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sabato 8 febbraio 2020

Don Cuba e i suoi ragazzi del carcere.

Don Cuba e i suoi ragazzi del carcere.

Una recente intervista ad uno psichiatra, che all’inizio della sua professione collaborò con il carcere di Firenze e dove il Cuba gli chiese di seguire un detenuto, condannato per l’omicidio di due bambini, ci aiuta a comprendere l’umanità straordinaria di don Cuba e la sua incredibile opera di cappellano in carcere.
Per rispetto della privacy, non facciamo i nomi.

“Il soggetto mostrava un quadro psicologico molto articolato; era uno schizofrenico con frequenti episodi di delirio paranoico (disturbo paranoico di personalità). Un quadro clinico che rende il soggetto alquanto pericoloso, autolesionista ed ovviamente incontrollabile, e fondamentalmente incapace di provare emozioni sia a livello affettivo che empatico.
In carcere (tanto alle Murate prima quanto a Sollicciano oggi) fra i detenuti vige una sorta di codice d’onore, ovviamente non scritto, il quale condanna duramente coloro che si sono resi autori di delitti nei confronti delle donne e, peggio ancora, dei bambini, l’atto più infame che ci possa essere anche per un criminale.
I carcerati responsabili di tali delitti sono tenuti separati dagli altri (per protezione) e detenuti in una zona particolare che i carcerati chiamano “Le celle degli infamoni”. Insomma, sono gli “infami”! Lui era considerato il peggio dei peggio. Veniva tenuto in completo isolamento e vi era solo una persona che lo andava a trovare; don Cuba, che si prendeva cura di lui quasi come un figlio. Quando io iniziai, giovane psichiatra, a collaborare col carcere, lui subito mi chiese di incontrarmi con questo detenuto e di aiutarlo a superare la sua condizione psichica e il suo dramma di recluso. Ebbi quindi dei colloqui, prima insieme a don Cuba e poi da solo con lui. Il soggetto però era assolutamente incontrollabile, incapace di provare emozioni. Molto difficile. Così che un giorno lo dissi al Cuba, spiegandogli che non c’erano i motivi per portare avanti quegli incontri. Allora don Cuba scosse la testa e si limitò a dirmi che il detenuto sicuramente aveva già capito questo di me.
Passa qualche giorno e vengo a sapere che don Cuba aveva dato a lui il mio numero di casa! Appena lo seppi alzai il telefono e chiamai il Cuba, arrabbiandomi tantissimo! Ero quasi inferocito, non mi capacitavo di come lui avesse potuto dare il mio numero a un delinquente di tal fatta, col rischio di essere ricattato, o peggio ancora (ero padre di due bambine piccole!). Don Cuba, tranquillo, mi rispose sorridendo: “Oh bischero, e tu sei un bravo dottorino, l’è vero, ma e tu c’hai ancora da capire tante cose!”.
Io mi offesi e per un po’ di tempo non frequentai più né il carcere né don Cuba. Poi un bel giorno mi recapitarono a casa il modellino di un veliero che puzzava tantissimo di dopo barba. Vi era un biglietto allegato: veniva dal carcere e me lo mandava quel detenuto. Per me fu di un impatto emotivo fortissimo. In quel momento ricordai che l’uomo non mi aveva mai chiamato, nonostante avesse avuto dal Cuba il mio numero di telefono. Il veliero era fatto con chicchi di riso impastati fra loro e colorato di blu, rosso e verde. Al centro delle vele c’erano disegnate delle spirali azzurre che rappresentavano il vento che turbina e le gonfia. Allora chiamai don Cuba e gli chiesi spiegazioni: fu così che ricevetti una delle più belle lezioni della mia vita! L’episodio è questo:
Per alcune settimane il detenuto aveva chiesto, per mangiare, riso bollito e fette di pane. Invece di mangiarlo, il riso lo utilizzava per modellare lo scafo del veliero, che impastava col pane sciolto nell’acqua. Poiché non gli veniva dato nulla che potesse essere utilizzato contro sé stesso (per evitare atti di autolesionismo) non gli fu concesso nulla per poter colorare, né matite, né vernici; allora lui chiese di avere l’interno di tre penne bic: una rossa, una blu e una verde. Poiché l’interno delle penne è un tubicino morbido con dentro l’inchiostro, quelli gli furono concessi. Così che lui strizzò quei tubicini sputando l’inchiostro sul pavimento della cella e diluendolo con la schiuma da barba; da qui l’odore forte del dopo barba.
Quando chiesi al Cuba perché avesse fatto questo per me, lui mi disse: “Perché tu gli hai dato il tuo numero di casa dicendogli che se avesse avuto bisogno ti avrebbe potuto chiamare!”. 
“Ma veramente non sono stato io dargli il mio numero!” replicai. “Manco per sogno glielo avrei dato! Sei stato tu a darglielo a mia insaputa!”
Allora don Cuba mi disse: “Te l’ho detto che tu c’hai ancora tante cose da capire! Inizia col dare fiducia agli altri! Ricordati che la prima forma di accoglienza è questa!”.

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