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giovedì 2 giugno 2016

Voglio introdurmi al tema di questo incontro con una frase che don Luigi Giussani ripeteva ogni anno all’inizio dei suoi corsi di Introduzione alla Teologia in Università Cattolica: «Io non vi devo convincere di niente e non intendo convincervi di niente; tendo invece a darvi un metodo con il quale misurare la vostra umanità di fronte alle varie proposte in cui vi imbatterete, fornendovi quindi un criterio per scegliere, in primo luogo per prendere posizione di fronte alla mia proposta».
Io vi proporrò, come vedrete, due impostazioni diverse per quanto riguarda il rapporto fra fede e ragione, due impostazioni che hanno preso corpo nel tessuto di quella grande civiltà occidentale di cui ha parlato Benedetto XVI a Regensburg. Queste due visioni, nella loro radicale alternatività, si sono formulate in stretto contatto: non ci sarebbe il razionalismo moderno, se non ci fosse stato il protestantesimo, se non ci fosse stata quella fuga intellettualistica che è poi culminata nel razionalismo, nell’illuminismo, nelle grandi ideologie totalitarie, nei sistemi socio-politici dipendenti da esse. È stata una vicenda complessa, connotata certamente da una contiguità. Queste due visioni non solo nascono vicine, ma si sono anche sviluppate in un rapporto di reciproco condizionamento: l’una influisce sull’altra e viceversa, più di quanto a prima vista non si possa pensare; è certo alla grandezza ed alla limpidità dell’insegnamento di Benedetto XVI che dobbiamo far riferimento per capire un po’ di più quali siano le questioni in atto nell’ambito del nesso fra fede e ragione. Entriamo perciò nel tentativo di delinearle.
CHE COS’È LA FEDE E CHE COS’È LA RAGIONE, NELLA TRADIZIONE OCCIDENTALE, CLASSICA E CRISTIANA
Direi che c’è una prima grande osservazione, insieme storica, critica e teorica: che cos’è la ragione? O, si potrebbe dire, come si muove la ragione? La ragione infatti è un movimento, è un movimento dell’intelligenza e del cuore, nel quale l’uomo esprime quella strutturale tensione senza la quale non è uomo. Si tratta del movimento indirizzato a comprendere il senso ultimo della realtà. Un uomo, per il fatto stesso che è uomo, si trova alle prese con un cammino; ecco la grande e suggestiva espressione greca: la vita è un odòs, un cammino, un sentiero; l’uomo, in quanto esiste come essere consapevole, è immediatamente alle prese con il grande compito di comprendere la realtà; non innanzitutto di dominarla scientificamente, non di manipolarla tecnologicamente, ma di comprenderla. L’uomo si trova infatti proiettato dentro la realtà, come si entra in un contesto amichevole: la realtà è da lui avvertita come una presenza, non come un oggetto da usare. Nell’entrare in questa presenza occorre una grande capacità di intelligenza, occorre cioè comprendere la realtà secondo tutti i suoi fattori. Ma ci vuole anche un grande rispetto, non si conosce senza rispetto. Meglio, come diceva Sant’Agostino: «Non si conosce senza amicizia».
Noi abbiamo invece ereditato dalla modernità un’idea di natura delimitata in rigidi confini, come se consistesse in un insieme di oggetti, di carattere storico, scientifico, naturale, cosmico, sociale, storico, oggetti che la ragione deve conoscere il più adeguatamente possibile allo scopo di poterli manipolare.
Al contrario la ragione è un cammino verso una realtà che sorpassa l’uomo e di cui l’uomo sente assolutamente la necessità. «Mostrami un’amante, che sia pur bellissima – dice Romeo a Giulietta – a che servirà la sua bellezza se non come un segno, dove io legga il nome di colei che di quella bellissima è più bella?».
L’uomo è alla ricerca del vero, del bene, del bello e del giusto, e in queste grandi domande il suo cuore si propone ogni giorno come una tensione inesorabile. La ragione sostiene questa impresa, si pone al servizio di questa impresa, la ragione si indirizza a rendere possibile all’uomo una conoscenza adeguata della realtà. Per gli antichi filosofi, solo dall’intuizione della verità ultima discendevano poi le regole di conoscenza e di comportamento; da questa intuizione, che i filosofi chiamavano la prima saggezza, nasceva poi la capacità di conoscere anche gli oggetti e di affrontare le questioni particolari.
Io credo che questa posizione conoscitiva di fronte alla realtà debba essere recuperata perché appartiene alla grande tradizione della nostra cultura occidentale. Più precisamente occorre recuperare questo cammino verso il vero o, come ha detto Benedetto XVI a Regensburg, questo domandare greco, in forza del quale si cerca una cosa necessaria a me uomo ma che non coincide con me, che è oltre me, quindi nei confronti della quale l’uomo avverte innanzitutto una inesorabile devozione. Don Luigi Giussani ci ha insegnato che, alla fine, chi più intensamente cammina verso il vero, assume un atteggiamento di preghiera. «Dio, se ci sei, rivelati a me» ha scritto il grande Manzoni; questa è la posizione dell’uomo, non dell’intelligente, non del colto, non del laureato. Questo è l’uomo che, in quanto vive questa tensione verso la verità, tende a realizzare in pienezza la sua umanità, mantenendo vivo il movimento della ragione; l’uomo è un movimento verso il vero; se perde la tensione a conoscere il vero, sprofonda, scende sotto l’umano. La questione in gioco è il movimento della vita; la ragione guida un movimento, non possiede una materia, un insieme di materie giustapposte.
Ora, da questa concezione della vita come movimento, possiamo trarre già una prima conseguenza, imponente sul piano etico, che riprenderemo poi affrontando il tema della violenza: non si conosce senza amicizia e non si vive senza rispetto. Chi cerca il vero, rispetta l’altro che lo sta cercando come lui, anche se lo dovesse cercare secondo una modalità totalmente diversa; chi cerca non si impone; chi cerca compie il suo cammino e dà credito all’altro accanto a lui che fa altrettanto; così diceva papa Benedetto a Regensburg. Dal rispetto reciproco nasce la società, una società della libertà e della democrazia.
Non è innanzitutto perché noi abbiamo la possibilità di leggere i libri dei grandi filosofi che sappiamo mantenere questa posizione umana, capace di rispetto del diverso; è perché questa posizione ci è entrata nel sangue e nelle ossa, costituisce il livello profondo del nostro tessuto culturale, della nostra tradizione; almeno ancora per un po’ di tempo perché non si sa quanto resisteremo sotto l’urto terribile ed eversivo dei mezzi della comunicazione sociale. Se è terribile che vengano distrutti i documenti della grande civiltà dai barbari che si accampano in certe zone del Medio Oriente, è ancora più grave che si attacchi questa concezione di uomo, insita nella tradizione dell’Occidente, una concezione che ha reso possibile quel tentativo di pacifica convivenza civile, di una società rispettosa delle diversità, che connota la nostra storia.
Abbiamo dunque delineato la ragione come un’inesorabile capacità di camminare verso il vero, lungo un cammino che non finisce mai. L’esperienza di questo cammino sopravanza continuamente la domanda di verità che è in me, perchè, quando mi metto a cercare, capisco che la risposta non è in me. Le due cose non sono contraddittorie: cerco il vero, perché senza il vero non sono me stesso, ma il vero non coincide con quello che già penso; se coincidesse con quello che già penso non mi metterei a cercare. Il movimento dell’intelligenza dimostra che l’uomo non possiede quello che pur desidera possedere, come essenziale per sé e per la sua vita.
Benedetto, dopo aver aperto questa grande questione, la porta fino alle sue conseguenze più esistenziali e quotidiane, fino all’amicizia ed al rispetto; 
Ad un certo punto, prosegue Benedetto, c’è stata un’irruzione, le carte si sono scompaginate; si è verificata l’irruzione di Dio, l’irruzione del mistero nella vita dell’uomo. «Quello che voi adorate senza vconoscere, io ve lo porto» annuncia san Paolo agli ateniesi. Da quel momento il mistero non è stato più un dato di realtà riscontrabile ma sfumato, sul fondo della coscienza umana, e quindi tendenzialmente pensato sullo sfondo della natura e della storia. Da quel momento il mistero è una presenza e questo travolge i limiti precedenti; il mistero è un uomo. Sant’Agostino, in una delle sue ultime confidenze, ai discepoli che lo incalzavano per avere una parola conclusiva al termine del suo enorme cammino di pensiero e insistentemente gli domandavano: «Allora, maestro, dicci che cos’è la verità!», dicono abbia risposto: «Un uomo che è presente». Il più grande genio cattolico che sia mai esistito, colui che aveva saputo assumere l’eredità dell’antica cultura, del domandare greco, per aprirla alla cultura della certezza e della Rivelazione, colui che aveva traghettato l’una cultura verso l’altra e reso possibile quell’incontro fecondo che è durato più di un millennio, sollecitato sulla domanda che aveva attraversato tutto il cammino della filosofia antica «Quid est veritas?», ha risposto: «Vir qui adest».
Da qui il mistero non è più un enigma, non è più un implicito; Cristo rivela all’uomo tutta la verità su di lui. La fede ha portato nel vivo della storia la risposta, la risposta che Dio ha dato e di nuovo sempre dà, alla grande domanda; le due realtà, la fede e la ragione, si sono incontrate senza fratture, senza opposizioni, senza alternative, perché la ragione ha visto, nell’apparire della novità e della definitività cristiana, il compimento di un cammino che non veniva annullato; al contrario il cammino verso la verità poteva riprendere in maniera più profonda perché la ragione ora non solo si trovava ad affrontare la domanda sul senso ultimo ma era anche chiamata a comprendere il mistero di Cristo.
Fede e ragione distinte, inequivocabilmente, si potrebbe dire anche invalicabilmente, hanno offerto però alla storia dell’umanità una sintesi poderosa in cui si sono reciprocamente potenziate. La ragione ha camminato con più decisione nella sua ricerca perché sapeva che il termine ultimo esisteva; ma non solo esisteva, si era anche comunicato e perciò diventava, esso pure, oggetto di ricerca. Cristo è venuto, ma si deve comprendere; si deve comprendere il nesso fra Lui e Dio, il nesso fra Lui e l’uomo, il nesso fra Lui e la conoscenza, il nesso fra Lui e la realtà, umana e storica; perciò la ricerca non viene assolutamente annullata, ma rifiorisce in termini nuovi. Mai la Chiesa Cattolica ha accettato il fideismo, mai ha avanzato l’ipotesi che l’affermazione della presenza del mistero in Cristo eliminasse qualsiasi tensione a conoscere, ad amare, a costruire.
D’altra parte la fede, che illumina la vita umana di una luce che non viene da noi ma che ci è stata rivelata, acquisisce dalla ragione una straordinaria capacità di giustificazione di sé; la ragione serve alla fede per diventare teologia, cioè per diventare comunicazione delle ragioni profonde della fede, in modo da onorare il grande invito del primo Papa: «Siate pronti in ogni momento a dare ragione della speranza che è in voi».
Di questa sintesi fra fede e ragione il mondo occidentale ha vissuto, di questa sintesi ha goduto, questa sintesi ha sperperato, perché le cose più grandi della vita e della storia possono essere sperperate, da poca intelligenza e soprattutto da poco amore.
Questo è stato il grande sentiero dove ragione e fede hanno convissuto e dove è divenuto possibile il dialogo con altri modi di concepire la fede; infatti, sulla base di questa intesa fra fede e ragione, fino all’inizio dell’età moderna le varie religioni hanno potuto in qualche modo convivere. Sono fiorite anche esperienze significative di rapporti costruttivi con l’islam; basterebbe citare la grande esperienza siciliana dove, per la prima volta nella storia dell’Occidente, su una targa funeraria di un prete, morto a Palermo, troviamo un’iscrizione in lingua greca, latina, araba ed ebraica, a significare evidentemente un contesto di pacifica convivenza; se potevano compartecipare al necrologio di un prete, ciò non poteva che essere segno di rapporti positivi nella vita quotidiana, ben distanti da quell’insopprimibile tensione alla reciproca eliminazione che oggi tutti pensano essere stata l’unica modalità storica di rapporti fra cristianesimo ed islam.
AD UN CERTO PUNTO SI È APERTA UNA FORZOSA CONTRAPPOSIZIONE
Arriviamo così ad un passaggio storico decisivo. Ad un certo momento si apre, forzosamente, sottolineo l’avverbio “forzosamente”, una contrapposizione fra le due realtà, ragione e fede, che fino ad allora viceversa avevano marciato, senza confusione, nella distinzione ma con una grande sintonia. La ragione si è posta come avversa alla fede.
Possiamo dire tutto il male che vogliamo del protestantesimo, ma si deve anche riconoscere che esso nasce come estrema difesa della fede. La ragione nominalistica, che andava diffondendosi ai tempi di Lutero, affermava che la ragione non può riconoscere alcun dato di fede perchè essa maneggia solo parole e pensieri, senza alcun reale aggancio con la realtà delle cose; la ragione allora si esercita solo come critica di ogni certezza, per togliere significato ad ogni affermazione di verità, soprattutto a quelle di carattere religioso. Il razionalismo maturo del Settecento non era niente, in quanto ad energia distruttiva di ogni verità, rispetto al nominalismo del XII e XIII secolo. Di fronte a questo dilagare, Lutero ha aperto una strada a difesa della fede che sembrava assai efficace in forza della sua brevità: noi tiriamo via la fede dalla ragione, la consegniamo al sentimento e la difendiamo in maniera assoluta, garantendole un riparo inattaccabile. Lutero non teneva conto del fatto che un sentimento senza ragione non è nemmeno capace di comunicarsi. Come sempre succede, le strade abbreviate, di fronte ai problemi decisivi della vita e della società, si rivelano presto illusorie.
Con Lutero si introduce nel cammino della cultura occidentale la grande separazione fra fede e ragione: la fede appartiene alla sfera dei sentimenti, delle emozioni, “la fede si sente”. Io mi sento salvato perché, reagendo alla potenza comunicativa della parola rivelata, avverto la sensazione di essere salvato. Se la parola di Dio non suscita in me sentimenti, ciò significa che la salvezza non è per me.
La fede si ritaglia un ambito del vivere estraneo alla ragione; ne consegue che la ragione, separata dalla fede, non ha più davanti a sé il grande compito della scoperta del vero, di questa realtà trascendentale che l’uomo è in grado di indagare, che ci riguarda sommamente, ma che contemporaneamente ci trascende inesorabilmente.
La ragione lascia alla fede il campo dei significati ultimi e si occupa del potere, del potere dell’uomo e del potere della società; il suo problema, esclusivo ed esauriente, diviene quello di assicurare il dominio sulle cose; si tratta di un dominio scientifico, cioè di una conoscenza adeguata degli oggetti, di tutti gli oggetti, e della loro organizzazione. Di qui l’importanza decisiva del metodo, come dice papa Benedetto.
Alla ragione viene demandato il compito esclusivo di perseguire il dominio dell’uomo sulle cose; l’aspetto più virtuoso, più adeguato all’umana natura, di questo dominio dell’uomo consiste nella possibilità di manipolare la realtà per ottenere una vita sempre migliore. È questa una legittima aspirazione da parte dell’uomo, e quindi un legittimo intendimento della sua azione, a condizione che per realizzarlo si abbia sempre rispetto della realtà ed in primo luogo della persona.
Si costituisce così la separazione ideologica decisiva della cultura moderna. Da una parte una ragione senza fede, quindi una ragione senza quell’apertura inesorabile che la fede garantisce alla ragione, perché la situa di fronte al mistero che si rivela e quindi la rilancia oltre il contesto umano, storico. Senza chiederle di dimenticare il contesto, le evita la condanna a rimanere confinata dentro allo spazio ed al tempo, alla materia, al corpo, e la fa camminare verso «la profondità delle cose di lassù» (san Paolo), non essendo le cose di lassù altro che la profondità delle cose di quaggiù.
Dall’altra una fede che indirizza l’uomo verso le cose di lassù, privandole dei nessi con quelle di quaggiù; ma le cose di lassù, sciolte dal rapporto con la realtà storica ed esistenziale, sono condannate a perdere d’interesse per l’uomo reale.
Questa separazione ha avuto effetti decisivi, sia sulla ragione che sulla fede. In primo luogo ha indebolito la fede, facendola diventare oggetto di sentimento, come tale intrinsecamente insicura; infatti è nel giudizio che ogni questione si presenta nella sua oggettività, quindi in grado di durare nel tempo, e la ragione ha appunto la funzione del giudizio. Se l’umanità, o un singolo uomo, non arriva ad essere capace di giudizio rimane in una condizione di assoluta incertezza e di ultima incomprensione della realtà; se la presenza del mistero nella storia è accertata tramite un sentimento, l’uomo rimane di per se stesso incomprensibile e la sua vita rimane priva di senso perché non incontra realmente Gesù Cristo. Gesù Cristo non è un sentimento, è una presenza di fronte alla quale ognuno è chiamato a formulare un giudizio, è il Redentore dell’uomo e del mondo. Da Pietro, nel corso della prima predicazione cristiana, narrata nel secondo capitolo degli Atti degli Apostoli, fino al magistero di oggi, la Chiesa ha questo da riproporre continuamente: Cristo, e Lui solo, è la salvezza dell’uomo e del mondo. Di fronte a questo annuncio, di fronte a questa “pretesa” dell’avvenimento cristiano, l’uomo di ogni tempo e di ogni cultura è chiamato a prendere posizione, a decidere se il contenuto di questo annuncio è credibile.
Vedremo poi che conseguenze comporti questa tendenziale resa della fede al sentimento; vediamo ora che cosa ha significato, per l’immagine stessa della ragione, questa sua identificazione con uno strumento di potere, analitico, scientifico, tecnologico. «È come se la ragione si rifugiasse in una stanza chiusa», ha detto Benedetto XVI nel suo discorso agli uomini di cultura francesi, tenuto al Convento dei Bernardini a Parigi; in una stanza chiusa, con le finestre chiuse, senza vedere altro che sé, senza vedere il reale; per vedere il reale occorre spalancare le finestre, guardar fuori.
La ragione moderna, scientifica e tecnologica, si esaurisce in una continua autoanalisi, preoccupandosi solo di incrementare il numero delle cose da conoscere, degli oggetti da sistemare, delle realtà che, di conseguenza, può adeguatamente manipolare. Questo modo di concepire la ragione è nato certamente in ambito scientifico, come metodo di conoscenza della natura; ma in seguito ha voluto far diventare anche l’uomo oggetto della scienza, cioè ha voluto conoscere l’uomo utilizzando il metodo scientifico; è nata così la scienza della società, che si è posta come visione definitiva, in senso razionalistico, dell’uomo, dei suoi rapporti, delle leggi secondo cui vive, delle strutture che realizza.
La teoria adeguata sulla società, l’ideologia sociale, è diventata l’unica possibile verità; l’ideologia contiene la verità sulla persona e sulla società. Ne consegue che la visione ideologica della società, sia in senso marxista, sia in senso fascista, sia in senso nazista, sia in senso liberista, si pone come qualche cosa di indiscutibile; il diverso non ha diritto di esistere. Ecco come si vanifica il rispetto, ecco come si vanifica l’amicizia.
La verità non è più un confronto fra ciò che incontriamo in noi stessi ed il dato che la realtà ci presenta («adequatio rei et intellectus» come afferma san Tommaso d’Acquino, citato da Benedetto XVI) ma è solo la correttezza dell’analisi. Se l’analisi è corretta, non si può che arrivare alla verità.
Ma la teoria ideologica, per poter essere storicamente attuata, ha la necessità che tutti ad essa aderiscano; chi per infinite ragioni – magari la fede – non aderisce al marxismo, o al fascismo, o a qualsivoglia ideologia, deve essere eliminato; non ha identità culturale, non ha dignità sociale. Ma siccome l’identità culturale e la dignità sociale sono espressione della sua vita, non ha neanche diritto alla vita.
La violenza e l’intolleranza non nascono a livello dei rapporti, nascono a livello del giudizio; la violenza è una dimensione intrinseca all’ideologia occidentale. Perché l’Occidente «debole ed assonnato», come dice talvolta papa Francesco, non reagisce alla violenza ideologica dell’islam? Perché all’origine hanno la stessa levatrice; l’unica differenza è che la prima è più evoluta, figlia della cultura illuminista e razionalista, l’altra più rozza e semplicista. La violenza nasce da una deduzione logica.
È ora di finirla di leggere la storia come grande distinzione fra buoni e cattivi: l’atteggiamento etico è una conseguenza della posizione culturale, cioè del giudizio. La storia è indirizzata dallo scontro continuo fra la verità e la menzogna, fra la cultura della vita e la cultura della morte. Certo poi la cultura della morte ha assunto spesso al proprio servizio delinquenti, ladri ed assassini; certamente attorno ai grandi capi delle ideologie moderne e contemporanee si è aggregato un arsenale incredibile di criminali; ma l’ideologia non si spiega a partire dal male, l’ideologia assume il male e lo utilizza. La violenza ideologica è una inesorabile volontà di eliminare il vero, a partire dal presupposto che è vero esclusivamente ciò che la teoria ideologica afferma. Il Concilio Ecumenico Vaticano II scrive nella “Gaudium et spes” una frase terribile, e terribilmente attuale: «In una società senza Dio, cioè dove la fede è eliminata, l’uomo diventa troppo spesso particella di materia o cittadino anonimo della città umana»; la manipolazione ideologica da una parte e quella sociologica dall’altra. La ragione, ridotta a fattore che stabilisce in maniera incontrovertibile l’identità degli oggetti, quindi anche l’identità degli oggetti umani, domina non soltanto la natura, ma domina la storia, domina la società; tanto è vero che questa ragione giunge ad arrogarsi il diritto di creare la società perfetta, in alcuni casi proclamandolo esplicitamente, in altri presupponendolo come sottinteso. Sono le grandi ideologie che hanno affermato la necessità di farla finita con le vecchie società, qualificate come barbare. Perché erano barbare? Da dove viene il concetto di ancien régime totalmente ideologico? Erano barbare perché la Chiesa vi aveva una posizione di rilievo. Queste società diventano moderne e democratiche quando si elimina nel modo più totale la presenza socialmente rilevante della Chiesa. Per questo l’ideologia politica l’ha fatta da padrone per almeno 150 anni e la ragione si è esercitata a stabilire tutte le motivazioni per negare dignità sociale a chi non apparteneva all’ideologia dominante.
Ma l’ideologia, che pur si dice essere morta con la conclusione del XX secolo, è risorta, rinasce sempre di nuovo. Benedetto XVI afferma che l’ideologia delle ideologie che oggi ci domina è la tecnologia, la tecnica intesa come strumento e soluzione di tutti i problemi.
Considerando la realtà per quello che è, quali problemi è in grado di risolvere la tecnica? Il senso della vita e della morte non dipende dalla salute, non dipende dalla ricchezza. Il fatto è che il senso della vita e della morte illumina poi tutto il faticoso cammino che un uomo deve compiere per attraversare tutte le fasi della vita, fino alla sua conclusione. Dal senso che un uomo attribuisce al vivere ed al morire dipende ogni rapporto con gli altri come il rapporto con sé, nella concretezza quotidiana del vivere, a prescindere da quanto il singolo ne abbia esplicita consapevolezza.
Io credo che oggi noi facciamo i conti con questa ideologia violenta, per la quale la violenza è condizione necessaria perché l’ideologia possa affermarsi. Non sono cattivi, sono falsi. Giovanni Paolo II non ha detto che è in atto uno scontro fra cultura del bene e cultura del male, ma fra cultura della vita e cultura della morte, fra cultura dell’essere e cultura del nulla. Noi oggi ci troviamo a vivere le estreme fasi di questa divaricazione fra ragione e fede; la ragione occidentale, la ragione scientifico-tecnologica è una ragione che ha la pretesa di sistemare la realtà dell’uomo e della storia e, di conseguenza, non può concedere all’uomo ed alla storia nessun riferimento al mistero di Dio e quindi al mistero della fede. La ragione tecnologico-scientifica è anticattolica perché, per sua natura, non può accettare che il mistero si sia fatto presente nella storia, proponendosi come punto di riferimento del vivere.
L’ultima, estrema, concessione è quella di affidare alla Chiesa l’ambito delle emozioni. Il pericolo terribile che la Chiesa sta vivendo oggi è di essere confinata al piano delle emozioni. Dicevo in un mio “scrittarello”: «La cultura, l’ideologia, la politica, l’economia le hanno in mano alcuni; voi tenetevi pure le emozioni, perché queste non cambiano la storia». A ben vedere, le emozioni non cambiano, o non maturano, nemmeno le esperienze in cui di fatto hanno più spazio, nemmeno il rapporto fra l’uomo e la donna; il rapporto uomo-donna matura per un giudizio che si rinnova continuamente e che per questo sa anche captare e valorizzare il sentimento.
IL COMPITO PRESENTE È LA TESTIMONIANZA
Vediamo ora, ed è l’ultima osservazione, come reagire a questa violenza dilagante, a questa violenza che ha identificato il proprio obiettivo nel cristianesimo, in quanto ripropone termini che la mentalità dominante considera antichi, desueti, improponibili, superati.
L’attacco alla Chiesa è sempre stato una costante della cultura e della politica laicista, anche se questo attacco non si è sempre configurato nel modo aggressivo e violento in cui lo sta conducendo in questi mesi l’Isis. Quando per esempio uno Stato appena nato, che pretende di rappresentare interamente la nazione ed il popolo italiani, dissolve, nel giro di un giorno, ottantamila opere di carità – perché questo fece il governo liberal-borghese dell’Italia neonata – di che cosa altro si deve parlare se non di attacco violento alla Chiesa?
Quando il Governo francese decretò la separazione della Chiesa dallo Stato e requisì di conseguenza tutti i possessi fondiari della Chiesa francese, che vennero poi svenduti sottobanco a quegli stessi che avevano decretato l’operazione e che di lì a poco se li sarebbero spartiti a prezzi stracciati, l’arcivescovo di Parigi andò all’Assemblea nazionale e disse: «Prendetevi pure i soldi, non è questo il nostro problema; sappiate piuttosto che entro qualche anno non ci sarà più nessuno che si occupi dei poveri francesi; noi infatti abbiamo dato sostentamento per secoli a quella povertà che voi, capi delle pubbliche istituzioni, non solo non avete saputo estirpare ma nemmeno indirizzare ad un contenimento». Queste parole, lette oggi, hanno valore profetico.
Noi oggi siamo di fronte ad una violenza che si formula diversamente, a seconda dei contesti, ma che ha dovunque la medesima giustificazione, l’ideologia. Non so dire quanto sia diffusa, né come sia diffusa l’ideologia islamica, se sia statisticamente maggioritaria, anche perché oggi manca una capacità di interpretazione adeguata del fenomeno islamico. Noi cattolici, per nostra fortuna, abbiamo il Papa che è in condizioni di dare un indirizzo comune ad un’esperienza diversificata, di tenerla insieme; fra i musulmani questo non esiste, per questo l’espansionismo aggressivo del mondo islamico si sta manifestando in forme così difficili da analizzare e quindi da prevedere. Certo, come ogni ideologia, anche il diffondersi dell’islam si connota per l’assoluta intolleranza verso la diversità. Ma se è attualmente il fenomeno di intolleranza più vistoso, non è certamente l’unico.
Al contrario la società moderna e contemporanea esigerebbe, per la sua particolare configurazione, il rispetto delle diversità. L’integrazione non può ridursi a consentire l’ingresso nel nostro territorio di persone di altra provenienza culturale senza preoccuparsi d’altro; l’integrazione esige modalità efficaci di introduzione ai fondamentali criteri del nostro vivere sociale.
La società moderna, con la sua mondializzazione e con la sua multiculturalità, come sostiene da tempo il cardinale di Milano, dapprima un po’ solitario ed ora finalmente con qualche seguito, non è pensabile che non preveda e realizzi adeguate modalità di integrazione; non possiamo guardare alla questione come ad un equilibrio fra maggioranze e minoranze, dobbiamo guardare alla grande sfida del nostro tempo come all’urgenza di trovare il senso della nostra identità, il movimento adeguato della nostra intelligenza, la capacità creativa del nostro cuore, la capacità quindi di tentare ed anche di sbagliare, la capacità di fare il male e di chiedere perdono, la capacità di subire l’ingiustizia e di essere capaci di perdonare. È un mondo vero che deve entrare nelle vene di questo mondo così stanco da una parte e così incontrollabile dall’altra; per questo la lotta non è fra le diverse ideologie.
Evitiamo di imboccare come Lutero la scorciatoia dell’ideologia religiosa, che ci piomba addosso e ci distrugge; noi non contrapponiamo all’ideologia atea l’ideologia religiosa. Noi contrapponiamo alla falsità dell’ateismo, teorico e pratico, la bellezza e la verità della vita cristiana. Noi dobbiamo sostenere pubblicamente tutta la teoria giusta sulla famiglia e guai a noi se non riproponiamo la verità della famiglia cristiana, ma la modalità con cui è possibile riproporla efficacemente è l’esperienza della famiglia cristiana, che nel suo vivere e nel suo muoversi dimostra che si possono vivere rapporti fra identità diverse in modo rispettoso e comprensivo, capace di accoglienza e di costruzione comune. Tutto quello che è stato creato in ambito caritativo, dentro al tessuto stesso della comunità cristiana, non può essere buttato a mare per correre dietro alla moda che ruota attorno alla parola “poveri”; del resto, mentre si parla tanto dei poveri non so quanto si faccia per i poveri realmente.
Il compito non è una contrapposizione ideologica, è una testimonianza, quella testimonianza che ha saputo segnare la vita e la storia dell’Occidente, e con esso di buona parte del mondo, perché Dio ha voluto così. Dio ha preso il piccolo seme che le generazioni cristiane, piene di fede, Gli mettevano davanti e ha voluto dare a questo seme un esito storicamente spettacoloso; altri semi di fede sono stati messi davanti al cuore di Dio, ma alla fine c’è stato il martirio. Il successo e la capacità di incidenza sociale da una parte, il martirio dall’altra, non sono uno la negazione dell’altro, sono due modi misteriosi con cui Dio ci chiama a verificare che la nostra strada è vissuta con verità, con bellezza, con bene e con giustizia. Non è certo un caso che san Giovanni Paolo II, la cui potenza intellettuale e la cui apertura morale sono state universalmente riconosciute, abbia indicato come santi cattolici del terzo millennio padre Massimiliano Kolbe, il sacerdote polacco morto ad Auschwitz, e santa Teresa Benedetta della Croce.
Se Dio ci darà la possibilità di intervenire positivamente e costruttivamente in questo groviglio di questioni e di tensioni, vivremo quella che papa Francesco, alla conclusione della sua prima Enciclica, ha chiamato la scia luminosa. «Se c’è un popolo cristiano presente, si crea nella società una scia luminosa che polarizza la verità e rifiuta il male». Può essere che ci venga dato di ritornare ad essere un fattore propulsivo; in questa prospettiva Benedetto XVI ci ha consegnato una definizione straordinaria: «Siamo una minoranza, ma una minoranza creativa», una minoranza che sa chi è, che ha una sua cultura, che ha un suo ethos, che ha una sua capacità di costruzione, una sua capacità di sopportare la buona e la cattiva sorte, la salute e la malattia, la gioia ed il dolore, come una famiglia, perché la Chiesa è una famiglia.
Dio può concederci di tornare ad essere una presenza che influisce come può chiederci di essere semplicemente, nel silenzio della nostra testimonianza, o addirittura del martirio, testimoni di Colui che ha già vinto la morte ed il male e che quindi ci garantisce la vittoria, una vittoria che si comunica ad ogni uomo ed al mondo solo attraverso la testimonianza.
Vi chiedo che quanto ho detto divenga, soprattutto per i più giovani, un’occasione di confronto. Deciderete poi voi se, a partire dalla vostra umanità, ha più senso quello che ho detto nella prima o nella seconda parte. Deciderete soprattutto se ritenete che quell’irruzione del Mistero nella storia, di cui ho parlato nel primo punto, vada considerata determinante nel passato ed attuale nel presente; ma in primo luogo decidetevi a vivere, perché è vero che è questo un momento in cui la più grande responsabilità che ci è chiesta è quella di essere cristiani e basta.
Foto Ansa – appunti non rivisti dall’autore


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