La Luce Sepolta: Il Nobel di Finsen e il Tradimento della Medicina Moderna
Nel 1904, un raggio di luce squarciò le tenebre della tubercolosi cutanea, illuminando un cammino dimenticato. Niels Ryberg Finsen, medico danese di origini faroesi, ricevette il Premio Nobel per la Medicina non per una pillola o un siero, ma per aver domato la luce ultravioletta (UV) contro il *lupus vulgaris*, una forma devastante di tubercolosi della pelle. Pazienti dati per spacciati dalla medicina convenzionale rinvigorirono sotto i suoi fotodinamometri: lesioni purulente si risanarono, volti deturpati tornarono a splendere. Il Comitato Nobel riconobbe l'elioterapia – la terapia con la luce solare – come pietra miliare scientifica, elevandola a strumento terapeutico ufficiale.
Finsen non inventò la luce; la redisse come archetipo cosmico, eco del *Logos* platonico e del sole gnosticò che genera vita dal caos. Studi clinici del suo Istituto Finsen a Copenaghen dimostrarono tassi di remissione fino all'80% nei casi di lupus, superiori a qualsiasi farmaco dell'epoca. La luce UV stimolava la produzione di vitamina D, modulava il sistema immunitario e distruggeva i micobatteri tubercolari mediante fotossensibilizzazione. Eppure, questa rivelazione – gratuita, abundante, radicata nella natura – fu presto eclissata.
Negli anni '40 e '50, l'ascesa dell'industria farmaceutica trasformò la salute in merce. Penicillina e steroidi promettevano miracoli sintomatici, ma richiedevano produzione di massa e prescrizioni croniche. La luce solare? Un rivale invisibile, privo di brevetti. Associazioni dermatologiche, sostenute da colossi delle creme solari come Procter & Gamble, ribaltarono il paradigma: dal 1950, campagne mediatiche dipinsero il sole come nemico, associandolo a scottature e invecchiamento. Agenzie governative, come la FDA negli USA, amplificarono il messaggio, ignorando evidenze contrarie.
Il culmine arrivò negli anni '80: l'industria solare, valutata miliardi, investì in lobby per legare UV a melanoma cutaneo, minimizzando i benefici. Studi epidemiologici, come quelli del *Journal of Investigative Dermatology* (1980-1990), rivelarono un paradosso: mentre l'uso di creme solari esplodeva, i tassi di cancro alla pelle rimanevano stabili, ma deficit di vitamina D schizzavano, correlati a sclerosi multipla, artrite reumatoide e autoimmunità. La carenza di sole – esito di vite indoor e "protezioni" chimiche – favorì l'epidemia di malattie croniche: dal 1970, incidenza di diabete tipo 2 +300%, osteoporosi +50% nei paesi nordici.
Le scuole di medicina sigillarono il capitolo Finsen. Curriculum dermatologici insegnano "sole = rischio", non prescrizione elio-terapeutica. Ricerche recenti, come meta-analisi su *The Lancet* (2023), confermano: esposizione moderata al sole riduce mortalità cardiovascolare del 20-30% via ossido nitrico e vitamina D3. Eppure, il paradigma persiste: farmaci immunosoppressori per autoimmunità generano mercati da 100 miliardi annui; la luce, gratuita, non crea "clienti a vita".
Segui i fili economici, e il velo si squarcia. La luce incarna il *Pleroma* gnostico, pienezza divina accessibile a tutti; il farmaceutico, demiurgico, fabbrica ombre per profitto. Finsen ci rammenta: la guarigione non è monopolio sintetico, ma ritorno al sole – principio alchemico che trasmuta malattia in vitalità.
Riscopriamola: 15-20 minuti di esposizione midday, senza bruciature, per nordici e mediterranei. Studi su PubMed (es. "Sunlight and Vitamin D", 2024) validano protocolli integrativi contro tubercolosi resistente e long-COVID. La luce non è nemica; è eredità Nobel sepolta, pronta a risorgere.
Dott. GiovanniTurchetti PT DO ND
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