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mercoledì 20 febbraio 2013

La Spada nella Roccia di San Galgano

La Spada nella Roccia di San Galgano 

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La spada nella Roccia infissa nel 1180 da Galgano Guidotti sull'Eremo di Montesiepi.
Questo fu l’unico miracolo in vita di San Galgano, ma a distanza di oltre ottocento anni è ancora visibile.
  
Una straordinaria quanto sconosciuta reliquia del XII secolo, una spada nella roccia italiana.
Si tratta del corrispondente italiano della leggenda della spada nella roccia di re Artù, ma con note differenti: mentre la spada nella roccia venne estratta dal giovane Artù, questa spada venne conficcata nella roccia da San Galgano.
Si parla di uno dei luoghi più suggestivi della Toscana, a trenta chilometri da Massa Marittima, in provincia di Siena si trova la Rotonda di Montesiepi, così è chiamato il complesso dell’Eremo con la sua spada nella roccia, comprende anche le rovine di un’antichissima Abbazia Cistercense purtroppo in pessime condizioni, eretta nel 1182 nel posto dove San Galgano visse l’ultimo anno e lì dove infisse la sua spada nella roccia. L’Abbazia Cistercense fu eretta successivamente, attorno al 1218.
Purtroppo però dopo un paio di secoli cadde in rovina e, addirittura, il Commendatario Girolamo Vitelli, nel 1550, ne vendette il tetto in piombo.
Ci furono poi vari tentativi di ripristinare il convento ma, nel 1789, l’Abbazia venne sconsacrata e decadde definitivamente. Oggi le sue suggestive rovine infondono profonde emozioni, oramai si può mirare soltanto la sua struttura, oggi il suo soffitto sono le stelle ed il suo pavimento è un soffice prato verde.
 

La storia di San Galgano

E’ davvero interessante e ricca di significati profondi.
Galgano era un giovane di nobili origini, ma di ancor più nobili virtù.
Suo padre, Guidotto, lo lasciò orfano a giovane età, ma Galgano viveva con la sua madre Deonigia. Quando Galgano si convertì, la madre sognò San Michele Arcangelo che dolcemente le chiedeva di vestire a Cavaliere suo figlio, il quale sarebbe divenuto Cavaliere di Dio. Deonigia così fece e Galgano fu lieto ed onorato di seguire i comandi di San Michele, al quale era particolarmente devoto.
A distanza di tempo, quando era Cavaliere già valoroso, Galgano ebbe un sogno profetico.
Sognò San Michele, il quale gli disse: “seguitemi”.
Galgano ne fu lieto e prese a seguirlo sperando che fosse arrivato il momento in cui sarebbe divenuto Cavaliere di Dio, come disse il Santo nella visione della madre Deonigia.
Galgano seguiva il Santo giungendo fino ad un fiume. Arrivò davanti all’imbocco di un lungo ponte, il quale non si poteva superare se non a gran fatica. Sotto il ponte Galgano notò un mulino che girava spinto dalla corrente del fiume. Il mulino che gira sta a rappresentare gli eventi terreni che sono in continuo tumulto e agitazione, senza stabilità e del tutto transitorie.
Passando il ponte giunse ad uno stupendo prato fiorito e profumato, da lì continuò e gli parve di entrare nel sottosuolo. Quel luogo era Montesiepi e lì scorse una casupola circolare dove entrò. Al suo interno vi erano i Dodici Apostoli e, vicino a loro, un libro aperto; Galgano si avvicinò per leggerlo e vide queste parole: “Quoniam non cognovi licteraturam, introibo in potentias Domini, Domine memorabur iustitiae tuae solius”.
Alzando gli occhi, vide una visione meravigliosa ed estasiante.
Galgano chiese ai Dodici cosa fosse quella visione, Essi risposero che era Iddio e Uomo.
Udito che ebbe queste parole e meravigliato dalla visione, Galgano si svegliò.
Immediatamente corse, piangendo dalla gioia, a raccontare questa visione alla madre, supplicandola di partire insieme a lui alla volta di quel luogo della visione chiamato Montesiepi, assieme a maestri della lavorazione della pietra e del legname al fine di costruire quell’edificio mostratogli dall’Arcangelo e di dedicarlo alla Maestà Divina ed ai Dodici Apostoli.
Ma la madre non volle andare, erano in pieno inverno, il gelo e la scarsità di cibo la fece tentennare non poco, così Galgano prese il suo cavallo e partì da solo.
Il cammino era lungo ed arduo. Con grande stupore di Galgano, in un luogo non definito sulla via per il castello di Civitella, il suo cavallo s’arrestò e non volle muoversi per nessuna ragione; vani furono i tentativi del Santo di farlo avanzare, persino pungendolo con entrambi gli speroni.
Si stava facendo sera e Galgano dovette tornare indietro verso il castello della Pive di Luriano per alloggiarvi e passarvi la notte.
Il mattino seguente il Cavaliere riprese il viaggio ripercorrendo la strada per il castello di Civitella, ma allo stesso luogo del giorno precedente, il cavallo si fermò di nuovo e non volle continuare il cammino.
Allora Galgano scese da cavallo e, secondo la tradizione tramandataci dai frati di Montesiepi e giunta sino a noi, pronunciò la seguente preghiera:
“Creatore altissimo, principio di tutti e' principii, e che facesti lo mondo di quattro elementi, et che lo mondo, per li peccati degli uomini corrotto, per diluvio sì sanasti e purificasti, e che passare facesti lo tuo popolo e seme d'Abramo lo Mare Rosso a ppiedi secchi, e che, nel tempo de la plenitudine de la gratia, del seno del tuo Padre nel ventre de la Vergine Maria descendesti vestito de la nostra humanitade, e lo patibolo de la croce, li chiovi, e sputi, e fragellato e humiliato per ricomprarci sostenesti, e lo terzo dì resuscitando da morte a coloro che tti credettero apparisti, e che lo quadragesimo dì in cielo salisti, per cui comandamento e volontà tutte le cose procedono; drizzami ne le tue semite e ne la tua vita e nell'opere de' tuoi comandamenti, acciò che, al tuo servigio devotissimamente stando, lo promesso habito di cavaliere meriti d'acquistare, lo quale ne la visione mi mostrasti; e menami, Signor mio, ne la via de la pace e de la salute, siccome menasti lo tuo servo e profeta nel lago de' leoni, lo quale portasse lo cibo da mangiare a Daniello”.
Finito che ebbe di recitare la preghiera, il cavallo riprese a muoversi senza neanche l’ordine del padrone, così Galgano riuscì infine a giungere in quel luogo mostratogli dall’Arcangelo Michele: Montesiepi.
Con grande gioia, il Santo Cavaliere scese da cavallo ed ammirò e riconobbe il luogo. Non avendo una Croce e non potendo lavorare il legname per farsene una, estrasse la sua spada dalla guaina e la conficcò nella nuda roccia a mò di Croce. Poi si tolse il mantello, lo bucò al centro e lo indossò come abito monacale.
Dunque iniziò a progettare, in animo suo,  di tornare a casa e di devolvere il suo patrimonio tutto a favore dei poveri, ma per ben tre volte fece per tornare e per altrettante volte udì una voce proveniente dal cielo che gli disse: “Galgano, Galgano, sta' fermo, perciò che in questo luogo gli tuoi dì finirai. Non si vuole al principio corrare colui che combatte, ma a la fine”.
Fu lì dunque che Galgano si stabilì, e siccome era una zona selvatica, era costretto per mangiare a scendere a valle e cibarsi delle erbe selvatiche chiamate “crescioni”.
Una notte, mentre Galgano si trovava in un luogo tra due valli, udì il demonio avvicinarsi, il quale si ingegna ad ingannare ogni uomo che voglia servire Dio.
Galgano, determinato alla lotta fece per attaccarlo e il Maligno, sorpreso da tale reazione, se ne andò.
Di lì a pochi giorni, Galgano si propose in cuor suo di andar a far visita alla Basilica degli Apostoli a Roma, per la visione che ebbe di loro.
Fu così che mentre Galgano dimorava a Roma per qualche giorno, tre uomini presi dall’invidia per la sua spada nella roccia, andarono a Montesiepi muniti di attrezzi di ferro con l’intento di estrarla dalla pietra.
Per quanta fatica ci mettessero, non riuscirono a cacciarla, neanche con gli attrezzi, e, come ultimo gesto di stizza, la ruppero e se ne andarono lasciandola a terra spezzata.
I tre allora fecero per tornare alle loro case, ma la punizione di Dio li colse sulla strada del ritorno.
Il primo di essi cadde in un fiumiciattolo e vi annegò; il secondo venne folgorato da un fulmine mentre camminava e il terzo venne attaccato da un lupo che gli si avventò contro e gli si attaccò ad un braccio; l’uomo, pentitosi di ciò che avevano fatto, chiese perdono raccomandandosi al Beato Galgano e Dio lo risparmiò facendo fuggire il lupo.
Galgano, tornando da Roma e trovando la spada rotta, provò grandissimo dolore e pensò che fosse la punizione Divina per aver lasciato il luogo mostratogli dall’Arcangelo.
Sicchè, volendo Iddio consolare la sua tristezza, gli apparve tre volte in visione e gli disse di porre la spada rotta sul pezzo che era rimasto fisso nella roccia e che la spada si sarebbe riunita più saldamente di prima.
Così fece il Cavaliere di Dio, pose la parte rotta sulla roccia e la spada si rinsaldò ed ancora oggi è lì, anche se ha dovuto passare nel corso dei secoli parecchie peripezie.
Successivamente Galgano si costruì una cella a mò di romito, nella quale di giorno e di notte vagava in digiuni, meditazioni, orazioni e contemplazioni.
La cella era in legno e a pianta circolare, come quella della visione e sorgeva esattamente dove oggi c’è quella circolare ma in pietra.
Galgano contemplava in questa cella, spogliatosi di ogni atto e cogito terreno.
I suoi pensieri erano rivolti al cielo e con tristezza guardava alla vita materiale, così breve, così orgogliosa, così fragile come l’uomo.
Viveva cibandosi di erbe, altro non richiedeva il suo corpo.
Fino a quando nostro Signore decise di porre fine alla sua vita sacrificata e lo accolse nel Regno Eterno dei Santi ancora in giovane età.
Ecco cosa scrissero successivamente i suoi frati:
“Visse el beato Galgano in questa heremitica vita et conversione uno anno meno due dì; et fu sepolto con grande honore e reverentia ne la detta sua cella, ove poi si fece una chiesa ritonda come l'angelo gli aveva mostrato in visione, ne la quale continuamente gli miracoli sono multiplicati. A laude e gloria del nostro Signore Gesù Cristo, lo quale regna col suo Padre in secula seculorum. Amen”.
 
 

La Spada, ricostruzione storica

Garlaschelli ha passato in rassegna varie fonti nelle quali, nel corso dei secoli, la spada è descritta o raffigurata, comprovando un costante culto fin dalle origini. Le fonti storiche medievali e le raffigurazioni corrispondono perfettamente alla Spada che è ancora oggi visibile.
La Spada sembra corrispondere esattamente, per quanto concerne lo stile, a una vera spada del XII secolo, e più esattamente del tipo X.a della classificazione ormai universalmente accettata di Ewart Oakeshott. Si tratta di uno dei massimi esperti di spade medievali, consulente alle Royal Armouries di Leeds.
Sono stati ripercorsi gli avvenimenti che hanno interessato la spada dal 1915 in poi, anche grazie a testimoni oculari ancora in vita.
La Spada fino al 1924 circa era conficcata in una fessura della roccia e poteva essere estratta al contrario di quanto riportano le più antiche testimonianze tutte, di sicuro dev’essere accaduto qualcosa alla Spada tra il 1750 ed il 1915.
La roccia era coperta da una sorta di grata metallica.
L’allora parroco don Ciompi bloccò la lama versando del piombo fuso nella fessura. La grata fu eliminata.
La spada fu però spezzata negli anni 60 durante un atto vandalico. Il moncone fu fissato sopra la parte di lama ancora nella roccia applicando del cemento. Il cemento fu poi sostituito con altro di colore adeguato.
La spada fu spezzata di nuovo nel 1991 da un secondo vandalo, e ancora sistemata con cemento. Fu poi applicata l’attuale cupola protettiva di plexiglas.
 

Le analisi scientifiche

Gli esami scientifici svolti sulla roccia sono stati eseguiti dal Prof Luigi Garlaschelli, ricercatore del Dipartimento di Chimica dell’Università di Pavia; per il coordinamento, e l’indagine agiografica Maurizio Calì, sotto concessione di Don Vito Albergo, il responsabile della Cappella e di S.E. l’Arcivescovo di Siena.
Dal 17 gennaio 2001 ha preso il via un vasto programma di analisi sulla spada di San Galgano e sulla rotonda di Montesiepi di Chiusino (SI).
Varie ricerche sono già state effettuate da varie facoltà ed ultimamente anche da parte di “Focus”, celebre rivista scientifica.
Sono stati adoperati i migliori mezzi attualmente a disposizione, a cominciare dal geo-radar (un radar capace di penetrare in grande profondità) al fine di esplorare il terreno vicino alla pietra alla ricerca di grotte, cavità nel sottosuolo, antiche mura etc. Il responsabile radar è il Prof. Finzi dell’Università di Padova.
Sono stati effettuati rigorosi test in questo senso per accertarsi che la roccia non fosse cava lì dove fu infissa la spada facilitandone quindi l’entrata, gli scettici teorizzavano anche che la spada in realtà fosse senza lama e che quindi si avrebbe solo l’illusione ottica di una spada piantata così in profondità in una roccia.
I risultati dei test sono ancora una volta sbalorditivi, non solo la roccia non presenta alcuna cavità, ma la lama è all’interno di essa e sembra aver passato la pietra come fosse burro caldo.
Il giorno 18 maggio 2001 si è proceduto a un’ispezione del manufatto. Il tentativo eseguito era di praticare un piccolo foro nella roccia sperando di raggiungere la cavità in cui si troverebbe la lama, e il blocco di piombo che la tiene.
E’ stato infatti praticato un foro di circa 11 mm di diametro, corrente verticalmente e parallelamente a poca distanza dalla posizione presunta della lama cementata.
Il Dott. Remo Vernillo (Facoltà di Medicina dell’Università di Siena) ha spiegato come l’interno del foro sia stato ispezionato con un endoscopio a fibre ottiche, e sulle difficoltà tecniche dell’operazione. Non si è però incontrato altro che roccia.
Una piccola parte del cemento è stato allora asportato dalla base della spada emergente, che è stata liberata e tolta. La parte di lama sottostante era ancora invisibile.
Un secondo foro è stato praticato in direzione obliqua rispetto al primo, incontrando dopo pochi centimetri una superficie metallica visibile all’endoscopio.
Altro cemento è stato allora asportato, mettendo a nudo alcuni centimetri della lama sottostante.
E’ stato verificato che gli orli della frattura dei due pezzi combaciano, e si può quindi legittimamente ritenere che la parte spezzata sia effettivamente parte della spada originale.
I due monconi sono successivamente stati accostati e tenuti in posizione per motivi estetici, tramite un piccolo morsetto metallico facilmente asportabile e che non danneggia in alcun modo il manufatto in attesa di possibili ulteriori interventi.
Nel corso delle operazioni erano state raccolte con un magnete alcune piccole scagliette, già staccate dalla parte di lama cementata. Esse sono state inviate per un’analisi al microscopio elettronico a scansione al Dipartimento Innovazione Meccanica e Gestionale, Università di Padova, (Prof. Ramous) nella speranza di ottenere indicazioni circa la struttura del metallo, i trattamenti subiti (tempera, ricottura, ecc) e con l’intento di verificare, tra l’altro, se vi fossero elementi in contrasto con la supposta origine medievale del manufatto stesso.
Purtroppo i frammenti non contenevano metallo, ma erano costituiti da semplici ossidi di ferro e quindi non utilizzabili ai fini della prevista analisi.
Uno di questi frammenti è stato comunque analizzato per Spettroscopia di Assorbimento atomico presso il Dipartimento di Chimica Generale dell’Università di Pavia (Prof. Gallorini e Rizzio), evidenziando la presenza di cadmio, rame, nichel e piombo in tracce, in concentrazioni tali da rientrare nella norma per un metallo medievale e da non indicare utilizzo di leghe o acciai moderni.
Tra le indagini future, Garlaschelli ha citato la possibilità di eseguire analisi per attivazione neutronica, spettrometria di massa, confronto con minerali ferrosi toscani, analisi metallografiche classiche e radiografie alla ricerca di iscrizioni nascoste, nonchè l’asportazione della vernice protettiva applicata anni fa, in un’opera di restauro generale.
 
Chiunque volesse partecipare a vario titolo a questa ricerca può visitare il sito: Enigma Galgano (http://web.infinito.it/utenti/e/enigmagalgano/).
  
Ecco una frase tratta dal sito ufficiale della ricerca scientifica sul mistero di San Galgano:
“Mentre la Rotonda di Montesiepi ci riporta, con la sua Spada nella Roccia, alla saga di Re Artu, la grande Abbazia ci riserva, con la sua Geometria Sacra, altre sorprese sia "musicali" e sia "egizie".
Forse i bravi monaci Cistercensi di San Roberto di Molesme e di San Bernardo di Chiaravalle sapevano di più di quanto hanno lasciato scritto”. 

da: Misteri e Leggende

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