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su santi,filosofi,poeti,scrittori,scienziati etc. che ti aiutano a comprendere la bellezza e la ragionevolezza del cristianesimo


venerdì 5 novembre 2021

 “Dio mi ha creato per renderGli un determinato servizio. Mi ha affidato un’opera che non ha affidato a un’altra persona. Io ho la mia missione specifica. Potrò non conoscerla mai in questa vita, ma mi verrà detta nella prossima… Avrò, perciò, fiducia in lui. Qualsiasi cosa e dovunque io sia, non posso mai essere buttato via. Se sono ammalato, la mia malattia può servire a Lui; se sono nel dolore, il mio dolore può servire a Lui. La mia malattia, o perplessità, o dolore possono essere cause necessarie di qualche grande disegno il quale è completamente al di sopra di noi. Egli non fa nulla inutilmente; può prolungare la mia vita, può abbreviarla; sa quello che fa. Può togliermi gli amici, può gettarmi tra estranei, può farmi sentire desolato, può far sì che il mio spirito si abbatta, può tenermi celato il futuro, e tuttavia Egli sa quello che fa”.


Preghiera del santo John Henry Newman

 "Credo di poter sopportare e accettare ogni cosa di questa vita e di questo tempo. E quando la burrasca sarà troppo forte e non saprò più come uscirne, mi rimarranno sempre due mani giunte e un ginocchio piegato"


Etty Hillesum

 "BUONGIORNO

Mi hanno ucciso così tante volte, 

che mi hanno insegnato a vivere.

Mi hanno umiliata e offesa, 

e lì ho capito il mio valore.

Mi hanno fatta sentire piccola, inutile e insignificante

e lì HO compreso la mia grandezza, quella dell'anima.

Mi hanno fatto buio intorno

 e lì ho visto il bagliore che ho dentro.

Hanno provato a infondere in me la paura

e lì ho scoperto di avere coraggio.

Mi hanno fatto piangere

e lì ho conosciuto che lacrime e sorrisi

sono doni che non tutti si meritano di avere.

Mi hanno tradita, nella fiducia e nei sentimenti

mostrandomi loro malgrado

la mia sincerità e purezza d'animo.

Mi sono sentita criticare come madre,

da chi madre non lo è mai stata,

e ho capito che certe persone offendono 

e giudicano perchè logorate dalla rabbia e dall'invidia

e che offrono solo ciò che possiedono...

la loro aridità, la loro cattiveria.

La Vita mi ha strappato via

troppo presto persone a me care

facendomele trovare non più vicine

ma dentro.

Da quando ho visto la brutalità della morte in faccia

da allora sorrido alla bellezza della Vita,

nonostante non sempre essa lo sia stata con me.

Tentano di darmi della pazza

solo perchè ho un modo di sentire

più profondo rispetto alle altre persone,

da qui ho appreso la mia intelligenza emotiva.

Mi hanno privato dell' amore e delle sue attenzioni

e allora ho iniziato ad amarmi davvero

allontanando chi non mi merita

e lasciando quel posto libero per chi dovrà arrivare...

promettendo a me stessa

di continuare a credere in questo nobile sentimento

e di poter incontrare un giorno

quella persona degna di me

e del mio cuore così pieno, denso e colmo

di questo bene prezioso,

che in me continua a crescere ogni giorno

perchè non sono mai riusciti a strapparmelo davvero.

In suo nome so di essere e so di avere.

In suo nome sono caduta e mi sono rialzata.

In suo nome mi sono sentita fragile e poi fortificata.

In suo nome respiro, penso, credo, scrivo,

parlo, spero, sogno, cammino...vivo!"


(Ogni diritto intellettuale è riservato a Antonella Raffaeli. Legge sulla proprietà intellettuale nr. 633 del 22.04.1941)

mercoledì 3 novembre 2021

Padre Damiano

 Per sapere cos’è il cattolicesimo leggete come l’ateo Stevenson difese padre Damiano, il “santo lebbroso”


«In molti, non solo credenti, pensano che i loro eroi debbano essere infallibili». Una formidabile testimonianza scritta dall’agnostico Stevenson. «Padre Damiano era mio padre»

Emanuele Boffi

 

 2 Novembre 2013


A chi pensa che un santo sia una brava persona, questa storia risulterà indigesta. A chi cerca la salvezza nella linearità dei comportamenti, questa vicenda apparirà scandalosa. A chi agogna la risposta immediata per dirimere le infinite contraddizioni del quotidiano, questo racconto sarà d’inciampo, e velocemente da dimenticare. Ma a chi, solo per una volta, sarà capitato l’accidente di riflettere che questa nostra esistenza è impasto di stelle e letame, cui nemmeno un Dio disdegnò di partecipare, la storia di padre Damiano e Robert Louis Stevenson parrà conferma e conforto che nulla è impossibile sul terzo pianeta del sistema solare.

Quando padre Damiano giunse sull’isola di Molokai il 10 maggio 1873 vi trovò la Geenna. Nessuna legge, nessun Dio, nessun padrone. Solo l’inferno violento di anime sfigurate dalla lebbra, corpi scartavetrati da un male orribile e ripugnante, selvagge lotte per ottenere l’immediato, fosse esso un pasto o un preteso amplesso. Padre Damiano giunse in questo scantinato del mondo seguendo la sua vocazione, come un folle di Dio che «sceglie di chiudere con le proprie mani le porte del suo sepolcro».

Sull’isola lazzaretto trascorse notti posando il capo su guanciali di pietra e aspirando brezze pestilenziali dalle narici, passò giorni a edificare chiese e villaggi, lottando – anche con la forza dei pugni e la testardaggine dei caproni – contro uomini disperati a rimanere diavoli. Sedici anni. In sedici anni padre Damiano trasformò l’isola prigione di Molokai in un posto degno di essere chiamato “casa”. Lebbrosi che parevano gorgoni e chimere e la cui scorza immonda faceva ribrezzo al mondo diventarono il trionfo della testardaggine di Dio, che non lascia intentata nemmeno l’impresa più oscena. Qui, nel maggio 1889, un mese dopo la morte di Damiano, inizia la nostra storia.





Visto «cose che non si possono dire»
Il reverendo H. B. Gage, pastore presbiteriano di Riverside (California), aveva scritto al collega Charles McEwen Hyde, uomo colto e perbene, missionario americano a Honolulu, per chiedergli chiarimenti sulla figura di padre Damiano, il sacerdote cattolico d’origine belga scomparso il 15 aprile 1889. Gage chiedeva a Hyde qualche notizia su quell’uomo la cui fama aveva travalicato i confini delle Hawaii per trovare risonanza in tutto il mondo civilizzato d’allora. Persino il re delle isole, dopo anni in cui aveva lasciato marcire a Molokai le persone infette, colpito dai notevoli risultati del sacerdote, gli aveva conferito una medaglia.

Grazie alla fama di santità, Damiano, dopo anni di stenti, aveva ricevuto aiuti da ogni dove e si diceva che quel lazzaretto fosse diventato un piccolo tesoro di luogo, con una chiesa, degli edifici, un orfanotrofio, un cimitero chiamato «il giardino dei morti». La risposta di Hyde fu biliosa: in realtà padre Damiano era un uomo «volgare, sporco, cocciuto e bigotto»; «la lebbra di cui morì fu la conseguenza dei suoi vizi e della sua noncuranza»; e, accusa falsa ma infamante, «non fu un uomo puro nelle sue relazioni con le donne».

Nel dicembre 1889, Gage fece pubblicare la lettera sui quotidiani per mettere in cattiva luce la “propaganda cattolica”. Lo scandalo fu enorme e la costruzione sull’isola del monumento in onore di padre Damiano fu bloccata. Fu allora che Stevenson, il grande scrittore autore de L’isola del tesoro e Lo strano caso del Dr Jekyll e Mr Hyde, l’agnostico ma figlio di un integerrimo presbiteriano come Hyde, prese carta e penna per difendere l’onore di padre Damiano, sacerdote di un Chiesa a lui del tutto estranea, se non ostile.
Stevenson, infatti, con la famiglia e per motivi di salute (aveva la tbc), aveva girovagato mesi per le isole della Polinesia. Ed era stato, un mese dopo la morte del prete, anche a Molokai. Aveva visto «cose che non si possono dire, e ascoltato storie che non possono essere ripetute: non ho mai ammirato così tanto la mia povera razza (per quanto strano possa sembrare) e amato la vita più che in quel lebbrosario».


Stevenson aveva visto e aveva scritto una lettera In difesa di padre Damiano che era un pamphlet iracondo, poderoso, accalorato. Rischiava molto a pubblicarlo. Consultando degli avvocati aveva scoperto che, se denunciato, avrebbe potuto perdere molti degli averi che s’era guadagnato tramite il suo talento. Sottoposto il testo a una casa editrice, se lo vide rifiutato. Perseverò e lo pubblicò a proprie spese: 25 copie. Poi il pamphlet fu di nuovo ristampato altre due volte, ma Stevenson rifiutò i diritti d’autore, che devolse a favore di un fondo per lebbrosi.

Alla sua intemerata, che ebbe eco mondiale, il reverendo Hyde rispose con un’alzata di spalle, definendo Stevenson come uno «strambo bohemien» della cui opinione «nessuno si interessa». Tuttavia, punto sul vivo, pubblicò anch’egli un dimenticabile libricino su padre Damiano e, per i dieci anni che rimase fra noi (morì nel 1899), cercò inutilmente altre prove sui lascivi costumi del missionario.

La lettera di Stevenson – l’ateo Stevenson, il figlio dei protestanti Stevenson, l’uomo di mondo Stevenson – è una formidabile testimonianza di cosa sia il cattolicesimo. Una setta – è lui stesso a scriverlo – di cui diffidava in sommo grado. Eppure solo vedendo e toccando quel che padre Damiano era riuscito a fare, egli colse la sostanza misteriosa e umana del cattolicesimo, che – si potrebbe dire – è la lebbra dell’anima. Come il male fisico contagia il corpo e lo imputridisce fino a scarnificarlo, così, all’inverso, la fede in un Dio umano contagia le nostre fibre fino a portarle a resurrezione. Ma ciò che è particolare nelle annotazioni di Stevenson in difesa di padre Damiano è che egli non lo presenta più santo di quel che fosse. Non ne edulcora la figura, non ne sconta i difetti, non s’inventa artifici per illuminarne le ombre. Anzi, al contrario, calca la mano, quasi fosse il suo spietato assassinio.



Rispondendo a Hyde, Stevenson lo informa di non aver voluto parlare coi cattolici di Molokai – apolegeti troppo inclini a incoronare con l’aureola il missionario –, ma coi nemici di padre Damiano. E di aver così scoperto che si trattava di un uomo «di origini contadine», «sporco, bigotto, infedele, scellerato, infido». Non solo: era così stupido che pensava di saperne più degli altri e invece si basava su «errati convincimenti» scientifici.
Aveva «abitudini trasandate» e un senso precario dell’igiene. Eppure sempre lui, sempre quest’uomo guasto, misero, impresentabile, era lo stesso che, anche a parere dei suoi avversari, aveva reso quelle «maschere di carne umana», quelle «spaventose creature» degli esseri felici. Sempre costui era «pronto a offrire la sua ultima camicia (non senza brontolare) così come a sacrificare la sua vita».

Come meritarsi la salvezza
«In molti, non solo cattolici, – scrive Stevenson – credono che i loro eroi e santi debbano essere infallibili». Qui è il nocciolo della questione, dice lo scrittore al pastore. «È questo a mio avviso il punto della nostra discordia: che voi siete tra coloro che si soffermano sui difetti e sui fallimenti; che provate un certo gusto a svelarli e a renderli pubblici; e che, una volta scoperti, vi dimenticate in fretta delle virtù predominanti e dei veri successi grazie ai quali siete venuto a conoscenza di tutto. È uno stato d’animo pericoloso». Pericoloso. Come pensare di poter meritare la salvezza senza immischiarsi con l’umano, anche nelle sue condizioni più abiette e sconce. Come accontentarsi di un Logos che si comunichi ai nostri pensieri e al nostro cuore, senza tener conto che, dal principio, s’annidò in sanguinolente viscere di donna.

E invece quel che fece padre Damiano fu essere santo, cioè secondo l’ammonimento evangelico, «perfetto come perfetto è il padre che è nei Cieli». Perché santità è fecondità, santità è paternità. «L’uomo che cercò di fare ciò che fece Damiano – conclude Stevenson – è mio padre, è il padre dell’uomo del bar di Apia, è il padre di tutti coloro che amano il bene; ed è stato anche vostro padre, se Dio vi avesse fatto la grazia di capirlo».

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lunedì 1 novembre 2021

Manifesto umano

Il Manifesto umano 

(di Jurij  Galanskov)

 Uscirò sulla piazza

e conficcherò all’orecchio della città,

un grido disperato.

Non voglio più il vostro pane

impastato di lacrime.

Cado e m’involo,

in un delirio,

in un sogno.

E sento nascere

l’umano

in me.

Ci siamo abituati a vedere

passeggiando lungo le vie,

nei momenti liberi,

dei volti imbrattati dalla vita, proprio come i vostri.

Improvvisamente-

come un rombo di tuono

e come la venuta di Cristo al mondo,

insorse

calpestata e crocifissa

la bellezza umana.

Sono io

che  invito alla verità e alla rivolta,

che non voglio più servire.

Io spezzo le vostre nere catene

tessute di menzogna.

Sono io-

imprigionato dalla legge,

che grido il manifesto umano!

E non importa che il corvo

mi incida sul marmo del corpo

una croce.

I rintocchi

 Gli uomini sonno sempre stati venali e spesso malvagi. Ma qando si spandevano i rintocchi della sera, diffondendosi sul villaggio, sui campi, sul bosco, ricordavano che bisognava lasciare le meschine cure della terra, dare tempo e mente all'eterno

Questi rintocchi, che soltanto una vecchia canzone oggi ci tramanda, impedivano agli uomini di abbandonarsi sulle quattro zampe.
 In queste pietre, in questi campanili i nostri avi hanno messo il meglio di se stessi, tutta la loro concezione della vita.
Dai « Racconti minimi»
A. Solzenicyn
 

SAN RICCARDO PAMPURI

 SAN PAMPURI. IL MIRACOLO PIÙ GRANDE È CHE SI È AMATI


Sabato 7 settembre, il pellegrinaggio da Assago a Trivolzio. Per l'edizione del giubileo dei 30 anni dalla canonizzazione, ricordiamo come è nata la devozione di don Giussani per san Riccardo. Ecco le pagine dalla biografia di SavoranaAlberto Savorana05.09.2019Nel mese di gennaio 1995 Giussani viene a sapere da un’amica dei Memores Domini, Cristina Bologna, di una guarigione inspiegabile attribuita a san Riccardo Pampuri (1897-1930), medico dell’ordine dei Fatebenefratelli, morto giovanissimo e canonizzato da Giovanni Paolo II nel 1989. È Giussani stesso a riferire i fatti come gli sono stati raccontati: «La parente di una nostra amica di Coazzano si ammala gravissimamente al midollo spinale: trapianto o autotrapianto, una delle cose più gravi che ci sia. E Laura dice a questa sua compagna: “Facciamo un pellegrinaggio qui vicino, da san Pampuri”. Notate che ha scelto san Pampuri perché era più vicino e questo non dà nessuno scandalo: se fosse stata più vicina la Madonna di Caravaggio, sarebbero andate a Caravaggio. E vanno là, prendono la figura del santo e Laura dice all’altra, Cristina: “Noi abbiam bisogno del concreto, perciò fa toccare dall’immagine i vestiti di san Pampuri”. E quella con l’immagine tocca il cappello della sua divisa della banda musicale. Vanno in ospedale e la danno alla donna. Mentre è lì ancora che legge la preghiera, arriva il medico con l’esito dell’ultimo esame: “Devo aver sbagliato – dice stralunato – rifacciamo l’esame”. Dopo mezz’ora arrivano i risultati come quelli di prima! Allora il medico dice: “Guardate, avete il diritto di parlare pure di miracolo. Lei vada a casa”. “Come?”. “Lei vada a casa, è guarita!”». Commentando l’episodio, Giussani esclama che questo è accaduto «non duemila anni fa per la vedova di Nain, ma adesso». Così, aggiunge, «sotto tutto questo si cela lo svolgimento del tiro più “furbesco” che Dio fa all’uomo».


San Riccardo Pampuri


Il pellegrinaggio Assago-Trivolzio

Da quei giorni di gennaio Giussani raccomanda di fare attenzione alla figura di questo giovane santo: «Pregate san Pampuri, perché san Pampuri è una cosa spettacolosa. Immaginate: è nato nella nostra campagna, confondendosi con tutte le cose che c’erano, era un filo d’erba come gli altri, un fiore come gli altri, una pianta come le altre, un contadino come gli altri, un medico come gli altri, professionista. Dite allora qualche Gloria a san Pampuri – dobbiamo valorizzare i santi che Dio ha creato tra di noi nella nostra epoca e nella nostra terra –. Bisogna invocarlo: un Gloria a san Pampuri tutti i giorni». Sarà lui stesso a dare l’esempio: da allora, infatti, la chiesa di Trivolzio, nella quale sono conservate le spoglie di san Pampuri, diventerà una meta abituale; vi si recherà, infatti, di frequente in auto dalla vicina Gudo Gambaredo, dove abita.

Giussani fa pubblicare sul numero di Tracce del febbraio 1995 la lettera di Cristina Bologna, insieme a un articolo sulla figura del santo. E all’improvviso il parroco di Trivolzio, don Angelo Beretta, comincia a ricevere telefonate da ogni dove: sono persone che chiedono informazioni sugli orari delle messe e sulla possibilità di pregare davanti all’urna del Santo: grazie a Giussani, «arriva gente da tutta Italia e da tutto il mondo ad onorare san Riccardo», dichiara don Angelo, che ricorda il loro incontro, nel 1995: «Mi avevano telefonato che sarebbe venuto un “prete” alle 11 a celebrare in onore di San Riccardo, vado in piazza della Chiesa e vedo arrivare mons. Giussani. […] Dopo poche parole, sembrava che mi conoscesse da sempre. Ha celebrato la S. Messa, poi è venuto all’oratorio a prendere un caffè». I due sacerdoti parlano a lungo, «poi mi chiede perché non compero la cascina che c’è a lato della piazza e che era appena rimasta disabitata, per creare un luogo di accoglienza. Io ero perplesso, ma lui mi ha incoraggiato».
Don Angelo ricorda: «È venuto poi altre volte, quasi tutti gli anni, a celebrare la S. Messa ed una volta […] anche per un matrimonio».

Giussani parlerà in più occasioni di san Riccardo, sottolineandone la prossimità alla sua vita: «Dio nel tempo produce la Sua presenza, il segno della Sua presenza, attraverso il miracolo della santità. Il miracolo deve venire da qualche cosa di vicino, che è dentro l’orizzonte nostro. Così, dove san Riccardo Pampuri è nato è dentro la visibilità di Gudo: a Gudo, dall’ultimo piano [della casa dove Giussani abita; N.d.A.], vedete Trivolzio».
E ancora, ribadisce la vicinanza e l’ordinarietà della vita di Pampuri: «Nella storia della grande amicizia cristiana, san Riccardo si rivela come un fratello maggiore, che indica alla nostra vita inevoluta ma pur desiderosa della santità la radice di ciò che conta, cioè l’appartenenza a Cristo, e la via che essa apre, la sequela a Lui. Non è la sua una vicenda clamorosa quanto a opere, sebbene la straordinaria partecipazione di popolo ai suoi funerali dimostri quanto egli avesse lavorato tra la sua gente e con quale amore».

Ciò che colpisce Giussani è che san Riccardo «non è diventato grande per essersi impegnato in un grintoso affronto della realtà, inevitabilmente destinato a delusione per l’originale peccato dei nostri progenitori». Al contrario, «è per noi una testimonianza solare di quanto san Paolo dice di se stesso: “Pur vivendo nella carne io vivo nella fede del Figlio di Dio” (Gal 2,20). E tutta la vicenda umana di san Riccardo, tanto fu breve quanto resterà per sempre a segnare il destino per cui siamo fatti: riconoscere Colui che è tra noi, il volto buono del Mistero che fa tutte le cose, presente qui e ora».
Il 9 dicembre 1995, durante gli Esercizi spirituali degli universitari di CL, Giussani torna a parlare di san Riccardo leggendo la lettera ricevuta da una studentessa: per curare un tumore, da oltre un anno si sottopone a cicli di chemioterapia, ma la situazione peggiora progressivamente. Accogliendo l’invito di Giussani, la giovane si reca più volte a Trivolzio, per invocare l’intercessione del santo medico. «Il 2 novembre, giorno dei Morti, vengo convocata in ospedale; dopo una lunga attesa si è liberata una camera: è imminente il trapianto del midollo. Non sono tranquilla, so che è un’operazione difficile e dolorosa […] le infermiere mi fecero infilare il camice e mi portarono a tagliare i capelli: sembrava che tutto stesse per compiersi. Mi passarono mille pensieri per la testa, ma solo uno prese forma: pregai il Signore di rendermi partecipe della Sua Passione, di non sprecare nulla di me. Chiesi di spendere la mia vita per lei, don Giussani, e per i miei amici. È stato in quell’attimo che mi sorprese una calma, una pace sorprendente. Avevo paura del dolore, della morte che in quella corsia di ospedale, tra le camerette sterili, si intuisce anche senza vedere. […] Desideravo vivere il mio annullamento non come disperazione, ma come sacrificio. Ero completamente affidata, poteva accadere di me qualsiasi cosa. Ma ero già salva, poiché in rapporto con l’Eterno. Ora che ci ripenso vorrei poter rivivere tutta la mia vita come quel momento. Guardavo le mie mani, le mie povere mani che si sarebbero riempite di tubicini e di aghi, guardavo il volto di mio padre, sofferente ma dolce».

LEGGI ANCHE - San Pampuri. Il volto dei santi ogni giorno

La mattina e il pomeriggio trascorrono tra esami di ogni genere, ripetuti più volte. Solo alla sera arriva l’esito, assolutamente imprevedibile: non c’è bisogno di dialisi né di trapianto, «il midollo sorprendentemente aveva riiniziato a produrre da solo. Era come se il mio corpo, immobile e muto da più di un anno, all’improvviso avesse ripreso a funzionare come prima. “Cose che capitano – dicono i medici. Le cure hanno fatto finalmente effetto.” Non mi basta! Non mi può bastare una risposta così. Li guardo sbalordita e incredula. […] Lui mi ama. Ancora non capisco cosa possa essere successo, o almeno lo so, ma tremo solamente a pensarlo. E sono inondata di gratitudine».
Terminata la lettura, Giussani commenta: «Queste persone, nella storia dell’uomo e nella nostra storia personale, sono rese oggetto di una iniziativa particolare, inspiegabile dall’uomo. Ma una voce lo dice, la loro stessa voce: […] “Egli mi ama”. […] Il miracolo più grande è che si è amati. È quello che ha sentito la nostra amica […]. Siete amati. Questo è il messaggio che arriva nella vostra vita, lo vogliate o non lo vogliate».

venerdì 29 ottobre 2021

il nuovo dispotismo

 Alexis de Tocqueville era veramente un brillante osservatore ed aveva una rara capacità di analisi dei fenomeni sociali, per scrivere queste cose alla metà del XIX secolo.


"I governi democratici possono diventare violenti e anche crudeli in certi momenti di grande effervescenza e di pericolo, ma queste crisi saranno rare e passeggere. Quando penso alle piccole passioni degli uomini del nostro tempo, alla mollezza dei loro costumi, all’estensione della loro cultura, alla mitezza della loro morale, alla purezza della loro religione, alle loro abitudini laboriose e ordinate, alla moderazione che quasi tutti conservano nel vizio come nella virtù, non temo che essi troveranno fra i loro capi dei tiranni, ma piuttosto dei tutori.

Credo, dunque, che la forma d’oppressione da cui sono minacciati i popoli democratici non rassomiglierà a quelle che l’hanno preceduta nel mondo, i nostri contemporanei non ne potranno trovare l’immagine nei loro ricordi.

Invano anch’io cerco un’espressione che riproduca e contenga esattamente l’idea che me ne sono fatto, poiché le antiche parole dispotismo e tirannide non le convengono affatto. La cosa è nuova, bisogna tentare di definirla, poiché non è possibile indicarla con un nome.


Se cerco di immaginarmi il nuovo aspetto che il dispotismo potrà avere nel mondo, vedo una folla innumerevole di uomini eguali, intenti solo a procurarsi piaceri piccoli e volgari, con i quali soddisfare i loro desideri. Ognuno di essi, tenendosi da parte, è quasi estraneo al destino di tutti gli altri: i suoi figli e i suoi amici formano per lui tutta la specie umana; quanto al rimanente dei suoi concittadini, egli è vicino ad essi, ma non li vede; li tocca ma non li sente affatto; vive in se stesso e per se stesso e, se gli resta ancora una famiglia, si può dire che non ha più patria.


Al di sopra di essi si eleva un potere immenso e tutelare, che solo si incarica di assicurare loro beni e di vegliare sulla loro sorte. È assoluto, particolareggiato, regolare, previdente e mite. Rassomiglierebbe all’autorità paterna se, come essa, avesse lo scopo di preparare gli uomini alla virilità, mentre cerca invece di fissarli irrevocabilmente nell’infanzia, ama che i cittadini si divertano, purché non pensino che a divertirsi.


Lavora volentieri al loro benessere, ma vuole esserne l’unico agente e regolatore; provvede alla loro sicurezza e ad assicurare i loro bisogni, facilita i loro piaceri, tratta i loro principali affari, dirige le loro industrie, regola le loro successioni, divide le loro eredità; non potrebbe esso togliere interamente loro la fatica di pensare e la pena di vivere? Così ogni giorno esso rende meno necessario e più raro l’uso del libero arbitrio, restringe l’azione della volontà in più piccolo spazio e toglie a poco a poco a ogni cittadino perfino l’uso di se stesso. L’eguaglianza ha preparato gli uomini a tutte queste cose, li ha disposti a sopportarle e spesso anche considerarle come un beneficio.


Così, dopo avere preso a volta a volta nelle sue mani potenti ogni individuo ed averlo plasmato a suo modo, il sovrano estende il suo braccio sull’intera società; ne copre la superficie con una rete di piccole regole complicate, minuziose ed uniformi, attraverso le quali anche gli spiriti più originali e vigorosi non saprebbero come mettersi in luce e sollevarsi sopra la massa; esso non spezza le volontà, ma le infiacchisce, le piega e le dirige; raramente costringe ad agire, ma si sforza continuamente di impedire che si agisca; non distrugge, ma impedisce di creare; non tiranneggia direttamente, ma ostacola, comprime, snerva, estingue, riducendo infine la nazione a non essere altro che una mandria di animali timidi ed industriosi, della quale il governo è il pastore. Ho sempre creduto che questa specie di servitù regolata e tranquilla, che ho descritto, possa combinarsi meglio di quanto si immagini con qualcuna delle forme esteriori della libertà e che non sia impossibile che essa si stabilisca anche all’ombra della sovranità del popolo.


I nostri contemporanei sono incessantemente affaticati da due contrarie passioni: sentono il bisogno di essere guidati e desiderano di restare liberi; non potendo fare prevalere l’una sull’altra, si sforzano di conciliarle: immaginano un potere unico, tutelare ed onnipotente, eletto però dai cittadini, e combinano l’accentramento con la sovranità popolare. Ciò dà loro una specie di sollievo: si consolano di essere sotto tutela pensando di avere scelto essi stessi i loro tutori. Ciascun individuo sopporta di sentirsi legato, perché pensa che non sia un uomo o una classe, ma il popolo intero a tenere in mano la corda che lo lega.

In questo sistema il cittadino esce un momento dalla dipendenza per eleggere il padrone e subito dopo vi rientra.

...

È inutile affidare a questi cittadini, così dipendenti dal potere centrale, l’incarico di scegliere di tanto in tanto i rappresentanti di questo potere, poiché questo uso così importante, ma così breve e raro del loro libero arbitrio, non li salverà dalla perdita progressiva della facoltà di pensare, sentire e agire da soli e li lascerà cadere gradatamente al disotto del livello dell’umanità.

Aggiungo che essi diverranno presto incapaci di esercitare il grande ed unico privilegio che resta loro. I popoli democratici, introducendo la libertà nella vita politica nel tempo stesso in cui aumentavano il dispotismo amministrativo, sono stati portati a singolarità stranissime. Se si tratta di condurre piccoli affari, nei quali può bastare il buonsenso, essi stimano incapaci i cittadini; se si tratta, invece, del governo di tutto lo stato, affidano ai cittadini immense prerogative; così ne fanno a volta a volta i trastulli del sovrano e i suoi padroni; più dei re e meno degli uomini. Dopo avere escogitato infiniti sistemi di elezione, senza trovarne uno adatto, si stupiscono e cercano ancora: come se il male che essi notano dipendesse dalla costituzione del paese molto più che da quella del corpo elettorale.


È effettivamente difficile comprendere come mai degli uomini, che hanno interamente rinunciato all’abitudine di dirigere se stessi, potrebbero riuscire a scegliere bene quelli che li dovrebbero guidare; non si può mai sperare, quindi, che un governo liberale, energico e saggio possa uscire dai suffragi di un popolo di servi.

..."

(La democrazia in America, Parte IV, Cap. VI)

martedì 26 ottobre 2021

Croce, libertà

 Nei "Fratelli Karamazov" l'ultima opera, tra le più celebri, Dostoevskij ha dedicato un brano alla morte in croce di Cristo. 



[Tu non scendesti dalla croce,

quando per schernirti e per provocarti ti gridavano:

"Scendi dalla croce, e crederemo che sei proprio tu!".

Non scendesti perché, anche questa volta,

non volesti rendere schiavo l'uomo con un miracolo,

perché avevi sete

di una fede nata dalla libertà e non dal miracolo.

Avevi sete di amore libero,

e non dei servili entusiasmi dello schiavo

davanti al padrone potente

che lo ha terrorizzato una volta per sempre.]

lunedì 25 ottobre 2021

vero Warhol, più cristiano che trasgressivo

 DIZIONI 

 

Il vero Warhol, più cristiano che trasgressivo

Una mostra e un nuovo studio approfondiscono il lato intimo del maestro della Pop Art: la fede profonda anche al centro delle sue opere

Pubblicato il 25 ottobre 2021 , di DAVIDE RONDONI
L’autoritratto di Andy Warhol del 1986: l’artista morì nel 1987, a 59 anni
L’autoritratto di Andy Warhol del 1986: l’artista morì nel 1987, a 59 anni

di Davide Rondoni

È che lui continua a essere uno scandalo. Non ci possiamo far niente, lo vorremmo in un posto e sta in un altro, ci pare abbia certe caratteristiche e invece ne rivela di opposte. Si accompagna a gente poco raccomandabile. Non distingue convenienza e decoro. Sto parlando di Gesù. Che non a caso si trova intrecciato a vite spesso bizzarre e sorprendenti, e a vite di grandi artisti del nostro tempo.

Andy Warhol e Gesù, strana faccenda. Eppure, dopo vari approfondimenti e in vista della mostra dedicata al tema Andy Warhol: Revelation che – bloccata nei mesi scorsi a Pittsburgh dalla pandemia – aprirà al Brooklyn Museum il mese prossimo, la lettura di un libro edito da Ares di Michele Dolz, Andy Warhol nascosto conferma: non ci sarebbe l’arte contemporanea senza la fede cristiana. Senza Cristo non ci sarebbe. In genere, si è portati a pensare che le vicende e le figure della fede siano questioni che riguardano l’arte e gli artisti del passato. I tormenti di Michelangelo, di Caravaggio, la devozione del tremendo Guido Reni.

Ma ci sarebbero Bacon e Warhol senza Cristo ? No.

Si badi: qui non si fa la etichettatura di nessuno, nè si pesa la fede personale di nessuno, figuriamoci la morale – questo lo lasciamo ai moralisti di ogni risma che si nascondono ovunque. No, le etichette sono il contrario del senso critico e la fede di una persona è insondabile, non misurabile. Ma qui si guarda un fatto. Che è questione culturale.

Gli eccentrici figuri radunati nella Cattedrale di New York per la celebrazione del funerale dell’artista morto misteriosamente a seguito di una operazione rimasero in parte sorpresi (e in parte no) nel sentire il discorso funebre. Il noto critico d’arte John Richardson tratteggiava la figura di chi era chiamato Mr Mistero per il mix di esibizione e di timidezza.

Parlò di "un aspetto del suo carattere che nascondeva a tutti tranne che ai suoi amici più stretti: l’aspetto spirituale. Quanti di voi lo hanno conosciuto in circostanze che erano agli antipodi della spiritualità potrebbero essere sorpresi dall’esistenza di questo aspetto, ma c’era, ed era fondamentale per la mente dell’artista". La spiritualità di Warhol, scomparso a 59 anni il 22 febbraio 1987, era cristiana, fatta di più soste in chiesa durante la settimana, di preghiere nella casa piena di icone con la madre, e visite alla Madonna di Guadalupe, dove il compagno di viaggio testimonia che fece "tutte le cose che fa un cattolico", e di incasinate udienze con Papa Wojtyla. Ebbe la carità offerta in modo semplice nelle mense parrocchiali.

Se ne ha speciale fuoco nel lavoro artistico negli ultimi mesi concentrato a ridare, quasi con più "amorevolezza", sottolinea Dolz, la scena della Cena di Da Vinci a Milano, nella sua ultima mostra e apparizione pubblica. Le croci e altro entravano sempre nelle sue opere, in mezzo all’infinito catalogo, a volte morboso, certo iconico, del mondo. Dal suo angolo quasi distaccato da eventi, corpi, eventi, Warhol captava la forza di pura presenza del mondo. Quella "cosa" che il nihilismo contemporaneo stava corrodendo. E non fece arte con la dislocazione in ambiente artistico di oggetti, il readymade di tanti da Duchamp in poi, ma, nota Dolz, con la forza di ridare natura di "segno" agli oggetti. Come certe mele di Cezanne, sedie di Van Gogh.

Presenza che porta inquietudine circa il suo senso e la sottrazione al nulla. Non ha fatto questo Warhol anche a costo di ogni esibizione? La presenza iconica di un volto, di un oggetto dei più comuni, non provvedono, grazie al genio artistico (e grande lavoratore), a illuminare la natura di segno, di domanda, quasi preghiera?