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Il problema dell'uomo
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Una
delle tragedie del mondo contemporaneo, invece, ciò che ha reso la sua
vita insopportabile e piena di angoscia è il fatto che l'uomo
ha creduto di potersi affermare meglio e più pienamente liberandosi di
Dio, ma in realtà ciò che ha ottenuto è esattamente il contrario: «Il
problema fondamentale dei nostri giorni non è il problema di Dio - come
pensano molti, come pensano spesso anche i cristiani che esortano alla
rinascita cristiana, - il problema fondamentale dei nostri giorni è
innanzitutto il problema dell'uomo», avrebbe detto più tardi Berdjaev, e quindi avrebbe precisato: «gli
uomini hanno rinnegato Dio, ma così facendo non hanno messo in dubbio
la dignità di Dio, bensì la dignità dell’uomo. L'uomo non può tenersi in
piedi senza Dio. Per l'uomo Dio è appunto l'idea suprema, - la realtà
che edifica l'uomo».
Senza
Dio l'uomo finisce prima o poi per stancarsi di se stesso e della vita
tutta, in un'ansia suicida di cui oggi vediamo le manifestazioni più
clamorose in certe forme di terrorismo nichilista, ma le cui origini
erano già state colte lucidamente dalla filosofia religiosa russa nelle
premesse dell'umanesimo antropocentrico.
Gli
uomini, rinnegando Dio, non hanno soltanto rinnegato l'uomo, ma hanno
finito col distruggere il mondo stesso e la vita: senza un Dio davanti
al quale riconoscere il proprio peccato e dal quale attendere la
salvezza, l'uomo non solo è ridotto a un essere inevitabilmente senza
speranza, ma i suoi mali e le sue disgrazie restano appese al nulla; è quanto dimostra, dice Berdjaev, «la filosofia di Heidegger, nella quale l'essere
è decaduto nella sua essenza ma non è decaduto da nulla»: su tutto
regna appunto il nulla, non solo l'uomo si è stancato di se stesso, ma
lo stesso mondo si è stancato di sé.
L'ateismo moderno, così come viene messo in luce dalla filosofia religiosa russa, è ben diverso da quello classico:
il suo vero nemico non è Dio, ma il mondo di Dio e ciò che sta al
centro del mondo di Dio, l'uomo e la sua vita; è sempre Berdjaev che lo
dice in maniera esplicita: «le eresie generate dalla civiltà attuale
sono molto diverse dalla eresie dei primi secoli del cristianesimo, non
sono eresie teologiche, sono eresie della vita stessa».
Il
rovesciamento di questa distruzione dell'uomo, il carattere
rivoluzionario della risposta che la filosofia religiosa russa
contrappone all'ateismo moderno sta tutto nel fatto che questa risposta
non tende a ripristinare innanzitutto i diritti di Dio e del mondo
religioso: se l'uomo non può essere il padrone del mondo e non può
pretendere di esserlo e di dominare il mondo, questo non significa che
l'uomo debba essere dominato e debba accettare di essere dominato, anzi,
l'uomo deve aspirare alla propria grandezza, ma può essere veramente
libero e grande proprio a patto che si liberi dalla sua pretesa di
costruire un mondo totalmente antropocentrico, pretesa che è contraria
alla sua realtà e alla sua natura di essere «a un tempo terreno e
celeste»; allora,
avendo riconosciuto il fatto che lo costituisce, il fatto di non essere
al mondo da sempre ma di aspirare comunque all'immortalità, l'uomo si
riconosce innanzitutto come creatura di Dio, e qui la sua originaria
dipendenza da Dio assume la forma e il nome di creaturalità: l'uomo si
riconosce creato a immagine e somiglianza di Dio. Ritrovando se stesso
nel Dio che si è fatto uomo, l'uomo si trova innalzato a livello di Dio,
liberato dalle forze della natura e della società e cosciente del fatto
che la sua irriducibilità a qualsiasi grandezza finita è radicata
proprio in questa origine celeste.
La
scoperta di questo nucleo irriducibile di umanità è l'esito
dell'esperienza che i rappresentanti della filosofia religiosa russa
fanno nel cuore del mondo contemporaneo e di quella sua molteplice crisi
(umana, politica, spirituale, artistica, culturale, e religiosa) che in
breve tempo avrebbe portato la Russia alla tragedia della rivoluzione e
il mondo alla tragedia del totalitarismo nazista e della seconda guerra
mondiale; ma
questa scoperta è nello stesso tempo ciò che li rende capaci di
cogliere questa crisi. Dallo sconcerto di un mondo che sembra aver
addirittura rimosso la nozione stessa di un senso e di una verità e nel
quale è scomparso il «criterio stesso di verità» nasce la nostalgia di
una verità incrollabile; dallo smarrimento di un mondo nel quale «l'uomo
ha smesso di distinguere la realtà dai prodotti dell'immaginazione
[...] che offrono un'utilità vitale e sociale» nasce appunto la domanda
infinita di un senso che porta la ragione umana ad aprirsi alla
rivelazione e a rispondere alla chiamata insita nella rivoluzione
stessa.
La
creazione dell'uomo a immagine e somiglianza di Dio è ad un tempo il
fondamento oggettivo (immagine) dell'essere dell'uomo e della sua
irriducibilità a qualcosa di finito e il motivo per cui l'uomo stesso si
sente chiamato a compiersi nella persona (somiglianza), che «è
diversità, unicità, irripetibilità, originalità, non somiglia ad altri,
[...] è l'eccezione e non la regola», rende l'uomo continuamente
eccedente rispetto a qualsiasi realizzazione propria o a qualsiasi
tentativo di riduzione.
Per
quanto possa salire in alto o per quanto possa cadere in basso l'uomo
continua a sentire una vocazione a qualcosa di più alto e di
incommensurabile che prova la sua grandezza e la sua origine: come avrebbe detto Vladimir Losskij, un altro grande pensatore russo della prima metà del XX secolo, «la persona significa l’irriducibilità dell'uomo alla sua natura». «Irriducibilità» e non «qualcosa di irriducibile» o «qualcosa che rende l'uomo irriducibile alla sua natura», appunto perché qui non può trattarsi di «qualcosa» di distinto, di un' «altra natura», ma di
qualcuno che si distingue dalla propria natura, di qualcuno che supera
la propria natura, pur contenendola, che la fa esistere come natura
umana attraverso questo superamento e, tuttavia, non esiste in se
stesso, al di fuori della natura che egli "enipostatizza" e che supera
incessantemente».
Adriano Dell’Asta
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