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domenica 20 luglio 2025

Pascal

 Lo choc causato da uno scampato pericolo indusse  Blaise Pascal, nato a Clermont Ferrand il 19 giugno del 1623, a chiudere il suo periodo "mondano" per aprire invece quello "spirituale" e così ritrovare il senso di Dio.

La sera del 23 novembre 1654 i cavalli imbizzarriti del suo traino, travolto il parapetto del ponte di Neuilly a Parigi, precipitarono nella Senna, mentre la carrozza dove viaggiava rimase in bilico sull'orlo del precipizio, consentendogli così di avere per un soffio salva la vita al costo però di un enorme spavento.


A 31 anni d’età colui che fino ad allora era stato un validissimo scienziato e matematico, che per primo aveva studiato e dimostrato l'esistenza del vuoto, inventato una rudimentale calcolatrice (la cosiddetta "Pascalina") e scritto il "Saggio sulle coniche", capì che la sola razionalità scientifica, che procede deduttivamente da assiomi ed opera con una visione analitica, non bastava per spiegare il mistero dell'uomo.

Lungi dal denigrare la scienza ed anzi riconoscendo alla geometria in particolare il massimo della perfezione cui gli uomini possano pervenire, poiché questa disciplina si basa su princìpi "così chiari che non se ne trovano di più chiari per servir loro da prova", Pascal tuttavia si chiese in cosa potessero essere utili  le scienze per comprendere la condizione umana, cioè il problema più importante di tutti. Se l'uomo infatti è pervaso da continua irrequietezza, non è a quello che egli definì "l'ésprit géometrique" che bisogna rivolgersi per trovare la soluzione.


Accostatosi al cattolicesimo d’ispirazione giansenista, basato sull'interiorità della conoscenza, un estremo rigore morale e il rifiuto di ogni concessione a forme di religiosità esteriore, Pascal teorizzò che soltanto con "l'ésprit de finesse" (espressione malamente tradotta come "spirito di finezza", ma da intendersi piuttosto come "intuito") che risiede nel cuore di ognuno di noi e "ha ragioni che la ragione è incapace d'intendere", si è in grado di arrivare alla verità. L’uomo così gli appare sospeso fra due abissi: l'infinitamente grande e l'infinitamente piccolo, con l'universo da un lato e gli infiniti micro-cosmi costituiti dalle realtà più piccole dall'altro.


Questa presa di coscienza del proprio stato genera in lui smarrimento, al quale l’uomo cerca di reagire con la scienza e la sua vana pretesa di scoprire i princìpi ultimi della natura che invece soltanto Dio, che ne è l'autore, conosce fino in fondo. L'uomo infatti ha aspettative ambiziose, che però non riesce a soddisfare a causa dei propri limiti e conseguentemente, laddove non arriva coi sensi e con l'intelletto, cerca di giungere con l'immaginazione, che lo porta a costruirsi ideali falsi e caduchi, venerando a seconda dei casi persone, oggetti o leggi, oppure perdendosi in futili passatempi  e finendo in tal modo per ingannarsi ancora di più.

Tutto ciò infatti non è che un "divertissement", cioè una “distrazione” che col trucco dell'oblio di sé stessi cerca di crearsi una realtà di comodo. In altre parole, "gli uomini, non avendo potuto guarire la morte, la miseria e l'ignoranza, hanno deciso di non pensarci per rendersi felici", ma invano, perché prima o poi torna ad assalirli il senso dei loro limiti ed il vuoto tipico della loro condizione esistenziale.

Come se ne esce, allora? Se per Cartesio il "Cogito" era il fondamento della verità, per Pascal esso diventa il centro dell'individuo, perché "l'uomo sa di essere miserevole, ma è anche grande poiché ne è consapevole".

Per lui l'unica scelta possibile è l'accettazione della propria condizione, riscattabile però alla luce del Cristianesimo, con la riscoperta del divino, non però del "Dio dei filosofi", che è poi quello cartesiano, ma del "Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe, che è amore e consolazione, e riempie l'anima ed il cuore".

Da qui dunque la famosa "scommessa" di Pascal: Dio non può essere dimostrato dalla ragione, ma va sentito nel cuore. Secondo Pascal, noi uomini siamo chiamati a decidere se vivere come se Dio non ci fosse, concentrandoci sui piccoli beni fugaci di questo mondo, oppure come se Dio ci fosse, puntando invece sulla beatitudine infinita in Lui.

Per lui vale la pena di scommettere su Dio, perché "dovunque ci sia l'infinito e non ci sia un'infinità probabilità di perdere contro quella di vincere, non bisogna esitare, ma dare tutto. E' il cuore che sente Dio, non la ragione. E' grazie ad esso che conosciamo i princìpi primi ed inutilmente il ragionamento, che non vi ha parte, s'industria per combatterli".

A distanza di circa 350 anni dalla loro prima edizione, realizzata postuma, i "Pensieri" di Pascal mantengono un'incredibile freschezza e attualità , tanto che la loro (ri)lettura  risulta fondamentale per quanti cerchino risposte sulla vita e la condizione umana.

(Testo di Anselmo Pagani)

domenica 24 marzo 2024

riposo assoluto,

 “Niente è tanto insopportabile per l'uomo 

come il rimanere in un riposo assoluto, 

senza passione, senza affari, senza divertimento, 

senza applicarsi. Allora avverte il proprio nulla, 

l'abbandono, l'insufficienza, la dipendenza, 

l'impotenza, il vuoto. Dal fondo della sua anima 

uscirà quanto prima la noia, l'orrore, la tristezza, 

il dolore, il dispetto, la disperazione.”


Blaise Pascal

mercoledì 21 giugno 2023

Blaise Pascal

 Blaise Pascal

Lo choc causato da uno scampato pericolo indusse  Blaise Pascal, nato a Clermont Ferrand il 19 giugno del 1623, a chiudere il suo periodo "mondano" per aprire invece quello "spirituale" e così ritrovare il senso di Dio.


La sera del 23 novembre 1654 i cavalli imbizzarriti del suo traino, travolto il parapetto del ponte di Neuilly a Parigi, precipitarono nella Senna, mentre la carrozza dove viaggiava rimase in bilico sull'orlo del precipizio, consentendogli così di avere per un soffio salva la vita al costo però di un enorme spavento.


A 31 anni d’età colui che fino ad allora era stato un validissimo scienziato e matematico, che per primo aveva studiato e dimostrato l'esistenza del vuoto, inventato una rudimentale calcolatrice (la cosiddetta "Pascalina") e scritto il "Saggio sulle coniche", capì che la sola razionalità scientifica, che procede deduttivamente da assiomi ed opera con una visione analitica, non bastava per spiegare il mistero dell'uomo.


Lungi dal denigrare la scienza ed anzi riconoscendo alla geometria in particolare il massimo della perfezione cui gli uomini possano pervenire, poiché questa disciplina si basa su princìpi "così chiari che non se ne trovano di più chiari per servir loro da prova", Pascal tuttavia si chiese in cosa potessero essere utili  le scienze per comprendere la condizione umana, cioè il problema più importante di tutti. Se l'uomo infatti è pervaso da continua irrequietezza, non è a quello che egli definì "l'ésprit géometrique" che bisogna rivolgersi per trovare la soluzione.


Accostatosi al cattolicesimo d’ispirazione giansenista, basato sull'interiorità della conoscenza, un estremo rigore morale e il rifiuto di ogni concessione a forme di religiosità esteriore, Pascal teorizzò che soltanto con "l'ésprit de finesse" (espressione malamente tradotta come "spirito di finezza", ma da intendersi piuttosto come "intuito") che risiede nel cuore di ognuno di noi e "ha ragioni che la ragione è incapace d'intendere", si è in grado di arrivare alla verità. L’uomo così gli appare sospeso fra due abissi: l'infinitamente grande e l'infinitamente piccolo, con l'universo da un lato e gli infiniti micro-cosmi costituiti dalle realtà più piccole dall'altro.


Questa presa di coscienza del proprio stato genera in lui smarrimento, al quale l’uomo cerca di reagire con la scienza e la sua vana pretesa di scoprire i princìpi ultimi della natura che invece soltanto Dio, che ne è l'autore, conosce fino in fondo. L'uomo infatti ha aspettative ambiziose, che però non riesce a soddisfare a causa dei propri limiti e conseguentemente, laddove non arriva coi sensi e con l'intelletto, cerca di giungere con l'immaginazione, che lo porta a costruirsi ideali falsi e caduchi, venerando a seconda dei casi persone, oggetti o leggi, oppure perdendosi in futili passatempi  e finendo in tal modo per ingannarsi ancora di più.


Tutto ciò infatti non è che un "divertissement", cioè una “distrazione” che col trucco dell'oblio di sé stessi cerca di crearsi una realtà di comodo. In altre parole, "gli uomini, non avendo potuto guarire la morte, la miseria e l'ignoranza, hanno deciso di non pensarci per rendersi felici", ma invano, perché prima o poi torna ad assalirli il senso dei loro limiti ed il vuoto tipico della loro condizione esistenziale.


Come se ne esce, allora? Se per Cartesio il "Cogito" era il fondamento della verità, per Pascal esso diventa il centro dell'individuo, perché "l'uomo sa di essere miserevole, ma è anche grande poiché ne è consapevole".


Per lui l'unica scelta possibile è l'accettazione della propria condizione, riscattabile però alla luce del Cristianesimo, con la riscoperta del divino, non però del "Dio dei filosofi", che è poi quello cartesiano, ma del "Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe, che è amore e consolazione, e riempie l'anima ed il cuore".


Da qui dunque la famosa "scommessa" di Pascal: Dio non può essere dimostrato dalla ragione, ma va sentito nel cuore. Secondo Pascal, noi uomini siamo chiamati a decidere se vivere come se Dio non ci fosse, concentrandoci sui piccoli beni fugaci di questo mondo, oppure come se Dio ci fosse, puntando invece sulla beatitudine infinita in Lui.


Per lui vale la pena di scommettere su Dio, perché "dovunque ci sia l'infinito e non ci sia un'infinità probabilità di perdere contro quella di vincere, non bisogna esitare, ma dare tutto. E' il cuore che sente Dio, non la ragione. E' grazie ad esso che conosciamo i princìpi primi ed inutilmente il ragionamento, che non vi ha parte, s'industria per combatterli".


A distanza di circa 350 anni dalla loro prima edizione, realizzata postuma, i "Pensieri" di Pascal mantengono un'incredibile freschezza e attualità , tanto che la loro (ri)lettura  risulta fondamentale per quanti cerchino risposte sulla vita e la condizione umana.


(Testo di Anselmo Pagani)

domenica 29 novembre 2020

Il tempo

 Noi non viviamo mai nel presente. Anticipiamo il futuro, troppo lento ad arrivare, come per affrettarne il corso, o ricordiamo il passato, troppo rapido nel passare, come per fermarlo. Vaghiamo, imprudenti, in tempi che non ci appartengono e non pensiamo affatto al solo che ci appartiene; vanamente preoccupati di quelli che non sono che un nulla, senza riflettere fuggiamo l’unico tempo che abbia realtà. E’ che il presente per lo più ci ferisce. Lo nascondiamo alla nostra vista perché ci fa star male e se è piacevole è allora spiacevole vederlo passare. Tentiamo di farlo durare verso il futuro e ci preoccupiamo di predisporre cose che non sono affatto sotto il nostro controllo perché sono in un tempo – il futuro – che non siamo affatto sicuri di riuscire a vivere.


— Blaise Pascal


lunedì 9 febbraio 2015

L’animo umano e la domanda di felicità

L’animo umano e la domanda di felicità

***



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febbraio 8, 2015 Giovanni Fighera
Pubblichiamo parte del primo capitolo di “Che cos’è dunque la felicità, mio caro amico?” di Giovanni Fighera, ripubblicato in questi giorni da Ares.
fighera-felicita-amicoPubblichiamo parte del primo capitolo di Che cos’è dunque la felicità, mio caro amico? di Giovanni Fighera, ripubblicato in questi giorni da Ares. Dello stesso volume abbiamo già anticipato la prefazione di monsignor Luigi Negri, arcivescovo di Ferrara-Comacchio.
Un personaggio del romanzo di I. Turgenev Padri e figli, Odincova, chiede all’amico Bazarov perché “anche quando godiamo, ad esempio, di una musica, di una buona serata, della conversazione con gente simpatica, perché tutto ciò sembra piuttosto un’allusione a non so che smisurata felicità che esiste in qualche luogo, anziché una felicità reale, cioè, tale che la possediamo noi”.
Per provare a rispondere alla sua domanda dobbiamo tentare di impostare bene il problema della felicità, ovvero risalire alla natura dell’animo umano. Partiremo, quindi, dall’analisi che G. Leopardi conduce sulla questione.
Pochi autori, infatti, sono stati così lucidi nel descrivere la natura del nostro animo, assetato di una felicità piena, assoluta, infinita, proprio perché il nostro animo è “capacità di Infinito”. Noi abbiamo un cuore (nel senso biblico del termine), ovvero un complesso di esigenze originarie (l’esigenza di felicità, di amore, di giustizia, di bellezza) per cui ciascuno di noi è attratto dal bello, dal vero, dal giusto, dal bene, almeno quando siamo nella nostra posizione più autentica e vera. È questo cuore che ci fa sobbalzare all’ascolto della sinfonia n. 40 di Mozart, che ci fa provare un sentimento di ebbrezza e, nel contempo, inquietudine alla rappresentazione del Don Giovanni alla Scala o che, ancora, ci fa rimanere in estasi, presi da ammirazione e tremore, di fronte alla Cappella Sistina. È sempre questo cuore che ci fa palpitare alla vista di un tramonto o di un cielo stellato o al ritorno dal lavoro della donna a cui ci siamo uniti per tutta la vita. È sempre questo cuore che ci fa restare rapiti di fronte alle parole pronunciate con verità da qualcuno che magari mai avevamo incontrato prima: il nostro cuore, infatti, coglie la corrispondenza tra quanto desidera e quanto incontra.
Ebbene, questo cuore può essere paragonato ad un recipiente “capace” di Infinito (capax è il termine latino per indicare la capacità di contenere), perché non è mai colmo: puoi, infatti, riempirlo di bevande differenti in continuazione, ma il liquido non giungerà mai all’orlo del bicchiere, del contenitore. Quante volte facciamo l’esperienza di avere apparentemente colmato il nostro desiderio di felicità, ma subito dopo l’esperienza dell’amarezza e della tristezza si fa largo! Gli studiosi di economia (lasciatemi passare il paragone, anche se evidentemente il confronto ha un sapore ironico) potrebbero parlare di un “bisogno” risorgente e mai pienamente soddisfatto.
Questa peculiarità è tipica soltanto dell’uomo. Leopardi scrive nello Zibaldone di pensieri: “Tutto è o può essere contento di se stesso eccetto l’uomo, il che mostra che la sua esistenza non si limita a questo mondo, come quella dell’altre cose”. Noi uomini siamo “miseri inevitabilmente ed essenzialmente per natura nostra… Cosa la quale dimostra che la nostra esistenza non è finita dentro questo spazio temporale come quella dei bruti”.
Nella stessa pagina del testo miscellaneo Leopardi arriva ad affermare che “una delle grandi prove dell’immortalità dell’anima è la infelicità dell’uomo paragonato alle bestie che sono felici o quasi felici”. Queste riflessioni, poste quasi all’inizio del suo diario filosofico ed esistenziale richiamano, indubbiamente, alla mente la distanza tra il pastore e il gregge nel “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”: il pastore è assalito dal tedio, quando giace oziando, mentre il gregge non sembra essere angustiato da nessun pungolo, non sembra conoscere la noia.
“O greggia mia che posi, oh te beata,
Che la miseria tua, credo, non sai!
Quanta invidia ti porto!
Non sol perché d’affanno
Quasi libera vai;
Ch’ogni stento, ogni danno,
Ogni estremo timor subito scordi;
Ma più perché giammai tedio non provi.
Quando tu siedi all’ombra, sovra l’erbe,
Tu se’ queta e contenta;
E gran parte dell’anno
Senza noia consumi in quello stato”.
È chiaro che il Recanatese non vuole, qui, porre una distinzione solo tra l’uomo e gli altri esseri viventi, ma anche tra chi è Uomo, compos sui, presente a se stesso, cosciente della propria natura (il pastore che rappresenta il filosofo, nel senso di chi si interroga sull’esistenza, sulla vita, chi si pone con la semplicità del cuore che gli è stato donato fin dalla nascita, chi non recede dalla propria natura rinnegando la fibra più originaria del proprio essere) e chi vive dimentico di sé, come un bruto, soffocando o rinnegando il proprio cuore.
Vi è un canto dantesco in cui ben emerge questa contrapposizione tra pastore e gregge, tra atteggiamento davvero umano e degradamento dell’uomo a natura istintiva e, perciò, animalesca. Siamo in Malebolge, nell’VIII cerchio dell’Inferno, dove sono puniti i consiglieri di frode, ovvero coloro che hanno fatto uso dell’arte della parola per ingannare gli altri. Qui incontriamo Ulisse che risponde alla domanda che Virgilio gli pone riguardo a come si sia concluso il suo ultimo viaggio. Mentre racconta, ad un certo punto Ulisse rievoca le parole che declamò davanti ai compagni per spronarli, ormai stanchi e scettici, un’ultima volta, a portare a termine l’impresa:

“Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza
”.
(Inferno XXVI, vv. 118-120)
Ecco contrapposti tra loro Ulisse e i bruti: Ulisse che parte, indomito, che non può essere trattenuto neanche dagli affetti più cari, perché neanche quelli possono saziare il suo ardore di conoscere, di “divenir del mondo esperto,/ e de li vizi umani e del valore”(Inferno XXVI, vv. 98-99) e chi se ne sta tranquillo, sdraiato, senza porsi domande, senza alcuna inquietudine. Dobbiamo avere rispetto di questo “religioso” sentimento di insoddisfazione e di inquietudine, di questa tristezza che deriva da una tensione inesausta all’infinito, alla compiutezza e alla perfezione, di quel sentimento che Leopardi definisce laconicamente col termine “noia”.
Essa è
in qualche modo il più sublime dei sentimenti umani,… il non potere essere soddisfatto da alcuna cosa terrena, né, per dir così, dalla terra intera; considerare l’ampiezza inestimabile della spazio, il numero e la mole meravigliosa dei mondi, e trovare che tutto è poco e piccino alla capacità dell’animo proprio; immaginarsi il numero dei mondi infinito, e l’universo infinito, e sentire che l’animo umano e il desiderio nostro sarebbe ancora più grande che sì fatto universo; e sempre accusare le cose di insufficienza e di nullità, e patire mancamento e voto, e però noia, pare a me il maggior segno di grandezza e nobiltà, che si vegga della natura umana” (Pensieri, LXVIII).
La noia[9] è il sentimento che denuncia in maniera inconfondibile la statura umana, l’aspirazione all’Infinito del nostro animo, la sua incapacità di accontentarsi di piaceri finiti e limitati, la necessità di incontrare un piacere infinito che corrisponda al proprio cuore. La ragione umana riconosce questa incapacità dell’uomo a soddisfarsi, la necessità che ci si imbatta in qualcos’altro. “La perfezione della ragione consiste in conoscere la sua propria insufficienza a felicitarci” e, con grande intuizione che riprenderemo al momento opportuno, Leopardi arriva ad affermare che “l’uomo corrotto non poteva essere perfezionato né felicitato se non dalla rivelazione, ossia dalla Religione”. E ancora
“l’esperienza conferma che l’uomo qual è ridotto non può essere felice sodamente se non in uno stato (ma veramente) religioso…”.
Ciò che dà consistenza alle cose è solo “la persuasione di un’altra vita. Ma questa ci deve persuadere; dunque bisogna che la religione ci persuada”.
Quindi, la ragione al suo culmine non canta vittoria come accade in tanta cultura illuministica francese. Del resto, lo stesso Kant aveva avvertito che “la ragione umana, in una specie delle sue conoscenze, ha il destino particolare di essere tormentata da problemi che non può evitare, perché le sono posti dalla natura stessa della ragione, ma dei quali non può trovare la soluzione, perché oltrepassano ogni potere della ragione umana. In tale imbarazzo cade senza sua colpa”.
Dunque il giovane Leopardi, formato secondo la cultura illuministica, arriva a riconoscere che la ragione non è ratio sui et universi, misura di sé e di tutta la realtà, bensì al suo culmine, al suo vertice giunge a riconoscere il Mistero e la propria incapacità a darci la felicità da soli. Quale distanza dallo scientismo, dall’autonomismo, dal prometeismo, tanto millantati dai suoi contemporanei intellettuali, chiamati filosofi o ideologi, dai letterati poligrafi, eruditi, enciclopedici, umanitari e cosmopoliti.
Se scorriamo lo Zibaldone, più avanti alla pagine 3171 e 3172, Leopardi mostra una sconvolgente sintonia con il pensiero del filosofo Blaise Pascal che aveva riconosciuto la grandezza dell’uomo proprio nell’essere “canna pensante”. Ne I pensieri il filosofo francese, infatti, scriveva:

“ L’uomo non è che una canna, la più debole della natura; ma è una canna pensante. Non c’è bisogno che tutto l’universo s’armi per schiacciarlo: un vapore, una goccia d’acqua basta a ucciderlo. Ma, anche se l’universo lo schiacciasse, l’uomo sarebbe ancor più nobile di chi lo uccide, perché sa di morire e conosce la superiorità dell’universo su di lui; l’universo invece non ne sa niente.”
Poco dopo, ancora affermava:
“La grandezza dell’uomo è grande in questo: che si riconosce miserabile. Un albero non sa di essere miserabile. Dunque essere miserabile equivale a conoscersi miserabile; ma essere grande equivale a conoscere di essere miserabile”.
L’uomo ha una facoltà che non è data agli altri esseri viventi, quella di percepire sé all’interno del mondo, della natura, degli spazi smisurati dell’universo e del cosmo e di cogliere la sproporzione tra il proprio io piccolo e la maestà e grandezza (che sembra infinita) di quanto ci circonda. L’uomo percepisce la distanza tra l’angusto limite temporale nel quale ci è dato vivere e il tempo degli astri e dell’universo e, ancor più, l’eternità che non riusciamo neanche a pensare!
“Tornato alla considerazione di sé, l’uomo esamini ciò che egli è rispetto a ciò che esiste; si consideri come sperduto in questo remoto angolo della natura, e da questa piccola cella dove si trova rinchiuso, voglio dire l’universo, impari a stimare la terra, i regni, le città e se stesso nel loro giusto valore. Che cos’è un uomo nell’infinito?… Chi si contempla così, si spaventa di se stesso e considerandosi, nella mole che la natura gli ha dato, come sospeso tra i due abissi dell’infinito e del nulla, tremerà alla vista di quelle meraviglie; e credo che, mutando la sua curiosità in ammirazione, sarà più disposto a contemplarle in silenzio che a investigarle con presunzione. Che cos’è in fondo l’uomo nella natura? Un nulla rispetto all’infinito, un tutto rispetto al nulla, un qualcosa di mezzo tra il niente e il tutto. Infinitamente lontano dall’abbracciare gli estremi, la fine delle cose e il loro principio gli sono invincibilmente nascosti in un impenetrabile segreto, ed egli è ugualmente incapace di vedere il nulla da cui è stato tratto e l’infinito dal quale è inghiottito”.
Ecco perché per descrivere la condizione esistenziale dell’uomo Pascal utilizzava l’immagine di un marinaio che naviga in un vasto mare, sempre incerto e instabile, sballottato da una parte all’altra, alla ricerca di uno scoglio a cui potersi aggrappare. Il tentativo risulta, però, sempre vano. Per questo, noi ci troviamo in una situazione naturale che è “la più contraria alla nostra inclinazione: desideriamo ardentemente trovare un assetto stabile e una base ultima per edificarvi una torre che si levi fino all’infinito, ma ogni nostro fondamento si squarcia e la terra s’apre in abissi”.
Ebbene, nelle pagine dello Zibaldone sopra citate, anche Leopardi in maniera lucida pone la grandezza dell’uomo nel suo “sentire” (alla latina: “percepire con la testa, con la ragione”), che coglie la piccolezza di sé di fronte all’infinito, all’immensità. L’uomo è l’unico punto di autocoscienza del creato: di fronte all’immensità delle stelle l’uomo percepisce la sua pochezza e nel contempo intende “cose superiori alla sua natura”.
A tal proposito c’è grande sintonia tra il pensiero di Leopardi e uno dei salmi biblici che meglio descrivono la miseria/grandezza dell’uomo. Il Salmo 8 della Bibbia recita, infatti, così:

“Se guardo il cielo
nato dalle tue dita, la luna
e le stelle che tu hai fissato,
che cosa è l’uomo perché te ne ricordi,
cos’è il figlio di un uomo perché te ne curi?
Eppure lo diminuisti di poco agli angeli,
di gloria, d’onore lo hai incoronato:
potere gli hai dato sulle opere delle tue mani,
tutto hai lasciato ai suoi piedi;
tutte le greggi e i branchi, le bestie
delle campagne, gli uccelli
del cielo, i pesci e tutti quelli
che corrono per le vie del mare…”.
Una domanda simile riecheggia nei versi di Leopardi del canto “Sopra il ritratto di una bella donna scolpito nel monumento sepolcrale della medesima” dove il Poeta si chiede:
“Natura umana, or come
Se frale in tutto e vile,
Se polve ed ombra sei, tant’alto senti?”. (vv. 50-52)
Leopardi pensa ad una bellissima ragazza, morta. Che cos’è la sua bellezza ora se non polvere e immagine sbiadita nel ricordo? Perché se non siamo altro che polvere abbiamo la possibilità di innalzarci tanto in alto e di percepire e immaginare “cose” tanto più grandi di noi?
Da cosa si comprende che l’uomo è così grande da poter essere considerato solo un gradino più sotto degli angeli?
Leopardi risponderebbe così:

“Niuna cosa maggiormente dimostra la grandezza e la potenza dell’umano intelletto, né l’altezza e nobiltà dell’uomo, che il poter l’uomo conoscere e interamente comprendere e fortemente sentire la sua piccolezza. Quando egli considerando la pluralità dÈ mondi, si sente essere infinitesima parte di un globo ch’è minima parte d’uno degl’infiniti sistemi che compongono il mondo, e in questa considerazione stupisce della sua piccolezza, e profondamente sentendola e intentamente riguardandola, si confonde quasi col nulla, e perde quasi se stesso nel pensiero dell’immensità delle cose, e si trova quasi smarrito nella vastità incomprensibile dell’esistenza; allora con questo atto e con questo pensiero egli dà la maggior prova possibile della sua nobiltà, della forza e della immensa capacità della sua mente, la quale, rinchiusa in sì piccolo e menomo essere, è potuta pervenire a conoscere e intender cose tanto superiori alla natura di lui, e può abbracciare e contener col pensiero questa immensità medesima della esistenza e delle cose. Certo niuno altro essere pensante su questa terra giunge mai pure a concepire o immaginare di essere cosa piccola o in se o rispetto all’altre cose, eziandio ch’ei sia, quanto al corpo, una bilionesima parte dell’uomo, per nulla dire dell’animo. E veramente quanto gli esseri più son grandi, quale sopra tutti gli esseri terrestri si è l’uomo, tanto sono più capaci della conoscenza e del sentimento della propria piccolezza. Onde avviene che questa conoscenza e questo sentimento anche tra gli uomini sieno infatti tanto maggiori e più vivi, ordinari, continui e pieni, quanto l’individuo è di maggiore e più alto e più capace intelletto e ingegno”.
Queste affermazioni sono uno schiaffo alle pretese dell’uomo di conoscere tutto il reale attraverso le nuove acquisizioni scientifiche e il progresso e rappresentano, quindi, un deciso ridimensionamento dell’ottimismo scientista. Non sono certo un abbassamento del valore e della dignità dell’uomo, ché, anzi, proprio in questa autocoscienza (unica nel cosmo e, quindi, l’uomo è “l’autocoscienza del cosmo”) risiede la nobiltà e la grandezza dell’animo umano. Le parole di Leopardi servono, senz’altro, a ben inquadrare la polemica leopardiana contro la presunzione umana intendendola, tale polemica, non tanto come regressione dell’uomo al livello delle altre creature (così come qualcuno ha voluto intendere nel “Dialogo tra il folletto e lo gnomo”), bensì come demistificazione della pretesa umana di poter manipolare e violentare a proprio uso e consumo la natura e la realtà.

venerdì 15 agosto 2014

LA SCOMMESSA di Pascal

LA SCOMMESSA  di Pascal
***
- Esaminiamo dunque questo punto, e diciamo: Dio è o non è:  ma da quale parte propenderemo? La ragione non può dir nulla.  Un abisso  infinito ci separa. Si gioca un gioco all’estremità  di questa distanza infinita: testa o croce. Su che punterete? Seguendo la ragione non potete puntare né sull’una né sull’altra;  seguendo la ragione non potere escludere nessuna delle due.  Non accusate dunque di essere in errore coloro che hanno fatto  una scelta, perché voi non ne sapete nulla.  - No, ma io li accuserò non di avere fatto quella scelta, ma  di avere scelto, perché chi sceglie croce sbaglia tanto quanto  chi sceglie testa: sono entrambi in errore, è nel giusto chi non  scommette. - Sì, ma è necessario scommettere. Non siete liberi di farlo o  non farlo, ci siete costretti  . Testa o croce, cosa prenderete?   . Vediamo. Visto che bisogna scegliere  , vediamo cosa vi conviene di meno. Avete due cose da perdere, il vero e il bene, e  due cose da mettere in gioco, la vostra ragione e la vostra volontà, la vostra conoscenza e la vostra beati ; e la vostra  natura ha due cose da cui fuggire, l’errore e la miseria  . Visto  che bisogna necessariamente scegliere, la vostra ragione non è  offesa più da una scelta che dall’altra. Questo è un punto fermo.  Ma la vostra beatitudine? Soppesiamo il guadagno e la perdita  scegliendo croce: Dio esiste. Valutiamo questi due casi: se guadagnate, guadagnate tutto ; se perdete, non perdete nulla scommettete quindi che esiste, senza esitare.  - Questo è strano. Sì, bisogna scommettere, ma io rischio forse  troppo. Vediamo. Il rischio di guadagno e di perdita è uguale ; ora,  se aveste da guadagnare due vite contro una, potreste ancora  scommettere, ma se ne aveste tre da guadagnare, bisognerebbe  giocare (visto che giocare è una necessità) e sareste imprudenti,  costretti a giocare, se non giocaste la vostra vita per guadagnarne tre in un gioco in cui il rischio di perdita e di guadagno  è pari. Ma si tratta di un’eternità di vita e di felicità. Stando  così le cose, se vi fosse una infinità di possibilità di cui una  sola fosse a vostro favore, avreste ancora ragione di scommettere uno per avere due e non avrebbe senso, essendo obbligato  a giocare, non giocare una vita contro tre in un gioco in cui  di una infinità di possibilità ce n’è una a vostro favore, cioè  una infinità di vita infinitamente felice da guadagnare; ma c’è  qui una infinità di vita infinitamente felice da guadagnare, una  possibilità di vincita contro un numero finito di possibilità di  perdita, e ciò che voi giocate è finito. Non c’è posta che valga là dove c’è l’infinito e dove non si hanno infinite possibilità di  perdita contro altrettante di guadagno. Non c’è partita, bisogna  dar tutto. E così, quando si è costretti a giocare, si deve proprio  non ragionare per non rischiare la vita piuttosto che rischiarla  per la vincita infinita altrettanto pronta ad arrivare quanto la  perdita di niente Infatti non serve a nulla dire che è incerto il guadagno possi bile ed è certo il rischio, e che l’infinita distanza che c’è tra la  certezza di ciò che si mette in gioco e l’incertezza su ciò che si guadagnerà fa sì che il bene finito che si mette in gioco equival ga all’infinito che è incerto. Le cose non stanno così. Qualsiasi  giocatore rischia con certezza per guadagnare senza certezza ,  e così non pecca contro la ragione se rischia con certezza il  finito per guadagnare senza certezza il finito. Non c’è infinità  di distanza tra la certezza di ciò che si rischia e l’incertezza  del guadagno; questo è falso . La verità è che c’è uno scarto  infinito tra la certezza di vincere e la certezza di perdere, ma  l’incertezza di guadagnare è proporzionata alla certezza di ciò  che si rischia secondo la proporzione delle possibilità di guada gno e di perdita. Ne segue che, dove i rischi siano uguali da una  pare e dall’altra, nel gioco la posta è uguale contro uguale. Allora la certezza di ciò che si rischia è uguale all’incertezza del  guadagno, non è affatto infinitamente distante. Così la nostra  proposizione ha una forza infinita, quando c’è da rischiare  il finito in un gioco in cui c’è la stessa probabilità di guadagno  che di perdita, e l’infinito da guadagnare La proposizione è dimostrata e, se gli uomini sono capaci di  qualche verità, ecco, questa è una verità  - Lo riconosco, lo ammetto, ma... non c’è modo di vedere le  carte da dietro?  - Certo, le Scritture e il resto, ecc. - Sì, ma ho le mani legate e la bocca cucita, mi si fa scegliere a  forza, non ho alcuna libertà su questo, non mi si lascia libero  ,  e io sono fatto in modo tale che non posso credere. Che volete  dunque che io faccia? - È vero, ma sappiate che la vostra incapacità di credere deriva  dalle vostre passioni, perché la ragione è favorevole e tuttavia  voi non ci riuscite. Lavorate dunque non a convincervi attraverso l’aumento delle prove di Dio, ma attraverso la diminuzione  delle vostre passioni. Volete andare verso la fede e non ne co noscete il cammino. Volete guarire dall’incredulità e chiedete  qual è la medicina; imparate da coloro che sono state legati  come voi e che ora scommettono tutto il loro bene. Sono  persone che conoscono il cammino che vorreste seguire, sono  guarite da un male di cui vorreste guarire; seguite il metodo con  cui hanno cominciato. Cioè facendo tutto come se si credesse,  prendendo l’acqua benedetta, facendo dire delle messe, ecc.  Con naturalezza, questo vi porterà a credere, d’istinto  - Ma è questo che temo  - E perché? Che avete da perdere? Queste pratiche vi portano  a credere, perché placano le passioni che sono il vostro grande  ostacolo, ecc.  Fine di questo discorso. Ora, agire così che male vi può fare? Sarete fedele, una brava  persona, umile, riconoscente, farete del bene, amico sincero,  vero... Certo, è vero che non vivrete tra i piaceri malati nella gloria, tra le delizie; ma non ne avrete forse altri?  Vi dico che guadagnerete da questo cammino e che, a ogni passo compiuto, vedrete grande la certezza del guadagno e vicino  al nulla il rischio, fino al punto da sapere che avete scommesso  per una certa, infinita, per la quale non avete dato nulla cosa - Oh, questo discorso mi prende, mi incanta, etc.  - Se questo discorso vi piace e vi sembra ben fondato, sappia te che viene da un uomo che si è messo in ginocchio prima e  dopo, per pregare questo essere infinito e indivisibile, al quale  sottomette tutto se stesso, che voi facciate altrettanto per il vo stro proprio bene e per la sua gloria, e così la forza si accordi  con questa bassezza

lunedì 12 maggio 2014

Il presente ci ferisce

Il presente ci ferisce
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 «Noi non ci attendiamo mai al tempo presente. Anticipiamo l'avvenire, come se fosse troppo lento a venire, come per affrettare il suo corso; oppure ricordiamo il passato per fermarlo, come se fosse troppo veloce: tanto imprudenti da vagare nei tempi che non sono i nostri e da non pensare minimamente al solo che ci appartiene; tanto vani, da pensare a quelli che non sono più nulla e da fuggire senza riflessione il solo che è.  Il fatto è che di solito il presente ci ferisce. Noi lo nascondiamo alla nostra vista perché ci tormenta: e se ci dà gioia, ci affliggiamo di vederlo fuggire...
Ognuno esamini i suoi pensieri: li troverà completamente tesi al passato o all'avvenire.
Noi non pensiamo quasi mai al presente; e, se ci pensiamo, non lo facciamo che per prenderne la luce per disporre dell'avvenire.»
Pascal Pensieri

sabato 19 aprile 2014

Cosa dunque ci gridano questa avidità e questa impotenza

Cosa dunque ci gridano questa avidità e questa impotenza
 ***

  «Cosa dunque ci gridano questa avidità e questa impotenza, se non che un tempo ci fu nell’uomo una vera felicità, di cui ora gli restano soltanto il segno e la traccia del tutto vuota, che egli tenta invano di riempire con tutto quanto lo circonda, chiedendo alle cose assenti quanto non ottiene dalle presenti? Aiuto di cui sono tutte incapaci, perché questo abisso infinito non può essere colmato se non da un oggetto infinito».


Pascal, da Pensieri

giovedì 20 marzo 2014

“La conoscenza di Dio

 ***
“La conoscenza di Dio senza quella della propria miseria genera l’orgoglio.
La conoscenza della propria miseria senza la conoscenza di Dio genera la disperazione. La conoscenza di Gesù Cristo costituisce il giusto mezzo perchè noi vi troviamo e Dio e la nostra miseria”.
(Blaise Pascal)

sabato 15 marzo 2014

Al cuore di Leopardi 10. La società del divertimento distrae dalla felicità



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Al cuore di Leopardi 10. La società del divertimento distrae dalla felicità
Il divertimento e l'assopimento sono modi di evadere la vera ricerca della felicità. È il tema che emerge nell'operetta morale di Leopardi Dialogo di Malambruno e Farfarello. Mai idea è stata più attuale nella nostra società.

Nell’operetta morale «Dialogo di Malambruno e Farfarello», dopo aver chiesto la felicità al demone e aver ottenuto una risposta negativa, Malambruno desidererebbe almeno togliere l’infelicità. Farfarello risponde che ciò è impossibile a meno che non smetta di volersi bene. Se ciò che ci procura  tristezza è la domanda che sembra non trovare appagamento, è sufficiente smorzare la tensione del desiderio per stare, solo apparentemente, meglio.  Ecco perché un assopimento dell’animo è, in generale, piacevole, perché consiste in uno stordimento della ragione, in un annebbiamento delle domande del cuore: «Il desiderio del piacere diviene una pena, e una specie di travaglio abituale dell’anima. Quindi [... ] un assopimento dell’anima è piacevole. I turchi se lo procurano coll’oppio, ed è grato all’anima perché in quei momenti non è affannata dal desiderio, perché è come un riposo dal desiderio tormentoso, e impossibile a soddisfar pienamente; un intervallo come il sonno nel quale se ben l’anima forse non lascia di pensare, tuttavia non se n’avvede» (Zibaldone).
Nell’operetta morale «Dialogo di Torquato Tasso e del suo genio familiare» il protagonista  nella sua solitudine del convento / manicomio di Sant’Anna chiede allora quali siano i rimedi contro la noia, contro questo pungolo che non ci fa stare tranquilli, ma ci fa sospirare di desiderio. La risposta è «il sonno, l’oppio, il dolore». La società contemporanea sembra essere una fabbrica di assopimento dell’animo. L’oppio di cui parla Leopardi è la droga diffusa in tutte le sue forme nel mondo giovanile e anche in quello più adulto, le forme di felicità chimica, ovvero di stordimento e di distruzione graduale della ragione umana e del fisico. La droga sembra diventare abitudinaria accompagnatrice delle serate di chi vuole divertirsi, trattata come amica. A quale stordimento giunge spesso l’uomo! L’assopimento è, spesso, procacciato attraverso l’alcool, attraverso l’ebbrezza che toglie ogni inibizione e che, nel contempo, stordisce. Il genio familiare cita, però, anche un altro espediente, il sonno, che si può intendere nel senso letterale del termine o in quello metaforico di fuga dalla realtà, costruzione di una campana di vetro all’interno della quale ripararsi e non vivere. Quante forme di sonno esistono, quante forme di annichilimento della coscienza vengono sovente adottate! Il sonno è, però, senza che ricorriamo ad una lettura metaforica, la via immediata cui molti ricorrono per stare meno male. Non a caso chi si sente depresso  si rifugia spesso nel dormire.


Eppure, l’animo spesso predilige forme di assopimento più vitali. Quest’ultima può sembrare un’espressione ossimorica e paradossale, ma non lo è: infatti,  l’uomo, volendosi illudere di vivere e pensando che l’intensità della vita dipenda dalla quantità di attività, si riempie  le giornate di occupazioni, satura ogni spazio vuoto, eliminando le occasioni per pensare e per porsi domande. «La vita continuamente occupata» scrive Leopardi nello Zibaldone, «è la più felice, quando anche non sieno occupazioni e sensazioni vive, e varie. L’animo occupato è distratto da quel desiderio innato che non lo lascerebbe in pace, o lo rivolge a quei piccoli fini della giornata (il terminare un lavoro, il provvedere ai suoi bisogni ordinari, ec. ec. ec.) giacché li considera allora come piaceri (essendo piacere tutto quello che l’anima desidera), e conseguitone uno, passa a un altro, così che è distratto da desideri maggiori, e non ha campo di affliggersi della vanità e del vuoto delle cose e la speranza di quei piccoli fini […] bastano a riempirlo, e a trattenerlo nel tempo del suo riposo». Leopardi è, però, ben cosciente dell’inganno del divertimento e dell’occupazione continua della propria giornata con mille attività. Scrive, infatti, nello Zibaldone: «Né la occupazione né il divertimento qualunque, non danno veramente agli uomini piacere alcuno. Nondimeno è certo che l’uomo occupato o divertito comunque, è manco (meno)  infelice del disoccupato, e di quello che vive vita uniforme senza distrazione alcuna… Occupata o divertita (sottointeso la vita), ella si sente e si conosce meno, e passa, in apparenza più presto, e perciò solo, gli uomini occupati o divertiti, non avendo alcun bene né piacere più degli altri, sono però manco infelici: e gli uomini disoccupati e non divertiti, sono più infelici, non perché abbiano minori beni, ma per maggioranza di male, cioè maggior sentimento, conoscimento, e diuturnità (apparente) della vita».

La frenetica vita di oggi sembra la paradigmatica rappresentazione di una risposta che la società contemporanea ha dato alla questione della felicità, risposta pilotata dal potere che induce falsi bisogni e li pone come esigenze fondamentali dell’io. Siamo bombardati da messaggi che ci inducono a pensare in positivo per la moltitudine dei beni di consumo che l’uomo può ottenere, siamo immersi nella civiltà che ci gestisce il tempo libero ora per ora, come nei villaggi turistici dove il nostro divertimento è sentirci dire cosa fare e come occupare le nostre giornate. Riempire il vuoto, mettere a tacere l’horror vacui, che provoca un senso di vertigine, è la parola d’ordine attuale. I più, nella propria dimenticanza, non si avvedono neppure di non essere liberi in questo modo di agire, presuppongono di stare bene, semplicemente perché non sentono più la domanda. Paradossalmente una montagna di piaceri sommerge il vero desiderio.
Nei Pensieri Pascal definisce questo atteggiamento umano di distrazione con il termine divertissement. L’espressione  nel suo significato etimologico (dal latino divertere cioè «volgere qua e là, lontano dalla strada principale, dal solco tracciato») ben designa il tentativo, coscientemente o incoscientemente perpetrato, di strapparci dal nostro cuore originario, sede delle domande più autentiche sul significato e sul senso delle cose, attraverso distrazioni, palliativi, piaceri surrogati della felicità che hanno come conseguenza quella di alienarci, di allontanarci da noi stessi, di renderci estranei a noi stessi, di essere sempre fuori da noi così che «la nostra casa risulta disabitata». Per questo Pascal scrive: «Nulla è tanto insopportabile per l’uomo quanto lo stare in riposo completo, senza passioni, senza preoccupazioni, senza svaghi, senza applicazione. Allora sente il suo nulla, il suo abbandono, la sua insufficienza, la sua dipendenza, la sua impotenza, il suo vuoto. Immediatamente dal fondo della sua anima verranno fuori la noia, la tetraggine, la tristezza, l’affanno, il dispetto, la disperazione». L’uomo passa, così, da un piacere all’altro senza sosta, rimanendo deluso in continuazione, ma sopperendo a questo disinganno con l’immensa varietà dei piaceri. Spesso, non ha tempo di stancarsi dei piaceri, poiché vi si sofferma troppo poco e non ha lo spazio per riflettere sull’incapacità di essi a felicitarci. Ecco perché sovente, invece di approfondire i rapporti, si preferisce passare da un’amicizia all’altra, da un rapporto sentimentale all’altro nella paura che si possa altrimenti cogliere l’inganno di chi affida la felicità ad un bene (come idolo) oppure già nel puro cinismo che fa di ogni cosa un nulla, privo di significato e quindi bene interscambiabile. L’idolatria è l’altra faccia della medaglia su cui è rappresentata la cinica violenza di distruzione dei beni in una spietata iconoclastia: l’idolatria produce la stessa distruzione dell’idolo, quando l’uomo verifica la sua inadeguatezza e, quindi, lo distrugge e lo cambia in un altro idolo. Come si passa da un bene all’altro, così si passa anche da un luogo all’altro, come i ragazzi al sabato sera, in modo da riempire quelle lunghe ore della notte che si vorrebbero interminabili, ma che non si sa come trascorrere.
Potremmo essere tentati di autoescluderci da questi tentativi di assopire l’animo, pensando che droghe, alcool, moltitudini di piaceri riguardino forse altri, non noi. Forse non siamo, però, immuni dalla più comune delle smemoratezze, da quella borghesizzazione della vita, da quel desiderio di una «vita tranquilla» che ci lascia pensare che noi abbiamo già compiuto il nostro dovere, perché abbiamo lavorato ed è, quindi, giusta e meritata la serata di pura dimenticanza, come la vacanza del dolce far niente dopo un anno in cui le giornate sono state saturate dal lavoro e dall’iperattività. È la condizione del gregge, descritta  da Leopardi nel «Canto notturno di un pastore errante dell’Asia», un gregge che può oziare senza sentire il pungolo della noia, senza avvertire che siamo nati per Altro, per una felicità piena. Il gregge siamo tutti noi quando soffochiamo le domande sulla vita, quando preferiamo il quieto vivere, quando pensiamo nell’intimo del nostro cuore (senza magari osare confessarlo) che tanto la felicità vera non esiste e che convenga, quindi, godersi la tranquillità senza chiedere di più dalla vita, dagli amici, dal rapporto con la moglie o la fidanzata. Il monito dei Dante è, però, severo e risuona nelle nostre orecchie attraverso la voce di Ulisse: «Fatti non foste a viver come bruti,/ ma per seguir virtute e canoscenza».
 (pubblicato su La nuova bussola quotidiana del 17-11-2013)


giovedì 13 marzo 2014

Grandezza e miseria dell’uomo in Pascal e Leopardi

Grandezza e miseria dell’uomo in Pascal e Leopardi


                                               ***                                                


Se scorriamo lo Zibaldone, alla pagine 3171 e 3172, Leopardi mostra una sconvolgente sintonia con il pensiero del filosofo Blaise Pascal che aveva riconosciuto  la grandezza dell’uomo proprio nell’essere “canna pensante”. Ne I pensieri il filosofo francese, infatti, scriveva:
L’uomo non è che una canna, la più debole della natura; ma è una canna pensante. Non c’è bisogno che tutto l’universo s’armi per schiacciarlo: un vapore, una goccia d’acqua basta a ucciderlo. Ma, anche se l’universo lo schiacciasse, l’uomo sarebbe ancor più nobile di chi lo uccide, perché sa di morire e conosce la superiorità dell’universo su di lui; l’universo invece non ne sa niente.”

Poco dopo, ancora affermava:
La grandezza dell’uomo è grande in questo: che si riconosce miserabile. Un albero non sa di essere miserabile. Dunque essere miserabile equivale a conoscersi miserabile; ma essere grande equivale a conoscere di essere miserabile”.
L’uomo ha una facoltà che non è data agli altri esseri viventi, quella di percepire sé all’interno del mondo, della natura, degli spazi smisurati dell’universo e del cosmo e di cogliere la sproporzione tra il proprio io piccolo e la maestà e grandezza (che sembra infinita) di quanto ci circonda. L’uomo percepisce la distanza tra l’angusto limite temporale nel quale ci è dato vivere e il tempo degli astri e dell’universo e, ancor più, l’eternità che non riusciamo neanche a pensare!


“Tornato alla considerazione di sé, l’uomo esamini ciò che egli è rispetto a ciò che esiste; si consideri come sperduto in questo remoto angolo della natura, e da questa piccola cella dove si trova rinchiuso, voglio dire l’universo, impari a stimare la terra, i regni, le città e se stesso nel loro giusto valore. Che cos’è un uomo nell’infinito?... Chi si contempla così, si spaventa di se stesso e considerandosi, nella mole che la natura gli ha dato, come sospeso tra i due abissi dell’infinito e del nulla, tremerà alla vista di quelle meraviglie; e credo che, mutando la sua curiosità in ammirazione, sarà più disposto a contemplarle in silenzio che a investigarle con presunzione. Che cos’è in fondo l’uomo nella natura? Un nulla rispetto all’infinito, un tutto rispetto al nulla, un qualcosa di mezzo tra il niente e il tutto. Infinitamente lontano dall’abbracciare gli estremi, la fine delle cose e il loro principio gli sono invincibilmente nascosti in un impenetrabile segreto, ed egli è ugualmente incapace di vedere il nulla da cui è stato tratto e l’infinito dal quale è inghiottito”.
Ecco perché per descrivere la condizione esistenziale dell’uomo Pascal utilizzava l’immagine di un marinaio che naviga in un vasto mare, sempre incerto e instabile, sballottato da una parte all’altra, alla ricerca di uno scoglio a cui potersi aggrappare. Il tentativo  risulta, però, sempre vano. Per questo, noi ci troviamo in una situazione naturale che è la più contraria alla nostra inclinazione: desideriamo ardentemente trovare un assetto stabile e una base ultima per edificarvi una torre che si levi fino all’infinito, ma ogni nostro fondamento si squarcia e la terra s’apre in abissi”.
Ebbene, nelle pagine dello Zibaldone sopra citate, anche Leopardi  in maniera lucida pone la grandezza dell’uomo nel suo “sentire” (alla latina: “percepire con la testa, con la ragione”), che coglie la piccolezza di sé di fronte all’infinito, all’immensità. L’uomo è l’unico punto di autocoscienza del creato: di fronte all’immensità delle stelle l’uomo percepisce la sua pochezza e nel contempo  intende “cose superiori alla sua natura”.
A tal proposito c’è grande sintonia tra il pensiero di Leopardi e uno dei salmi biblici che meglio descrivono la miseria/grandezza dell’uomo. Il Salmo 8 della Bibbia recita, infatti, così:
“Se guardo il cielo
nato dalle tue dita, la lun
e le stelle che tu hai fissato,
che cosa è l’uomo perché te ne ricordi,
cos’è il figlio di un uomo perché te ne curi?

Eppure lo diminuisti di poco agli angeli,
di gloria, d’onore lo hai incoronato:
potere gli hai dato sulle opere  delle tue mani,
tutto hai lasciato ai suoi piedi;

tutte le greggi e i branchi, le bestie
delle campagne, gli uccelli
del cielo, i pesci e tutti quelli
che corrono per le vie del mare…”.

Una  domanda simile riecheggia nei versi di Leopardi del canto “Sopra il ritratto di una bella donna scolpito nel monumento sepolcrale della medesima” dove il Poeta si chiede:
“Natura umana, or come
Se frale in tutto e vile,
Se polve ed ombra sei, tant’alto senti?”. (vv. 50-52)
Leopardi pensa ad una bellissima ragazza, morta. Che cos’è la sua bellezza ora se non polvere e immagine sbiadita nel ricordo? Perché se non siamo altro che polvere abbiamo la possibilità di innalzarci tanto in alto e di percepire e immaginare “cose” tanto più grandi di noi?
Da cosa si comprende che l’uomo è così grande da poter essere considerato solo un gradino più sotto degli angeli?
Leopardi risponderebbe così:
Niuna cosa maggiormente dimostra la grandezza e la potenza dell’umano intelletto, né l’altezza e nobiltà dell’uomo, che il poter l’uomo conoscere e interamente comprendere e fortemente sentire la sua piccolezza. Quando egli considerando la pluralità dÈ mondi, si sente essere infinitesima parte di un globo ch’è minima parte d’uno degl’infiniti sistemi che compongono il mondo, e in questa considerazione stupisce della sua piccolezza, e profondamente sentendola e intentamente riguardandola, si confonde quasi col nulla, e perde quasi se stesso nel pensiero dell’immensità delle cose, e si trova quasi smarrito nella vastità incomprensibile dell’esistenza; allora con questo atto e con questo pensiero egli dà la maggior prova possibile della sua nobiltà, della forza e della immensa capacità della sua mente, la quale, rinchiusa in sì piccolo e menomo essere, è potuta pervenire a conoscere e intender cose tanto superiori alla natura di lui, e può abbracciare e contener col pensiero questa immensità medesima della esistenza e delle cose. Certo niuno altro essere pensante su questa terra giunge mai pure a concepire o immaginare di essere cosa piccola o in se o rispetto all’altre cose, eziandio ch’ei sia, quanto al corpo,  una bilionesima parte dell’uomo, per nulla dire dell’animo. E veramente quanto gli esseri più son grandi,  quale sopra tutti gli esseri terrestri si è l’uomo, tanto sono più capaci della conoscenza e del sentimento della propria piccolezza. Onde avviene che questa conoscenza e questo sentimento anche tra gli uomini sieno infatti tanto maggiori e più vivi, ordinari, continui e pieni, quanto l’individuo è di maggiore e più alto e più capace intelletto e ingegno”.
Queste affermazioni sono uno schiaffo alle pretese dell’uomo di conoscere tutto il reale attraverso le nuove acquisizioni scientifiche e il progresso e rappresentano, quindi,  un deciso ridimensionamento  dell’ottimismo scientista. Non sono certo un abbassamento del valore e della dignità dell’uomo, ché,  anzi, proprio in questa autocoscienza (unica nel cosmo e, quindi, l’uomo è “l’autocoscienza del cosmo”)  risiede la nobiltà e la grandezza dell’animo umano. Le parole di Leopardi servono, senz’altro,  a ben inquadrare la polemica leopardiana contro la presunzione umana intendendola, tale polemica, non tanto come regressione dell’uomo al livello delle altre creature (così come qualcuno ha voluto intendere nel “Dialogo tra il folletto e lo gnomo”), bensì come demistificazione della pretesa umana di poter manipolare e violentare a proprio uso e consumo la natura e la realtà.

venerdì 31 gennaio 2014

la sete di "infinito"

la sete di "infinito"
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«Cosa dunque ci gridano questa avidità e questa impotenza, se non che un tempo ci fu nell’uomo una vera felicità, di cui ora gli restano soltanto il segno e la traccia del tutto vuota, che egli tenta invano di riempire con tutto quanto lo circonda, chiedendo alle cose assenti quanto non ottiene dalle presenti? Aiuto di cui sono tutte incapaci, perché questo abisso infinito non può essere colmato se non da un oggetto infinito».


Pascal, da Pensieri

domenica 26 gennaio 2014

La società del divertimento distrae dalla felicità



Al cuore di Leopardi 10. La società del divertimento distrae dalla felicità  E-mail

                                               ***                                    



Il divertimento e l'assopimento sono modi di evadere la vera ricerca della felicità. È il tema che emerge nell'operetta morale di Leopardi Dialogo di Malambruno e Farfarello. Mai idea è stata più attuale nella nostra società.
Nell’operetta morale «Dialogo di Malambruno e Farfarello», dopo aver chiesto la felicità al demone e aver ottenuto una risposta negativa, Malambruno desidererebbe almeno togliere l’infelicità. Farfarello risponde che ciò è impossibile a meno che non smetta di volersi bene. Se ciò che ci procura  tristezza è la domanda che sembra non trovare appagamento, è sufficiente smorzare la tensione del desiderio per stare, solo apparentemente, meglio.  Ecco perché un assopimento dell’animo è, in generale, piacevole, perché consiste in uno stordimento della ragione, in un annebbiamento delle domande del cuore: «Il desiderio del piacere diviene una pena, e una specie di travaglio abituale dell’anima. Quindi [... ] un assopimento dell’anima è piacevole. I turchi se lo procurano coll’oppio, ed è grato all’anima perché in quei momenti non è affannata dal desiderio, perché è come un riposo dal desiderio tormentoso, e impossibile a soddisfar pienamente; un intervallo come il sonno nel quale se ben l’anima forse non lascia di pensare, tuttavia non se n’avvede» (Zibaldone).
Nell’operetta morale «Dialogo di Torquato Tasso e del suo genio familiare» il protagonista  nella sua solitudine del convento / manicomio di Sant’Anna chiede allora quali siano i rimedi contro la noia, contro questo pungolo che non ci fa stare tranquilli, ma ci fa sospirare di desiderio. La risposta è «il sonno, l’oppio, il dolore». La società contemporanea sembra essere una fabbrica di assopimento dell’animo. L’oppio di cui parla Leopardi è la droga diffusa in tutte le sue forme nel mondo giovanile e anche in quello più adulto, le forme di felicità chimica, ovvero di stordimento e di distruzione graduale della ragione umana e del fisico. La droga sembra diventare abitudinaria accompagnatrice delle serate di chi vuole divertirsi, trattata come amica. A quale stordimento giunge spesso l’uomo! L’assopimento è, spesso, procacciato attraverso l’alcool, attraverso l’ebbrezza che toglie ogni inibizione e che, nel contempo, stordisce. Il genio familiare cita, però, anche un altro espediente, il sonno, che si può intendere nel senso letterale del termine o in quello metaforico di fuga dalla realtà, costruzione di una campana di vetro all’interno della quale ripararsi e non vivere. Quante forme di sonno esistono, quante forme di annichilimento della coscienza vengono sovente adottate! Il sonno è, però, senza che ricorriamo ad una lettura metaforica, la via immediata cui molti ricorrono per stare meno male. Non a caso chi si sente depresso  si rifugia spesso nel dormire.


Eppure, l’animo spesso predilige forme di assopimento più vitali. Quest’ultima può sembrare un’espressione ossimorica e paradossale, ma non lo è: infatti,  l’uomo, volendosi illudere di vivere e pensando che l’intensità della vita dipenda dalla quantità di attività, si riempie  le giornate di occupazioni, satura ogni spazio vuoto, eliminando le occasioni per pensare e per porsi domande. «La vita continuamente occupata» scrive Leopardi nello Zibaldone, «è la più felice, quando anche non sieno occupazioni e sensazioni vive, e varie. L’animo occupato è distratto da quel desiderio innato che non lo lascerebbe in pace, o lo rivolge a quei piccoli fini della giornata (il terminare un lavoro, il provvedere ai suoi bisogni ordinari, ec. ec. ec.) giacché li considera allora come piaceri (essendo piacere tutto quello che l’anima desidera), e conseguitone uno, passa a un altro, così che è distratto da desideri maggiori, e non ha campo di affliggersi della vanità e del vuoto delle cose e la speranza di quei piccoli fini […] bastano a riempirlo, e a trattenerlo nel tempo del suo riposo». Leopardi è, però, ben cosciente dell’inganno del divertimento e dell’occupazione continua della propria giornata con mille attività. Scrive, infatti, nello Zibaldone: «Né la occupazione né il divertimento qualunque, non danno veramente agli uomini piacere alcuno. Nondimeno è certo che l’uomo occupato o divertito comunque, è manco (meno)  infelice del disoccupato, e di quello che vive vita uniforme senza distrazione alcuna… Occupata o divertita (sottointeso la vita), ella si sente e si conosce meno, e passa, in apparenza più presto, e perciò solo, gli uomini occupati o divertiti, non avendo alcun bene né piacere più degli altri, sono però manco infelici: e gli uomini disoccupati e non divertiti, sono più infelici, non perché abbiano minori beni, ma per maggioranza di male, cioè maggior sentimento, conoscimento, e diuturnità (apparente) della vita».
La frenetica vita di oggi sembra la paradigmatica rappresentazione di una risposta che la società contemporanea ha dato alla questione della felicità, risposta pilotata dal potere che induce falsi bisogni e li pone come esigenze fondamentali dell’io. Siamo bombardati da messaggi che ci inducono a pensare in positivo per la moltitudine dei beni di consumo che l’uomo può ottenere, siamo immersi nella civiltà che ci gestisce il tempo libero ora per ora, come nei villaggi turistici dove il nostro divertimento è sentirci dire cosa fare e come occupare le nostre giornate. Riempire il vuoto, mettere a tacere l’horror vacui, che provoca un senso di vertigine, è la parola d’ordine attuale. I più, nella propria dimenticanza, non si avvedono neppure di non essere liberi in questo modo di agire, presuppongono di stare bene, semplicemente perché non sentono più la domanda. Paradossalmente una montagna di piaceri sommerge il vero desiderio.
Nei Pensieri Pascal definisce questo atteggiamento umano di distrazione con il termine divertissement. L’espressione  nel suo significato etimologico (dal latino divertere cioè «volgere qua e là, lontano dalla strada principale, dal solco tracciato») ben designa il tentativo, coscientemente o incoscientemente perpetrato, di strapparci dal nostro cuore originario, sede delle domande più autentiche sul significato e sul senso delle cose, attraverso distrazioni, palliativi, piaceri surrogati della felicità che hanno come conseguenza quella di alienarci, di allontanarci da noi stessi, di renderci estranei a noi stessi, di essere sempre fuori da noi così che «la nostra casa risulta disabitata». Per questo Pascal scrive: «Nulla è tanto insopportabile per l’uomo quanto lo stare in riposo completo, senza passioni, senza preoccupazioni, senza svaghi, senza applicazione. Allora sente il suo nulla, il suo abbandono, la sua insufficienza, la sua dipendenza, la sua impotenza, il suo vuoto. Immediatamente dal fondo della sua anima verranno fuori la noia, la tetraggine, la tristezza, l’affanno, il dispetto, la disperazione». L’uomo passa, così, da un piacere all’altro senza sosta, rimanendo deluso in continuazione, ma sopperendo a questo disinganno con l’immensa varietà dei piaceri. Spesso, non ha tempo di stancarsi dei piaceri, poiché vi si sofferma troppo poco e non ha lo spazio per riflettere sull’incapacità di essi a felicitarci. Ecco perché sovente, invece di approfondire i rapporti, si preferisce passare da un’amicizia all’altra, da un rapporto sentimentale all’altro nella paura che si possa altrimenti cogliere l’inganno di chi affida la felicità ad un bene (come idolo) oppure già nel puro cinismo che fa di ogni cosa un nulla, privo di significato e quindi bene interscambiabile. L’idolatria è l’altra faccia della medaglia su cui è rappresentata la cinica violenza di distruzione dei beni in una spietata iconoclastia: l’idolatria produce la stessa distruzione dell’idolo, quando l’uomo verifica la sua inadeguatezza e, quindi, lo distrugge e lo cambia in un altro idolo. Come si passa da un bene all’altro, così si passa anche da un luogo all’altro, come i ragazzi al sabato sera, in modo da riempire quelle lunghe ore della notte che si vorrebbero interminabili, ma che non si sa come trascorrere.
Potremmo essere tentati di autoescluderci da questi tentativi di assopire l’animo, pensando che droghe, alcool, moltitudini di piaceri riguardino forse altri, non noi. Forse non siamo, però, immuni dalla più comune delle smemoratezze, da quella borghesizzazione della vita, da quel desiderio di una «vita tranquilla» che ci lascia pensare che noi abbiamo già compiuto il nostro dovere, perché abbiamo lavorato ed è, quindi, giusta e meritata la serata di pura dimenticanza, come la vacanza del dolce far niente dopo un anno in cui le giornate sono state saturate dal lavoro e dall’iperattività. È la condizione del gregge, descritta  da Leopardi nel «Canto notturno di un pastore errante dell’Asia», un gregge che può oziare senza sentire il pungolo della noia, senza avvertire che siamo nati per Altro, per una felicità piena. Il gregge siamo tutti noi quando soffochiamo le domande sulla vita, quando preferiamo il quieto vivere, quando pensiamo nell’intimo del nostro cuore (senza magari osare confessarlo) che tanto la felicità vera non esiste e che convenga, quindi, godersi la tranquillità senza chiedere di più dalla vita, dagli amici, dal rapporto con la moglie o la fidanzata. Il monito dei Dante è, però, severo e risuona nelle nostre orecchie attraverso la voce di Ulisse: «Fatti non foste a viver come bruti,/ ma per seguir virtute e canoscenza».
 (pubblicato su La nuova bussola quotidiana del 17-11-2013)