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domenica 15 febbraio 2015

Bob Marley si convertì al cristianesimo alcuni mesi prima di morire di tumore,

Bob Marley si convertì al cristianesimo alcuni mesi prima di morire di tumore, dopo che già si erano battezzati la moglie ed i figli avuti da lei. Scelse il nome ortodosso etiope di "Luce della Trinità" 

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Breve nota di Andrea Lonardo






Il Centro culturale Gli scritti (11/2/2015)


Bob Marley, malato in Germania, senza più i dreadlocks
«Bob era davvero un buon fratello, un figlio di Dio, indipendentemente da come la gente lo guardava. Aveva il desiderio di essere battezzato da tempo, ma c’erano persone a lui vicine che lo hanno controllato e lo trattenevano. Ma è venuto in chiesa regolarmente». Così raccontò in un’intervista che venne pubblicata dal Gleaner’s Sunday Magazine il 25 novembre 1984 il sacerdote ortodosso etiope che lo battezzò: si tratta di Abunda Yesehaq, missionario approdato in Giamaica negli anni '60 e divenuto poi arcivescovo, che fu grande amico di Marley.
Yesehaq raccontò che Bob Marley si era già avvicinato alla fede cristiana: "Mi ricordo che una volta mentre stavo celebrando la Messa, ho guardato Bob e le lacrime gli rigavano il volto. Molte persone pensano che fu battezzato perché sapeva che stava morendo, ma non è così. Lo ha fatto quando non c’era più alcuna pressione su di lui, e quando fu battezzato, ha abbracciato la sua famiglia e hanno pianto, hanno pianto tutti insieme per circa mezz’ora». 
Prima di lui si erano già battezzati la moglie Rita ed figli nati dal loro matrimonio – Bob Marley ha avuto 13 figli, 3 dalla moglie più altri 2 che la donna già aveva, e gli altri da altre relazioni.
Il battesimo avvenne il 4 novembre 1980 nella Chiesa etiope a New York, dopo 3 tentativi falliti, a causa dei rasta, di battezzarlo a Kingston. Scelse il nome di Berhane Selassie (“la luce della Trinità”). Solo cinque giorni dopo Bob fu trasportato in un centro medico in Germania – dove compì 36 anni.

I funerali, il 21 maggio 1981, furono celebrati dallo stesso Yesehaq, secondo la liturgia etiope ortodossa.





La conversione al cristianesimo di Bob Marley

Forse non tutti sanno che Bob Marley, il cosiddetto “re del reggae” si convertì al cristianesimo (ortodosso) un paio di anni poco prima di morire.

Marley venne educato da cristiano ma decise nel tempo di seguire il movimento Rastafari, la cui dottrina considera l’imperatore etiope Haile Selassie I (1892-1975) come l’incarnazione di Dio. Nel 1966 l’imperatore etiope visitò la Giamaica e chiese a dei missionari della Chiesa ortodossa d’Etiopia di fermarsi. Uno di questi, Abunda Yesehaq, divenne arcivescovo e molto amico di Marley, legame che  portò il noto musicista a convertirsi negli ultimi anni della sua vita. Rita, la moglie, e i figli si convertirono invece già nel 1972.

In un’intervista di Barbara Blake Hannah del 25 novembre 1984 apparsa su Gleaner’s Sunday Magazine, Yesehaq ha raccontato: «Bob era davvero un buon fratello, un figlio di Dio, indipendentemente da come la gente lo guardava. Aveva il desiderio di essere battezzato da tempo, ma c’erano persone a lui vicine che lo hanno controllato e lo trattenevano. Ma è venuto in chiesa regolarmente. Mi ricordo che una volta mentre stavo celebrando la Messa, ho guardato Bob e le lacrime gli rigavano il volto. Molte persone pensano che fu battezzato perché sapeva che stava morendo, ma non è così. Lo ha fatto quando non c’era più alcuna pressione su di lui, e quando fu battezzato, ha abbracciato la sua famiglia e hanno pianto, hanno pianto tutti insieme per circa mezz’ora». Il battesimo avvenne il 4 novembre 1980 nella Chiesa etiope a New York, dopo 3 tentativi falliti, a causa dei rasta, di battezzarlo a Kingston. Scelse il nome di Berhane Selassie (“la luce della Trinità”). Cinque giorni dopo Bob fu trasportato in un centro di trattamento in Germania, dove trascorse anche il suo 36° compleanno. Tre mesi dopo, l’11 maggio 1981, morì in un ospedale di Miami. I funerali, celebrati il 21 maggio 1981, seguirono il rito ortodosso e venne sepolto assieme alla sua Bibbia e alla chitarra Gibson.

In seguito alla conversione di Marley, anche Judy Mowatt -una delle sue cantanti e testimone della conversione- è diventata cristiana (pentecostale) negli anni ’90. Marley, nel suo album “Uprising” del maggio 1980, un anno prima della morte, ha incluso il brano “Redemption Song”: «La mia mano è stata fatta forte / grazie all’aiuto dell’Onnipotente».

L'uomo e la donna

L'uomo e la donna

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L'uomo è la più elevata delle creature.
La donna è il più sublime degli ideali.
Dio fece per l'uomo un trono, per la donna un altare.
Il trono esalta, l'altare santifica.

L'uomo è il cervello. La donna il cuore.
Il cervello fabbrica luce, il cuore produce amore.
La luce feconda, l'amore resuscita.
L'uomo è forte per la ragione.
La donna è invincibile per le lacrime.
La ragione convince, le lacrime commuovono.

L'uomo è capace di tutti gli eroismi.
La donna di tutti i martìri.
L'eroismo nobilita, il martirio sublima.
L'uomo ha la supremazia.
La donna la preferenza.
La supremazia significa forza;
la preferenza rappresenta il diritto.
L'uomo è un genio. La donna un angelo.
Il genio è incommensurabile;
l'angelo indefinibile.
L'aspirazione dell'uomo è la gloria suprema.
L'aspirazione della donna è la virtù estrema.
La gloria rende tutto grande; la virtù rende tutto divino.
L'uomo è un codice. La donna un vangelo.
Il codice corregge, il vangelo perfeziona.
L'uomo pensa. La donna sogna.
Pensare è avere il cranio di una larva;
sognare è avere sulla fronte un'aureola.

L'uomo è un oceano. La donna un lago.
L'oceano ha la perla che adorna;
il lago la poesia che abbaglia.
L'uomo è l'aquila che vola.
La donna è l'usignolo che canta.
Volare è dominare lo spazio;
cantare è conquistare l'Anima.
L'uomo è un tempio. La donna il sacrario.
Dinanzi al tempio ci scopriamo;
davanti al sacrario ci inginocchiamo. Infine:
l'uomo si trova dove termina la terra,
la donna dove comincia il cielo.
da PensieriParole

sabato 14 febbraio 2015

I turchi ci massacrano». Così è nata la prima Crociata

«I turchi ci massacrano». Così è nata la prima Crociata 
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di Angela Pellicciari 07-02-2015




Massimo Bordin, a Radio Radicale, è sempre una gran miniera di idee. Questa mattina riportava un paragone fatto da Obama fra le infamie commesse dai cristiani all’epoca delle Crociate e dell’Inquisizione e gli attuali misfatti dell’Is. Non ero in Italia, ma mi hanno detto che anche giornalisti italiani si sono esercitati in considerazioni analoghe.
Brevemente qualche fatto: se ci si chiede come mai i musulmani moderati non abbiano alzato la voce contro i crimini commessi dai vari califfi o pretendenti tali contro i cristiani, la risposta è semplice e va trovata nel Corano. Il Corano è un libro che non si può interpretare. Il Corano va obbedito perché a parlare è Dio che lo detta al profeta. Dunque, il versetto 33 della sura 5 dice: «In verità, la ricompensa di coloro che combattono Iddio e il suo Messaggero e si danno a corrompere la terra è che essi saranno massacrati, o crocifissi, o amputati delle mani e dei piedi dai lati opposti, o banditi dalla terra». Non risulta che il Dio biblico si sia mai espresso in questi termini. 
In obbedienza al Corano nel corso del tempo più volte i musulmani hanno aderito alla lettera alla volontà del profeta. Così hanno fatto i turchi selgiuchidi nell’undecimo secolo. Leggiamo alcuni brani della lettera che nel 1091 l’imperatore Alessio Comneno scrive a Roberto I, conte di Fiandra, per descrivere cosa succede ai cristiani che vivono sotto il dominio turco o che vanno in Terra Santa come pellegrini: «circoncidono i ragazzi e i giovani dei Cristiani sui battisteri dei Cristiani, e in disprezzo di Cristo versano il sangue della circoncisione negli stessi battisteri, e poi li costringono a urinare negli stessi; e poi li trascinano nelle chiese e li costringono a bestemmiare il nome e la fede della santa Trinità. Coloro che si rifiutano li affliggono con innumerevoli pene e alla fine li uccidono. Nobili matrone e le loro figlie, che hanno depredato disonorano nell’adulterio, succedendosi uno dopo l’altro come gli animali. Altri corrompono turpemente le vergini, ponendole in faccia alle loro madri, e le costringono a cantare canzoni viziose e oscene, finché non hanno terminato i loro vizi»; «uomini di ogni età e ordine, ragazzi, adolescenti, giovani, vecchi, nobili, servi, e, ciò che è peggio e più vergognoso, chierici e monaci, e -che dolore!- ciò che dall’inizio dei tempi non è stato mai detto o sentito, vescovi, sono oltraggiati con il peccato di Sodoma, e un vescovo sotto questo osceno peccato perì. Contaminano e distruggono i luoghi sacri in innumerevoli modi, e ne minacciano altri di peggiore trattamento. E chi non piange di fronte a ciò? Chi non prova compassione? Chi non ne prova orrore? Chi non prega?». I turchi distruggono «quasi l’intera terra da Gerusalemme alla Grecia», le isole, e «adesso quasi nulla rimane eccetto Costantinopoli, che minacciano di strapparci prestissimo, a meno che l’aiuto di Dio e dei fedeli Cristiani Latini ci giunga velocemente»; «Il resto omettiamo per non dare fastidio a chi legge». 
L’Occidente nel 1096 risponde all’appello disperato dell’imperatore bizantino andando con grandi sacrifici e grande eroismo a liberare la terra di Gesù dalla barbarie musulmana all’epoca imperante. È la prima crociata. Parole come quelle pronunciate da Obama riposano su un terreno sicuro. Un terreno reso solido da secoli di falsità storiche fatte passare per verità. Come scrive Leone XIII nel 1883: «la scienza storica sembra essere una congiura degli uomini contro la verità»; «Troppi vogliono che il ricordo stesso degli avvenimenti passati sia complice delle loro offese». La propaganda anticattolica ha dipinto la Chiesa come una specie di associazione a delinquere, violenta, oppressiva, intollerante. La propaganda anticattolica ha dipinto l’islam come la terra della pace e della tolleranza. Nemmeno le atrocità disumane commesse in questo tempo dall’islam che, come sempre ha fatto, vuole conquistare il mondo e arrivare a Roma, riescono a far riflettere chi è stato educato all’odio e al disprezzo anticristiano.

lunedì 9 febbraio 2015

L’animo umano e la domanda di felicità

L’animo umano e la domanda di felicità

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febbraio 8, 2015 Giovanni Fighera
Pubblichiamo parte del primo capitolo di “Che cos’è dunque la felicità, mio caro amico?” di Giovanni Fighera, ripubblicato in questi giorni da Ares.
fighera-felicita-amicoPubblichiamo parte del primo capitolo di Che cos’è dunque la felicità, mio caro amico? di Giovanni Fighera, ripubblicato in questi giorni da Ares. Dello stesso volume abbiamo già anticipato la prefazione di monsignor Luigi Negri, arcivescovo di Ferrara-Comacchio.
Un personaggio del romanzo di I. Turgenev Padri e figli, Odincova, chiede all’amico Bazarov perché “anche quando godiamo, ad esempio, di una musica, di una buona serata, della conversazione con gente simpatica, perché tutto ciò sembra piuttosto un’allusione a non so che smisurata felicità che esiste in qualche luogo, anziché una felicità reale, cioè, tale che la possediamo noi”.
Per provare a rispondere alla sua domanda dobbiamo tentare di impostare bene il problema della felicità, ovvero risalire alla natura dell’animo umano. Partiremo, quindi, dall’analisi che G. Leopardi conduce sulla questione.
Pochi autori, infatti, sono stati così lucidi nel descrivere la natura del nostro animo, assetato di una felicità piena, assoluta, infinita, proprio perché il nostro animo è “capacità di Infinito”. Noi abbiamo un cuore (nel senso biblico del termine), ovvero un complesso di esigenze originarie (l’esigenza di felicità, di amore, di giustizia, di bellezza) per cui ciascuno di noi è attratto dal bello, dal vero, dal giusto, dal bene, almeno quando siamo nella nostra posizione più autentica e vera. È questo cuore che ci fa sobbalzare all’ascolto della sinfonia n. 40 di Mozart, che ci fa provare un sentimento di ebbrezza e, nel contempo, inquietudine alla rappresentazione del Don Giovanni alla Scala o che, ancora, ci fa rimanere in estasi, presi da ammirazione e tremore, di fronte alla Cappella Sistina. È sempre questo cuore che ci fa palpitare alla vista di un tramonto o di un cielo stellato o al ritorno dal lavoro della donna a cui ci siamo uniti per tutta la vita. È sempre questo cuore che ci fa restare rapiti di fronte alle parole pronunciate con verità da qualcuno che magari mai avevamo incontrato prima: il nostro cuore, infatti, coglie la corrispondenza tra quanto desidera e quanto incontra.
Ebbene, questo cuore può essere paragonato ad un recipiente “capace” di Infinito (capax è il termine latino per indicare la capacità di contenere), perché non è mai colmo: puoi, infatti, riempirlo di bevande differenti in continuazione, ma il liquido non giungerà mai all’orlo del bicchiere, del contenitore. Quante volte facciamo l’esperienza di avere apparentemente colmato il nostro desiderio di felicità, ma subito dopo l’esperienza dell’amarezza e della tristezza si fa largo! Gli studiosi di economia (lasciatemi passare il paragone, anche se evidentemente il confronto ha un sapore ironico) potrebbero parlare di un “bisogno” risorgente e mai pienamente soddisfatto.
Questa peculiarità è tipica soltanto dell’uomo. Leopardi scrive nello Zibaldone di pensieri: “Tutto è o può essere contento di se stesso eccetto l’uomo, il che mostra che la sua esistenza non si limita a questo mondo, come quella dell’altre cose”. Noi uomini siamo “miseri inevitabilmente ed essenzialmente per natura nostra… Cosa la quale dimostra che la nostra esistenza non è finita dentro questo spazio temporale come quella dei bruti”.
Nella stessa pagina del testo miscellaneo Leopardi arriva ad affermare che “una delle grandi prove dell’immortalità dell’anima è la infelicità dell’uomo paragonato alle bestie che sono felici o quasi felici”. Queste riflessioni, poste quasi all’inizio del suo diario filosofico ed esistenziale richiamano, indubbiamente, alla mente la distanza tra il pastore e il gregge nel “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”: il pastore è assalito dal tedio, quando giace oziando, mentre il gregge non sembra essere angustiato da nessun pungolo, non sembra conoscere la noia.
“O greggia mia che posi, oh te beata,
Che la miseria tua, credo, non sai!
Quanta invidia ti porto!
Non sol perché d’affanno
Quasi libera vai;
Ch’ogni stento, ogni danno,
Ogni estremo timor subito scordi;
Ma più perché giammai tedio non provi.
Quando tu siedi all’ombra, sovra l’erbe,
Tu se’ queta e contenta;
E gran parte dell’anno
Senza noia consumi in quello stato”.
È chiaro che il Recanatese non vuole, qui, porre una distinzione solo tra l’uomo e gli altri esseri viventi, ma anche tra chi è Uomo, compos sui, presente a se stesso, cosciente della propria natura (il pastore che rappresenta il filosofo, nel senso di chi si interroga sull’esistenza, sulla vita, chi si pone con la semplicità del cuore che gli è stato donato fin dalla nascita, chi non recede dalla propria natura rinnegando la fibra più originaria del proprio essere) e chi vive dimentico di sé, come un bruto, soffocando o rinnegando il proprio cuore.
Vi è un canto dantesco in cui ben emerge questa contrapposizione tra pastore e gregge, tra atteggiamento davvero umano e degradamento dell’uomo a natura istintiva e, perciò, animalesca. Siamo in Malebolge, nell’VIII cerchio dell’Inferno, dove sono puniti i consiglieri di frode, ovvero coloro che hanno fatto uso dell’arte della parola per ingannare gli altri. Qui incontriamo Ulisse che risponde alla domanda che Virgilio gli pone riguardo a come si sia concluso il suo ultimo viaggio. Mentre racconta, ad un certo punto Ulisse rievoca le parole che declamò davanti ai compagni per spronarli, ormai stanchi e scettici, un’ultima volta, a portare a termine l’impresa:

“Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza
”.
(Inferno XXVI, vv. 118-120)
Ecco contrapposti tra loro Ulisse e i bruti: Ulisse che parte, indomito, che non può essere trattenuto neanche dagli affetti più cari, perché neanche quelli possono saziare il suo ardore di conoscere, di “divenir del mondo esperto,/ e de li vizi umani e del valore”(Inferno XXVI, vv. 98-99) e chi se ne sta tranquillo, sdraiato, senza porsi domande, senza alcuna inquietudine. Dobbiamo avere rispetto di questo “religioso” sentimento di insoddisfazione e di inquietudine, di questa tristezza che deriva da una tensione inesausta all’infinito, alla compiutezza e alla perfezione, di quel sentimento che Leopardi definisce laconicamente col termine “noia”.
Essa è
“in qualche modo il più sublime dei sentimenti umani,… il non potere essere soddisfatto da alcuna cosa terrena, né, per dir così, dalla terra intera; considerare l’ampiezza inestimabile della spazio, il numero e la mole meravigliosa dei mondi, e trovare che tutto è poco e piccino alla capacità dell’animo proprio; immaginarsi il numero dei mondi infinito, e l’universo infinito, e sentire che l’animo umano e il desiderio nostro sarebbe ancora più grande che sì fatto universo; e sempre accusare le cose di insufficienza e di nullità, e patire mancamento e voto, e però noia, pare a me il maggior segno di grandezza e nobiltà, che si vegga della natura umana” (Pensieri, LXVIII).
La noia[9] è il sentimento che denuncia in maniera inconfondibile la statura umana, l’aspirazione all’Infinito del nostro animo, la sua incapacità di accontentarsi di piaceri finiti e limitati, la necessità di incontrare un piacere infinito che corrisponda al proprio cuore. La ragione umana riconosce questa incapacità dell’uomo a soddisfarsi, la necessità che ci si imbatta in qualcos’altro. “La perfezione della ragione consiste in conoscere la sua propria insufficienza a felicitarci” e, con grande intuizione che riprenderemo al momento opportuno, Leopardi arriva ad affermare che “l’uomo corrotto non poteva essere perfezionato né felicitato se non dalla rivelazione, ossia dalla Religione”. E ancora
“l’esperienza conferma che l’uomo qual è ridotto non può essere felice sodamente se non in uno stato (ma veramente) religioso…”.
Ciò che dà consistenza alle cose è solo “la persuasione di un’altra vita. Ma questa ci deve persuadere; dunque bisogna che la religione ci persuada”.
Quindi, la ragione al suo culmine non canta vittoria come accade in tanta cultura illuministica francese. Del resto, lo stesso Kant aveva avvertito che “la ragione umana, in una specie delle sue conoscenze, ha il destino particolare di essere tormentata da problemi che non può evitare, perché le sono posti dalla natura stessa della ragione, ma dei quali non può trovare la soluzione, perché oltrepassano ogni potere della ragione umana. In tale imbarazzo cade senza sua colpa”.
Dunque il giovane Leopardi, formato secondo la cultura illuministica, arriva a riconoscere che la ragione non è ratio sui et universi, misura di sé e di tutta la realtà, bensì al suo culmine, al suo vertice giunge a riconoscere il Mistero e la propria incapacità a darci la felicità da soli. Quale distanza dallo scientismo, dall’autonomismo, dal prometeismo, tanto millantati dai suoi contemporanei intellettuali, chiamati filosofi o ideologi, dai letterati poligrafi, eruditi, enciclopedici, umanitari e cosmopoliti.
Se scorriamo lo Zibaldone, più avanti alla pagine 3171 e 3172, Leopardi mostra una sconvolgente sintonia con il pensiero del filosofo Blaise Pascal che aveva riconosciuto la grandezza dell’uomo proprio nell’essere “canna pensante”. Ne I pensieri il filosofo francese, infatti, scriveva:

“ L’uomo non è che una canna, la più debole della natura; ma è una canna pensante. Non c’è bisogno che tutto l’universo s’armi per schiacciarlo: un vapore, una goccia d’acqua basta a ucciderlo. Ma, anche se l’universo lo schiacciasse, l’uomo sarebbe ancor più nobile di chi lo uccide, perché sa di morire e conosce la superiorità dell’universo su di lui; l’universo invece non ne sa niente.”
Poco dopo, ancora affermava:
“La grandezza dell’uomo è grande in questo: che si riconosce miserabile. Un albero non sa di essere miserabile. Dunque essere miserabile equivale a conoscersi miserabile; ma essere grande equivale a conoscere di essere miserabile”.
L’uomo ha una facoltà che non è data agli altri esseri viventi, quella di percepire sé all’interno del mondo, della natura, degli spazi smisurati dell’universo e del cosmo e di cogliere la sproporzione tra il proprio io piccolo e la maestà e grandezza (che sembra infinita) di quanto ci circonda. L’uomo percepisce la distanza tra l’angusto limite temporale nel quale ci è dato vivere e il tempo degli astri e dell’universo e, ancor più, l’eternità che non riusciamo neanche a pensare!
“Tornato alla considerazione di sé, l’uomo esamini ciò che egli è rispetto a ciò che esiste; si consideri come sperduto in questo remoto angolo della natura, e da questa piccola cella dove si trova rinchiuso, voglio dire l’universo, impari a stimare la terra, i regni, le città e se stesso nel loro giusto valore. Che cos’è un uomo nell’infinito?… Chi si contempla così, si spaventa di se stesso e considerandosi, nella mole che la natura gli ha dato, come sospeso tra i due abissi dell’infinito e del nulla, tremerà alla vista di quelle meraviglie; e credo che, mutando la sua curiosità in ammirazione, sarà più disposto a contemplarle in silenzio che a investigarle con presunzione. Che cos’è in fondo l’uomo nella natura? Un nulla rispetto all’infinito, un tutto rispetto al nulla, un qualcosa di mezzo tra il niente e il tutto. Infinitamente lontano dall’abbracciare gli estremi, la fine delle cose e il loro principio gli sono invincibilmente nascosti in un impenetrabile segreto, ed egli è ugualmente incapace di vedere il nulla da cui è stato tratto e l’infinito dal quale è inghiottito”.
Ecco perché per descrivere la condizione esistenziale dell’uomo Pascal utilizzava l’immagine di un marinaio che naviga in un vasto mare, sempre incerto e instabile, sballottato da una parte all’altra, alla ricerca di uno scoglio a cui potersi aggrappare. Il tentativo risulta, però, sempre vano. Per questo, noi ci troviamo in una situazione naturale che è “la più contraria alla nostra inclinazione: desideriamo ardentemente trovare un assetto stabile e una base ultima per edificarvi una torre che si levi fino all’infinito, ma ogni nostro fondamento si squarcia e la terra s’apre in abissi”.
Ebbene, nelle pagine dello Zibaldone sopra citate, anche Leopardi in maniera lucida pone la grandezza dell’uomo nel suo “sentire” (alla latina: “percepire con la testa, con la ragione”), che coglie la piccolezza di sé di fronte all’infinito, all’immensità. L’uomo è l’unico punto di autocoscienza del creato: di fronte all’immensità delle stelle l’uomo percepisce la sua pochezza e nel contempo intende “cose superiori alla sua natura”.
A tal proposito c’è grande sintonia tra il pensiero di Leopardi e uno dei salmi biblici che meglio descrivono la miseria/grandezza dell’uomo. Il Salmo 8 della Bibbia recita, infatti, così:

“Se guardo il cielo
nato dalle tue dita, la luna
e le stelle che tu hai fissato,
che cosa è l’uomo perché te ne ricordi,
cos’è il figlio di un uomo perché te ne curi?
Eppure lo diminuisti di poco agli angeli,
di gloria, d’onore lo hai incoronato:
potere gli hai dato sulle opere delle tue mani,
tutto hai lasciato ai suoi piedi;
tutte le greggi e i branchi, le bestie
delle campagne, gli uccelli
del cielo, i pesci e tutti quelli
che corrono per le vie del mare…”.
Una domanda simile riecheggia nei versi di Leopardi del canto “Sopra il ritratto di una bella donna scolpito nel monumento sepolcrale della medesima” dove il Poeta si chiede:
“Natura umana, or come
Se frale in tutto e vile,
Se polve ed ombra sei, tant’alto senti?”. (vv. 50-52)
Leopardi pensa ad una bellissima ragazza, morta. Che cos’è la sua bellezza ora se non polvere e immagine sbiadita nel ricordo? Perché se non siamo altro che polvere abbiamo la possibilità di innalzarci tanto in alto e di percepire e immaginare “cose” tanto più grandi di noi?
Da cosa si comprende che l’uomo è così grande da poter essere considerato solo un gradino più sotto degli angeli?
Leopardi risponderebbe così:

“Niuna cosa maggiormente dimostra la grandezza e la potenza dell’umano intelletto, né l’altezza e nobiltà dell’uomo, che il poter l’uomo conoscere e interamente comprendere e fortemente sentire la sua piccolezza. Quando egli considerando la pluralità dÈ mondi, si sente essere infinitesima parte di un globo ch’è minima parte d’uno degl’infiniti sistemi che compongono il mondo, e in questa considerazione stupisce della sua piccolezza, e profondamente sentendola e intentamente riguardandola, si confonde quasi col nulla, e perde quasi se stesso nel pensiero dell’immensità delle cose, e si trova quasi smarrito nella vastità incomprensibile dell’esistenza; allora con questo atto e con questo pensiero egli dà la maggior prova possibile della sua nobiltà, della forza e della immensa capacità della sua mente, la quale, rinchiusa in sì piccolo e menomo essere, è potuta pervenire a conoscere e intender cose tanto superiori alla natura di lui, e può abbracciare e contener col pensiero questa immensità medesima della esistenza e delle cose. Certo niuno altro essere pensante su questa terra giunge mai pure a concepire o immaginare di essere cosa piccola o in se o rispetto all’altre cose, eziandio ch’ei sia, quanto al corpo, una bilionesima parte dell’uomo, per nulla dire dell’animo. E veramente quanto gli esseri più son grandi, quale sopra tutti gli esseri terrestri si è l’uomo, tanto sono più capaci della conoscenza e del sentimento della propria piccolezza. Onde avviene che questa conoscenza e questo sentimento anche tra gli uomini sieno infatti tanto maggiori e più vivi, ordinari, continui e pieni, quanto l’individuo è di maggiore e più alto e più capace intelletto e ingegno”.
Queste affermazioni sono uno schiaffo alle pretese dell’uomo di conoscere tutto il reale attraverso le nuove acquisizioni scientifiche e il progresso e rappresentano, quindi, un deciso ridimensionamento dell’ottimismo scientista. Non sono certo un abbassamento del valore e della dignità dell’uomo, ché, anzi, proprio in questa autocoscienza (unica nel cosmo e, quindi, l’uomo è “l’autocoscienza del cosmo”) risiede la nobiltà e la grandezza dell’animo umano. Le parole di Leopardi servono, senz’altro, a ben inquadrare la polemica leopardiana contro la presunzione umana intendendola, tale polemica, non tanto come regressione dell’uomo al livello delle altre creature (così come qualcuno ha voluto intendere nel “Dialogo tra il folletto e lo gnomo”), bensì come demistificazione della pretesa umana di poter manipolare e violentare a proprio uso e consumo la natura e la realtà.

Townes, il padre del laser che vedeva Dio nell'universo

Townes, il padre del laser che vedeva Dio nell'universo  
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di Francesco Agnoli09-02-2015
Il laser è da tempo un’invenzione di uso comune, in fisica, astronomia, medicina, e nella vita di tutti i giorni (lettori cd e dvd…). Il primo venne costruito 55 anni fa, nel 1960, e proprio alcuni giorni orsono, il 15 gennaio, è morto, a 99 anni, il suo inventore. Stiamo parlando di Charles Townes, premio Nobel per la fisica nel 1964 per l’invenzione del maser, uno strumento nato dalla volontà di creare un sistema di comunicazione attraverso le microonde e destinato ad essere l’antenato, appunto, del futuro laser. 
Townes è stato un fisico e un professore molti stimato, per cinquant’annipunto di riferimento, per le sue conoscenze e la sua passione, per molti fisici americani. Uno dei suoi interessi era la riflessione filosofica, suscitata in lui dallo studio della natura. Del resto sino all’Ottocento quelli che noi oggi chiamiamo fisici, da Galilei a Keplero a Newton, amavano definirsi “filosofi naturali”. Sono celebri, in particolare, ma non in Italia, alcune riflessioni di Townes sul rapporto tra scienza e religione. Townes è convinto che «la scienza è il tentativo di comprendere la struttura del nostro mondo», mentre la religione consiste nella comprensione del «significato e scopo del nostro universo».
In un discorso pronunciato nel 2002 in California, intitolato The convergenece of Science and Religion, Townes spiega che i paralleli che si possono fare tra scienza e religione sono molteplici: anche lo scienziato, infatti, ha letteralmente “fede”: ad esempio in alcuni postulati indimostrabili, nell’ordine oggettivo nel mondo e nella sua comprensibilità per l’uomo, o, ancora, nella possibilità di unificare progressivamente le leggi della natura (la reductio ad unum della filosofia). Inoltre, prosegue Townes, anche l’uomo di fede utilizza ragione, osservazione, e cioè “esperimenti”, nel momento in cui osserva il comportamento umano e si chiede: «che cosa rende meravigliosa una persona? Che cosa rende una vita piena di significato e felice?». 
Il discorso di Townes affronta poi le conoscenze più recenti della cosmologia, e si sofferma in particolare sull’origine e la struttura dell’universo. Oggi crediamo, afferma, che l’universo ha avuto un “inizio”, il Big bang: «noi ora sappiamo che ci fu un evento unico, quando ogni cosa era molto piccola. Noi potremmo chiamarlo il momento della creazione. Molti eccellenti scienziati hanno combattuto questa posizione molto duramente, credendo che non ci può essere stato alcun simile evento unico. Ma ora quasi tutti sono convinti». Questo universo, che ha avuto un inizio, come si presenta ai nostri occhi? Townes ritiene che esso sveli ai fisici che lo interrogano di essere “very special”, “molto speciale”, tanto da rivelare l’esistenza di un intelligent planning, un piano intelligente sottostante all’ordine cosmico. 
L’universo, per Townes, non è un insieme di accidenti, all’interno del quale si colloca l’accidente casuale uomo. É, al contrario, il risultato «di leggi della fisica che hanno certi particolari valori e non altri», e ciò porta al cosiddetto Principio Antropico: basterebbe che la terra non fosse alla giusta distanza dal Sole, che la Luna non ci proteggesse dalle comete, che alcuni valori numerici fossero leggermente diversi… e nel nostro universo non sarebbero mai sorte né la vita né l’uomo. Questi “felici accidenti” sono incidenti coordinati e coesistenti per caso, o il frutto di un progetto intelligente? Per Townes la risposta più ragionevole è la seconda. Altrimenti, scrive, bisognerebbe ipotizzare, come fanno alcuni per risolvere il problema, un numero infinito di universi, «ciascuno con le proprie caratteristiche e leggi fisiche» e così la vita potrebbe sorgere, per caso, in almeno uno di essi. 
Ma l’ipotesi del multiverso appare a Townes un “postulato” ideologico, un tentativo ben poco scientifico di giustificare la realtà rimandando ad un’altra realtà inosservabile (se gli universi infiniti paralleli esistessero, non potremmo però, mai, osservarli), senza spiegare, per esempio, «perché o come le leggi fisiche dovrebbero cambiare a caso da un universo all’altro». Molto c’è ancora da capire, e ci sono certamente cose che la scienza non potrà forse mai comprendere, conclude Townes, ma si può credere che «scienza e religione cresceranno sempre più strettamente insieme». Un’idea, si può ricordare che apparteneva a tanti altri grandi fisici, compresi due che in quest’anno internazionale della luce non si possono dimenticare. Max Planck e Robert Millikan.

sabato 7 febbraio 2015

Lazzaro Spalanzani



(testo: Paola Manzini)

 









Lazzaro Spallanzani
La vita, le opere

Nasce a Scandiano il 12 gennaio 1729 da Lucia Zigliani e G. Nicola, giureconsulto; primogenito di una numerosa famiglia: due fratelli e sei sorelle.
E' avviato agli studi letterali dal padre e da don Ippolito Morsiani che, già allora, si firmava "maestro di un così illustre allievo".




Nel 1737, a otto anni, veste l'abito clericale e nel 1741, a dodici, è ammesso all'esame per la prima tonsura.

Nel 1744, a quindici anni, è inviato a Reggio Emilia presso il Collegio retto dai Gesuiti per studiarvi retorica e filosofia, usufruendo di un sussidio concessogli dalla Fondazione Vallisneri di Scandiano.


Sollecitato dal padre ad intraprendere lo studio della giurisprudenza, nonostante la sua innata inclinazione allo studio della natura, nel 1749-1750 si iscrive alla facoltà di Diritto presso l'Università di Bologna, aiutato dal Vescovo di Reggio Emilia Giovanni Maria Castelvetri. Coltiva inoltre le belle lettere e approfondisce la conoscenza del greco e del francese.


In una lettera del 1752 al Vescovo, Spallanzani afferma la sua intenzione di proseguire lo studio delle leggi, accennando però di avere intrapreso «Scientifici eserecizi» sotto la guida di valenti maestri.
Notevole influenza hanno nello indirizzare il giovane, già propenso, verso gli studi scientifici, Laura Bassi, scandianese e cugina acquisita, professoressa a Bologna di Fisica universale e il marito di lei Giuseppe Verati, professore di Fisica particolare e Anatomia. Con l'appoggio della Bassi e di A. Vallisneri jr., professore all'Università di Padova di Storia naturale e figlio del più famoso A. Vallisneri, di famiglia scandianese, riesce a vincere la resistenza paterna e abbandona gli studi legali per dedicarsi a quelli naturalistici. Terminati gli studi rientra a Reggio Emilia,dove nel 1754-55 cerca una sistemazione che gli permetta di aiutare economicamente la famiglia. Nel 1755, appoggiato dal Vescovo, ottiene l'insegnamento di lingua greca presso il Collegio del Seminario; nello stesso anno è iscritto all'Accademia reggiana degli Ipocondriaci, dove presenta dapprima componimenti poetici, in seguito alcune comunicazioni di carattere scientifico tra cui Dissertazione sopra i corpi marino-montani.

Nel 1757 ha l'incarico per le lezioni di Fisica e Matematica all'Università Reggiana (istituita da Francesco III d'Este nel 1752), incarico che mantiene fino all'anno accademico 1762-1763. Porta alla laurea parecchi allievi, a cui prepara le tesi - Propositiones physico-mathematicae - conservate tuttora presso la Biblioteca Municipale di Reggio Emilia.
Nel 1760 pubblica un'operetta Riflessioni intorno alla traduzione dell'Iliade del Salvini (1653-1729, Gesuita) in cui dà prova di profonda conoscenza della lingua greca.

Nell'estate del 1761 fa una escursione sull'Appennino spingendosi fino al Lago del Ventasso e nel 1762 pubblica "Lettere due - Sopra un viaggio nell'Appennino reggiano e al lago del Ventasso" dirette a A. Vallisneri jr. in omaggio e a conferma delle teorie espresse dal padre di quest'ultimo sull'origine delle fontane.
Inizia le ricerche sugli "animaletti infusori" nel 1762 per confutare la teoria della generazione spontanea. Questi studi sperimentali danno l'avvio alla sua carriera scientifica.
Nel 1763 con speciale dispensa papale, lascia gli ordini minori e in cinque giorni viene ordinato sacerdote; ciò gli permette di poter ottenere la cattedra di Greco e Matematica presso il Collegio S. Carlo e di Filosofia (Logica, Fisica, Metafisica) all’Università di Modena.
Nel periodo modenese la sua intensa attività si concretizza nella pubblicazione, anno 1765, delle Dissertazioni due: De lapidibus ab aqua resilientibus; Saggio di osservazioni microscopiche concernenti il sistema della generazione de' signori di Needham e Buffon, famoso quest'ultimo scritto in quanto determina la fine della radicata teoria della generazione spontanea negli infusori e consacra l'autore naturalista di fama internazionale. Inizia la relazione epistolare con Charles Bonnet.

Nel 1766 verifica la riproduzione della testa delle lumache.
Nel 1767 osserva al microscopio i globuli bianchi nel sangue.



Nel 1768 esce, dedicato a Nollet: Prodromo di un'opera da imprimersi sopra le riproduzioni animali, che tratta della riproduzione di parti amputate in vari animali; Memorie sopra i muli di vari Autori che raccoglie osservazioni sulla fisiologia della generazione; Dell'azione del cuore ne' vasi sanguigni importante, fra l'altro, perché l'Autore dà notizia per la prima volta della presenza dei globuli bianchi.
In questo anno è ascritto all'Istituto e Accademia di Bologna e alla Royal Society di Londra, grande riconoscimento del suo valore di scienziato. Nel 1769 per interessamento del Conte Carlo di Firmian, governatore della Lombardia, lascia Modena per ricoprire la cattedra di storia naturale a Pavia, nell'Università ristrutturata da Maria Teresa. La prolusione ai suoi corsi pavesi, pubblicata nel 1770, è una risposta alle critiche mosse dal Needham al suo Saggio. Nel 1769 -1770 escono i due volumi della sua traduzione dal francese Contemplazione della Natura di Bonnet, che in seguito verrà adottato come libro di testo per i suoi studenti.


L'attività di ricerca è intensissima: nel 1771 inizia gli studi sulla generazione e sugli spermatozoi e continua le ricerche sperimentali sugli infusori.


Si reca nel 1772 in viaggio a Como e sulle montagne circostanti, dove raccoglie materiale per il Museo di Storia naturale di Pavia di cui è Prefetto.


Pubblica nel 1773 De' fenomeni della circolazione osservata nel giro universale dè vasi che completa le ricerche di carattere fisiologico sulla circolazione del sangue iniziate con Dell'azione del cuore .... .Viene dimostrata l'esistenza dei capillari negli animali a sangue caldo.
Per eseguire "esperienze fisiologico-elettriche" si fa costruire nel 1774 una macchina elettrica.
Nel 1775 viene inaugurato ufficialmente il Museo di Storia naturale dell'Università di Pavia, che già dirigeva da qualche anno.


Un nuovo scritto vede la luce nel 1776: Opuscoli di fisica animale, e vegetabile, che contiene ulteriori esperienze sugli animalucci infusori e sui vermicelli spermatici, osservazioni morfologiche sulle muffe, studi sui vegetali e animali chiusi nell'aria.
Inizia la relazione epistolare con Jean Senebier.

Nel 1777 realizza il primo esperimento di digestione artificiale negli uccelli e di inseminazione artificiale negli anfibi.

Un anno dopo, nel 1778, sperimenta la digestione artificiale con succo gastrico umano, prelevato dal suo stesso stomaco.







Compie nel 1779 un viaggio di studio in Svizzera dove è ospite del Bonnet. Visita le Università e varie collezioni di storia naturale di numerosi studiosi che gli offrono preziosi minerali per il Museo di Pavia. Una ulteriore pubblicazione esce nel 1780: Dissertazioni di fisica animale e vegetabile comprendente Osservazioni sulla digestione in cui, proseguendo la strada aperta da Réaumur, afferma che la digestione è opera dei succhi gastrici; Della generazione di alcuni animali anfibi; Dissertazione sopra la fecondazione artificiale di alcuni animali che rende anche ora immensi servigi in zootecnia; Della generazione di diverse piante.

In questo stesso anno fa un breve viaggio a Genova e sulla Riviera di Levante interessandosi della fauna del mare, poiché era sua intenzione scrivere un saggio di biologia marina, che non vide mai la luce.



Nell'estate del 1781 si reca a Marsiglia e nel golfo di Genova per continuare gli studi sulla fauna marina. Ritorna con molto materiale per il Museo di Pavia. L'agosto del 1782 lo vede sull'Adriatico dove a Chioggia studia il fenomeno elettrico della torpèdine; raccoglie numerosi campioni di pesci e fa osservazioni sui dattili.


Nel 1783 si reca a Portovenere, alle Alpi Apuane e in Garfagnana; fa interessanti osservazioni geologiche e mineralogiche; inoltre fonda a Portovenere quello che può essere definito il primo laboratorio di biologia marina.


Ritorna a Chioggia durante le vacanze del 1784 per continuare gli studi sulla fauna marina, particolarmente sulle spugne in relazione alle quali fa notevoli scoperte. Prima di rientrare a Pavia si reca, per una breve escursione, alla Salsa e ai pozzi di petrolio di Montegibbio nel modenese dove compie una serie di osservazioni geo-fisiche e chimiche.

Nelle vacanze pasquali del 1785 è a Genova e nella Riviera ligure. Terminate le lezioni alla Università nell'agosto del 1785 parte via mare da Venezia per Costantinopoli. Compie studi sulla flora e sulla fauna delle località visitate, fa osservazioni meteorologiche, si interessa ai costumi e alla vita di quelle popolazioni. Il ritorno avviene via terra e ciò gli consente di visitare e raccogliere casse di minerali in alcune miniere della Transilvania, nelle saline di Saltzbourg, nei giacimenti auriferi e argentiferi di Zalatina, nei monti metalliferi della regione carpatica. Al suo arrivo a Vienna nel dicembre 1786 apprende di essere stato accusato da alcuni colleghi per sottrazione di materiale dal Museo di Pavia a favore della sua raccolta privata di Scandiano. Il processo che segue porta al riconoscimento della sua completa innocenza. Il viaggio alle Due Sicilie, iniziato nel luglio 1788, si protrae fino al dicembre ed è ricco di osservazioni e studi sui fenomeni vulcanici del Vesuvio, dell'Etna, delle isole Eolie; inoltre importanti risultano le ricerche geologiche, mineralogiche e di biologia marina. Una sosta ad Orbetello nel ritorno gli permette osservazioni notevoli sulle anguille di quella laguna.


Sono del 1789 le escursioni sull'Appennino Modenese e sui colli Euganei e di nuovo sull'Appennino nell'anno seguente, sempre in relazione a studi sui fenomeni delle salse(v. Salsa di Querciola nel reggiano). Nel 1791 prende posizione contro la rabdomanzia.

Continua gli studi sulle anguille nel 1792.

Nello stesso anno inizia la pubblicazione dei Viaggi alle Due Sicilie e in alcune parti dell'Appennino; nel sesto volume, del 1797, come appendice, si trovano alcuni saggi zoologici sulle rondini e sulle anguille. Egli riconobbe che le anguille sono ovipare e la loro fecondazione avviene nel mare e non nelle paludi.


Dopo una serie di brillanti esperienze, nel 1794 pubblica, tra l'altro, Lettera sopra il sospetto di un nuovo senso nei pipistrelli; in seguito confermerà l'importanza dell'udito nel volo dei pipistrelli d'accordo con Jurine.

Ritorna sull'Appennino modenese a Fanano e Barigazzo nel 1795, dove compie numerose misure eudiometriche.


Chiusa l'Università nella primavera del 1796 a causa degli sconvolgimenti provocati dalla Rivoluzione francese, viene a Scandiano; ma nell'autunno, alla riapertura dei corsi, è di nuovo a Pavia.

Pubblica il Chimico Esame nello stesso anno.

Rifiuta l'offerta del Direttorio di una cattedra a Parigi a causa dell'età ormai avanzata e per non allontanarsi dalla famiglia e dall'Italia.


Muore l'11 febbraio 1799.





Uscirà a Ginevra nel 1803 la traduzione francese curata da Senebier dell'opera postuma sulla respirazione, seguita dopo pochi mesi dall'edizione italiana Memorie sulla respirazione.
Spallanzani infatti negli ultimi anni si era dedicato a studi in questo campo. Aveva ampliato le ricerche a tutta la scala zoologica, dimostrando la partecipazione di tutti i tessuti e non solo dei polmoni a questa funzione vitale.
Nel 1807 Senebier pubblica in francese altri manoscritti spallanzaniani sulla respirazione.
 Clicca qui per scaricare il pdf del volume “Lazzaro Spallanzani e Gregor Mendel. Alle origini della Biologia e della Genetica”.

«La sinistra è diventata una frode borghese, completamente separata dal popolo che dice di rappresentare»

«La sinistra è diventata una frode borghese, completamente separata dal popolo che dice di rappresentare» 

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febbraio 7, 2015 Luigi Amicone
Leggere Camille Paglia e scoprire che tutto ciò che c’è da dire sul “fascismo di sinistra” l’ha detto splendidamente lei, una lesbica, atea e femminista radicale.
bugia-shutterstock_204693439Cosa c’è di nuovo? Cosa c’è che quando apri il giornale dici ok, la predica ce l’ho, cosa ascolto a fare Fazio? Cosa c’è di disperato in Repubblica?
«L’Occidente politicamente corretto è una élite vuota e secolarizzata che si crede eterna».
Oddio. Dall’America della correttezza politica. Dall’America dove tutta la bella gente guarda e si chiede cosa ha scritto oggi il New York Times. Da una intellettuale di sinistra, che ha fatto il ’68, il femminismo radicale, la sinistra pop, la ribelle ultras, la sexual personae, ed è stata effigiata in  copertina del magazine New York Times, spada alla mano, warrior atea, saggista e lesbica, vien giù un’autocritica micidiale. Sentite.
«La sinistra è diventata una polizia del pensiero stalinista che ha promosso l’autoritarismo istituzionale e ha imposto una sorveglianza punitiva delle parole e dei comportamenti».
E’ Camille Paglia, che intervistata da Mattia Ferraresi, ieri sul Foglio, avrebbe dovuto far venir fuori dai gangheri anche tutta la nostra editoria e intellighentia nostrana.
E invece no, ci scommettiamo, anche se lo scriviamo che è la sera tarda di ieri, scommettiamo che democratici staranno zitti, a sfilettare lo schema, il cliché, la zuppetta quotidiana. Speriamo di sbagliarci? Sì. Volesse il cielo che un ordine di servizio mal interpretato sia finito oggi sulle prime pagine di Rep o Corriere, con un editoriale e un titolo troppo lungo, tipo: «La straordinaria critica alla sinistra di Camille Paglia».
E vabbè, cupolina politicamente corretta, quelli sono “crociati”. E questi “il grande riformatore”. Loro sono “medioevo”. Noi guardiamo avanti. Loro la “famiglia tradizionale”. Noi siamo nel 2015. Quelli sono Salvini e ciellini. Noi siamo la democrazia responsabile, l’integrazione sostenibile, la dieta vegana, l’aborto favoloso e le pillole delle farmaceutiche che pagano bene. E via con tutte le sfumatore del grigio mainstream.
E così, dice Camille Paglia, «la sinistra è diventata una frode borghese, completamente separata dal popolo che dice di rappresentare».
«Tutti i maggiori esponenti della sinistra americana – prosegue Camille – oggi sono ricchi giornalisti o accademici che occupano salotti elitari dove si forgia il conformismo ideologico».
E tanto per precisare, soggiunge l’americana a proposito di élite, «questi meschini e arroganti dittatori non hanno il minimo rispetto per le visioni opposte alle loro». (Ehi, vuol dirlo a noi italiani che per un convegno sulla famiglia ci siamo beccati per quindici giorni di fila insulti e allarmi “antiomofobi” nazionali, e non è ancora finita, vero Venerdì di Repubblica? Vuoi dirlo alla Sentinelle in piedi?)
Oddio, Camille, ci hai scattato una fotografia transatlantica. «Il loro sentimentalismo (il soggetto è sempre, “questi arroganti e meschini dittatori”) li ha portati a credere che devono controllare e limitare la libertà di parola in democrazia per proteggere paternalisticamente la classe delle vittime permanenti di razzismo, sessismo, omofobia eccetera»
E a proposito di Je suis Charlie, vuole dire qualcosa la femminista che ha fatto a pezzi il femminismo convenzionale, le quote rosa e di “genere” che adesso hanno attraversato l’oceano e si sono sistemate da buone impiegate alle pari opportunità in tutti i comuni e istituzioni d’Italia?
«Sono una militante della libertà di espressione e un’atea, ma rispetto profondamente la religione come sistema simbolico e metafisico. Odio profondamente le becere derisioni alla religione che sono un luogo comune dell’intellighentia occidentale secolarizzata. Ho scritto che Dio è la più grande idea che sia venuta all’umanità. Niente dimostra l’isolamento della sinistra dalla gente quanto la derisione della religione, che per la maggior parte degli uomini rimane una caratteristica vitale per la loro identità. Le vignette di Charlie Hebdo erano crude, noiose e infantili, insultavano il credo di altre persone senza nessuna vera ragione artistica. Il massacro è stata una atrocità barbara e la libertà di espressione deve essere garantita in tutte le democrazie moderne. Ma quale visione della vita propone il liberalismo che sia più grande delle prospettive cosmiche della grandi religioni?».
Dopo di che. «Siamo in un periodo simile a quello del tardo impero romano, quando una élite sofisticata, secolare e con uno stile di vita sessualmente libero pensava che il suo mondo fosse eterno. Il suo vuoto spirituale era la sua condanna. Quella che è arrivata dalla Palestina era una religione di passione e mistero che valorizzava il martirio. L’Occidente ha perso la strada, che cos’ha da offrire oggi?»
Già cosa cos’ha da offrire oggi? Probabilmente il pieno del vuoto alle stazioni di servizio in Rete.

lunedì 2 febbraio 2015

Cosa deve il Mahatma Gandhi a Gesù di Nazareth?

Cosa deve il Mahatma Gandhi a Gesù di Nazareth?

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“Senza lo studio di Cristo, la mia vita era diventata incompleta”. Gandhi ammirava profondamente il discorso della montagna

 Varie volte, nei suoi scritti, Gandhi ha affermato apertamente che il discorso della montagna ha rivoluzionato la sua vita e ha gettato le basi della sua dottrina della non violenza. Quest'uomo, padre spirituale e creatore dell'India moderna, ha avuto Gesù come maestro di etica.   Mohandas Karamchand Gandhi, creatore della nozione di disobbedienza civile e applicatore nel mondo moderno dei principi pacifisti sbocciati in India fin dall'antichità, è un personaggio noto a tutti. Avvocato educato all'inglese, tipico prodotto di un Governo coloniale, rivoluzionò le basi sociali delle minoranza in Sudafrica, e anni dopo condusse il suo Paese all'indipendenza con un'arma politica eminentemente morale: la non violenza. Per questo, la sua figura è riverita non solo in India, ma in tutto il mondo, e logicamente è ritenuta da molti un modello di condotta e di ideali.   Di fronte a personaggi del suo calibro sorge sempre la domanda relativa alle loro più intime convinzioni e all'origine concettuale della forza e dell'integrità necessarie per svolgere un compito come il suo. Gandhi era induista, ma accanto alle fonti induiste esiste un'altra vena religiosa, che merita di essere conosciuta.   La formazione religiosa e morale del Mahatma ha un debito di gratitudine nei confronti del cristianesimo. “Senza lo studio di Cristo, la mia vita era diventata incompleta”, diceva. L'ammirazione per Gesù e per i suoi insegnamenti è ben documentata e si può constatare nei testi che scrisse tra il 1920 e il 1940, fondamentalmente in articoli apparsi sulle due riviste che diresse (Young India e Harijan) e nella sua autobiografia spirituale, intitolata Storia dei miei esperimenti con la verità.   Va detto che quello di Gandhi non è un caso isolato. Nel corso della storia dell'India, l'influenza del cristianesimo è stata continua. Non si deve infatti dimenticare che dal I secolo della nostra era ci sono stati cristiani in quel Paese. Gli indiani si sono sempre distinti per la loro tolleranza e la capacità di sincretismo, e quindi ci si trova davanti al fatto paradossale per cui gli induisti, pur senza abbracciare il cristianesimo, hanno sempre accettato Gesù come incarnazione divina. Era un'interpretazione aperta, e Gesù nell'induismo è stato il simbolo di una verità spirituale e metafisica. Per secoli, accanto ai loro dei – rappresentazione dei fenomeni naturali –, gli induisti hanno venerato anche Gesù.   Durante il XIX secolo questo interesse per Gesù – che è arrivato fino a Gandhi – si è cristallizzato a livello intellettuale. È stato il momento del cosiddetto neo-induismo, una fusione di induismo e cristianesimo accettato da tutti i filosofi e pensatori importanti. Questa varietà religiosa continuava a mantenere i postulati induisti per quanto riguardava la metafisica, ma adottava pienamente i principi cristiani per ciò che si riferiva all'etica.   Quasi nessuno dei protagonisti del neo-induismo, da Ram Mohan Roy – il suo iniziatore – a Radhakrishnan – il più importante filosofo indiano del XX secolo –, sono rimasti indifferenti alla figura di Cristo. Si è verificata un'ammirazione per cui che ha portato ad analizzarlo e ad esaltarlo da vari punti di vista. Il suo ritratto appariva in un posto d'onore in numerosi edifici induisti e nelle scuole di filosofia e di yoga. Attorno a lui si è sviluppata un'abbondante letteratura, come in nessun altro Paese non cristiano. Filosofi e poeti, come K.C. Sen, Vivekananda, Akhilananda e Tagore, hanno scritto pagine brillanti e commoventi su Gesù e sulla verità della sua religione.   È questa la base della quale si è nutrito Gandhi. La sua formazione britannica a Londra lo ha inoltre messo in contatto con varie persone di orientamento religioso che hanno contribuito a risvegliare ancor di più il suo interesse per tutto ciò che era cristiano. Il Mahatma ha assistito a innumerevoli riunioni cristiane di vario tipo (come la famosa Convenzione di Wellington), ha dibattuto con pastori e teologi e si è dedicato allo studio delle religioni comparate. In seguito avrebbe riconosciuto il grande influsso che le Scritture hanno avuto sulla formazione del suo carattere: “Ci sono stati momenti nei quali non sapevo dove andare. Mi sono rivolto alla Bibbia, in particolare al Nuovo Testamento, e ho ricevuto forza dal suo messaggio”.   La sua conoscenza dei testi cristiani è facilmente apprezzabile nella sua opera scritta, nella quale non ha esitato a parafrasare passi e a impiegare la risorsa dell'intertestualità. Concluse il suo articolo intitolato Ethical Religion con queste parole: “Cercate prima il Regno di Dio e tutto vi sarà dato in aggiunta”.   Va specificato che questa evoluzione religiosa non significa una conversione, totale o parziale, e men che meno un'imitazione dell'elemento occidentale. Gandhi non rifiutò mai l'induismo o gli insegnamenti positivi della Bhagavad Gita, ma non volle rimanere senza una verità che riconosceva come ovvia.   Fu tuttavia critico nei confronti di alcuni aspetti. Si potrebbe dire che amava Gesù ma non era del tutto soddisfatto dello sviluppo del cristianesimo. Riteneva che l'Europa avesse tradito in parte i principi di Gesù e avvertiva i suoi compatrioti che non dovevano confondere gli insegnamenti di Cristo con ciò che si apprezzava della civiltà moderna occidentale.  In quei momenti, gli induisti poco istruiti conoscevano molto poco l'essenza del cristianesimo in sé. Credevano che convertirsi al cristianesimo obbligasse a mangiare carne bovina, bere alcool e indossare il cappello, e gli induisti più colti constatavano la contraddizione tra gli insegnamenti basati sull'amore per il prossimo e un Occidente colonialista, bellicoso, egoista e materialista a oltranza come quello che li opprimeva e li disprezzava.   Per questo, Gandhi dedicò grandi sforzi a chiarire che il messaggio di Gesù era molto diverso da quello che si poteva dedurre a giudicare dall'esperimento occidentale. Riconobbe il grande debito di gratitudine che l'India aveva nei confronti delle missioni e cercò sempre di separare nella mente del suo popolo i principi religiosi dal comportamento del Governo coloniale. “Voglio dire a voi induisti che la vostra vita sarà incompleta se non studiate con rispetto gli insegnamenti di Gesù”, diceva.  Gandhi ribadì il valore mistico di questi insegnamenti e arrivò alla conclusione che un punto chiave nella vita di Gesù era la sua intimità con Dio. Affermava che Gesù aveva espresso come nessun altro avrebbe potuto lo spirito e la volontà di Dio, ma il suo interesse non si concentrava solo su questi aspetti del trascendente. Era essenzialmente pratico, aveva davanti a sé un compito importante – raggiungere l'indipendenza di una Nazione di trecento milioni di abitanti – e una grande sfida: realizzarlo senza violenza, senza sangue, senza attentare contro l'etica né tradire i propri principi.   Per questa elaborazione di un codice etico applicabile alla nuova società indiana, Gandhi impiegò gli insegnamenti del suo passo preferito: il discorso della montagna, dal quale trasse la nozione che avrebbe definito “i sette peccati attuali”: 1) politica senza principi etici; 2) ricchezza senza lavoro; 3) piacere senza coscienza; 4) conoscenza senza forza di carattere; 5) commercio senza moralità; 6) esercizio della professione senza senso umanitario; 7) religione senza sacrificio. Questa era a suo avviso l'applicazione del discorso della montagna al mondo di oggi.   Nei suoi scritti, Gandhi approfondì l'aspetto dell'universalità di Gesù. In un Paese come l'India, culla di religioni e luogo di passaggio di molti popoli, dominava la tendenza a identificare la religione con una connotazione geografica (gli ebrei giunti dalla Palestina, i parsi fuggiti dalla Persia o i buddisti indiani che si erano diretti in Cina e in Giappone). Il Mahatma si opponeva a questo, sottolineando la diffusione dei principi cristiani e il fatto che Gesù non è un tesoro privato di un popolo o di una comunità. Scriveva:   “Rifiuto di credere che esista ora, o che sia esistita in passato, una persona sulla quale non abbiano mai influito gli esempi di Gesù, anche senza rendersene conto. La vita di tutte le persone è stata più o meno cambiata dalla sua presenza, dalle sue azioni e dalle parole pronunciate dalla sua voce divina. Credo che Gesù appartenga non solo al cristianesimo, ma al mondo intero, a tutte le razze e a tutti i popoli”.  Gandhi è morto nel 1948. Negli ultimi anni della sua vita, nella sua stanza dominava solo l'immagine di Cristo.   [Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti] s

domenica 1 febbraio 2015

Sapete cosa è accaduto alla bambina in questa fotografia?

Sapete cosa è accaduto alla bambina in questa fotografia?

kimphucrunningL’8 giugno 1972 un aereo ha bombardato il villaggio di Trang Bang nel Vietnam del Sud, dopo che il pilota scambiò un gruppo di civili per delle truppe nemiche. Le bombe contenevano napalm, un combustibile altamente infiammabile che uccise e ustionò gravemente le persone a terra.
La famosa immagine iconica in bianco e nero di quella vicenda (qui a sinistra), che rappresenta dei bambini in fuga dal villaggio in fiamme, ha vinto il Premio Pulitzer ed è stata scelta al World Press Photo of the Year nel 1972. E’ divenuta il simbolo degli orrori della guerra del Vietnam, della crudeltà di tutte le guerre per i bambini e le vittime civili.
La protagonista della foto è una bambina di nove anni che corre nuda per la strada disperata, dopo che i suoi vestiti hanno preso fuoco. Lei si chiama Kim Phuc Phan Thi e in quel momento stava partecipando con la sua famiglia ad una celebrazione religiosa presso una pagoda.
Recentemente è intervenuta in occasione del 40° anniversario del bombardamento e ha raccontato che dopo quegli scatti è crollata a terra, soccorsa dal fotografo Nick Ut che l’ha portata in ospedale. E’ rimasta ricoverata per 14 mesi ed ha subito 17 interventi chirurgici. «Avrei voluto morire quel giorno, assieme alla mia famiglia», ha detto, «è stato difficile per me portare tutto quell’odio, quella rabbia». Nonostante le profonde cicatrici sul suo corpo ha studiato medicina e al secondo anno di università, a Saigon, ha scoperto il Nuovo Testamento nella biblioteca universitaria. Ha iniziato la lettura, si è impegnata nella sequela di Gesù Cristo e si è resa conto che Dio aveva un piano per la sua vita. Assieme a suo marito, anch’egli vietnamita, nel 1997 ha infatti fondato la prima Kim Foundation International negli Stati Uniti, con l’obiettivo di fornire assistenza medica e psicologica ai bambini vittime della guerra. Il progetto si diffuse e vennero istituiti altri centri.
La conversione cristiana, sopratutto, le ha dato la forza di perdonare. Oggi Kim Phuc ha 50 anni, vive vicino a Toronto (Canada), con il marito e due figli, Thomas e Stephen. Ha dedicato la sua vita alla promozione della pace, fornendo supporto medico e psicologico alle vittime della guerra in Uganda, Timor Est, Romania, Tagikistan, Kenya, Ghana e in Afghanistan. «Il perdono mi ha liberato dall’odio», ha scritto nella sua biografia, “The Girl in the Picture”. «Ho ancora molte cicatrici sul mio corpo e un forte dolore quasi tutti i giorni, ma il mio cuore è purificato. Il Napalm è molto potente, ma la fede, il perdono e l’amore sono molto più forti. Non avremo più la guerra se tutti imparassero a convivere con il vero Amore, la speranza, e il perdono. Se ha potuto farlo quella bambina nella foto, chiedetevi: “posso farlo anch’io?”».
La redazione
 
 
 
 
 
 
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