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domenica 1 marzo 2020

Francesco, fammi volare!


L’ULTIMA TELEFONATA DI LUCIO DALLA

 FU A SAN FRANCESCO.

1 Marzo 2020 Pubblicato da 

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Marco Tosatti

Carissimi Stilumcuriali, Piero Laporta ci ha mandato un ricordo prezioso di Lucio Dalla, che ci ha lasciati il 1° marzo del 2012. Per quanti hanno amato il cantautore, e per quanti senza amarlo hanno dovuto riconoscere le sue doti straordinarie, questo articolo di Laporta offrirà di sicuro un insight nuovo e profondo, trascurato – ovviamente – dalle fonti di informazione generaliste. Buona lettura.

§§§

Il 1° marzo 2012, i frati della Basilica di San Francesco d’Assisi ne annunciarono la scomparsa alle 12,10, anticipando di 23 minuti i lanci d’agenzia: «È morto Lucio Dalla, dolore e sgomento della comunità francescana conventuale di Assisi per l’improvvisa scomparsa del cantautore di Dio…»
Perché un cantante famoso, ricco, potente da mobilitare il mondo, chiama il convento di San Francesco – mentre l’infarto lo uccide – invece dell’ambulanza? L’interrogativo avrebbe dovuto interpellare le coscienze; fu invece soffocato dal clangore mediatico, dalle banalità, dalle passerelle di divi o aspiranti tali, a predare gli ultimi bagliori terreni di Lucio, senz’alcun rispetto per la sua vera anima cattolica.
Prefiche e saprofiti – alcuni dei quali non risparmiarono cattiverie maramalde – tramandano memorie di Lucio più che altro attagliate a far memoria dei memorialisti. Un mediocre museo, qualche mediocre articolessa, il mediocre virgolettato di questo e di quello, per ripetersi anno dopo anno il primo di marzo.
È davvero questo, Lucio? No. Fecero molto bene i frati di Assisi a pubblicare, subito dopo l’annuncio funebre, il racconto scritto da Lucio due anni prima per il Sacro Convento: “Francesco fammi volare”. A buon intenditor… ma di intenditori ne svolazzano davvero pochi nelle cerchie che s’accaparrano la memoria dell’artista.
Qualche giorno dopo interpellai padre Francesco Fortunato, spinto dalle sue parole toccanti: «Noi frati di Assisi abbiamo colto in Lucio Dalla una grande attenzione spirituale che si esprimeva nella musica e nella ricerca silenziosa di Dio. Ad Assisi veniva per accordare questi due elementi».
Chiesi a padre Fortunato qualche parola su quella telefonata di Lucio, da Montreaux, in Svizzera, a San Francesco, ad Assisi. La telefonata nell’istante supremo, non avevo dubbi, era per San Francesco. Non mi svelò alcunché, padre Fortunato. Il suo silenzio, tradotto in parole elusive, tanto cortesi quanto ferme, non mi lasciò amareggiato, tutt’altro. Conoscevo di Lucio dettagli, un mosaico luminoso, nel quale il vuoto della tessera mancante – che cosa lo spinse a quell’ultima telefonata – aveva per me un contorno netto, così netto da essere superfluo indagarne la forma. Quando più tardi scrissi di Lucio tenni per me quei pensieri, ai quali oggi tolgo le catene proprio perché Lucio è un nostro fratello, cattolico e fervido credente praticante, il cui ritratto va ripulito d’ogni equivoco. In questi tempi, la sua testimonianza di uomo, di peccatore, di penitente, di credente implorante nel momento apocalittico è ben più importante e necessaria di quella, pure immensa, di artista.
Due settimane prima dell’ultimo viaggio, Lucio fece una confessione a Michele[1]: «Io ho un unico punto fermo, Gesù Cristo».
Michele non ne fu sorpreso, mentre osservavano il cielo stellato di Bosco Quarto, a pochi chilometri da San Giovanni Rotondo, dove Lucio, ancora bambino di sette anni, veniva regolarmente condotto dalla madre, affidandolo ai frati, mentre lei sfaccendava in paese come sarta a domicilio, per sbarcare il lunario.
Padre Pio dette l’impronta a Lucio, chierichetto prima, poi giovane artista, prima indirizzatosi al cinema poi vocato a cantare: «Tu devi cantare! Hai capito? Tu devi cantare!» gli ingiunse infine Padre Pio e Lucio trovò così la sua strada, che s’aprì dopo la morte del frate, avvenuta il 23 settembre 1968. Al festival di San Remo del 1971 Lucio presentò “4 marzo 1943”, tratta da un testo della poetessa Paola Pallottino[2]. Gli valse il terzo posto e la popolarità da quel momento inarrestabile. In quel brano Lucio evocava il suo “punto fermo”, come avrebbe fatto sovente fino all’ultimo giorno: «Per la gente del porto io sono Gesù Bambino…» così portando Gesù sulle labbra di quanti la stornellavano.
Ogni volta che lanciava un nuovo disco, prima d’affidarlo alla produzione, si recava a San Giovanni Rotondo, scendeva nelle celle del convento, cercando un frate per benedire il disco. Michele ricorda quelle incursioni nel convento, a sera, quando Lucio passava inosservato. D’altronde se lo avessero riconosciuto, Lucio si sarebbe fermato a ricevere l’omaggio di quanti gli si fossero stretti intorno. Era un genio semplice, spontaneamente attratto dalla gente semplice, alla quale si sentiva fraternamente unito in Dio Padre. A quanti lo interpellavano, Lucio prometteva e, quel che più conta, manteneva. Aiutava, faceva da padrino per il Battesimo per quanti genitori lo chiedevano. Innumerevoli bambini senza famiglia o nomadi ebbero Lucio come padrino di Battesimo e furono aiutati anche dopo. Gli chiedevano ed egli prometteva: «Sì, gli faccio da padrino» e manteneva la promessa, tornando in tempo per la cerimonia.
Lucio promise anche a Matteo[3] di tornare all’abbazia di Santa Maria di Pulsano, ma non ebbe il tempo di mantenere la promessa.
Santa Maria di Pulsano, la chiesa ipogea, accoccolata sotto Monte Sant’Angelo, dove l’Arcangelo Michele veglia dalla sua santa grotta: «Ci torno, ci torno di sicuro a Santa Maria di Pulsano. Fu un amico di San Giovanni a spingermi sino all’abbazia, visto che andavo al santuario di San Michele. Vi arrivai con la band. È come uno spazio siderale, immenso e silenzioso, una sineddoche dell’opera di Dio, da ammirare e ascoltare».
«Un monaco di santa Maria Pulsano mi raccontò che uno della tua band» lo incalzò Matteo «si pose accanto alla grande Croce, sulla confluenza dei valloni, e suonò l’oboe, un pezzo di Mozart. Le note si spargevano, poi tornavano con l’eco, un contrappunto come suonato da un’orchestra di angeli. E tu, silenzioso e assorto, ti commuovesti, ebbro di felicità».
«Chi te l’ha detto?»
«Ho dato la mia parola che non avrei svelato il nome» e poi gli pose la domanda che premeva «Hai composto in quell’occasione “Tu non mi basti mai”?».
«Sì, in parte è nata lì, ma l’ho composta nella chiesa delle Tremiti, col mare in tempesta sotto quel cielo incredibile. Entrai in chiesa, pregai e di getto scrissi “Tu non mi basti mai”»
«Mi chiedo perché non l’hai mai detto in pubblico che le tue canzoni sono soprattutto ispirate dalla Fede».
«Così avrei messo la Fede al servizio degli incassi. Sarebbe stata una dichiarazione superflua, anzi dannosa. D’altronde la mia gente ha intuito che nelle mie canzoni c’è qualcosa che va oltre le parole e la musica».
«Io ho un unico punto fermo, Gesù Cristo». Michele, testimone di quei dialoghi, non poteva sorprendersi, da quando Lucio, chiamandolo a sé come autista, gli affidò un compito assolutamente prioritario. Quando erano fuori casa, prima di cercare un albergo, prima d’ogni altra necessità, doveva individuare una chiesa dove Lucio potesse confessarsi, seguire la Santa Messa e ricevere la Santa Eucarestia.
«Io ho un unico punto fermo, Gesù Cristo». Michele non poteva sorprendersi, da quando Lucio gli aveva raccontato il suo ultimo incontro con Padre Pio, nell’estate del 1968, pochi mesi prima che il santo frate morisse.
Quel mattino andò ancora una volta a confessarsi da Padre Pio. Non sperava nell’assoluzione. Da quando era poco più che adolescente Padre Pio ascoltava quietamente i suoi peccati, gli dava consigli e ammonimenti, per congedarlo senza assoluzione. Non usava tuttavia asperità o male parole, com’era solito fare coi penitenti che respingeva. Questo trattamento di favore scombussolava Lucio e allo stesso tempo lo induceva a tornare al confessionale di Padre Pio.
Non immaginava che sarebbe stata l’ultima confessione col frate, già visibilmente provato e sofferente; gli occhi chiusi, la voce molto debole, risparmiando ogni briciola delle residue energie.
Lucio s’inginocchiò. Il confessore non dette segno di riconoscere il suo discolo chierichetto, né scambiò motti com’era stata consuetudine. Era passato tanto tempo dall’ultima volta e il frate non mostrò neppure la paterna contrarietà, gli ammonimenti e i dolci rimproveri delle confessioni precedenti. Lo si sarebbe detto indifferente all’identità del penitente e a quanto udiva. «Non m’ha riconosciuto» pensò Lucio, amareggiato, nonostante il frate lo sorprendesse, benedicendolo e sussurrandogli l’assoluzione.
Nonostante il sollievo della remissione dei peccati, Lucio avvertì d’aver perduto qualcosa, come se Padre Pio non fosse più lui, un padre che non lo riconosceva più a causa della memoria svanita. Si levò dall’inginocchiatoio col pensiero tormentoso: «Non m’ha riconosciuto, non m’ha riconosciuto!» allontanandosi angosciato.
Non aveva completato tre passi e il frate lo inchiodò: «T’aggije canusciute… t’aggije canusciute…» Ti ho riconosciuto. La voce tornò per un momento quella antica, la montagna che parla scuotendoti.
Lucio non ebbe forza di girarsi; avvertì una scossa; guadagnò in fretta il sagrato, mentre i dubbi d’un momento prima si scioglievano. Fu catturato e commosso dallo spettacolo del golfo nell’alba, di qua la montagna e sopra il cielo azzurro, lo stesso cielo che un attimo prima gli parlava perforandogli il cuore. La sua fede non vacillò più: «Francesco, fammi volare!» scrisse anni dopo, ben sapendo quali vertiginose altezze potesse raggiungere l’anima.
Mentre il cuore gli scoppiava, a chi rivolgersi, Lucio, se non a Francesco? Il pensiero di chiamare un’ambulanza dell’efficientissima Svizzera neppure lo sfiorò. Aveva necessità d’un sacerdote, per confessarsi e implorare il perdono di Dio Padre. Aveva necessità di padre Pio o di Francesco. In quel momento meglio andare il più in alto possibile. Chiamò il Sacro Convento d’Assisi: «Francesco, fammi volare!» implorò mentre la vita scorreva. Implorò il perdono come durante l’ultima confessione con Padre Pio, anzi di più, più dolorosamente e a un tempo più gioiosamente di quanto potesse immaginare. E Francesco gli rammentò le parole altrimenti dimenticate da Lucio mentre se n’andava, le parole ch’egli stesso scrisse per Francesco: «Mi resi conto che, per quanto meravigliosa e calda la chiesetta dove si svolgeva la funzione, quella strana atmosfera di dolce inconveniente che sentivo durante il sogno era finita e che il vero tempio, la vera casa di Dio, è la nostra anima, anche quella più buia o più difficile da raggiungere, e che Francesco siamo noi al momento della speranza, quando siamo in attesa e confusi e lo sono soprattutto i nostri sensi e, in un mondo come quello che ci circonda, la nostra pace. E mentre pensavo e sentivo questo e il frate a conclusione della messa diceva: “La pace sia con voi” io gli risposi: “Francesco, fammi volare!» Francesco lo carezzò e Lucio volò in Cielo. www.pierolaporta.it
[1] Michele Bottalico, autista, braccio destro e comandante della barca di Lucio Dalla, è stato, anzi è tuttora amico fedelissimo di Lucio. Michele è di Manfredonia, la città garganica, in provincia di Foggia, dove Lucio abitò da bambino e alla quale è rimasto legato fino agli ultimi istanti.
[2] Paola Pallottino, romana, storica dell’arte, illustratrice e poetessa, trasferitasi a Bologna nel 1971, scrisse per Lucio Dalla i testi di “4 marzo 1943”, “Il gigante e la bambina”, “Il bambino di fumo”, “Un uomo come me” e “Anna Bellanna”.
[3] Matteo, amico di Lucio Dalla, abita a Manfredonia; è un raffinato artista e approfondito teologo

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