I padri dell’elettricità
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Capitolo VIII
UNA PAGINA DI STORIA DELLA SCIENZA:
GLI STUDI SULL’ELETTRICITÀ
GLI STUDI SULL’ELETTRICITÀ
Nella
storia della cultura, l’Italia non è solo la patria dell’arte, delle
cattedrali, la terra di Giotto, Leonardo, Raffaello, Michelangelo,
Bernini eccetera, ma anche la culla della scienza.Le università italiane
infatti hanno un ruolo fondamentale, sin dal basso medioevo, nella
creazione di una cultura scientifica in campo anatomico, astronomico,
medico… Italiane sono anche le due prime accademie scientifiche,
l’Accademia del Cimento di Firenze e l’Accademia dei Lincei di Roma. Nel
nostro paese si formano personalità di spicco, sia italiane, che
straniere. Sino al grande Galilei. La vulgata
vorrebbe che proprio il processo allo scienziato pisano segni una
frattura tra mondo della scienza e Italia cattolica e papalina. Non è
così.
Per
altri centocinquant’anni circa, infatti, cioè sino alla grande crisi
dovuta alle invasioni napoleoniche ed al cosiddetto Risorgimento
(gli anni in cui perdiamo ogni primato culturale, medico,
scientifico…), il nostro paese rimane al centro di grandi progressi e di
grandi scoperte. Ad esempio nel campo dell’elettricità, in cui si
segnalano gli immensi e imprescindibili contributi di Luigi Galvani ed
Alessandro Volta.
La
loro storia, poi, insieme a quella di molti altri pionieri nel campo
dell’elettromagnetismo, ci riconduce ancora una volta al rapporto
fecondo, e per nulla conflittuale, tra scienza e fede.
«Secondo
quanto riferisce Aristotele, già ai tempi di Talete (VI sec. a.C.) era
nota la singolare proprietà dell’ambra gialla, che strofinata, anche con
la sola mano asciutta, è in grado di attrarre a sé pagliuzze, foglie
secche e altri leggeri corpuscoli. Tale attrazione rimase una proprietà
della sola ambra, almeno fino alla fine del XVII sec. quando William
Gilbert (1540-1603) osservò, in modo sistematico, che circa una ventina
di altri corpi, oltre l’ambra, sono in grado di attrarre a se leggeri
corpuscoli; tra questi, lo zolfo, il vetro, la gommalacca, le resine
solide e molte pietre dure. Egli chiamò questi fenomeni elettrici dal
nome greco dell’ambra (electron)
e per misurare l’intensità delle forze attrattive utilizzò uno
strumento, precedentemente descritto da Girolamo Fracastoro (1483-1553),
costituito da un piccolissimo e leggerissimo ago (versorium non magneticum),
girevole sopra un sostegno a punta. Come fa notare lo stesso Gilbert,
con questo strumento è possibile mettere in evidenza l’attrazione anche
per quei corpi, nei quali la virtù elettrica è cosi debole da non essere
in grado di sollevare anche leggerissime pagliuzze. Successivamente
Francesco Lana rese lo strumento più sensibile sospendendolo mediante un
filo: avvicinando ad esso il corpo elettrizzato “statim ad se trahebat
eam […] extremitatem, cui erat approximatum”. La torsione del filo si
opponeva all’effetto della forza elettrica: l’angolo di rotazione
risultava quindi legato all’intensità della forza elettrica. Nel 1629
Nicola Cabeo (1585-1650) osservava il fenomeno della repulsione
elettrica, notando come le pagliuzze, attratte dal corpo elettrizzato,
vengono successivamente da questo respinte, dopo averlo toccato».
Inizia così una breve storia degli studi sull’elettromagnetismo a cura del fisico G. Bonera, dell’Università di Pavia.
A
queste poche righe, visti gli interessi specifici di questa nostra
ricerca si potrebbero fare alcune postille: prima di Gilbert, l’unico
studio di un certo valore, anche sperimentale, sul magnetismo, era stato
condotto nel XIII secolo da Petrus Peregrinus e dal gesuita Garzoni;
quanto a Francesco Lana, era un sacerdote gesuita; così pure Nicolò
Cabeo. Come inizio, ai fini del presente capitolo, non è male…
Ma facciamo un salto in avanti, arriviamo ai due giganti in materia: Luigi Galvani (1737-1798) ed Alessandro Volta (1745-1827).
Il
primo, bolognese, medico, fisico, anatomista, professore universitario,
è ricordato come lo scopritore dell’elettricità animale e per le
svariate applicazioni dell’elettricità, come la cella elettrochimica, il galvanometro e la galvanizzazione
Celeberrimo il suo esperimento pionieristico nel campo, da lui così descritto: «Dissecai
una rana, la preparai e la collocai sopra una tavola sulla quale c’era
una macchina elettrica, dal cui conduttore era completamente separata e
collocata a non breve distanza; mentre uno dei miei assistenti toccava
per caso leggermente con la punta di uno scalpello gli interni nervi
crurali di questa rana, a un tratto furono visti contrarsi tutti i
muscoli degli arti come se fossero stati presi dalle più veementi
convulsioni tossiche. A un altro dei miei assistenti che mi era più
vicino, mentre stavo tentando altre nuove esperienze elettriche, parve
dì avvertire che il fenomeno succedesse proprio quando si faceva
scoccare una scintilla dal conduttore della macchina. Ammirato dalle
novità della cosa, subito avvertì me che ero completamente assorto e
meco stesso d’altre cose ragionavo. Mi accese subito un incredibile
desiderio di ripetere l’esperienza e di portare in luce ciò che di
occulto c’era ancora nel fenomeno».
Ebbene,
Luigi Galvani era uomo di profonda fede cattolica, terziario
francescano, che non ometteva mai di collegare la sua attività di
scienziato, curioso e amante della realtà, con la sua religiosità e la
sua convinzione che nella natura sia visibile il suo Creatore[1].
Contemporaneo
del Galvani fu Alessandro Volta, l’altro gigante degli studi
sull’elettricità. Il conte Volta, vita dimessa, animo sereno e
amichevole, carattere amabile, a dire di tutti, fu un grande scienziato
sperimentale ed inventore. Fu ingegno così versatile da offrire
contributi nel campo dell’elettrostatica, elettrometria, meteorologia,
chimica, pneumatica e geologia, termologia… a lui dobbiamo l’invenzione
dell’elettroforo perpetuo, la prima macchina elettrostatica ad
induzione, l’elettroscopio condensatore, l’elettrometro assoluto, e,
soprattutto, la pila, il primo generatore di corrente continua nella
storia dell’umanità, con cui ebbe inizio la moderna era dell’elettricità
e che Einstein definì “la base fondamentale di tutte le invenzioni
moderne” (da Volta prende nome il “volt”, l’unità di misura della
differenza di potenziale che Volta definiva come “tensione”). Oltre a
tutto ciò, Volta portò avanti studi fondamentali sui gas, scoprendo il
metano.
Ebbene,
leggendo una biografia di Volta, si può scoprire che i suoi interessi
nel campo dell’elettricità, nati senza dubbio anche grazie
all’eccellenza della scuola dei Gesuiti in cui studiò, e al
gabinetto privato di storia naturale che un amico, il sacerdote Giulio
Cesare Gattoni, fisico per passione, gli mise a disposizione,
sorsero già a diciassette anni, allorché «si diede a meditar
profondamente le opere del padre Beccaria sull’elettricità naturale ed
artificiale, l’opera di Nollet ed altre»[2].
Chi
erano questi due personaggi, con cui Volta si sarebbe a lungo
confrontato, con apprezzamenti e critiche (in particolare col primo, cui
indirizzò persino la sua prima memoria, pubblicata nel 1769, De vi attractiva ignis electrici ac phoenomenis inde pendentibus)?
Beccaria
(1716-1781) era un sacerdote scolopio, allora celebre professore di
matematica nella Regia Università di Torino, membro della Royal Society
di Londra, definito “il più insigne fisico elettrizzante italiano
dell’epoca”, inventore del “pozzetto di Beccaria”, anticipazione della
“gabbia da Faraday”, e la cui opera principale fu fatta tradurre in
inglese da Benjamin Franklin. Padre Beccaria viene ricordato come colui
che «seppe comprendere le nuove interpretazioni sull’elettricità ideate
da Beniamino Franklin (1706-1790) arrivate dall’America, allora colonia
dell’Inghilterra. Tra i due nacque un’intensa sintonia, sebbene
Beniamino e Giovanbattista mai si conobbero di persona. Una sintonia che
durò trent’anni, con un fitto scambio di corrispondenza, anche di
carattere personale. Beccaria fu l’interprete delle idee di Franklin,
arricchendole di nuovi significati ed inquadrandole in maniera coerente.
Non fu tuttavia un mero traduttore: egli dette dignità di scienza a una
congerie d’osservazioni e d’ipotesi. La prima grande opera di Beccaria è
Dell’elettricismo naturale e artificiale (1753), che si gli valse l’ammirazione e le lodi di Franklin e Joseph Priestley. Importanti sono poi Dell’elettricismo (1758), Experimenta atque observationes quibus electricitatis vindex late constituitur atque explicatur (1769), Elettricismo artificiale di G. B. Beccaria (1772), che nel 1774 fu tradotto in inglese, e Dell’elettricità terrestre atmosferica
(1775). Grazie alla diffusione di questi testi Beccaria fu considerato
in Europa come l’uomo che seppe abbinare teoria e pratica. In
particolare nel progetto e realizzazione della prima macchina basata sul
nuovo fenomeno: il parafulmine. Protesse così San Marco a Venezia, il
Palazzo del Quirinale a Roma, il duomo di Milano, polveriere e navi
della repubblica di San Marco. Beccaria può essere a ragione considerato
come il padre dell’Elettricismo italiano perché stimolò numerosi validi
ricercatori, da Volta a Cigna,
a operare nella nuova disciplina, con il consenso e molte volte con un
dissenso che sapeva essere aspro – aveva infatti un carattere alquanto
difficile-, ma sempre dando esempio di rigore e di un vero metodo
galileiano»[3].
Chi
era invece Jean Antonie Nollet (1700-1770)? Sacerdote, professore di
fisica a Parigi, Torino, Bordeaux, Bologna… Fu autore della scoperta del
fenomeno dell’endosmosi, e di notevoli ricerche di elettrologia, che lo
portarono, fra l’altro, a enunciare una teoria del “fluido elettrico”.
Inventò il primo elettroscopio, poi messo a punto da Volta, nel 1747. Fu
uno dei primi cultori sistematici della fisica sperimentale in Francia, membro dell’Académie des sciences di Parigi e della Royal Society di Londra. Soprattutto fu uno dei maestri che orientarono verso la chimica il grande Lavoisier.
E gli altri amici e corrispondenti di Volta?
La seconda memoria del fisico comasco fu dedicata al sacerdote don
Lazzaro Spallanzani, professore a Pavia (che tra le altre cose, per il
suo studio del 1793 sul volo dei pipistrelli, grazie al “sesto senso”
degli ultrasuoni, è il padre più remoto del radar e dell’ecografia),
mentre il primo a venir informato dei suoi studi sull’ “aria
infiammabile nativa delle paludi”, cioè il metano, nel 1777, in ben
sette lettere, fu il sacerdote Giuseppe Campi, suo amico, un tempo suo
insegnante, che aveva tradotto in italiano e pubblicato gli scritti di
Benjamin Franklin nel 1774 e che, soprattutto, aveva notato per primo il
fenomeno nei canneti sul Lago Maggiore, allertando il Volta stesso.
Sempre nel 1777 Volta “riuscì ad effettuare lo sparo della sua pistola
comandandolo a distanza, e su questa esperienza progettò una sorta di
telegrafo tra Como e Milano”, descritto in una lettera al sacerdote
Carlo Barletti, autore di pregevoli studi sull’elettricità, amico del
Volta e come lui docente di fisica nell’ateneo di Pavia.
Fu invece a Joseph Priestly,
nel 1775, che Volta annunciò la sua prima invenzione, l’elettroforo
perpetuo. Priestly era un teologo e pastore protestante, che oltre ad
aver isolato l’acido cloridrico e l’ammoniaca, ad aver scoperto un nuovo
gas infiammabile, l’ossido di carbonio, e ad aver semplificato le
tecniche per la preparazione e conservazione dei gas, aveva pubblicato,
nel 1767, un importantissimo trattato sull’elettricità, The history and present state of Electricity.
Chi
fu, per concludere, il successore di Volta sulla cattedra di Fisica di
Pavia, nel 1804? L’abate barnabita Pietro Configliachi, destinato a
divenire rettore dell’intera università nel 1811. L’enciclopedia
Treccani ricorda che “il Volta dimostrò la sua amicizia al
Configliachi con incoraggiamenti e consigli, collaborando con lui in
alcune esperienze e stimandolo tanto da indirizzargli la lettera sulle
esperienze da intraprendersi sulle torpedini (Como, 15 luglio 1805), e
da permettere che pubblicasse la sua memoria sull’identità del fluido
elettrico col fluido galvanico”.
Sarà un altro religioso, questa volta non più operativo a Pavia, l’abate veronese Giuseppe Zamboni,
ad inventare, nel 1812, l’elettromotore perpetuo e la pila elettrica a
secco (di lunga durata, risolve alcuni difetti delle pile voltiane-nella foto l’elettromotore perpetuo di Zamboni),
scoperta che l’autore comunicò per lettera ad Alessandro Volta, e che
gli valse la fama in Europa, e la collaborazione con Ampère, Wollaston,
Faraday, e Dalton.
Ma
cosa pensava Volta in relazione alla fede? Sappiamo con certezza che
era un credente esemplare: andava a messa tutti i giorni, recitava il
Rosario quotidiano e nei pomeriggi festivi spesso spiegava il catechismo
ai fanciulli nella sua chiesa parrocchiale di san Donnino di Como (vi è
ancora oggi, nella chiesa, una lapide a ricordarlo).
Il
Vanzan ricorda due episodi significativi, entrambi del 1815, «che
meglio illustrano non solo la coniugazione di fede e scienza in Volta,
ma anche il suo zelo nell’aiutare quanti si trovavano in crisi di fede.
Anzitutto c’è l’incontro con Silvio Pellico nella
dimora estiva dei conti Porro – Silvio era istitutore dei loro figli –,
testimoniato nella lettera del Pellico al Porro (22 settembre 1815), e
forse ne seguirono altri (però non documentabili). Da una successiva
lirica del Pellico (il carme “Alessandro Volta”, ndr) sappiamo che egli
allora era praticamente ateo e che il Volta rispose con tali
argomentazioni da mettergli in cuore quel germe di fede che poi maturerà
nel carcere dello Spielberg. L’altro episodio riguarda la “professione
di fede”, inviata al canonico G. Ciceri di Como (lettera n. 1.703), in
cui testualmente scrive: “Ho mancato è vero nelle buone opere di
Cristiano Cattolico e mi son fatto reo di molte colpe, ma per grazia
speciale di Dio non mi pare d’aver mancato gravemente di fede, e certo
sono di non averla mai abbandonata. Se quelle colpe e disordini miei han
dato luogo a taluno di sospettare in me anche l’incredulità dichiaro
apertamente a lui, e ad ogni altra persona, e son pronto a dichiarare in
ogni incontro, ed a qualunque costo, che ho sempre tenuta e tengo per
unica vera ed infallibile questa Santa Religione, ringraziando senza
fine il buon Dio d’avermi infusa tal fede in cui mi propongo di vivere e
morire con ferma speranza di conseguire la vita eterna»[4].
Per concludere non si può non ricordare, almeno en passant,
altri tre grandissimi protagonisti di questa storia, dell’elettricità e
del magnetismo: Michael Faraday (1791-1867), membro della Sandemanian
church (cristiana-protestante), cui si devono le “leggi di Faraday”,
l’“effetto di Farady”, la “gabbia di Faraday” ecc.; il francese Andrè
Marie Ampère (1775-1836), mentore ed amico di Cauchy, cui è dedicata
l’unità di misura “ampére” e Guglielmo Marconi (1874-1937), inventore
della radio e premio Nobel per la Fisica nel 1909. Tutti e tre
professarono apertamente la loro fede in Dio e in Cristo.
Riguardo al primo, un suo biografo racconta che Faraday era «continuamente
invitato ad essere ospite di potenti e nobili, ma egli avrebbe voluto,
se possibile, declinare, preferendo visitare la sua povera sorella,
assisterla, bere il the con lei e leggere la Bibbia e pregare»[5].
Andrè Marie Ampère,
di nobile famiglia francese, ricevette dai genitori una fede cattolica
molto solida, che fu messa certamente alla prova, in svariate
circostanze, sia dallo spirito dei tempi che da alcuni avvenimenti
dolorosi della sua vita, quali la morte della moglie. Tra alti e bassi,
però, Ampére si circondò sempre di persone con cui condivideva una
prospettiva di fede: rimase infatti per tutta la vita amico e confidente
di Claude-Julien Bredin (anatomista, dal 1813 direttore della scuola di
veterinaria di Lione), di Pierre-Simon Ballanche (scrittore e filosofo
fortemente cristiano e antirivoluzionario, “rivale” di Chateubriand), di
Joseph Marie Degérando (o de Gérando, giurista e filosofo di famiglia
italiana), e di Jacques Roux-Bordier (botanico).
Il
pensiero delle “cose eterne” e la preghiera rimasero elementi costanti
della sua vita intellettuale, come testimonia questa lettera da Bourg
alla moglie malata (1803): «Le idee su Dio e sull’eternità sono
dominanti tra tutte quelle che eccitano la mia immaginazione, ed a
seguito di alcuni pensieri e riflessioni assai singolari, i dettagli dei
quali sarebbero troppo lunghi da esporre, ho deciso di chiederti i Salmi di François de la Harpe[6] che dovrebbe trovarsi in casa, rilegati – mi sembra – in verde, e un libro delle Ore a tua scelta».
Nel 1804, a Lione, Ampère divenne uno degli animatori della Société Chretiénne,
un cenacolo di intellettuali e nobili di cui André-Marie era
presidente, l’amico Bredin il segretario e Ballanche uno dei principali
animatori. Ciascun membro avrebbe dovuto produrre una relazione sulla
vita e sulla dottrina cristiana ed esporla alla discussione degli altri
soci: ad Ampère fu assegnato il tema “esposizione sulle prove storiche del Cristianesimo”,
argomento che egli affrontò in una lunga perorazione scritta, perduta
nel 1884, ma di cui conosciamo il contenuto grazie al riassunto di
Valson nel 1886. Lo scritto è diviso in tre parti, aventi lo scopo di
dimostrare come la religione cristiana abbia un’effettiva ispirazione
divina: prove tratte dall’Antico Testamento, prove tratte dai nemici del
Cristianesimo (queste, particolarmente significative secondo l’autore) e
prove evidenziate da scrittori e pensatori cristiani. L’operato di
questa società, per quanto di breve durata, testimonia dunque uno dei
periodi apicali della vicinanza di Ampère alla religione cattolica,
corrispondente all’incirca alla sua vita a Lione, vicino agli amici di
gioventù e all’ambiente familiare, nonché nel primo periodo dell’impero
napoleonico.
Trasferitosi
a Parigi nel 1804 Ampére assunse un modo assai meno umile di concepire
il proprio ruolo di intellettuale, dando molta più importanza al valore
ed alla potenza della mente umana. Così, per lo meno, fu come lo
descrisse l’amico lionese Bredin dopo un loro incontro: «è più
cambiato di quanto pensassi. L’anno scorso era un cristiano; oggi è solo
un uomo di genio, un grande uomo! Cosa può avere disturbato la sua
ragione?… Che ne è stato dei sublimi sentimenti che riempivano la sua
anima? Vede solo la gloria; è un idolatra della gloria! È pieno di
orgoglio, mentre vaglia i misteriosi abissi dell’intelligenza umana». In un’altra lettera, gli scriverà: «Il
tuo peggior nemico è la metafisica… Reputo alcune delle idee che hai
sul potere di certe capacità mentali assolutamente contrarie alla tua
stessa felicità… Credevo che avrei dovuto farti notare in particolar
modo che tendi a vedere l’uomo come invincibilmente spinto a questa o
quella decisione dalla sua organizzazione, dal suo temperamento etc. Mi
sembra che tu prenda per natura originale dell’uomo ciò che è solo una
sua dannosa abitudine». Bredin attribuiva alla nuova metafisica
secolare di Ampère il suo abbandono del cristianesimo, e lo ammoniva
frequentemente nelle sue lettere: da parte sua, lo scienziato gli
rispondeva di essere ormai troppo abituato all’uso dell’intelletto per
ritornare alla spensierata fede della gioventù. Cionondimeno, questo
abbandono della fede provocò molta più disperazione e malinconia che
vittoria e liberazione.
Il
ritorno alla fede di Ampère fu paradossalmente negli stessi anni
(1816/20) in cui l’amico Bredin iniziò a seguire la religiosità mistica
di Jacob Böhme (cui fu avvicinato proprio dallo stesso Ampère).
Apparentemente, i motivi che lo riportarono alla Chiesa furono gli
stessi della relazione scritta nel 1804 a Lione, ossia il prestigio e la
vitalità della religione cristiana che, nonostante sia stata per 2000
anni di volta in volta sfidata da infinite sette, permaneva viva e
vitale a dimostrazione della sua perfetta comprensione dell’animo umano.
Per qualche tempo, a partire dal 1832, Ampère accolse sotto il
suo tetto il futuro beato Antoine-Frédéric Ozanam, fondatore delle
associazioni di carità cristiana dette Società di san Vincenzo de’ Paoli,
mettendogli a disposizione la camera del figlio Jean-Jacques, e
introducendolo alla conoscenza di altri intellettuali cattolici
parigini, tra i quali Chateaubriand. Secondo quanto narrato nell’Elogio
funebre pronunciato da François Arago, celebre astronomo e politico, le
ultime parole di Ampère furono mormorate quando, sul letto di morte,
s’iniziò a leggere ad alta voce il De imitatione Christi per
confortare l’infermo: Ampère confidò agli amici attorno a lui di
conoscerne il testo a memoria. Glielo aveva insegnato sin da bambino suo
padre. Altri brevi elogi furono pronunciati dall’amico Ballanche e
dallo stesso Antoine Ozanam[7].
Quanto infine a Guglielmo Marconi,
basti questa testimonianza postuma della figlia Maria Elettra, apparsa
su «La Repubblica» del 10 febbraio 2011. Ella ricorda così l’amicizia
tra suo padre a il papa Pio XI: «Fu Pio XI in persona a chiedere a
mio padre di progettare la radio Vaticana verso la fine degli anni
Venti. E mai invito fu accettato con più grande entusiasmo. Mio padre
aderì sia come scienziato che come credente». Pio XI, continua la figlia di Marconi, «oltre
ad essere un grande pontefice era un uomo di scienza, legato a mio
padre da una profonda amicizia. Un Papa moderno che vedeva nella ricerca
scientifica e nel progresso doni di Dio che ogni persona illuminata
deve mettere a disposizione dell’umanità. Con questi sentimenti il Papa
si rivolse a mio padre». Il quale lavorò alla radio Vaticana «per
circa due anni con grande emozione, perché anche lui era affascinato
dall’idea che la sua radio sarebbe stata un potente mezzo per far
arrivare la voce del Papa in tutto il mondo. Una voce, mi ricordò
spesso, che parlava di pace, amore e fratellanza». Quando terminò il
progetto, Marconi era “emozionatissimo”, «specialmente quando invitò Pio
XI a parlare al primo storico microfono da lui ideato e che ora è
esposto nella sala di ingresso della Radio Vaticana. Mio padre era
veramente felice per la riuscita di quell’impresa. Come pure papa Ratti
che ci ha sempre invitato in Vaticano in lunghissime amichevoli udienze
che duravano anche 2-3 ore. Io, pur essendo piccolina, ero sempre
presente…».
Da: Scienziati dunque credenti, Cantagalli, II edizione, 2013
[1] C. Mesini, Luigi Galvani, terziario francescano,
Vallecchi, Firenze 1938. Si può qui ricordare parte del sonetto scritto
dal Galvani in occasione della morte della sua amatissima moglie:
«Poiché tu mi lasciasti a pianger solo/Dolce Consorte, e del tuo fral
disciolta/ alla Magion del Ciel ten gisti a volo/quai sien miei giorni
per pietade ascolta./ Gemo e per volger d’ore non consolo/l’alma, che ho
sempre al tuo partir rivolta/e pace ho sol allorchè sfogo il duolo/
quella tomba in baciar, che t’ha raccolta./Non però chieggio al mio
penar s’accordi/ fine, ma sol che tu pietosa a Dio/l’offra, onde i falli
miei più non ricordi/…».
Riguardo all’invenzione del parafulmine, se è vero che
alle scoperte di Franklin giovò anche il contributo di padre Beccaria,
tanto che spesso si parla di “parafulmine di Franklin e Beccaria”, non
mancano i misteri: alcuni storici sostengono infatti che Vàclav Prokop
Diviš (1698-1765), sacerdote premostratense ceco, abbia preceduto di sei
anni Franklin nell’invenzione del parafulmine, ma che ciò sia rimasto
sconosciuto ai più, per il fatto che Diviš era un semplice prete di
campagna di un piccolo villaggio della Boemia, e non un uomo pubblico e
con molti contatti come Franklin. Altri storici si limitano a scrivere
invece, che Franklin e Diviš condividono l’invenzione. Altri ancora
invece non concordano sulla precedenza del sacerdote ceco a cui è anche
attribuita però l’invenzione del primo strumento musicale elettrico
della storia, il così detto Denis d’or.
[4] Enciclopedia cattolica, voce: “Alessandro Volta”; S. Bergia at al., Dizionario Biografico degli Scienziati, Zanichelli, Bologna 1999, pp. 1496-1498; K. A. Kneller, Christianity and the Leaders of Modern Science, A Contribution to the History of Culture during the Nineteenth Century, American Council on Economics and Society, Fraser (Michigan) 1995, pp. 114-118; P. Vanzan, Alessandro Volta: l’uomo, lo scienziato, il credente, in «Civiltà Cattolica», 150 (1999), q. 3577, 13-26. Nel carme Alessandro Volta,
Pellico fa dire al grande scienziato: «Sento che puote l’ingegno esser
adorno/ di ricco intendimento e di scienza/ della Croce adorando il
santo scorno»; ed ancora: «sì che a Natura io lacerassi il velo, sempre
d’Iddio vidi innegabil segno», così che «nel Vangel lo sguardo figgo
come ne’ cieli ed in lui sento tutto il poter di verità gagliardo».
[6]
Per tutta la vita un fervente rivoluzionario e amico personale di
Voltaire, a seguito di 4 mesi di prigionia nelle prigioni del Luxembourg
(1894) Jean-François de la Harpe (1739-1803) mutò completamente campo,
diventando fervente conservatore e attaccando violentemente gli
enciclopedisti e i rivoluzionari (tanto che, quando la Rivoluzione ebbe
vinto, la cosa gli costò la pubblica proscrizione). La sua versione dei Salmi (1797) fu la prima opera data alle stampe dopo il periodo di prigionia.
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