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domenica 10 agosto 2025

la paura della vita.

 «Il vero orrore dell'esistenza non è la paura della morte, ma la paura della vita. È la paura di svegliarsi ogni giorno per affrontare le stesse lotte, le stesse delusioni, lo stesso dolore. È la paura che nulla cambi mai, che tu sia intrappolato in un ciclo di sofferenza da cui non puoi sfuggire. E in questa paura, c'è una disperazione, un desiderio di qualcosa, qualsiasi cosa, per rompere la monotonia, per dare un senso alla ripetizione infinita di giorni».


— Albert Camus, L'autunno (The Fall)

venerdì 30 giugno 2017

La noia Alberto Moravia


La noia

Alberto Moravia

Penso che, a questo punto, sarà forse opportuno che io spenda qualche parola sulla noia, un sentimento di cui mi accadrà di parlare spesso in queste pagine. Dunque, per quanto io mi spinga indietro negli anni con la memoria, ricordo di aver sempre sofferto della noia. Ma bisogna intendersi su questa parola. Per molti la noia è il contrario del divertimento; e divertimento è distrazione, dimenticanza. Per me, invece, la noia non è il contrario del divertimento; potrei dire, anzi, addirittura, che per certi aspetti essa rassomiglia al divertimento in quanto, appunto, provoca distrazione e dimenticanza, sia pure di un genere molto particolare. La noia, per me, è propriamente una specie di insufficienza o inadeguatezza o scarsità della realtà. Per adoperare una metafora, la realtà, quando mi annoio, mi ha sempre fatto l’effetto sconcertante che fa una coperta troppo corta, ad un dormiente, in una notte d’inverno: la tira sui piedi e ha freddo al petto, la tira sul petto e ha freddo ai piedi; e così non riesce mai a prender sonno veramente. Oppure, altro paragone, la mia noia rassomiglia all’interruzione frequente e misteriosa della corrente elettrica in una casa: un momento tutto è chiaro ed evidente, qui sono le poltrone, li i divani, più in là gli armadi, le consolle, i quadri, i tendaggi, i tappeti, le finestre, le porte; un momento dopo non c’è più che buio e vuoto. Oppure, terzo paragone, la mia noia potrebbe essere definita una malattia degli oggetti, consistente in un avvizzimento o perdita di vitalità quasi repentina; come a vedere in pochi secondi, per trasformazioni successive e rapidissime, un fiore passare dal boccio all’appassimento e alla polvere. 
 Il sentimento della noia nasce in me da quello dell’assurdità di una realtà, come ho detto, insufficiente ossia incapace di persuadermi della propria effettiva esistenza. Per esempio, può accadermi di guardare con una certa attenzione un bicchiere. Finché mi dico che questo bicchiere è un recipiente di cristallo o di metallo fabbricato per metterci un liquido e portarlo alle labbra senza che si spanda, finché, cioè, sono in grado di rappresentarmi con convinzione il bicchiere, mi sembrerà di avere con esso un rapporto qualsiasi, sufficiente a farmi credere alla sua esistenza e, in linea subordinata, anche alla mia. Ma fate che il bicchiere avvizzisca e perda la sua vitalità al modo che ho detto, ossia che mi si palesi come qualche cosa di estraneo, col quale non ho alcun rapporto, cioè, in una parola, mi appaia come un oggetto assurdo, e allora da questa assurdità scaturirà la noia la quale, in fin dei conti, è giunto il momento di dirlo, non è che incomunicabilità e incapacità di uscirne. Ma questa noia, a sua volta, non mi farebbe soffrire tanto se non sapessi che, pur non avendo rapporti con il bicchiere, potrei forse averne, cioè che il bicchiere esiste in qualche paradiso sconosciuto nel quale gli oggetti non cessano un solo istante di essere oggetti. Dunque la noia, oltre alla incapacità di uscire da me stesso, è la consapevolezza teorica che potrei forse uscirne, grazie a non so quale miracolo.

martedì 22 gennaio 2013

gli uomini disoccupati e non divertiti, sono più infelici

Gli uomini disoccupati e non divertiti, sono più infelici
                                                                                  ***                                                                         
Né la occupazione né il divertimento qualunque, non danno veramente agli uomini piacere alcuno. Nondimeno è certo che l'uomo occupato o divertito comunque, è manco infelice del disoccupato, e di quello che vive vita uniforme senza distrazione alcuna. Perché? se né questi né quelli sono punto superiori gli uni agli altri nel godimento e nel piacere, ch'è l'unico bene dell'uomo? Ciò vuol dire che la vita è per se stessa un male. Occupata o divertita, ella si sente e si conosce meno, e passa, in apparenza più presto, e perciò solo, gli uomini occupati o divertiti, non avendo alcun bene né piacere più degli altri, sono però manco infelici: e gli uomini disoccupati e non divertiti, sono più infelici, non perché abbiano minori beni, ma per maggioranza di male, cioè maggior sentimento, conoscimento, e diuturnità (apparente) della vita, benché questa sia senza alcun altro male particolare. Il sentir meno la vita, e l'abbreviarne l'apparenza è il sommo bene, o vogliam dire la somma minorazione di male e d'infelicità, che l'uomo possa conseguire. La noia è manifestamente un male, e l'annoiarsi una infelicità. Or che cosa è la noia? Niun male né dolore particolare, (anzi l'idea e la natura della noia esclude la presenza di qualsivoglia particolar male o dolore), ma la semplice vita pienamente sentita, provata, conosciuta, pienamente presente all'individuo, ed occupantelo. Dunque la vita è semplicemente un male: e il non vivere, o il viver meno, sì per estensione che per intensione è semplicemente un bene, o un minor male, ovvero preferibile per se ed assolutamente alla vita ec.
 (8 Marzo. 1824.). V. p. 4074.
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, La vita continuamente occupata è la piú felice, quando anche non sieno occupazioni e sensazioni vive e varie. L’animo occupato è distratto da quel desiderio innato che non lo lascerebbe in pace o lo rivolge a quei piccoli fini della giornata (il terminare un lavoro, il provvedere ai suoi bisogni ordinari, ec. ec. ec.); giacché li considera allora come piaceri, essendo piacere tutto quello che l’anima desidera, e conseguitone uno, passa a un altro; cosí che è distratto da desideri maggiori, e non ha campo di affliggersi della vanità e del vuoto delle cose, e la speranza di quei (173) piccoli fini e i piccoli disegni sulle occupazioni avvenire o sulle speranze di un esito generale lontano e desiderato, bastano a riempierlo e a trattenerlo nel tempo del suo riposo, il quale non è troppo lungo, perché sottentri la noia; oltre che il riposo dalla fatica è un piacere per se. Questa dovea esser la vita dell’uomo, ed era quella dei primitivi, ed è quella dei selvaggi, degli agricoltori ec.; e gli animali non per altra cagione, se non per questa principalmente, vivono felici. Ed osservate come lo spettacolo della vita occupata, laboriosa e domestica, sembri anche oggidí, a chi vive nel mondo, lo spettacolo della felicità, anche per la mancanza dei dolori, e delle cure e afflizioni reali. -3°, Il maraviglioso, lo straordinario è piacevole, quantunque la sua qualità particolare non appartenga a nessuna classe delle cose piacevoli. L’anima prova sempre piacere quando è piena, purché non sia di dolore, e la distrazione viva ed intera è un piacere rispetto a lei assolutamente, come il riposo dalla fatica è piacere, perché una tal distrazione è riposo dal desiderio. E come è piacevole lo stupore cagionato dall’oppio (anche relativamente alla dimenticanza dei mali positivi), cosí quello cagionato dalla maraviglia, dalla novità e dalla singolarità. Quando anche la maraviglia non sia tanta che riempia l’anima, se non altro l’occupa sempre forte-

giovedì 12 luglio 2012

l'anima

***
...pure quel qualcosa che si chiama anima pare che non muoia mai, che vive sempre e cerchi sempre, sempre e ancora sempre...


...E quindi inverce di abbandonarmi alla disperazione, ho optato per la malinconia attiva, per quel tanto che mi consenta l'energia, in altre parole ho preferito la malinconia che spera, che aspira e che cerca a quell'altra che, cupa e stagnante, dispera..."

dal libro "Lettere a Theo sulla pittura" di Vincent Van Gogh

sabato 18 febbraio 2012

noia


La noia
***
IL VERBO SI FECE CARNE"

 
Così è il rapporto con quell'al di là che rende possibile anche l'avventura dell'al di qua, altrimenti la noia, origine della presunzione evasiva, illusiva o della disperazione eliminatrice, domina. È solo il rapporto con l'al di là che rende realizzabile l'avventura della vita. La forza umana nell'afferrare le cose dell'al di qua è data dalla volontà di penetrazione nell'al di là.
DON GIUSSANI da: Il Senso Religioso ed. Rizzoli

Postato da: giacabi a 10:41 | link | commenti
noia, giussani

domenica, 10 gennaio 2010

I giovani e la noia

***

“Chi non vede la vanità del mondo è ben vano anche lui. Ma chi non la vede, tranne i giovani che sono sempre nel chiasso, nel divertimento e nel pensiero dell’avvenire? Eppure, togliete loro la distrazione e li vedrete morire di noia; essi sentono allora il loro niente senza conoscerlo: perché è davvero essere infelici il trovarsi in una tristezza insopportabile non appena si è ridotti a pensare a sé, a non avere alcun motivo di distrazione.”
Blaise Pascal da: Pensieri

***


“Anche quando, e proprio quando, non siamo particolarmente occupati dalle cose e da noi stessi, incombe su di noi questo “tutto”, per esempio nella noia autentica. Essa è ancora lontana quando ad annoiarci è solo questo libro o quello spettacolo, quell’occupazione o quest’ozio, ma affiora quando “uno si annoia”. La noia profonda, che va e viene nelle profondità dell’esserci come una nebbia silenziosa, accomuna tutte le cose, tutti gli uomini, e con loro noi stessi, in una strana indifferenza.”

M.Heidegger, Che cos’è metafisica? Tr. it. di Franco Volpi, Adelphi 2001


Postato da: giacabi a 14:15 | link | commenti
noia, pascal, heidegger

lunedì, 30 giugno 2008

La noia  
             ***              
Nulla è così insopportabile all'uomo come essere in un pieno riposo, senza passioni, senza faccende, senza svaghi, senza occupazioni. Egli sente allora la sua nullità, il suo abbandono, la sua insufficienza, la sua dipendenza, la sua impotenza, il suo vuoto. E subito sorgono dal fondo della sua anima il tedio, l'umor nero, la tristezza, il cruccio, il dispetto, la disperazione.
 Pascal da: I pensieri

Postato da: giacabi a 19:29 | link | commenti (3)
noia, pascal

domenica, 27 gennaio 2008


La noia
***
«La parola noia, Langeweile, non si trova nel tedesco antico. Infatti, solo nel 1507 la si incontra per la prima volta in un dizionario. Il che non stupisce, perché in fondo non vi è posto per una simile nozione in una lingua fortemente dominata dalle idee e dai concetti cristiani. Dato che la coscienza cristiana, il suo senso della vita e del tempo, escludono la lezione di noia: il cristiano cerca innanzitutto di utilizzare il tempo che gli è dato - sentito come troppo breve, piuttosto che come troppo lungo - il meglio possibile, al fine di meritare la salvezza eterna. [...] La nozione di noia si è insidiosamente introdotta nel nostro vocabolario a partire dagli inizi del XVI secolo, quindi in pieno Rinascimento, quando il tempo sacro comincia a cedere il posto alla durata profana, la prospettiva escatologica a quella della riuscita umana. Tuttavia, all'inizio questo sembrava assolutamente inoffensivo, una circostanza passeggera. Poi, andando di pari passo con il processo di secolarizzazione, la noia diventa più minacciosa e prende tutta la sua ampiezza nel XVII secolo, per diventare il male di vivere del XVIII, il secolo dei Lumi: il momento in cui lo spazio sacro diventa lo spazio morto dell'universo meccanico, e in cui il mondo smitizzato diventa l'habitat dell'uomo-macchina.
Per finire, nel
XIX secolo, quando le scienze positiviste hanno ridotto l'immagine dell'uomo a nient'altro che un prodotto biologico e una presenza accidentale, quella che si presentava agli inizi come un'innocente malattia è diventata il male del secolo, il cancro che rode le viscere.
Allora la noia moderna è la noia al fondo della disperazione, la noia dell'uomo senza padre, sradicato dalla sua origine, alienato dal suo io reale; è il vuoto spirituale, il vuoto esistenziale, l'assenza dell'anima. Ed è talmente diffusa, e così ben camuffata, che, secondo Erich Fromm, non ce ne accorgiamo nemmeno più. [...]
Cosa fare allora? Ebbene, bisogna ammazzare il tempo. Per esempio con l'ubriachezza: “Bisogna essere sempre ubriachi. È tutto qui, questa è l'unica questione. Per non sentire l'orribile fardello del tempo che vi spezza le spalle e vi curva verso terra...” (Baudelaire)

Possiamo quindi riassumere
. Il vero scopo della noia sarebbe quello di segnare un vuoto interiore che chiede una ri-creazione di noi stessi, il passaggio a un'attività creativa e significativa. Invece, nella società secolarizzata, la noia esistenziale incita piuttosto a un vano divertimento e, sempre più, a una ricerca sfrenata di esperienze carnali che sono, per natura, pericolose e distruttive.».
Alexander Willebois, Conversazioni eterodosse, Jaca Book, Milano 1981



Postato da: giacabi a 09:04 | link | commenti
noia

lunedì, 05 marzo 2007

LA NOIA  MALINCONICA
***
" La noia è in qualche modo il più sublime dei sentimenti umani. Non che io creda che dall'esame di tale sentimento nascano quelle conseguenze che molti filosofi hanno stimato di raccontare, ma nondimeno il non poter essere soddisfatto da alcuna cosa terrena, né, per dir cosi, dalla terra intera considerare l'ampiezza inestimabile dello spazio, il numero e la mole meravigliosa dei mondi, e trovare che tutto è poco e piccino alla capacità dell'animo proprio immaginarsi il numero dei mondi infinito e l'universo infinito, e sentire che l'animo e il desiderio nostro sarebbe ancora più grande che siffatto universo e sempre accusare le cose d'insufficienza e di nullità, e patire mancamento e voto, e però noia, pare a me il maggior segno di grandezza e di nobiltà che si vegga della natura umana. Perciò la noia è poco nota agli uomini di nessun momento, e pochissimo o nulla agli altri animali " (Pensieri, 68). G. Leopardi

Postato da: giacabi a 20:39 | link | commenti
noia, leopardi, senso religioso

lunedì, 04 settembre 2006

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Ritratto della malinconia
 
"Quella noia significa che, nelle cose, noi cerchiamo, appassionatamente e dappertutto alcunché che le cose non possiedono. […] Si cerca e ci si sforza di prendere le cose così come si vorrebbe che fossero; di trovare in esse quel peso, quella serietà, quell'ardore e quella forza compiuta delle quali si ha sete: e non è possibile. Le cose sono finite. Tutto ciò che è finito, è difettoso. E il difetto costituisce una delusione per il cuore, che anela all'assoluto. La delusione si allarga, diviene il sentimento di un gran vuotoNon c'è nulla, per cui valga la pena di esistere. Non c'è nulla, che sia degno che noi ce ne occupiamo. […] Noi sentiamo una insoddisfazione particolarmente violenta per ciò che è finito. […] Proprio l'uomo malinconico è più profondamente in rapporto con la pienezza dell'esistenza. […] Per conto mio, io credo che di là da qualsivoglia considerazione medica e pedagogica, il suo significato sta in questo che è un indizio dell'esistenza dell'assoluto. L'infinito testimonia di sé, nel chiuso del cuore. La malinconia è espressione del fatto che noi siamo creature limitate, ma viviamo a porta a porta con… ebbene sì, abbandoniamo alla fine il termine troppo prudenziale e astratto, di cui ci siamo serviti sinora: il termine di "assoluto"; scriviamo, al suo posto, quello che solo si addice: viviamo a porta a porta con Dio. Siamo chiamati da Dio, eletti ad accoglierlo nella nostra esistenza. La malinconia è il prezzo della nascita dell'eterno nell'uomo. […] La malinconia è l'inquietudine dell'uomo che avverte la vicinanza dell'infinito. Beatitudine e minaccia a un tempo"
R. Guardini - Ritratto della malinconia
malinconia

Postato da: giacabi a 15:39 | link | commenti
malinconia, noia, guardini