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mercoledì 24 luglio 2013

Senza la coscienza di essere peccatori


Senza la coscienza di essere peccatori
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Senza la coscienza di essere peccatori non possiamo rivolgerci a nessuno senza ingiustizia, presunzione, pretesa, attacco, calunnia e menzogna!
Nella coscienza di essere peccatori, al contrario, sorgono la possibilità di una discrezione, la nostalgia di una verità per sé e per l’altro, il desiderio che almeno l’altro sia più buono di sé, e l’umiltà.
don Giussani L'avvenimento cristiano: Uomo Chiesa Mondo

Gaudí spiega la Creazione alla Gmg di Rio. La Sagrada Família

Gaudí spiega la Creazione alla Gmg di Rio. La Sagrada Família
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come il libro della Genesi
Luglio 24, 2013 Silvia Guidi
tratto dall’Osservatore Romano - 

Un giorno decide di chiedere una donazione a un conoscente molto ricco: «Faccia questo sacrificio». «Con piacere, non è affatto un sacrificio» risponde quello con un sorriso. E lui, subito: «Allora mi dia abbastanza perché lo sia!». Il protagonista dell’aneddoto è Antoni Gaudí, famoso tra i contemporanei tanto per l’allegria e la pazienza con cui seguiva personalmente i suoi cantieri quanto per la genialità e la perizia con cui progettava case, monasteri, scuole, giardini, cattedrali, arredi liturgici o ninnoli di metallo da regalare ai figli dei suoi collaboratori; la stessa cura, lo stesso amore per l’infinitamente grande come per l’infinitamente piccolo, scaturiti dalla gratitudine per l’immensità del bene ricevuto, la luce della Grazia. Poteva mancare il padre della gigantesca festa del perdono di pietra chiamata Sagrada Família — ma il vero padre è san Giuseppe, ripeteva Gaudí, e il vero “cliente” è Dio — alla Giornata mondiale della gioventù a Rio de Janeiro? Ovviamente no. La mostra dedicata all’artista catalano, inaugurata al Museu de Arte Contemporânea de Niterói il 23 luglio dall’arcivescovo di Barcellona, il cardinale Lluís Martínez Sistach, si intitola «Antoni Gaudí, the Days of Creation». Voluta fortemente dagli organizzatori locali, ripercorre in tre sezioni — «Luce», «Uomo e Natura», «Meraviglia» — l’arte e l’opera del genio catalano. «In questa esposizione — spiega la curatrice, l’architetto Chiara Curti a Radio Vaticana — si racconta come Gaudí costruisce. Insisteva sempre sul fatto che era un collaboratore della Creazione, così abbiamo preso come spunto il libro della Genesi». La mostra, perciò, si divide in tre grandi capitoli. Il primo parla della luce, di come le architetture di Gaudí partano tutte da un principio: come entra la luce dentro gli edifici. Il secondo capitolo è dedicato alla osservazione della natura e alle relazioni con gli uomini. Il terzo sullo stupore verso la bellezza. Il riferimento continuo è alla Genesi e si ripercorrono i giorni della Creazione accompagnati da Gaudí e dalle sue opere. Un’altra mostra dedicata a Gaudí è stata allestita due anni fa a Madrid, nel Parco del Ritiro, ed è stata la più visitata in assoluto, con settantamila visite in quattro giorni, «avevamo anche aperto reti sociali in internet legate alla mostra — continua Chiara Curti — per avvisare man mano varie personalità che potevano visitarle e che avrebbero tenuto anche piccole conferenze ai ragazzi e in queste reti sociali sono state raccontate tante conversioni e momenti particolari. A me ha colpito molto vedere una guardia notturna, tanto commossa dalle spiegazioni che ascoltava — la mostra restava aperta fino alle due del mattino — che ha deciso di portare le sue due figlie: le ha tenute lì tutta la notte per spiegargli la mostra. Vale la pena portare avanti questi progetti anche per queste piccole grandi cose che succedono». Del resto «il più grande capolavoro di Gaudí non fu tanto la Sagrada Família in sé — scrive Luca Nannipieri in un recente saggio in cui legge l’arte di Gaudí come una sfida alla mentalità contemporanea — quanto l’avere concepito l’opera come una cattedrale dell’Europa moderna e avere costruito con essa e insieme a essa un popolo composto da credenti e non credenti, che ha contribuito e contribuisce ancora, a quasi cento anni dalla sua morte, al lavoro del genio catalano». Antoni Gaudí era consapevole di non poter riuscire da solo nell’impresa e sapeva che essa richiedeva il popolo, la massa, la massa dei credenti, ma anche dei non credenti, che riconoscevano in quella chiesa non ancora sorta, in quell’ipotesi di cattedrale, qualcosa di importante per loro. Per la loro identità, per il loro avvenire. Ed è proprio la creazione di questo popolo la vera utopia realizzata di questo grande genio cristiano. Che continua a generare bellezza, speranza, fede. «Commossa dalla bellezza di quei giorni a Madrid — spiega Shiho Othake, da anni collaboratrice dello scultore Etsuro Sotoo nella Fabbrica della cattedrale, che ha lavorato all’allestimento della mostra «Sagrada Família. Moved by Beauty», alla Giornata mondiale della gioventù del 2011 — ho deciso di chiedere il battesimo. Mio padre è cattolico, mia madre no; mi ha sempre molto incuriosito la felicità e la serenità che vedevo sul volto di mio padre. Volevo essere felice come lui. Il mio nome significa camminare; da quando, a Barcellona, ho iniziato il mio cammino ho voglia di correre». Un cammino che si rinnova, nella sua proposta, anche in questi giorni di Rio. antoni gaudi brasile creazione genesi giornata mondiale della gioventù gmg gmg brasile mostra gaudì rio sagrada familia

martedì 23 luglio 2013

Il tempo della libertà

Il tempo della libertà

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Luigi Giussani
Vacanze
«L’attesa delle vacanze documenta una volontà di vivere: proprio per questo non devono essere una “vacanza” da se stessi. Allora l’estate non sarà una interruzione o una proroga al prendere sul serio la vita» (Milano Studenti, 5 giugno 1964). Appunti di un dialogo del giugno 1997, prendendo un aperitivo con don Giussani, prima di partire per le ferie

Dai primissimi giorni di Gioventù Studentesca abbiamo avuto un concetto chiaro e semplice: tempo libero è il tempo in cui uno non è obbligato a fare niente, non c’è qualcosa che si è obbligati a fare, il tempo libero è tempo libero.
Siccome discutevamo spesso coi genitori e coi professori sul fatto che Gs occupava troppo il tempo libero dei ragazzi, mentre i ragazzi avrebbero dovuto studiare o lavorare in cucina, in casa, io dicevo: «Avranno ben il tempo libero, i ragazzi!». «Ma un giovane, una persona adulta» mi si obiettava «lo si giudica dal lavoro, dalla serietà del lavoro, dalla tenacia e dalla fedeltà al lavoro». «No» rispondevo, «macché! Un ragazzo si giudica da come usa il tempo libero». Oh, si scandalizzavano tutti. E invece... se è tempo libero, significa che uno è libero di fare quello che vuole. Perciò quello che uno vuole lo si capisce da come utilizza il suo tempo libero.
Quello che una persona - giovane o adulto - veramente vuole lo capisco non dal lavoro, dallo studio, cioè da ciò che è obbligato a fare, dalle convenienze o dalle necessità sociali, ma da come usa il suo tempo libero. Se un ragazzo o una persona matura disperde il tempo libero, non ama la vita: è sciocco. La vacanza, infatti, è il classico tempo in cui quasi tutti diventano sciocchi. Al contrario, la vacanza è il tempo più nobile dell’anno, perché è il momento in cui uno si impegna come vuole col valore che riconosce prevalente nella sua vita oppure non si impegna affatto con niente e allora, appunto, è sciocco.
La risposta che davamo a genitori e insegnanti più di quarant’anni fa ha una profondità a cui essi non erano mai giunti: il valore più grande dell’uomo, la virtù, il coraggio, l’energia dell’uomo, il ciò per cui vale la pena vivere, sta nella gratuità, nella capacità della gratuità. E la gratuità è proprio nel tempo libero che emerge e si afferma in modo stupefacente.
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Il modo della preghiera, la fedeltà alla preghiera, la verità dei rapporti, la dedizione di sé, il gusto delle cose, la modestia nell’usare della realtà, la commozione e la compassione verso le cose, tutto questo lo si vede molto più in vacanza che durante l’anno. In vacanza uno è libero e, se è libero, fa quello che vuole.
Questo vuol dire che la vacanza è una cosa importante. Innanzitutto ciò implica attenzione nella scelta della compagnia e del luogo, ma soprattutto c’entra con il modo in cui si vive: se la vacanza non ti fa mai ricordare quello che vorresti ricordare di più, se non ti rende più buono verso gli altri, ma ti rende più istintivo, se non ti fa imparare a guardare la natura con intenzione profonda, se non ti fa compiere un sacrificio con gioia, il tempo del riposo non ottiene il suo scopo.

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La vacanza deve essere la più libera possibile
. Il criterio delle ferie è quello di respirare, possibilmente a pieni polmoni.
Da questo punto di vista, fissare come principio a priori che un gruppo debba fare la vacanza insieme è innanzitutto contrario a quanto detto, perché i più deboli della compagnia, per esempio, possono non osare dire di no. In secondo luogo è contro il principio missionario: l’andare in vacanza insieme deve rispondere a questo criterio. Comunque, innanzitutto, libertà sopra ogni cosa. Libertà di fare ciò che si vuole... secondo l’ideale!
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Che cosa ne viene in tasca, a vivere così? La gratuità, la purità del rapporto umano.

In tutto questo l’ultima cosa di cui ci si può accusare è di invitare a una vita triste o di costringere a una vita pesante: sarebbe il segno che proprio chi obietta è triste, pesante e macilento. Dove macilento indica chi non mangia e non beve, perciò chi non gode della vita. E dire che Gesù ha identificato lo strumento, il nesso supremo tra l’uomo che cammina sulla terra e il Dio vivente, l’Infinito, il Mistero infinito, col mangiare e col bere: l’Eucarestia è mangiare e bere - anche se adesso tanto spesso è ridotta a uno schematismo di cui non si capisce più il significato -. È un mangiare e un bere: agape è un mangiare e bere. L’espressione più grande del rapporto tra me e questa presenza che è Dio fatto uomo in te, o Cristo, è mangiare e bere con te. Dove tu ti identifichi con quel che mangi e bevi, così che, «pur vivendo nella carne io vivo nella fede del Figlio di Dio» (“fede” vuol dire riconoscere una Presenza). 


domenica 21 luglio 2013

La conversione sconosciuta di Tamara de Lempicka

20-07-2013 La conversione sconosciuta di Tamara de Lempicka 
di Massimo Introvigne
il dipinto Madre Superiora
Fino al 9 settembre 2013 la Pinacothèque de Paris ospita la mostra «Tamara de Lempicka. La regina dell’Art Déco», insieme a un’altra sull’Art Nouveau, quest’ultimo il movimento artistico – noto in Italia come Liberty – che precede cronologicamente l’Art Déco. Curata da Gioia Mori, la mostra su Tamara de Lempicka presenta una ricca scelta di opere, fra cui alcune delle più note degli anni 1920 e 1930, e piccole scoperte come il disegno dove copia – a modo suo – il famoso quadro romantico «Il bacio» di Francesco Hayez (1791-1882) che si trova nella Pinacoteca di Brera a Milano. 
Tamara de Lempicka (1898-1980) nasce a Varsavia in una famiglia polacca cattolica e benestante. Dopo un’infanzia trascorsa nel lusso e nelle località alla moda europee, sposa l’avvocato Tadeusz Lempicki (1888-1951), d’illustre famiglia e di modi impeccabili, ma di scarsi mezzi. Il matrimonio, fastoso, è celebrato nella cappella cattolica dei Cavalieri di Malta a San Pietroburgo nel 1916, alla vigilia della Rivoluzione bolscevica. Dopo la Rivoluzione Tadeusz, ostile al nuovo regime, è arrestato. Grazie alle sue amicizie in ambienti diplomatici, la moglie riesce a farlo liberare e fuggire dalla Russia sovietica. Gli sposi si stabiliscono a Parigi, dove nel 1920 Tamara dà alla luce la figlia Kizette (1920-2001), che diventerà la modella di alcuni dei suoi quadri più famosi. 
A Parigi Tamara decide di diventare pittrice: studia con il pittore simbolista, fervente cattolico, Maurice Denis (1870-1943) e con il pittore cubista, di tutt’altre opinioni, André Lhote (1885-1962). Nel 1922 arrivano la prima esposizione e il successo, che portano Tamara, tra Parigi e l’Italia, a immergersi nell’atmosfera degli «anni folli», sperimentando numerosi e multipli legami con uomini e con donne, tutti consegnati ai posteri nei suoi raffinati ritratti, eseguiti con uno stile unico a metà strada fra i suoi due maestri, tra simbolismo e cubismo. In questo periodo si situa anche, nel 1926, l’episodio per cui è più conosciuta in Italia: unica tra le tante donne celebri invitate dal poeta nella sua residenza del Vittoriale, a Gardone Riviera, Tamara rifiuta di concedersi a Gabriele D’Annunzio (1863-1938). Nella mostra di Parigi un’intera sala espone lettere e documenti sull’episodio, di cui le carte suggeriscono una spiegazione prosaica: l’artista polacca, raggiunta dalle voci secondo cui il poeta ha la sifilide, teme seriamente di essere contagiata. D’Annunzio o no, il marito Tadeusz nel 1928 decide che i continui tradimenti non sono più tollerabili e divorzia.
Tamara si risposa con uno dei maggiori collezionisti dei suoi quadri, il barone ungherese Raoul Kuffner (1886-1961), che adotta anche Kizette, cui trasmetterà il titolo di baronessa. Pur avendo in precedenza simpatizzato per un movimento di destra, l’Action Française, Tamara detesta il nazismo e convince il barone a trasferirsi negli Stati Uniti, dove l’artista, vedova dal 1961, rimarrà fino al 1978. Nel 1935, mentre prepara un primo viaggio in America, Tamara sperimenta la depressione e trascorre a Salsomaggiore un periodo dove cerca sollievo nelle cure termali. Qui, del tutto inaspettatamente, si riavvicina anche alla religione cattolica della sua infanzia. Bussa alla porta di un convento a Parma e si fa ricevere dalla Madre Superiora, che – riferirà poi in diverse interviste – si limita a fissarla con uno sguardo che contiene «tutta la sofferenza del mondo».
Tamara sta partendo per New York, dove alloggia al Ritz ma affitta un «vecchio e polveroso studio, con un gatto e una sedia» per dipingere. E qui – sempre secondo due lunghe interviste del 1978 e 1979 – sulla sedia un giorno appare la Madre Superiora… che non si era mai mossa da Parma. Ci rimane per tre settimane, parlando con Tamara e lasciandosi ritrarre. Scompare quando il piccolo dipinto «Madre Superiora» è finito. 
Sia Tamara sia il marito, il barone Kuffner, considerano «Madre Superiora» la migliore opera dell’artista, che non accetterà di venderlo per nessuna cifra, donandolo infine al Museo di Belle Arti di Nantes, che era stato il primo museo ad acquistare suoi quadri. I critici non sono sempre stati d’accordo: l’americano Charles Phillips parlerà di «emotività di bassa lega» e «lacrime di glicerina», liquidando il racconto della bilocazione newyorchese come pura affabulazione o come allucinazione. A Parigi il quadro non è esposto, anche se ci sono delle sue fotografie – e spesso Tamara si faceva ritrarre, da sola o con altri, insieme a «Madre Superiora». Il giudizio artistico dipende da numerosi fattori, ma talora forse non manca un pregiudizio ideologico che porta a concludere che la «grande» de Lempicka è quella degli «anni folli» e dei ritratti di dandy, prostitute e lesbiche mentre, quando diventa la più pacata baronessa Kuffner, Tamara si fa ripetitiva e meno interessante. Anche Hollywood si è divisa: Madonna colleziona le tele più trasgressive, Jack Nicholson – l’attore il cui occhio da collezionista i galleristi hanno imparato a rispettare – anche i lavori dei decenni successivi, che si sono puntualmente rivalutati. La svalutazione della fase «Kuffner» è condivisa da Gioia Mori, che ha curato la mostra parigina, la quale resta comunque la migliore studiosa dell’artista e ha il merito di avere esposto a Parigi anche quadri di soggetto religioso degli anni 1930 - «San Giovanni Battista», 1936 – e oltre: «Trompe-l’oeil di Botticelli», 1946. 
Non possiamo peraltro parlare di una completa conversione religiosa della pittrice negli anni 1930 o 1940: resta una divorziata risposata, ed è consapevole della sua situazione irregolare per la Chiesa, oltre a restare capricciosa e volubile. Sono però emerse testimonianze relative agli ultimi anni della sua vita, quando nel 1978 si trasferisce a Cuernavaca, in Messico, e si lega al giovane scultore Victor Manuel Contreras. Divenuto il confidente dell’ottantenne baronessa, Contreras ha raccontato della sua frequenza regolare alla Messa e della recita del Rosario negli ultimi due anni di vita. Tamara muore nel sonno il 18 marzo 1980, ma lascia precise disposizioni, che Contreras s’incarica di fare rispettare, per un funerale cattolico e per una novena di Messe quotidiane tra la sua cremazione e il volo degli amici e della figlia sul vulcano Popocatepetl, dove aveva chiesto che fossero sparse le sue ceneri. Un gesto teatrale, da artista: ma la Chiesa non vietava più la cremazione dal 1963. A credere a Contreras, il rosario di Tamara sarebbe stato addirittura protagonista di fenomeni straordinari dopo la sua morte.
Certo, Tamara amava creare intorno a sé miti e leggende, ed è difficile discernere il vero dal falso e dal mitologico. Non si devono tuttavia censurare gli episodi religiosi e cattolici della sua vita per preservare soltanto l’immagine della «cattiva ragazza» degli anni 1920, che non è l’unico volto dell’artista. E forse si può lanciare una ricerca fra chi ci legge da Parma e dintorni. La Madre Superiora non è mai stata identificata. Qualcuno riconosce nel quadro una superiora di casa religiosa presente a Parma nel 1935?

Cari studenti, non dimenticate mai l'affetto che vi muove






Cari studenti, non dimenticate mai l'affetto che vi muove
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Cari studenti,
in questi anni di Liceo avete fatto esperienza, credo, che l’affettività è fondamentale nel cammino quotidiano. In una lettera al fratello dopo aver descritto la propria condizione esistenziale paragonandola a quella di un uccellino in gabbia, l’artista Van Gogh scrive a Theo: «Sai tu ciò che fa sparire questa prigione? È un affetto profondo, serio. Essere amici, essere fratelli, amare spalanca la prigione per potere sovrano, per grazia potente. Ma chi non riesce ad avere questo rimane chiuso nella morte. Ma dove rinasce la simpatia, lì rinasce anche la vita». Il grande pittore scrive che il legame affettivo e il vero rapporto amicale liberano dalla prigionia e dalla percezione  di tetra oscurità in cui rinchiude la solitudine. La comunione dei sentimenti e la simpatia umana sono fattori liberanti e permettono una conoscenza più profonda della realtà. Esperienza comune ad ogni persona è, infatti, l’efficacia del rapporto affettivo nel fenomeno conoscitivo. Soltanto quando sei colpito da qualcuno o inizi a volergli bene allora scopri una parte di realtà fino ad allora sconosciuta e il rapporto diventa metodo, strada, chiave di accesso, finestra sulla realtà. È quanto afferma A. de Saint Exupery (1900-1944) ne Il piccolo principe quando la volpe parla con il piccolo protagonista della storia. Quando questi chiede che cosa voglia dire addomesticare, la volpe risponde: «È una cosa da molto dimenticata. Vuol dire «creare dei legami» […]. Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l'uno dell'altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo. […] I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo è triste! Ma tu hai dei capelli color dell'oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticato. Il grano, che è dorato, mi farà pensare a te. E amerò il rumore del vento nel grano». La volpe d’ora innanzi, grazie all’affetto provato per il principe, rivaluterà e inizierà ad apprezzare e a capire un aspetto della realtà che fino ad allora era stato percepito come negativo. In un certo senso per l’uomo tutto ciò che non è amico e non è conosciuto è come se fosse nemico, non valorizzato, non utile per la vita e per la crescita. Quando si ama una persona tutto diventa esperienza in quell’ambito scrive il filosofo Romano Guardini. «Non si conoscono che le cose che si addomesticano», ma per addomesticare occorre tempo. Così, «gli uomini non hanno più il tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose già fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici».. L’affettività può sanare la frattura tra una volontà fragile e malata e una ragione che, se utilizzata senza incrostazioni, sa discernere il bene dal male. Per questo una compagnia umana e un’amicizia sono strumenti imprescindibili per mantenere desta la domanda, per ricercare e per operare.

Nella poesia «I due orfani» appartenente a I primi poemetti Pascoli ci racconta di due bimbi che, una sera, spaventati per un temporale, nella loro camera non riescono a prendere sonno e cercano di farsi compagnia parlando e riempiendo il silenzio con le parole. Ogni rumore, anche il più impercettibile, provoca in loro una sensazione di pericolo. I due bimbi sono ora più buoni solo perché non hanno più nemmeno il coraggio di giocare e di litigare, ora che non ci sono più i genitori. I bimbi fanno i capricci perché sanno che c’è qualcuno che li ama e che è disposto a perdonarli e ad abbracciarli nonostante i loro difetti e i loro continui errori. Nella vita di un bimbo non è importante essere buono, ma avere il volto amoroso della mamma al fianco, sapere di poter contare su di lei, che è presente anche quando si trova in un’altra camera e quando il lume fioco della lampada si intravede solo dalla serratura. Quando non c‘è più chi ci perdoni, chi si compiaccia di noi, allora non rimane altro all’uomo che cercare di essere più buono. Il perdono è il dono più grande che ci sia stato fatto, è l’abbraccio della nostra persona nonostante i nostri limiti e le nostre mancanze. Quando non c’è una presenza amorosa che lo abbracci e che gli voglia bene, l’uomo è incapace di affrontare la realtà, è preso dal dubbio e dalla paura, che può tramutarsi in angoscia. Perché l’uomo possa vivere con entusiasmo e con baldanza deve riconoscere una presenza buona che gli permetta di rialzarsi nonostante tutti gli errori che possa compiere. Accade proprio come al parco giochi. L’altro giorno un bimbo stava scendeva dallo scivolo e si divertiva sull’altalena alla presenza della mamma. Ad un certo punto questa si distrae e si mette a parlare con un’amica. Allora il bimbo si ferma, perché non si diverte più e, triste, chiede: «Che senso ha che io giochi se nessuno mi guarda?». Noi tutti siamo come questo bimbo che ha bisogno di essere guardato mentre corre, si diverte ed è felice. La felicità è tale solo se può essere condivisa, come pure la bellezza può essere gustata solo quando possiamo assaporarla con qualcun altro. Ricordatevi sempre che potrete apprezzare pienamente i risultati che voi conseguirete nella vita se ci sarà qualcuno con voi che vi ama e vi apprezza.

Sant’Agostino afferma che «siamo quello che amiamo» o, per dirla con San Tommaso, «la vita di un uomo consiste degli affetti che maggiormente lo sorreggono».  L’affetto non è, quindi, sinonimo semplicemente di «sentimento», ma definisce il legame provocato dal fascino della bontà, della verità e dell’amore. La responsabilità di una persona, ragazzo o adulto che sia, si configura come la risposta alla verità incontrata,  l’«io» si mette in azione, esce da sé e va verso l’altro. In questo movimento di uscita dal proprio ego l’io si conosce in azione e scopre la dinamica fondamentale della persona come rapporto strutturale con un altro. Ogni uomo non deriva da sé, ma da qualcuno che l’ha voluto. Ciascuno di noi è stato chiamato e la vita si presenta come risposta alla vocazione, alla chiamata alla vita, ad un compito. La prima esperienza che fa l’uomo è quella di essere amato. Solo dall’esperienza di essere amato l’uomo può, a sua volta, imparare ad amare. La verifica della corrispondenza tra l’amore e la nostra letizia è indispensabile per comprendere la natura umana e la sua dinamicità. La legge fondamentale dell’animo è l’amore. La legge dell’animo e la legge della realtà coincidono. Per questo l’amore può essere anche espresso come un abbraccio dell’essere e del Mistero nella modalità in cui lo incontriamo nella circostanza. Anche la scoperta dei nostri talenti diventa consapevolezza di un dono che ci è stato fatto e di cui si è responsabili. Cercate di smentire chi vi sottovaluta e di non deludere chi vi stima. Nessun piano di studi lo prevede, nessun ufficio del personale ve lo proporrà mai, ma è un bel progetto. L’entusiasmo di queste ultime settimane è un buon combustibile e accende il fuoco del cambiamento. Questo fuoco va mantenuto, alimentato, ravvivato.

Nel salutarvi vogliamo ringraziare quanti hanno agevolato e permesso la nostra attività educativa, dalla preside al direttore ai genitori e a tutti quanti in modi diversi hanno collaborato nel nostro percorso.


Grazie e a presto.

Giovanni Fighera

sabato 20 luglio 2013

L'amore? Si è liquefatto di Massimo Introvigne

L'amore? Si è liquefatto di Massimo Introvigne
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innamorati mano nella mano
Il successo planetario del libro della sociologa israeliana Eva Illouz «Perché l'amore fa soffrire», che ho a suo tempo recensito su «La nuova Bussola quotidiana», ha spinto molti altri intellettuali a interrogarsi sulla crisi dell'amore dopo il Sessantotto, e le case editrici ci hanno costruito sopra una piccola industria. Sempre su queste colonne abbiamo parlato dell'intelligente risposta alla Illouz di un filosofo coreano che insegna in Germania, Byung-Chul Han, nel suo libro «Eros in agonia». Non poteva mancare la voce dell'archistar della sociologia, il polacco Zygmunt Bauman, di cui il Mulino ha appena tradotto «Gli usi postmoderni del sesso», mentre in inglese è uscita una nuova edizione del suo classico «Amore liquido».
La nozione di Bauman di «società liquida» fu citata anche da Benedetto XVI. È una società dove non ci sono più relazioni solide, stabili, ma tutto è effimero e tutto si cambia. La maggioranza cambia lavoro, casa, città più e più volte nella vita, e perfino nel calcio i giocatori «bandiera» che passano tutta la carriera nella stessa squadra sono una specie in via di estinzione. Le statistiche ci dicono che in Occidente più della metà delle persone cambia anche marito o moglie, non perché resta vedovo ma perché divorzia. Quanto ai molti che non si sposano - la maggioranza in diversi Paesi - cambiano compagno e compagna ancora più spesso. Anche l'amore è diventato «liquido», sostiene Bauman: «perché dovrei continuare a tenermi lo stesso partner quando ho già cambiato tre telefonini?». «Ciò che prima era considerata eresia del libertinismo, piuttosto che disturbo sessuale o perversione, ora diventa la norma culturale con l'autosufficienza dell'erotismo, ovvero con la libertà di cercare il piacere sessuale fine a se stesso».
Anche Bauman, come Eva Illouz, fa risalire la rivoluzione nei rapporti amorosi al Sessantotto, e in genere agli anni 1960 e al consumismo, cui le ideologie sessantottine hanno fatto un grande favore eliminando i freni morali alla pandemia del consumo. Così il rapporto amoroso diventa «quello tipico fra clienti e servizi, consumatori e merci». Non c'entra la prostituzione ma un modo di vivere le persone e l'amore come viviamo le cose: nessuno, nota Bauman, giura fedeltà all'automobile, al computer o alle azioni che ha comprato in borsa. Questo avviene, naturalmente, perché quello che chiamiamo «amore» si è ridotto al rapporto sessuale. L'amore di per sé non sarebbe «liquido»: richiederebbe per esistere un rapporto permanente e stabile, nella buona e nella cattiva sorte, una disponibilità a vivere insieme anche i momenti difficili e dolorosi. L'amore «liquido», ridotto a soddisfazione sessuale con una spruzzata di sentimento, invece è per sua natura effimero: so che lo cambierò, come l'automobile, quando troverò un modello migliore o quando comincerà a perdere colpi.
Liberazione? Bauman teme di essere accusato di moralismo e, da buon sociologo, non propone giudizi di valore. Fa notare però i costi enormi, a fronte dei presunti benefici, che l'amore «liquido» porta con sé. La Illouz ha ragione, le donne patiscono il nuovo «amore» più degli uomini, ma il femminismo ha creato una certa reciprocità. Posso sentirmi molto libero se posso trattare il partner come un cellulare, da cambiare appena ne trovo uno migliore. Ma so che il partner mi tratta nello stesso modo. Di qui una continua insicurezza, che travolge anche il sesso: se la mia performance non è ottimale, so già che la mia compagna o compagno mi rottamerà e si rivolgerà altrove. Le statistiche sui divorzi mostrano che neppure il matrimonio vince l'insicurezza. Altro che libertà sessuale...
Due postille meritano di essere aggiunte. La prima è che in una recente intervista Bauman ha suggerito che il Sesamo della sicurezza si aprirebbe con la parola magica di un amore fedele, stabile e non legato alla soddisfazione e alla prestazione. Ma dubita che questo sia ancora possibile oggi. La seconda postilla è che in «Amore liquido» Bauman sostiene che, sapendo che il mio partner mi tratta come un oggetto di consumo e potrò essere rottamato in qualunque momento, fino a ieri dovevo guardare in cagnesco come potenziali concorrenti solo le persone del mio stesso sesso. Oggi non è più così: il mio partner è esposto a un bombardamento di messaggi che lo o la persuadono che va sperimentata anche l'omosessualità e tutti diventano dunque mie concorrenti, senza distinzione di sesso. I media ripetono a tutti quello che, parlando di omosessualità, in una famosa intervista il giornalista gay Signorini disse a Berlusconi: «Tu non sai cosa ti perdi». Se poi - lo aggiungo io, non Bauman - dicessi alla persona con cui divido la vita, citandole il Catechismo della Chiesa Cattolica, che le relazioni omosessuali sono oggettivamente disordinate e  il disordine non dà mai la vera felicità, dovrei stare bene attento a no farmi sentire da nessuno. Le leggi sull'omofobia incombono.

Elsa Morante e la vita, e la resurrezione, di Gesù

Elsa Morante e la vita, e la resurrezione, di Gesù

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Sul suo blog, Fabio Ca­la­gran­de ri­cor­da un’in­ter­vi­sta a Vin­cen­zo Ce­ra­mi per la Radio va­ti­ca­na. Sin­te­tiz­za Ca­la­gran­de: «Mi disse che una volta lui e Gior­gio Ca­pro­ni, fa­mo­so poeta e tra­dut­to­re, an­da­ro­no a tro­va­re la loro amica scrit­tri­ce Elsa Mo­ran­te, gra­ve­men­te ma­la­ta. Elsa li sor­pre­se con una do­man­da a bru­cia­pe­lo: “Ma voi cre­de­te nella Re­sur­re­zio­ne di Cri­sto?”. Ce­ra­mi mi disse che lui e Ca­pro­ni ri­ma­se­ro im­ba­raz­za­ti da quel­la do­man­da, ma allo stes­so tempo in­te­ne­ri­ti. Ca­pi­ro­no in­fat­ti che la Mo­ran­te vo­le­va es­se­re ras­si­cu­ra­ta, in quel mo­men­to estre­mo della sua vita. Cer­ca­va una ri­spo­sta che le desse la cer­tez­za che la sua spe­ran­za nella re­sur­re­zio­ne di Cri­sto fosse ben ri­po­sta. Ma i due amici non sa­pe­va­no cosa ri­spon­de­re. La scrit­tri­ce, però, non glie­ne diede il tempo e si ri­spo­se da sola. “Ma non ca­pi­te? Cri­sto deve es­se­re ri­sor­to per forza. Basta pen­sa­re alla sua vita ter­re­na, così come ci è stata rac­con­ta­ta. Un uomo che ha avuto una vita così straor­di­na­ria, non può che es­se­re ri­sor­to”. Ce­ra­mi mi disse che aveva tro­va­to quel­la con­clu­sio­ne della Mo­ran­te una sin­te­si me­ra­vi­glio­sa tra fede e lai­ci­tà». 

venerdì 19 luglio 2013

William Henry Bragg

 

«Dalla religione viene lo scopo dell’uomo, dalla scienza il suo potere per realizzarlo. A volte le persone chiedono se la religione e la scienza non si oppongano l’una all’altra. Si oppongono come il pollice e le dita delle mie mani sono opposti l’uno all’altro. Si tratta di un’opposizione per mezzo della quale tutto può essere realizzato».

(William Henry Bragg, da "The World of Sound", 1920)

Sir William Henry Bragg (1862 - 1942) è stato un fisico e chimico britannico. Ha ottenuto il premio Nobel per la fisica nel 1915 per aver realizzato, assieme a suo figlio William Lawrence, il primo spettroscopio ai raggi X.

Josef Zvěřina, il sacerdote dell’Est amato da don Giussani

Josef Zvěřina, il sacerdote dell’Est amato da don Giussani 
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Giugno 11, 2013 Angelo Bonaguro 
Cent’anni fa in un paesino sperduto a cavallo tra Boemia e Moravia nacque padre Josef Zvěřina (1913-1990). Sacerdote, teologo e storico dell’arte, trascorse 14 anni (dal 1952 al ’65) nelle carceri comuniste, vivendo questo periodo «con solennità, come una missione». Durante la Primavera di Praga fu collaboratore dell’Opera di rinnovamento conciliare, si dedicò all’educazione religiosa dei fedeli e dei religiosi. Poi fu costretto ad uscire di scena dopo l’invasione sovietica, ma paradossalmente questo fu l’inizio di un nuovo periodo di fecondità: si dedicò, nella clandestinità, alla preparazione spirituale e culturale dei fedeli, nel samizdat presentava le vicende della Chiesa universale, e allacciava contatti con alcuni cristiani dell’Occidente ai quali dedicò una famosa Lettera, ripresa più volte in Italia anche da don Luigi Giussani. Grazie alla sua capacità di leggere nel profondo degli animi, e alla sua visione della teologia come agape fraterna, si accattivò le simpatie dei non credenti, e il suo amore per la libertà lo spinse a sottoscrivere la dichiarazione programmatica dell’iniziativa civile Charta 77. Per don Josef il cattolicesimo deve essere «magnanimo», non sopportava il bigottismo e la meschinità, convinto che la Chiesa debba avere «un cuore nuovo, ampio, spalancato come il cuore di Cristo sul Calvario trafitto dalla lancia del soldato». Alla metà degli anni ’70 fu uno dei pochi sacerdoti che girava la Cecoslovacchia tra i gruppi semiclandestini di studio del cristianesimo. Nel corso degli anni le comunità si moltiplicarono e fu necessario suddividersi l’impegno: Zvěřina seguiva due gruppi ogni week-end, il primo dal venerdì sera al sabato e il secondo di domenica. Preparava un testo conciso con i punti da toccare, poi la lezione si arricchiva con i contributi dei presenti. «La teologia dell’agape – scrisse dopo l’89 – è nata dalla gioia, ci hanno lavorato i miei uditori, la nostra comunità, i miei amici qui e altrove e molti collaboratori, i cui nomi sono nel libro della vita (Fil 4,3)». Essendo dei corsi veri e propri, c’erano anche gli esami: «Lui era formidabile – ricorda una sua allieva, – ma durante gli esami era severo. E guai a recitare tutto a memoria! Josef chiedeva come lo avresti spiegato a tizio e caio, ecc. Una volta qualcuno ha suggerito sbagliato e lui gli ha tolto anche l’esame che aveva già dato! Un altro poveretto, oggi sacerdote, ha ripetuto un esame nove volte… Io non ero una studentessa assidua, spesso dovevo aiutare in cucina, e non rimaneva tempo per lo studio. Ma sono grata di aver potuto ascoltare qualcosa anche mentre preparavo da mangiare. Quello che sentivo lo divoravo, era come una sete spirituale, assorbivi tutto come una spugna». «Ci davamo del tu – ricorda un’altra – eravamo un’unica grande famiglia, parlavamo delle nostre difficoltà, con sincerità e fiducia. Era bellissimo, e Josef condivideva tutto questo con noi». Durante la cena don Josef raccontava ciò che accadeva nella Chiesa universale, in Vaticano e nei singoli paesi, per evitare che il gruppetto si sentisse un’isola felice o si rinchiudesse in una sorta di ghetto religioso. Quando tutti erano presenti, celebrava la messa, fosse anche già tardi o avesse alle spalle un viaggio lungo: era un gesto che rinsaldava lo spirito di tutti. Di mattina presto le lodi, poi la colazione, le lezioni, il pranzo, la siesta e nel pomeriggio la ripresa delle lezioni fino a sera, la messa e infine la cena comune. Don Josef si trovava a suo completo agio in questi ambienti, beveva volentieri una birra, apprezzava il cibo, aiutava a sparecchiare e giocava con i bambini: «Mio papà era una persona semplice, Josef si sedeva con lui e lo ascoltava mentre raccontava della guerra e della prigionia. Parlava con mio papà da pari a pari, che non si sentiva in soggezione mentre stava con il professore: per lui era semplicemente Josef». Secondo Richard Cemus, già rettore del Collegio Russicum e docente al Pontificio Istituto Orientale, il contributo che padre Josef ha portato alla Chiesa boema è stata «la teologia come vita e la teologia per la vita… Una modalità di vita in cui non si può barare, e soprattutto ingannare se stessi. Da questo è sorta la teologia viva di Zvěřina, una teologia del continuo dialogo con Dio, dal quale attendeva ogni nuovo giorno come un dono. Questa teologia meditata e condivisa nella vita delle famiglie, è il lascito della “Chiesa delle catacombe”, che Zvěřina ha reso attuale come via per la nostra Chiesa anche nella ritrovata libertà». La Chiesa per padre Josef era «il Regno di Dio, ma sulla Terra, perciò con i tratti del pellegrino. Non è ancora la compiutezza del Regno dei cieli, ma è la via per arrivarci, perciò si incontrano dei peccatori, ed è per loro che Cristo l’ha stabilita, fondandola sulle persone, deboli e peccatrici, non su santi immacolati o sugli angeli… Il Regno di Cristo è come un granello di senape che durante la crescita assume varie forme verso il suo compimento. La via regale è l’agape, che ha trasformato in roccia un Pietro pauroso, e i discepoli che non capivano li ha trasformati in testimoni e martiri».

giovedì 18 luglio 2013

Faremo la fine di Bisanzio, caduta perché «la fede non era più il principio motore della vita»?

Faremo la fine di Bisanzio, caduta perché «la fede non era più il principio motore della vita»?

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luglio 18, 2013 Vladimir Solov'ev
I bizantini «non vollero capire che la superiorità del regno cristiano esiste solo nella misura in cui si amministra secondo lo spirito di Cristo». La fine di Costantinopoli secondo Vladimir Solov’ev
jean-chartier-assedio-costantinopoliProponiamo uno stralcio di un articolo di Vladimir Solov’ev pubblicato dall’Osservatore Romano. Il testo, scritto dal filosofo russo nel 1896 per la rivista Vestnik Evropy, è contenuto nella versione integrale nell’ultimo numero della rivista La Nuova Europa (3, 2013).
La Roma pagana cadde perché la sua idea di Stato assoluto divinizzato era inconciliabile con la verità rivelatasi nel cristianesimo, secondo la quale il potere supremo dello Stato è solamente una delega del potere autenticamente assoluto, divino-umano, di Cristo. La seconda Roma, Bisanzio, cadde perché, pur avendo accolto in teoria l’idea del regno cristiano, di fatto lo rifiutò, si fossilizzò nella costante e sistematica contraddizione tra le sue leggi, la sua amministrazione e le esigenze di un principio morale superiore. L’antica Roma divinizzò se stessa e cadde. Bisanzio, pur essendosi sottomessa nelle idee al principio superiore, si ritenne salvata per il fatto di aver rivestito la propria vita pagana con un manto esteriore di dogmi e ritualità cristiane, e cadde anch’essa. Questa caduta diede un forte impulso alla coscienza storica di un popolo che, assieme al battesimo, aveva ricevuto dai greci anche il concetto di regno cristiano. Nella coscienza nazionale russa, così come si è espressa nel pensiero e negli scritti dei nostri uomini di cultura, dopo la caduta di Costantinopoli sorse la ferma convinzione che il ruolo del regno cristiano fosse passato ormai alla Russia, che essa fosse la terza e ultima Roma.
Ai nostri avi era lecito fermarsi a questa idea nella sua forma iniziale di sentimento o presentimento inconscio. A noi, tuttavia, si richiede di verificarla attraverso il pensiero logico e l’esperienza, e conseguentemente di innalzarla sul piano della coscienza razionale oppure di rifiutarla come un sogno infantile e una pretesa infondata
Se il tratto comune della vecchia e della nuova Roma consiste nel fatto che entrambe caddero, è di estrema importanza per noi sapere perché caddero e, quindi, cosa l’ultima Roma deve evitare per non subire la stessa sorte.
Se si trattasse solo della prima Roma, indagare i motivi della sua caduta non sarebbe così difficile. Roma cadde perché il suo principio fondante era falso e non poté reggere all’impatto con la verità suprema. Ma che dire della Bisanzio ortodossa? Il suo principio fondante era vero e il suo scontro con i turchi musulmani non fu lo scontro con la verità suprema. O forse Bisanzio crollò soltanto a causa della forza materiale? Ma un’ipotesi del genere, a parte che è inammissibile dal punto di vista cristiano, è altresì contraria alla ragione e all’esperienza storica, che abbondano di prove evidenti secondo cui la forza materiale da sola è impotente. Non fu per la superiore forza materiale che gli antenati classici dei greci bizantini distrussero i regni d’Oriente, e non fu per la superiorità quantitativa che le armate d’Aragona e Castiglia respinsero definitivamente la presenza musulmana in Occidente, proprio nel momento in cui questa poneva fine all’Impero d’Oriente.
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Ci fu una causa interiore, spirituale nella caduta di Bisanzio, e dato che non consisteva in un falso oggetto di fede, giacché ciò in cui credevano i bizantini era vero, significa che la causa della loro rovina va individuata nel carattere falso della loro fede in quanto tale, ossia nel loro falso atteggiamento verso il cristianesimo: essi interpretavano e applicavano un’idea vera in modo sbagliato. La fede per loro era solo un oggetto di riconoscimento intellettuale e di venerazione ritualistica, ma non era il principio motore della vita. Orgogliosi della loro retta fede e della loro pietà, non vollero capire la semplice ed evidente verità che la retta fede e la pietà autentiche esigono che noi conformiamo in qualche modo la nostra vita a ciò in cui crediamo e che veneriamo; non vollero capire che l’autentica superiorità del regno cristiano rispetto agli altri esiste solo nella misura in cui questo regno si edifica e si amministra secondo lo spirito di Cristo.
È chiaro che riconoscere in modo sincero e onesto che confessare la verità suprema esige determinati cambiamenti nella vita, ancora non vuol dire aver realizzato tali cambiamenti; ma in ogni caso, questo riconoscimento in sé spinge a fare degli sforzi nella giusta direzione, induce a fare qualcosa per avvicinarsi allo scopo supremo e, pur senza produrre immediatamente la perfezione, costituisce una molla interiore verso il perfezionamento. A Bisanzio, invece, si negavano appunto le pretese stesse del cristianesimo sulla vita, non si poneva alcun compito superiore alla società e all’attività di governo.
L’imperfezione è la nostra sorte comune, tuttavia Bisanzio non cadde certo perché era imperfetta ma perché non voleva tendere alla perfezione. Questa gente, talvolta, si pentiva dei propri peccati personali, ma si dimenticò totalmente del proprio peccato “sociale”, e attribuì la caduta del regno solo alle colpe di alcune persone. (…) I regni, in quanto entità collettive, cadono solo a causa di peccati collettivi (del popolo, dello Stato) e si salvano solo correggendo l’ordinamento sociale, o almeno cercando di avvicinarlo all’ordine morale. Se tutto il problema consistesse nella rettitudine personale a prescindere dalla correzione sociale, sicuramente, nel regno bizantino di uomini santi non ce n’erano meno che altrove, e allora perché questo regno sarebbe caduto? Secondo la mentalità bizantina, se un qualche signore non angariava i suoi servi e li nutriva bene, non gli si poteva chiedere nulla di più nei confronti della schiavitù; e né a lui né al suo padre spirituale, né allo stesso autocrate dei «romei» sarebbe passato per la testa anche il più elementare pensiero che le condizioni decenti dei servi di un padrone buono non rendono migliori le condizioni dei servi di un padrone cattivo, mentre abolire la schiavitù a livello legislativo avrebbe immediatamente alleviato le condizioni di tutti, e al tempo stesso avrebbe avvicinato il regno terreno al regno di Dio, dove non ci sono servi né padroni.
I singoli fenomeni di crudeltà e di depravazione, per quanto fossero numerosi e comuni, ancora non costituivano in sé un motivo sufficiente per la caduta definitiva di Bisanzio. Ma noi comprenderemo appieno questa caduta se considereremo il fatto che nel corso di tutta la storia propriamente bizantina (cioè dal momento in cui si verificò il netto allontanamento del cristianesimo orientale da quello occidentale, che lo si faccia risalire all’XI o al IX secolo), non si può indicare una sola azione pubblica, una sola misura generale del governo che avesse qualche interesse a migliorare i rapporti sociali in senso morale, a elevare un po’ la situazione giuridica in conformità alle esigenze della giustizia assoluta, o a riformare la vita collettiva del regno al suo interno o nei rapporti esterni; in una parola: non troveremo niente che possa mostrare almeno una labile traccia dello spirito supremo che muove la storia universale. Magari i misfatti e la dissolutezza di alcuni venivano compensati dalle opere buone di altri e dalle preghiere dei santi monaci, ma niente poteva compensare o espiare la totale e generale indifferenza per “l’opera storica del bene”, per l’adempimento della volontà di Dio nella vita collettiva degli uomini.
Gli eredi diretti dei cesari romani dimenticarono di essere al tempo stesso anche delegati del potere supremo di Cristo. Invece di innalzare lo Stato pagano che avevano ereditato alle altezze del regno cristiano, essi al contrario abbassarono il regno cristiano al livello di un ordinamento statale pagano bastante a se stesso. Essi preferirono all’autocrazia di una coscienza conformata alla volontà divina, l’autocrazia del proprio arbitrio umano, che costituiva la somma di tutti gli arbitri individuali concentrati in un’unica persona. Essi chiamavano se stessi autocrati ma in realtà erano come gli imperatori pagani, ossia i mandatari a vita, o magari a tempo determinato, delle masse popolari e dell’esercito. Essendo irrimediabilmente incapace di assolvere la sua alta missione di regno cristiano, Bisanzio perdette la ragione interiore del proprio esistere. Infatti, le mansioni correnti e abituali della gestione pubblica potevano essere svolte anche meglio dall’amministrazione del sultano turco, il quale, libero da contraddizioni interiori, era più onesto e più forte, e per giunta non si immischiava nella sfera religiosa del cristianesimo, non creava dogmi ambigui e perniciose eresie, e neppure difendeva l’ortodossia massacrando in massa gli eretici e bruciando solennemente sul rogo gli eresiarchi.
Dopo molte dilazioni e una lunga lotta contro la dissoluzione materiale, l’Impero d’Oriente, che era già spiritualmente morto da tempo, venne infine cancellato dall’orizzonte storico, proprio mentre stava iniziando il rinascimento dell’Occidente.