Ha sfogliato un libro di sedici secoli prima per fermare una malattia che stava uccidendo nel presente.
Nel 1969 la malaria non era solo una febbre tropicale: era un’arma silenziosa. In Vietnam stava decimando i soldati. Il parassita aveva imparato a resistere alla clorochina, il farmaco più usato. Serviva una soluzione nuova, urgente, concreta.
In Cina, il 23 maggio 1967, fu avviato in segreto il “Progetto 523” per trovare una cura. Due anni dopo, alla guida fu chiamata una farmacologa di trentanove anni: Tu Youyou.
Non era una scienziata famosa. Non aveva un dottorato. Non aveva studiato all’estero. Era nata nel 1930 a Ningbo e da ragazza aveva conosciuto la tubercolosi. Due anni lontana dalla scuola, il peso della malattia sul petto, la paura. Da allora aveva deciso che avrebbe studiato medicina per combattere ciò che consuma il corpo dall’interno.
Al Beijing Medical College si era formata in farmacologia. Sapeva classificare piante, estrarre principi attivi, analizzarne la struttura chimica. Dopo la laurea era entrata all’Accademia di Medicina Tradizionale Cinese, dove aveva imparato anche i fondamenti della medicina classica.
Quando assunse la guida del progetto, oltre 240.000 composti erano già stati testati senza successo. Il tempo stringeva.
Per capire davvero la malattia, Tu partì per l’isola di Hainan, nel sud della Cina, dove la malaria era in piena epidemia. Lasciò la figlia di un anno ai genitori e la maggiore in un asilo. Non le rivedrà per tre anni. Negli ospedali dell’isola osservò febbri altissime, convulsioni, organi che cedono. La malaria non è un numero su un rapporto: è carne che soffre.
Tornata a Pechino, cambiò strategia. Invece di cercare solo tra le molecole sintetiche, decise di guardare indietro. Studiò antichi testi medici, dalle epoche Zhou e Han fino ai compendi della dinastia Qing. In un manuale del IV secolo, attribuito a Ge Hong, trovò un passaggio sulle “febbri intermittenti”. Viene citata una pianta: l’Artemisia annua.
Il team preparò estratti della pianta. I primi risultati furono deludenti. Nulla di stabile, nulla di decisivo. Molti avrebbero archiviato l’idea.
Tu tornò al testo antico. Rilesse una frase: la pianta non deve essere bollita, ma immersa e spremuta a freddo. Capì che il calore poteva distruggere il principio attivo.
Cambiò metodo. Usò un solvente a bassa temperatura.
Questa volta, nei test su topi e scimmie infettati dal parassita della malaria, il risultato fu netto: eliminazione completa.
È il 1971.
Prima di passare ai pazienti, Tu prese una decisione che dice tutto del suo carattere. Si offrì volontaria per assumere il composto. Insieme a due colleghi ingerì la sostanza appena isolata. Nessun effetto tossico grave.
Subito dopo, il trattamento venne somministrato a 21 malati nella provincia di Hainan. Tutti mostrarono un rapido miglioramento. La febbre si abbassò. Il parassita scomparve dal sangue.
Nel 1972 il principio attivo venne isolato in forma pura. Ha un nome: artemisinina.
Per anni la scoperta restò confinata in Cina. Solo nel 1979 i risultati vennero pubblicati in inglese. Nel 1981 Tu presentò i dati a un incontro internazionale a Pechino con esperti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Ci vorrà tempo, ma alla fine le terapie combinate a base di artemisinina diventeranno il trattamento di riferimento contro la malaria.
Milioni di vite verranno salvate.
Nel 2015 arrivò il riconoscimento più alto: il Premio Nobel per la Fisiologia o Medicina. È la prima scienziata della Cina continentale a riceverlo in una disciplina scientifica. Senza dottorato. Senza laurea in medicina. Senza formazione all’estero.
Quando parla del suo lavoro, non usa toni trionfali. Dice che l’artemisinina è un dono della medicina tradizionale cinese al mondo. Sposta l’attenzione sulla squadra, sui testi antichi, sulla continuità tra passato e presente.
E forse è proprio questo il cuore della sua storia: in un laboratorio del Novecento, una scienziata ha ascoltato una voce scritta sedici secoli prima. Non per nostalgia, ma per salvare vite.
A volte il futuro non si inventa. Si riscopre.
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