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sabato 17 maggio 2025

La conversione di Alphonse Ratisbonne

 

La conversione di Alphonse Ratisbonne per mezzo della Medaglia Miracolosa

Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenza
Comunicato n. 7/21 del 20 gennaio 2021, San Sebastiano

La conversione di Alphonse Ratisbonne per mezzo della Medaglia Miracolosa

Nonostante fosse stato educato senza alcuna formazione ebraica, Alphonse era fiero di appartenere ad una famiglia di notabili, essendo suo padre presidente del concistoro di Strasburgo. Disse di se stesso: «Ero ebreo di nome, ecco tutto, poiché non credevo nemmeno in Dio» (Ratisbonne, di Jean Guitton, Wesmael-Charlier, coll. «Conversions célèbres», 1964, p.42). Quando suo fratello maggiore Théodore si convertì nel 1827 e divenne sacerdote nel 1830, i rapporti familiari si deteriorarono e il disprezzo di Alphonse verso la religione cattolica aumentò. Aveva programmato di sposarsi non per convenienza ma per amore a 28 anni, nell’estate del 1842, con sua nipote Flora di 16 anni, ma prima, nel novembre del 1841, volle partire in viaggio, con l’intenzione di visitare Napoli, la Sicilia, Malta e Costantinopoli. Alla fine, dopo essere stato a Napoli e prima di recarsi a Palermo, decise di dirigersi verso Roma, temendo di non avere un’altra occasione per visitarla. Dopo qualche giorno di svago trascorso a Roma, alla vigilia della sua partenza per Palermo datata 15 gennaio 1842, andò a trovare un amico di infanzia, Gustave de Bussières, che era protestante. Non trovandolo, fu ricevuto da suo fratello convertito dal protestantesimo, il barone Théodore de Bussières, fervente cattolico e devoto della Medaglia Miracolosa, strumento di tante conversioni.

Ispirato dalla Santa Vergine, questi sfidò Ratisbonne: «Giacché lei detesta la superstizione e professa dottrine tanto liberali, giacché è uno spirito forte tanto illuminato, avrà il coraggio di sottoporsi a una prova innocente?». Questa prova invitò Ratisbonne ad indossare la Medaglia Miracolosa e a recitare mattino e sera il Memorare, il «Ricordatevi» che san Bernardo compose in onore della Vergine Maria, una preghiera molto efficace: «Ricordatevi, o piissima Vergine Maria, che non s’è inteso mai che alcuno che è ricorso alla vostra protezione, che ha implorato il vostro patrocinio e chiesto la vostra protezione, sia rimasto abbandonato. Animato io da tale confidenza, vengo, o Vergine delle Vergini a gettarmi nelle vostre braccia e gemendo sotto il peso delle mie colpe mi prostro ai vostri piedi. O Madre del Verbo, non disdegnate le mie preghiere ma benignamente ascoltatele e degnatevi di esaudirle». Ratisbonne accettò: «Oh! Non importa, esclamò, scoppiando a ridere; voglio quantomeno provarvi che si fa torto agli ebrei accusandoli di ostinazione e di testardaggine insormontabile» (Ratisbonne, di J. Guitton, op. cit., p.22). Promise dunque al barone de Bussières di recitare questa preghiera: «Se essa non mi fa del bene, almeno non mi farà del male!» (op. cit., p.56).

Alphonse Ratisbonne ritornò dal de Bussières per riportargli la preghiera che aveva ricopiata, dal momento che il barone non ne possedeva altre copie. Una forza interiore spinse Théodore de Bussières ad insistere, affinché Alphonse rinviasse la sua partenza, suggerendogli così che se fosso rimasto a Roma avrebbe potuto vedere il Papa. Fece pregare alcuni suoi amici, fra i quali il conte de La Ferronays, per la conversione di un ebreo. Nella notte tra il 19 e il 20 gennaio, Ratisbonne si svegliò di soprassalto: vide davanti a lui una grande croce nera, avente una forma particolare, senza Cristo. Provò, invano, a scacciare questa immagine, dopodiché si riaddormentò. Dopo la sua conversione, qualche ora più tardi, avrebbe riconosciuto in quella visione, la croce coniata sulla Medaglia Miracolosa. Giovedì 20 gennaio 1842, Théodore de Bussières andò nella chiesa di Sant’Andrea delle Fratte poiché doveva far riservare i banchi per la famiglia di de La Ferronays, vecchio ministro di Carlo X, esiliato a Roma dal 1830. Il conte, purtroppo, era morto improvvisamente la sera del 17 gennaio. Nel frattempo, chiese a Ratisbonne di aspettarlo per qualche minuto. Lo ritrovò inginocchiato davanti alla cappella dell’Arcangelo san Michele e san Raffaele, con il viso bagnato di lacrime, dicendo tutto emozionato e riconoscente: «Che Dio buono! Che pienezza di grazia e felicità!». Supplicò Théodore de Bussières di portarlo da un sacerdote poiché, spiega, «quanto ho a dire, non posso proferirlo che in ginocchio. La parola umana non deve tentare d’esprimere l’inesprimibile; ogni descrizione, per quanto sublime possa essere, non sarebbe che una profanazione dell’ineffabile verità. (…) Non sapevo dove mi trovavo; non sapevo se ero Alphonse o un altro; provavo un cambiamento così totale che mi credevo un altro. (…) La gioia più grande si sprigionava dal fondo della mia anima; non potetti parlare; non volli rivelar niente; sentivo in me qualche cosa di solenne e di sacro che mi fece chiamare un sacerdote» (op. cit., p.64).

Théodore de Bussières lo portò al Gesù, convento dei Gesuiti, affinché parlasse a Padre de Villefort. Ratisbonne tirò fuori la sua Medaglia che aveva attaccata al suo collo, l’abbracciò e gridò: «L’ho vista! L’ho vista!». Il Padre de Villefort gli chiese di parlare. Ratisbonne si mise in ginocchio e raccontò che entrando in chiesa aveva visto un cane nero che saltava e abbaiava davanti a lui. In seguito, il cane disparve (il cane sembra essere l’immagine del diavolo). «D’un tratto – dichiarò – mi sono sentito di un turbamento inesprimibile. Tutta la chiesa disparve; la chiesa mi sembrava tutta oscura, eccetto una cappella, quasi che tutta la luce della chiesa si fosse concentrata in quella. Alzai gli occhi verso la cappella raggiante di tanta luce e vidi sull’altare della medesima, grande, maestosa, bellissima, misericordiosa, la Vergine Maria, simile nell’atto e nella forma, all’immagine che si vede nella Medaglia Miracolosa; una forza irresistibile mi spinse verso di Lei, che parve dicesse: “Basta così”. Non lo disse, ma lo capii» (Ratisbonne, di J. Guitton, op. cit., p.30). E aggiunse: «Uscivo da una tomba, da un abisso di tenebre, ed ero vivo, perfettamente vivo… Ma piangevo! Vedevo nel fondo dell’abisso le miserie estreme dalle quali ero stato strappato da una misericordia infinita». Pensando alla sua fidanzata e alla sua famiglia ebrea, li implorò: «A voi dono le mie preghiere! (…) Non alzerete voi gli occhi verso il Salvatore del mondo il cui sangue ha cancellato il peccato originale? Oh, che l’impronta di questa macchia è orribile! Rende completamente irriconoscibile la creatura fatta a immagine di Dio» (op. cit., p.65). In seguito, Ratisbonne si recò con P. de Villefort e Théodore de Bussières a Santa Maria Maggiore e a San Pietro per rendere grazie a Dio. Trovandosi in dette basiliche, esclamò: «Com’è bello qui! Non vorrei uscirne mai (…). Non è più la terra, è quasi il cielo».

Si trovava alla presenza di Dio, ma gemeva sapendo di avere ancora in sé il peccato originale e rifugiandosi nella cappella della Santa Vergine, affermò: «Qui, non posso avere paura; sento che sono protetto da una misericordia immensa» (op. cit., p.31). Quando Théodore de Bussières gli domandò i dettagli di ciò che avesse visto, Alphonse Ratisbonne precisò: «Vidi la Regina del cielo in tutto lo splendore della sua bellezza senza macchia; ma il suo sguardo non aveva potuto sostenere lo splendore di quella luce divina. Aveva provato per tre volte a contemplare nuovamente la Madre delle misericordie; tre volte i suoi inutili sforzi non gli avevano permesso di alzare gli occhi che alle sue mani benedette dalle quali sgorgava, con fasci luminosi, un torrente di grazia» (op. cit., p.33).

Sapeva con certezza assoluta che il de La Ferronays aveva non solo pregato per lui, ma persino offerto la propria vita a Dio per la sua conversione e che essa era ugualmente dovuta alle preghiere rivolte al Signore nel corso di tutto l’anno precedente da suo fratello Théodore, da P. Desgenettes e dai fedeli dell’Arciconfraternita di Nostra Signore delle Vittorie, ai quali P. Théodore aveva confidato questa intenzione.

Alphonse Ratisbonne si fece istruire secondo i dettami della religione cattolica, come già aveva osservato in una delle sue tante lettere, affermando che nel cattolicesimo «intravedeva il senso e lo spirito dei dogmi» (op. cit., p.66). Entrò nel convento dei Gesuiti per un ritiro spirituale sotto la direzione di P. de Villefort e secondo le sue richieste, fu battezzato il 31 gennaio 1842, 11 giorni dopo la sua conversione. Scrisse: «Gli ebrei che udirono la predicazione degli apostoli furono immediatamente battezzati, e voi volete farmi attendere dopo che ho udito la Regina degli apostoli!» (op. cit., p.67).

Il così breve tempo intercorso fra la sua conversione ed il battesimo si giustifica grazie alla conoscenza della dottrina cattolica da lui dimostrata ai sacerdoti incaricati di istruirlo, sebbene non avesse mai aperto in precedenza alcun testo religioso.

Dicendo «la Santa Vergine non mi ha detto niente, ma ho capito tutto», Ratisbonne affermò che Lei gli aveva fatto conoscere le verità del cristianesimo tutte in una volta; l’apparizione fu per lui un centro di luce dal quale tutto s’irradiava, come una formula matematica che spiegava il mondo intero. In seguito, Alfonso e Flora si lasciarono e a tal proposito, egli scrisse che «l’amore del mio Dio aveva talmente preso il posto di ogni altro amore, che la mia stessa fidanzata mi appariva sotto un altro aspetto. L’amavo come un oggetto che Dio tiene nelle sue mani, come un dono prezioso che fa amare ancora di più il donatore» (op. cit., p.66).

È interessante ricordare che il 29 aprile 1918, il P. Kolbe – colui che donò la vita fino alla morte per l’Immacolata – volle celebrare la sua prima messa in Sant’Andrea delle Fratte, proprio sull’altare dove Alphonse Ratisbonne il 20 gennaio 1842 vide la Santa Vergine, Colei che aveva convertito il Nostro Israelita di 28 anni mediante la Medaglia e la preghiera del «Ricordatevi».

Mauriac osserva, nei suoi Bloc notes del maggio 1964: «Ci sono attimi eterni attorno ai quali tutto un destino cristallizza degli istanti che durano fino alla morte, sin quando l’uomo vive» (Rue de Bac ou la superstition dépassée, di Jean Guitton, Ed. S.O.S., coll. «Hauts lieux de spiritualité», 1973, p.94). Qualche giorno dopo il suo battesimo, il 3 febbraio 1842, Ratisbonne è ricevuto da papa Gregorio XVI, il quale gli fece la seguente impressione: «Le maestà del mondo mi sembravano riunite in colui che quaggiù possiede la potenza di Dio (…). Ma (…) non era un monarca, ma un padre la cui bontà estrema mi trattava come un caro figlio» (Mémoire del 12 aprile 1842, éd.1919, p.94, citato da R. Laurentin, in Multiplication des apparitions de la Vierge aujourd’hui, Fayard, 1988, p.125).

L’apparizione privata e la conversione spettacolare di Ratisbonne fecero molto clamore: si aprirono a Roma un’inchiesta e subito dopo un processo canonico. Esso si concluse con il riconoscimento dell’autenticità dei fatti. Il 3 giugno 1842, un decreto del cardinale Patrizi, vicario di Roma, assicurò «che era certo che un vero ed insigne miracolo operato da Dio, ottimo e massimo, per l’intercessione della Vergine Maria, ha generato la conversione istantanea e perfetta di Alphonse Ratisbonne dal giudaismo al cattolicesimo». È grazie a questo Decreto che la Sacra Congregazione dei Riti accordò, il 23 giugno 1894, l’istituzione della Festa della Manifestazione della Vergine Immacolata, detta della Medaglia Miracolosa. Questa festa si celebra il 27 novembre, ricorrenza dell’apparizione di Nostra Signora a santa Caterina Labouré. L’ufficio del breviario, in questa data, racconta proprio la conversione di Alphonse Ratisbonne. In ringraziamento delle preghiere a Nostra Signora delle Vittorie per la sua conversione, nel 1843 Ratisbonne fece benedire da Monsignor Affre una cappella consacrata al Santissimo ed Immacolato Cuore di Maria.

Alphonse Ratisbonne lasciò il suo mestiere di avvocato e il mondo della finanza. Entrò nel noviziato dei Gesuiti il 14 giugno 1842 prendendo il nuovo nome di Marie-Alphonse e fu ordinato sacerdote il 24 settembre 1848. Con l’autorizzazione del Superiore Generale dei Gesuiti, P. Jean-Philippe Roothaan e la benedizione di Papa Pio IX, nel 1852 lasciò la Compagnia di Gesù per entrare nella Congregazione di Nostra Signora di Sion. Votata alla conversione degli ebrei, essa è stata fondata dal fratello Théodore nel 1843, su domanda di Gregorio XVI. I due fratelli, Théodore e Alphonse Ratisbonne, avevano fondato nello stesso anno l’apostolato delle religiose di «Nostra Signora di Sion», e nel 1855 «I Preti Missionari di Nostra Signora di Sion», affinché potessero «lavorare, piangere e soffrire per la redenzione di Israele». Eressero a Gerusalemme e ad Ain Karim, il villaggio natale di San Giovanni Battista a 7 chilometri ad ovest di Gerusalemme, alcuni conventi e monasteri per i religiosi e le religiose di Nostra Signora di Sion, oltre che delle scuole e degli orfanotrofi nei quali si impartiva una specifica formazione al lavoro. Divenuto quasi cieco, P. Marie-Alphonse aveva profetizzato: «Avrò prestò l’età della Santa Vergine, 70 anni: morirò a quell’età». Morì, infatti, a 70 anni, il 6 maggio 1884, ad Ain Karim, dicendo: «Offro la mia vita per la salvezza di Israele» e gridando, pieno di gioia e come rapito: «Maria!». Alcuni testimoni pensano che abbia visto a quel punto la Santa Vergine poiché il suo viso si illuminò e la sua stanza fu investita da una luce soprannaturale. Sulla sua tomba, a San-Giovanni-in-Montana, presso Gerusalemme, dove fece costruire un convento, si legge la seguente preghiera, incisa su sua richiesta: «O Maria, ricordatevi del vostro figlio che è la dolce e generosa conquista del vostro amore!».

L’efficacia della Medaglia Miracolosa risiede nella preghiera che riconosce Maria «concepita senza peccato». Maria, nostra Madre, «Rifugio dei peccatori», risplendente dell’amore di Dio che Ella dona agli uomini, è molto generosa nelle grazie, tra le quali quella della salvezza. È per la nostra consacrazione ai Sacri Cuori, che noi otterremo la nostra santificazione e la conversione dei peccatori. P. Desgenettes ne fece esperienza: la confraternita di Nostra Signora delle Vittorie, che era come morta, rivisse quando egli obbedì ad una voce interiore che il 3 dicembre 1836 gli rivelò: «Consacra la tua parrocchia al Santissimo e Immacolato Cuore di Maria». P. Desgenettes scrisse: «Non sembra forse naturale pensare che Gesù Cristo si interessi alla gloria di questo Cuore che gli ha fornito le prime gocce del Sangue adorabile al prezzo del quale ci avrebbe riscattati? Egli vuole che la gloria di cui ha coronato la sua Santa Madre nel Cielo, si rifletta sulla terra, che tutti gli uomini sappiano che il Cuore di Maria è il serbatoio e il canale delle misericordie divine» (Annales de l’Archiconfrérie de Notre-Dame des Victoires, marzo 1854, p.214, in L’Abbé Desgenettes, serviteur et apôtre de Marie, di Suor Maria-Angelica della Croce, op. cit., p.218)

giovedì 15 maggio 2025

Senso Religioso

 Può l’uomo raggiungere, a partire dalla propria ragione naturale, la certezza dell’esistenza di Dio? Ogni prova dell’esistenza di Dio gode della medesima certezza o esistono delle differenze? A partire dalle classiche cinque vie di San Tommaso d’Aquino, attraverso l’integrazione con le riflessioni filosofiche successive, padre Réginald Garrigou-Lagrange O.P. (Auch, 1877 – Roma, 1964; filosofo, teologo e mistico domenicano, tra le più brillanti menti speculative del XX secolo), con mirabile capacità di sintesi, entra nel cuore della problematica riassumibile nel principio “il più non viene dal meno”. La rinuncia - pur sempre possibile – a questa riflessione, e al suo essere alla portata di tutti, condurrebbe inevitabilmente all’ammissione di una realtà assurda, dove si perdono sia Dio, sia l’uomo.


***


Capitolo IV - Enunciazione della prova generale che racchiuda tutte le altre 


Questa prova ha per principio questa verità per tutti evidente, ossia che il più non viene dal meno, o meglio, il più perfetto non può essere prodotto dal meno perfetto, come la causa pienamente sufficiente che ne dà ragione; in altri termini. Per esempio, la statua non si spiega soltanto con l’argilla, il legno o il marmo che ne sono la materia o la causa materiale. La statua suppone uno scultore, che ha conosciuto il soggetto da rappresentare, che è in grado di realizzare ciò che concepisce e che di fatto lo realizza. Il più non viene dal meno. 


Ugualmente, nell'ordine della natura, l'essere generato, pianta o animale, non si spiega solo con la materia bruta; bisogna che abbia avuto un seme proveniente da un generante perfetto almeno quanto il generato; oltre al fatto che solo l'adulto, arrivato alla perfezione della sua specie, può generare. Il più non viene dal meno e non può essere reso intelligibile da quest’ultimo. 


Così ancora solo un maestro che conosce una scienza o un'arte può insegnare, e soltanto colui che ama fortemente la virtù può ispirare effettivamente l'amore, un amore duraturo e fecondo. 


Il più perfetto non può essere prodotto dal meno perfetto come da sua causa pienamente sufficiente, poiché questa maggior perfezione sarebbe senza alcuna causa, giungerebbe all'esistenza senza che nulla possa spiegarla, contrariamente al principio di causalità: ex nihilo nihil fit: dal nulla senza alcuna causa non può venire niente. Più la terra è povera e più bisogna coltivarla, e affidarle una buona semenza per farle produrre qualcosa. Se la terra fosse stata ridotta al nulla, sarebbe necessaria una potenza attiva infinita per produrre dal niente (ex nihilo), il più piccolo granello di polvere e a maggior ragione il più piccolo chicco di grano. Ma senza nessuna causa efficiente tendente a questo piuttosto che a quest’altro, nulla può esser prodotto. Parimenti, l’inferiore non può produrre il superiore, poiché la perfezione di quest’ultimo sarebbe senza causa alcuna, senza ragion d'essere. Questo vorrebbe dire porre l'assurdità al posto del mistero della creazione. 


Il superiore non può essere spiegato dall’inferiore ma, viceversa, il superiore può spiegare quest’ultimo. Lo scultore che ha un pensiero vivo della statua ciò che costituisce il suo valore artistico. L'adulto che genera motiva la vita del generato. 


Dunque è una verità certa che il più perfetto non può essere prodotto dal meno perfetto. Questo principio illumina a sua volta i fatti più sicuri. 


I fatti. Nel mondo, questo è fuor di dubbio, c’è un movimento e persino del movimento incessante; inoltre, ci sono degli esseri che giungono all'esistenza. Tra questi, molti sono perfettamente organizzati e dotati di vita vegetativa (le piante); altri di vita sensitiva (gli animali); altri di vita intellettiva, che a volte si spinge fino alla genialità, e di vita morale e spirituale che, talvolta, si manifesta sotto forma di eroicità e di un’incontestabile santità, come avviene nel Cristo e nei grandi Santi del Cristianesimo, le cui opere feconde perdurano per secoli dopo la loro morte. 


Si tratta di un fatto generale, tra i più complessi, ma molto certo, che abbraccia tutte le forme dell'attività, che si constata nell'universo dal punto più basso a quello più alto.


In virtù del principio “il più non viene dal meno” o “il più perfetto non può esser prodotto dal meno perfetto”, si deve dunque concludere: se nel mondo c’è movimento e perfino movimento incessante e universale, bisogna che ci sia un motore capace di produrlo. Se ci sono nel mondo degli esseri che giungono all'esistenza e che in seguito scompaiono, bisogna che ci sia, da tutta l'eternità, un Essere che esiste per sé, che non deve l'esistenza che a se stesso e che possa donarla agli esseri contingenti e corruttibili. Se nel mondo ci sono degli esseri viventi, bisogna che l'Essere che da tutta l'eternità esiste da sé abbia la vita, e che abbia la vita da sé, per poterla dare agli altri. Se nel mondo c’è intelligenza, una sapienza a volte geniale, se c’è moralità, bisogna che l'Essere che da tutta l'eternità esiste da sé sia intelligente, sapiente e veramente santo; oltretutto: bisogna che abbia da sé la sapienza e la santità per poterla comunicare agli altri. Solo il superiore può spiegare l’inferiore. 


“Chi disse che una cieca fatalità ha prodotto tutti gli effetti che vediamo nel mondo, disse una grande assurdità” (C.-L. Montesquieu, Lo spirito delle leggi).


Il più perfetto non può venire dal meno perfetto. 

Al principio di tutto, dunque, bisogna che ci sia da tutta l'eternità un Essere che non solamente abbia l'esistenza, la vita, l'intelletto, la santità, ma che sia l'Essere stesso, la Vita stessa, la Sapienza stessa, la Santità stessa; altrimenti parteciperebbe soltanto all'esistenza, alla vita, all'intelletto, alla santità, non ne possiederebbe che una parte. Pertanto, non potrebbe spiegare se stesso e richiederebbe una causa a Lui superiore. 


Al vertice degli esseri e dei valori è necessario che ci sia Colui che è l’Essere stesso, il Valore stesso. Se egli non fosse la Verità stessa tenderebbe soltanto verso di essa, come verso una perfezione a Lui superiore, per un impulso superiore a Lui che, in ultima analisi, non potrebbe che provenire da Colui che è la Verità stessa e dunque l'Essere stesso, la pienezza dell'essere e di conseguenza il Bene stesso. 


È per questo motivo che Gesù afferma espressamente la sua divinità e che è il vero Dio, quando dice non solamente: “Io HO la verità e la vita”, ma: “Io SONO la verità e la vita” (Gv 14,6). 


Questa prova globale che sviluppa tutte le altre possiede una grande forza; in essa si realizza quanto diceva Scheeben: “la prova necessaria ad ogni uomo per acquisire una piena certezza è così facile e chiara, che si percepisce appena il procedimento logico che implica […] essa fonda, a questo titolo, una convinzione più forte e più solida di qualsiasi convinzione ottenuta artificialmente, e non può essere smossa da nessuna obiezione scientifica”.

mercoledì 14 maggio 2025

Se senti vacillare la fede

 "Se senti vacillare la fede per la violenza della tempesta, calmati:Dio ti guarda.

Se ogni cosa che passa cade nel nulla, senza più ritornare, calmati: Dio rimane.

Se il tuo cuore è agitato e in preda alla tristezza, calmati: Dio perdona.

Se la morte ti spaventa, e temi il mistero e l'ombra del sonno notturno, calmati: Dio risveglia.

Dio ci ascolta, quando nulla ci risponde; è con noi, quando ci crediamo soli; ci ama, anche quando sembra che ci abbandoni".

Sant'Agostino ♥️


martedì 13 maggio 2025

La vitamina B12


La vitamina B12 è stata isolata e cristallizzata nel 1948, e dopo quasi un secolo, sono ancora numerosi gli studi volti a scoprirne nel dettaglio non solo le proprietà chimiche ma soprattutto gli effetti sull’organismo umano

La Vitamina B12: fatti e questioni irrisolte!

Di Elena Mutti

Editor: Olivia Candini

Revisori esperti: Malvina Prapa, Antonella Borreca

Revisori naive: Nicola Ganci, Andrea Mattia Marcelli

La vitamina B12 è stata isolata e cristallizzata nel 1948, e dopo quasi un secolo, sono ancora numerosi gli studi volti a scoprirne nel dettaglio non solo le proprietà chimiche ma soprattutto gli effetti sull’organismo umano. Sin da subito è stato evidenziato il suo ruolo fondamentale nel contrastare una pesante forma di anemia e gravi disturbi neurologici. Successivamente la vitamina B12 ha trovato coinvolgimento nei più disparati settori delle scienze mediche, a volte con notevole successo e a volte no. In questo testo si vogliono ripercorrere le principali applicazioni terapeutiche della vitamina B12, anche quelle prive di fondamento scientifico, esplorando allo stesso tempo gli studi più recenti che aprono la strada a nuovi impieghi terapeutici (es. nel campo immunologico).

Cenni sulla struttura e funzioni biochimiche della vitamina B1

La vitamina B12 (chiamata anche cobalamina) è una sostanza di colore rosso formata essenzialmente da un anello con al centro un atomo di cobalto (Figura 1). Nel corpo umano la vitamina B12 interviene in due importanti reazioni biochimiche: nella prima il metilmalonil-CoA viene trasformato in succinil-CoA, mentre nella seconda la vitamina converte l’omocisteina in metionina. I due prodotti, succinil-CoA e metionina, svolgono funzioni essenziali nell’organismo umano. In assenza di vitamina i due prodotti non vengono sintetizzati e i precursori delle reazioni, il metilmalonil-CoA e l’omocisteina, vengono di conseguenza accumulati nell’organismo.

 

Fonti alimentari della vitamina B12 e principali cause di carenza

La vitamina B12 non viene prodotta dall’organismo umano ma deve essere introdotta con la dieta e viene assorbita a livello dei primi tratti dell’intestino. In alcuni casi difetti genetici o malformazioni funzionali impediscono l’utilizzo della vitamina introdotta, determinando uno stato di carenza. Più spesso invece, un deficit di vitamina B12 è legato ad un’insufficiente assunzione con la dieta. La vitamina B12, a differenza di buona parte delle altre vitamine, è presente solo nei prodotti di derivazione animale. La troviamo nella carne (specialmente nelle carni rosse e in larga misura in fegato e reni), nel pesce, nei molluschi ma anche nelle uova, nel latte e nei suoi derivati. Nel regno vegetale è per lo più assente. Fanno eccezione alcune foglie di tè, un paio di varietà di funghi e alcuni prodotti tipici della cucina orientale, come certe specie di alghe e la soia fermentata.

L’assenza della vitamina B12 nei prodotti di origine vegetale, fa sì che la carenza della vitamina sia molto frequente in quelle popolazioni che, per ragioni sociali e/o culturali, non hanno accesso ai prodotti di origine animale (vegani, vegetariani, anziani e paesi poveri). Per questa ragione e a motivo della sua importanza, recentemente, la vitamina B12 viene anche aggiunta nella preparazione industriale di alcune bevande energetiche (Red Bull o Burn) e di alcuni snack (come le barrette di Ovomaltina o alcuni cereali Kellogg’s ).



Cenni storici e prime misurazioni

Nel 1849 un medico del Guy’s Hospital di Londra pubblicò la prima descrizione di un gruppo di pazienti con una grave forma di anemia ribattezzata anemia perniciosa. Verso la fine del 1800 si scoprì che i pazienti colpiti da anemia perniciosa presentavano anche una grave neuropatia chiamata inizialmente degenerazione subacuta combinata [1]. Studi successivi dimostrarono che questi pazienti potevano essere curati somministrando fegato crudo ma fu necessario attendere il 1948 per isolare dal fegato il fattore “terapeutico”, a cui fu dato appunto il nome di vitamina B12, e il 1955 per la definitiva comprensione della sua struttura [2]. A distanza di più di 150 anni gli studi condotti per capire e definire le caratteristiche chimiche e gli effetti della vitamina B12 si contano numerosi e le tecniche diagnostiche utilizzate per dosarne i livelli nel corpo umano sono state affinate. Ora sappiamo che avere un livello di vitamina B12 nel sangue più basso di 200 pg/mL, correlato ad un aumento di omocisteina e di acido metilmalonico, indica uno stato di carenza. Questo stato di carenza, se non curato, porta alle sopracitate anemia perniciosa e degenerazione subacuta combinata (ora ribattezzata neuropatia da carenza di vitamina B12). Ad oggi, possiamo dire che gli effetti di questa vitamina e in particolare della sua carenza riguardano numerosi campi, che vanno ben oltre quelli identificati in origine.

 

Ruolo nell’embrione e nel bambino

Alcuni studi indicano che un deficit di vitamina B12 nelle donne in gravidanza e di conseguenza un suo carente apporto durante lo sviluppo fetale, porta molto spesso alla nascita di bambini sottopeso, con probabili ritardi nella crescita [3]. Considerando che la carenza di vitamina B12 è frequente nelle donne in gravidanza, anche a causa dell’aumentato fabbisogno vitaminico per soddisfare le esigenze del feto (da 2.4 µg/giorno a 2.6 µg/giorno), viene spesso consigliata un’integrazione vitaminica durante il periodo pre-parto [4]. Sugli effetti della vitamina B12 nello sviluppo di difetti del tubo neurale (la struttura che nell’embrione dà origine al sistema nervoso centrale) invece, contrariamente a quanto si crede, il panorama scientifico non è unanime. E’ ancora da dimostrare infatti, se uno stato di carenza possa portare alla mancata chiusura del tubo neurale durante la gestazione e quindi, alla nascita di bambini con la spina bifida. E’ certo invece che se la carenza di vitamina B12 colpisce i bambini dopo la nascita (nei primi anni di età), questi sviluppino spesso dei danni a livello del cervello, con possibili deficit cognitivi e disfunzionalità motorie [5]. Le cause di carenza di vitamina B12 nei bambini in età pediatrica sono molte, ma un recente studio ha messo in luce come al quarto mese dal parto la concentrazione di vitamina B12 nel latte materno diminuisce considerevolmente, determi-nandone un’insufficiente disponibilità negli infanti nutriti solo con questo alimento [6].

 

Ruolo nell’adulto

La vitamina continua a svolgere un ruolo essenziale anche quando l’individuo diventa adulto.  

Malattie neurologiche. Alcuni studi sembrano dimostrare il coinvolgimento della vitamina B12 anche in alcune delle principali malattie neurologiche, diverse dalla neuropatia da carenza di vitamina B12, come il morbo di Parkinson, la sclerosi multipla, la sclerosi laterale amiotrofica e la malattia di Alzheimer [7]. Purtroppo, ad oggi, sappiamo solo che in alcuni dei pazienti affetti da queste malattie la concentrazione di vitamina B12 nel corpo presenta dei livelli alterati, ma non siamo ancora in grado di stabilire se ci sia e quale sia un nesso causale con la malattia. E’ importante però proseguire e approfondire queste ricerche, perché la vitamina B12 potrebbe essere utilizzata come supporto alle odierne terapie farmacologiche [8].

Aterosclerosi. Anche in molti pazienti con malattie cardiovascolari è stata diagnosticata una diminuzione dei livelli di vitamina B12. La vitamina B12 viene utilizzata, insieme ad altre vitamine, allo scopo di prevenire una malattia vascolare come l’aterosclerosi, sebbene gli effetti di questa terapia abbiano dato risultati contrastanti.

Medicina estetica e pratica sportiva. Negli ultimi anni, anche la medicina estetica e dello sport si sono occupate della vitamina B12. La vitamina B12 viene pubblicizzata come cura per alcune malattie dermatologiche ed è presente ormai in molti prodotti dermatologici e/o cosmetici. Sebbene alcuni studi abbiano dimostrato un miglioramento dei pazienti trattati con prodotti a base di vitamina B12, senza registrare fino ad ora la comparsa di effetti collaterali da sovradosaggio, altri studi indicano che solo un numero molto basso di soggetti con carenza di vitamina B12 presenta malattie come la vitiligine e la dermatite atopica. Non è quindi ben chiaro se esista una relazione tra i due fenomeni o se le cause vadano ricercate altrove [9]. Analogo discorso può essere fatto per l’alopecia areata. Troviamo sempre più spesso sul mercato prodotti tricologici a base di questa vitamina nonostante molti studi abbiano dimostrato l’assenza di legame tra la carenza di vitamina e l’alopecia [10]. Gli annunci pubblicitari spesso promuovono gli integratori a base di vitamina B12 utili a aumentare l’energia e la resistenza. Nessuno studio ha però dimostrato che questi integratori possano effettivamente aumentare l’energia o migliorare le prestazioni atletiche [11].

Effetti sull’osso. Uno stato di carenza di vitamina B12 è spesso associato al deterioramento della salute dell’osso. All’aumentare del livello di vitamina B12 infatti si osserva una diminuzione, seppur modesta, del rischio di frattura dell’osso [12].

Effetti sul sistema immunitario. Alcuni studi hanno portato alla luce il ruolo della vitamina B12 a livello del sistema immunitario: nei pazienti carenti in vitamina B12 è stata dimostrata una diminuzione di alcune delle cellule che devono difendere l’organismo (come le cellule natural killer e linfociti CD8). Queste scoperte potrebbero avere importanti risvolti nelle terapie delle malattie del sistema immunitario [13].

Nutrigenomica. Recentemente, si stanno sviluppando una serie di ricerche nel campo della nutrigenomica (quella scienza che studia se e come il cibo che ingeriamo, interagisce con il nostro DNA influenzando l’espressione dei nostri geni) [14]. Anche la vitamina B12 sembra avere un effetto “ nutrigenomico”. Infatti, è stato dimostrato che il nutriente vitamina B12 è in grado di regolare l’espressione di numerosi geni e/o proteine, nel sistema nervoso centrale, nel fegato, nell’intestino e in altri organi dei mammiferi. I geni e/o le proteine, per ora scoperti, sono essenzialmente alcune citochine, dei fattori di crescita e alcune molecole legate al trasporto e al metabolismo della vitamina B12 [15].

Questi studi, se sapientemente sfruttati, potrebbero portare allo sviluppo di nuove applicazioni terapeutiche per quelle patologie in cui è necessario modulare l’espressione dei geni, tra cui le malattie genetiche e i tumori.

 

Bibliografia

[1][2] G. Scalabrino, D. Veber, E. Mutti. Nuovi orizzonti biologici per la Vitamina B12. Caleidoscopio Italiana. Medical Systems S.p.A. Ed. Luglio 2005.

[3][4][5] M.R. Pepper, M.M. Black. Effects on embryonic development B12 in fetal development. Semin Cell Dev Biol. 2011;22(6):619-23.

[6] E. Greibe, D.L. Lildballe, S. Streym, P. Vestergaard, L. Rejnmark, et al. Cobalamin and haptocorrin in human milk and cobalamin-related variables in mother and child: a 9-mo longitudinal study. Am J Clin Nutr. 2013;98(2):389-95.

[7][8] A. McCaddon. Vitamin B12 in neurology and ageing; clinical and genetic aspects. Biochimie. 2013;95(5):1066-76.

[9] J. Brescoll, S. Daveluy. A review of vitamin B12 in dermatology. Am J Clin Dermatol. 2015;16(1):27-33.

[10] D.T. Ertugrul , A.S. Karadag, Z. Takci, S.G. Bilgili, H.U. Ozkol, et al. Serum holotranscobalamine, vitamin B12, folic acid and homocysteine levels in alopecia areata patients. Cutan Ocul Toxicol. 2013;32(1):1-3.

[11] National Institutes of Health (NIH), Vitamin B12 – Fact Sheet for Consumers (2011).

[12] J. Tamura, K. Kubota, H. Murakami, M. Sawamura, T. Matsushima, et al. Immunomodulation by vitamin B12: Augmentation of CD8+ T lymphocytes and natural killer (NK) cell activity in vitamin B12-deficient patients by methyl-B12 treatment. Clin Exp Immunol. 1999;116:28-32.

[13] J.P. van Wijngaarden, E.L. Doets, A. Szczeci?ska, O.W. Souverein, M.E. Duffy, et al.Vitamin B12, folate, homocysteine, and bone health in adults and elderly people: a systematic review with meta-analyses. J Nutr Metab. 2013;2013:ID 486186.