veniva incontrando, dovette lottare per la propria ragionevolezza. La
Facoltà di filosofia che, come cosiddetta "Facoltà degli artisti", fino a
quel momento era stata solo propedeutica alla teologia, divenne ora una
Facoltà vera e propria, un partner autonomo della teologia e della fede
in questa riflessa. Non possiamo
qui soffermarci sull’avvincente confronto che ne derivò. Io direi che
l’idea di san Tommaso circa il rapporto tra filosofia e teologia
potrebbe essere espressa nella formula trovata dal Concilio di
Calcedonia per la cristologia: filosofia
e teologia devono rapportarsi tra loro "senza confusione e senza
separazione". "Senza confusione" vuol dire che ognuna delle due deve
conservare la propria identità. La filosofia deve rimanere veramente una
ricerca della ragione nella propria libertà e nella propria
responsabilità; deve vedere i suoi limiti e proprio così anche la sua
grandezza e vastità. La teologia deve continuare ad attingere ad un
tesoro di conoscenza che non ha inventato essa stessa, che sempre la
supera e che, non essendo mai totalmente esauribile mediante la
riflessione, proprio per questo avvia sempre di nuovo il pensiero.
Insieme al "senza confusione" vige anche il "senza separazione": la
filosofia non ricomincia ogni volta dal punto zero del soggetto pensante
in modo isolato, ma sta nel grande dialogo della sapienza storica, che
essa criticamente e insieme docilmente sempre di nuovo accoglie e
sviluppa; ma non deve neppure chiudersi davanti a ciò che le religioni
ed in particolare la fede cristiana hanno ricevuto e donato all’umanità
come indicazione del cammino. Varie cose dette da teologi nel corso
della storia o anche tradotte nella pratica dalle autorità ecclesiali,
sono state dimostrate false dalla storia e oggi ci confondono. Ma
allo stesso tempo è vero che la storia dei santi, la storia
dell’umanesimo cresciuto sulla basa della fede cristiana dimostra la
verità di questa fede nel suo nucleo essenziale, rendendola con ciò
anche un’istanza per la ragione pubblica. Certo, molto di ciò che dicono
la teologia e la fede può essere fatto proprio soltanto all’interno
della fede e quindi non può presentarsi come esigenza per coloro ai
quali questa fede rimane inaccessibile. È vero, però, al contempo che il messaggio della fede cristiana non è mai soltanto una "comprehensive religious doctrine" nel senso di Rawls, ma una forza purificatrice per la ragione stessa, che aiuta ad essere più se stessa. Il
messaggio cristiano, in base alla sua origine, dovrebbe essere sempre
un incoraggiamento verso la verità e così una forza contro la pressione
del potere e degli interessi.
Ebbene, finora ho solo parlato dell’università medievale,
cercando tuttavia di lasciar trasparire la natura permanente
dell’università e del suo compito. Nei
tempi moderni si sono dischiuse nuove dimensioni del sapere, che
nell’università sono valorizzate soprattutto in due grandi ambiti:
innanzitutto nelle scienze naturali, che si sono sviluppate sulla base
della connessione di sperimentazione e di presupposta razionalità della
materia; in secondo luogo, nelle scienze storiche e umanistiche, in cui
l’uomo, scrutando lo specchio della sua storia e chiarendo le dimensioni
della sua natura, cerca di comprendere meglio se stesso.
In questo sviluppo si è aperta all’umanità non solo una misura immensa
di sapere e di potere; sono cresciuti anche la conoscenza e il
riconoscimento dei diritti e della dignità dell’uomo, e di questo
possiamo solo essere grati. Ma
il cammino dell’uomo non può mai dirsi completato e il pericolo della
caduta nella disumanità non è mai semplicemente scongiurato: come lo
vediamo nel panorama della storia attuale! Il
pericolo del mondo occidentale – per parlare solo di questo – è oggi
che l’uomo, proprio in considerazione della grandezza del suo sapere e
potere, si arrenda davanti alla questione della verità. E ciò significa
allo stesso tempo che la ragione, alla fine, si piega davanti alla
pressione degli interessi e all’attrattiva dell’utilità, costretta a
riconoscerla come criterio ultimo. Detto dal punto di vista della struttura dell’università: esiste
il pericolo che la filosofia, non sentendosi più capace del suo vero
compito, si degradi in positivismo; che la teologia col suo messaggio
rivolto alla ragione, venga confinata nella sfera privata di un gruppo
più o meno grande. Se però la ragione – sollecita della sua presunta purezza – diventa
sorda al grande messaggio che le viene dalla fede cristiana e dalla sua
sapienza, inaridisce come un albero le cui radici non raggiungono più
le acque che gli danno vita. Perde il coraggio per la verità e così non
diventa più grande, ma più piccola. Applicato
alla nostra cultura europea ciò significa: se essa vuole solo
autocostruirsi in base al cerchio delle proprie argomentazioni e a ciò
che al momento la convince e – preoccupata della sua laicità – si
distacca dalle radici delle quali vive, allora non diventa più
ragionevole e più pura, ma si scompone e si frantuma.
Con ciò ritorno al punto di partenza. Che
cosa ha da fare o da dire il Papa nell’università? Sicuramente non deve
cercare di imporre ad altri in modo autoritario la fede, che può essere
solo donata in libertà. Al di là del suo ministero di Pastore nella
Chiesa e in base alla natura intrinseca di questo ministero pastorale è
suo compito mantenere desta la sensibilità per la verità; invitare
sempre di nuovo la ragione a mettersi alla ricerca del vero, del bene,
di Dio e, su questo cammino, sollecitarla a scorgere le utili luci sorte
lungo la storia della fede cristiana e a percepire così Gesù Cristo
come la Luce che illumina la storia ed aiuta a trovare la via verso il
futuro.
Dal Vaticano, 17 gennaio 2008
BENEDICTUS XVI
Sala Stampa vaticana 16.01.2008
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