CONSULTA L'INDICE PUOI TROVARE OLTRE 4000 ARTICOLI

su santi,filosofi,poeti,scrittori,scienziati etc. che ti aiutano a comprendere la bellezza e la ragionevolezza del cristianesimo


domenica 2 febbraio 2020

Richard Wurmbrand

La testimonianza di Richard Wurmbrand

Perseguitato prima come ebreo e poi come cristiano.

Richard Wurmbrand è stato condotto al Signore da un uomo, Christian Wölfkes, che aveva pregato per tutta la sua vita per la conversione di un ebreo, così come Gesù.
Lo incontra negli ultimi momenti della sua vita terrena e gli testimonia del Signore Gesù come Messia degli Ebrei e Salvatore del mondo.
Da allora Richard entra in un travaglio dell’anima che lo porta alla Nuova Nascita e al ricevimento dello Spirito Santo.
Siamo in Romania nel periodo fascista, dove i tedeschi di Hitler avevano pieno controllo e Richard si ritrova perseguitato da costoro, perché ebreo, malvisto dagli Ebrei, perché cristiano e perseguitato dai Greci Ortodossi, perché evangelico.
Ma il suo forte amore per Cristo lo porta a perseverare nella fede e ad essere di edificazione e di incoraggiamento sia ai fratelli cristiani che agli Ebrei.
Ma la sua testimonianza più forte è stata nel periodo comunista, dopo la Seconda guerra mondiale, dove trascorre in carcere 14 anni, subendo brutali torture.
Alla fine viene espulso dal suo Paese, la Romania, è diventa la “voce della chiesa perseguitata, dietro la cortina di ferro”.
Riceve l’Ordinazione nella Chiesa Luterana, ma si è sempre definito uno “spirito libero”, ed è proprio con questa sua libertà ricevuta da Cristo che si impegna nell’evangelizzazione degli Ebrei, dei Comunisti e dei Cristiani formali.
Incomincia a tenere conferenze portando a conoscenza il mondo occidentale della grave condizione dei credenti nel “blocco comunista”; denuncia la gravità del sistema comunista, ma anche l’ignoranza (spesso voluta) della Chiesa occidentale e dei governanti europei in genere.
Allora la condizione dei Cristiani nei Paesi comunisti non era tanto conosciuta, i regimi erano abili nel falsificare la realtà, mostrando una propaganda tollerante.
In questo il pastore Richard Wurmbrand è stato un reportage fedele della vera condizione della Chiesa, costretta alla clandestinità per la sua sopravvivenza.
In quel periodo fonda la “Missione per la Chiesa Perseguitata” (The Voice of the Martyrs, in inglese), tutt’ora presente, che si impegna per aiutare, moralmente e praticamente, i credenti cristiani che soffrono a causa della loro fede in Paesi con restrizioni o governi totalitari.
Il Wurmbrand ha scritto diversi libri dove racconta e descrive la sua vita e condizione di credente perseguitato, incarcerato e torturato, così come tanti altri credenti, non solo evangelici, che come lui hanno amato Cristo e la Chiesa al di sopra di loro stessi.
Il suo libro più famoso, il best seller, è “Torturato per Cristo“, tradotto in molte lingue.
Ritorna in patria dopo la caduta del regime comunista di Ceausescu e da allora, sino alla sua dipartita, nel 2001, è stata una testimonianza tangibile della vittoria di Cristo sugli eventi e sulle potenze che vengono contro la Chiesa per abbatterla.
Qui, riportiamo, brevemente, la descrizione degli eventi che lo hanno portato alla sua totale arresa al Signore.
Christian Wölfkes diventò lo strumento impiegato da Dio per aprirmi gli occhi.
Servendosi di parole semplici venute dal cuore, evocò cose che un ebreo avrebbe dovuto sapere, ma che io ignoravo; evocò l’adempimento in Gesù della promessa messianica; i teneri appelli rivolti da Gesù al suo popolo, l’amore che Dio conserva per gli Ebrei, in ricordo dei loro antenati che furono portatori della fede.
Così Dio aprì il mio cuore in modo che potei credere al Vangelo.
Wölfkes mi presentò a parecchi Ebrei cristiani, così risplendenti di purezza sin nei loro sguardi, che fino allora non avrei mai potuto credere all’esistenza di esseri simili.
Quell’umile carpentiere dette il primo impulso alla mia conversione; più tardi tocco a mia moglie, che portò con sé altre anime, le quali, a loro volta, ne portarono altre ancora, e così via, finché a Bucarest non si fu formato un gruppo giudeo-cristiano che si sviluppò attivamente per anni.
Passati i primi momenti della mia conversione (mentale), si presentò il grande dilemma del peccato nella vita dell’uomo, anche del credente; con la mia intelligenza sapevo che Gesù era il Salvatore, ma la mia vita, invece di conformarsi sempre più al suo insegnamento, diventava, se possibile, ancora peggiore.
Con orrore, scoprii che avevo la volontà di fare il bene, ma non il potere di attuarlo (Romani 7:19-23).
Il mio conflitto interno presentava due aspetti: sapevo, da una parte, o piuttosto sentivo istintivamente, che la conversione significava che avrei dovuto vivere un’esistenza di sofferenze e di conflitti.
Avrei dovuto prendere posizione contro certuni dei miei, contro le loro usanze e le loro idee, vecchie di migliaia d’anni; sapevo anche che, se il mio dovere era di dimostrare pazienza e dolcezza, avrei dovuto, al tempo stesso, sopportare condanna ed ingiurie, e tuttavia rimanere fermo dinnanzi ad ogni tempesta.
Dovevo essere pronto ad oppormi al mio popolo; un popolo nel quale ero radicato con tutta la mia anima.
Le mie lotte interiori.
Tutti quei pensieri mi costrinsero a paragonarmi a un Don Chisciotte in procinto di impegnarsi in un combattimento illusorio.
I peccati che erano in me sfruttavano le difficoltà, impedendomi di rinascere come uomo nuovo, mi sussurravano incessantemente: mangia, bevi e godi, ché la giovinezza passerà.
Proprio durante quel periodo difficile, mi accorsi, per la prima volta, della presenza di Gesù.
Non posso dire di averlo veduto: Egli non aveva apparenza formale, ma era tuttavia presente.
Quel fenomeno si ripeté per parecchi giorni consecutivi: le lacrime mi inondavano le guance, era come se udissi una voce che mi chiamava (non con parole): “Vieni! Ti darò la felicità; tutti i tuoi peccati ti saranno rimessi, gioie indescrivibili ti attendono“.
Mia moglie era al mio fianco, rattristata dal conflitto nel quale mi dibattevo e che provava lei stessa nel suo cuore.
Ma io rispondevo: “No, no, non verrò! Mi chiedete di prendere una strada troppo difficile; troppe rinunce, troppe sofferenze mi attendono su di essa.
Non voglio, andatevene!“.
Dio mi perdoni se, involontariamente, sembra che bestemmi: avevo l’impressione che Gesù, il Re dei Cieli, si inginocchiasse dinnanzi a me, peccatore, e non io dinnanzi a Lui.
Sentii che il mio cuore stava per scoppiare sotto il peso della Sua tristezza, ma non potevo, e non cessai di rispondere: “No!“.
Ma se non accettavo, era perché ero malvagio.
Tuttavia credo che certi sermoni e certi libri cristiani di cui allora nutrivo la mia anima furono in parte responsabili della mia risposta.
In quei sermoni, in quei libri, l’immagine di Gesù era falsificata: Egli era presentato come un funzionario di polizia che esigeva un’obbedienza rigida a centinaia di leggi; leggi che incominciavano con l’insistere che si dovesse rinunciare a fumare ed a portare gioielli e finivano con l’esigere che Gli si sacrificasse la vita.
Si sottolineavano tutti i “divieti di…”, ed il nostro dovere di dare a Dio, invece di dipingerlo come Colui il quale ci fa doni di un valore inestimabile: perdono dei peccati, pace nel cuore, comunione con Dio, verità, vita nella Luce, Spirito che da potenza e santità, gioia di combattere “la buona guerra” (con gli angeli che lottano al nostro fianco), eterna vita di gloria e tante altre cose ancora; e tutti questi doni profusi senza condizioni.
La Salvezza data da Gesù è gratuita ed incondizionata, non dipende da ciò che è in noi, né da ciò che facciamo, ma sgorga dal Suo amore, ed è, per questo fatto stesso, eterna.
La predicazione cristiana è spesso riempita di divieti e di esigenze, e ciò mi dava una falsa idea di Gesù, ma l’ostacolo principale derivava dal fatto che mi trovavo nella schiavitù del peccato: amore per il danaro, amore di illeciti piaceri, odio, malizia, disonestà e molte cose ancora.
Così continuavo a compiere peccati gravi, anche dopo di essermi intellettualmente convinto che Gesù era il Salvatore.
La mia Nuova Nascita.
Un pomeriggio del 1937, la vigilia del Yom Kippur, la grande festa ebraica del pentimento e del digiuno, mi trovavo nell’ufficio di un altro ebreo convertito, Isac Feinstein, molto avanti nella fede.
La mia anima era in un grande turbamento ed esternai a lui tutti i miei dubbi e perplessità circa la fede cristiana, le lotte che avvenivano in me di resistenza verso un amore incondizionato da parte di Dio.
Quella cara anima cercava di illustrarmi, con passi della Bibbia, la condizione di inadeguatezza, anche del credente, nel mettere in pratica tutti i comandamenti di Dio.
Diceva: “Solo una persona molto orgogliosa potrebbe immaginarsi capace di vivere come Gesù; il comandamento, citato dall’Apostolo Giovanni, di vivere come ha vissuto Gesù, cosi anche per tutti gli altri comandamenti della Bibbia, non ci è stato impartito perché gli ubbidiamo pienamente, ma per farci capire che ci è impossibile corrispondervi completamente, e che così ci sia rivelata la profondità della nostra condizione di peccatori.
Non dobbiamo tentare di vivere come Gesù, ma dobbiamo ogni giorno “lucidare” il nostro cuore, concentrandoci con la meditazione e la fede, e allora la bellezza di Gesù si rifletterà in noi“.
No, no!“, esclamai con le lacrime agli occhi, “io non desidero un Gesù che sia stato calcolato, spiegato, ed al quale si è creduto, ma un vero Gesù, e la speranza di avere mai questo Gesù mi sembra un ideale impossibile“.
Ciò dicendo, mi precipitai fuori dall’ufficio di Feinstein senza salutarlo.
Mi rincorse. Impossibile sfuggirgli! Entrai in un negozio, e mi seguì.
Insistette talmente, che mi convinse di accompagnarlo, la sera stessa, ad una riunione di preghiera per gli Ebrei, tenuta da un piccolo gruppo di Cristiani, a Bucarest, nella sala della Missione anglicana.
Ivi, dopo che la maggior parte delle persone ebbero pregato, fui involontariamente “sollevato” dallo Spirito Santo.
Fui, io stesso, stupefatto di me al sentirmi pregare in una riunione pubblica.
Udii le mie parole, che non mi sembrava fossero state formulate da me, sgorgavano dalla profondità della mia anima, alle quali, generalmente, il mio ego non ha accesso; prova del fatto che quelle profondità erano state turbate: stavo pregando in Yiddish, lingua secolare del mio popolo martire, che in altre circostanza non parlavo mai.
Considero quel giorno, la vigilia del Yom Kippur, come il giorno della mia Nuova Nascita, perché, come è evidente, l’insegnamento di Gesù non può essere scritto chiaramente su una pagina già scritta.
Ciò che è necessario, è una rottura completa col passato, ed un punto di partenza totalmente nuovo.
La persona più stupefatta di questo cambiamento era un uomo che era stato un tempo ateo militante, e particolarmente attivo nei peggiori disordini dell’anarchia: io stesso.
La mia volontà non era libera quando questo cambiamento sopraggiunse, mi è stata forzata la mano.
Tutto è grazia di Dio

Nessun commento: