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sabato 25 gennaio 2014

Nell’anniversario della nascita di Gramsci, tre citazioni che non leggerete altrove

Nell’anniversario della nascita di Gramsci, tre citazioni che non leggerete altrove (non ci sono più i comunisti di una volta)

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gennaio 22, 2014 Antonio Gramsci
Cade proprio oggi l’anniversario della nascita del pensatore e fondatore del Pci. Ecco tre sue frasi su scuola, Chiesa e quella che noi oggi chiameremmo “rottamazione”
gramsciOggi è l’anniversario della nascita di Antonio Gramsci (22 gennaio 1891 – 27 aprile 1937), politico e filosofo, tra i fondatori del Partito comunista italiano. Tempi.it desidera celebrarlo ricordando tre suoi pensieri che oggi la sinistra, chissà come mai, tende spesso a dimenticare.
LA CHIESA. «La Chiesa è un organismo perfettamente democratico: il figlio di un contadino o di un artigiano, se intelligente e capace, e se duttile abbastanza per lasciarsi assimilare dalla struttura ecclesiastica e per sentirne il particolare spirito di corpo e di conservazione e la validità degli interessi presenti e futuri, può teoricamente diventare cardinale e Papa» (Quaderni).
LA SCUOLA. «Noi socialisti dobbiamo essere propugnatori della scuola libera, della scuola lasciata all’iniziativa privata e ai Comuni. La libertà nella scuola è possibile solo se la scuola è indipendente del controllo dello Stato. (…) Noi dobbiamo farci propugnatori della scuola libera e conquistarci la libertà di creare la nostra scuola. I cattolici faranno altrettanto dove sono in maggioranza; chi avrà più filo tesserà più tela» (Il grido del popolo).

LA “ROTTAMAZIONE”. «Una generazione che deprime la generazione precedente, che non riesce a vederne le grandezze e il significato necessario, non può che essere meschina e senza fiducia in se stessa… Nella svalutazione del passato è implicita una giustificazione della nullità del presente» (Quaderni).

«La mia amica Benedetta Bianchi Porro, che perse tutto per trovare Tutto»

«La mia amica Benedetta Bianchi Porro, che perse tutto per trovare Tutto»




gennaio 24, 2014 Benedetta Frigerio

La figura della venerabile di cui ricorre il cinquantenario della morte. Malata e sofferente catalizzò intorno a sé l’ammirazione e l’amicizia di molti giovani


benedetta bianchi porro 2È difficile trovare persone che abbiano sofferto come Benedetta, ma è quasi impossibile conoscerne di così serene, accoglienti, in pace. Benedetta Bianchi Porro, morta cinquant’anni fa, fu dichiarata venerabile nel 1993 e domani sarà celebrata una Messa solenne nella sua città natale, Dovadola (Forlì), dal cardinal Angelo Comastri, membro per la Congregazione per la causa dei santi.
Nata l’8 agosto del 1936, morì il 23 gennaio del 1964 lasciando numerosi scritti e lettere che testimoniano una vita interiore profonda e una forza d’animo che fanno a pugni con una fragilità fisica estrema e con una vita piena di sconfitte e umiliazioni. Benedetta rischiò di morire alla nascita, poi si ammalò di poliomelite e, mentre studiava medicina, si autodiagnosticò una malattia gravissima, la neurofibromatosi, o morbo di Recklinghausen, che lentamente la privò dell’udito, poi della vista, dell’olfatto e del tatto. Eppure Benedetta passò gli ultimi anni a letto circondata dagli amici che facevano la fila per entrare nella sua stanza e passare del tempo con lei: «Ancora adesso mi domando come si facesse a stare così bene in una situazione che ora mi rendo conto essere la più drammatica che abbia mai visto», spiega Francesca Romolotti Crema, fra le amiche più care della ragazza.

Benedetta era bella, intelligente, piena di risorse. Lentamente venne meno tutto. Come poté non ribellarsi a questa situazione?
Era sensibile, sveglia, con una cultura profonda, tanto che andò all’università prima del tempo. Eppure, dopo diverse umiliazioni, subì sconfitte anche negli studi: fu frenata da un professore che la cacciò dall’esame a causa della sua malattia. Ricordo commentò così: «Non mi ha rovinato il libretto con un brutto voto». Ma non mollava, era tenace e dopo ogni sconfitta rialzava la testa e ci riprovava. Scrisse che, se non fosse stato per Dio, avrebbe subito mollato tutto.

benedetta bianchi porro 1Non riuscì a diventare medico né a realizzare nessuna delle sue aspirazioni.
«Non ebbi nulla di tutto quello che avevo chiesto, ma ebbi tutto quello che avevo sperato», scrisse. Arrivò a vivere come imprigionata in un muro: praticamente aveva contatti con il mondo solo attraverso la mano destra, che miracolosamente avevano conservato un po’ di sensibilità, e con questa comunicava attraverso l’alfabeto muto. Eppure era in pace. Scrisse alla madre che la sua disperazione si era acquietata solo con la scoperta di Dio. Parlava delle sue fatiche, ma anche della dolcezza dell’amore di Dio. Ed è questo secondo aspetto che a noi ragazzi balzava all’occhio.

Come nacque la sua amicizia con Benedetta?
Avevamo un’amica in comune che partì missionaria e che desiderava non lasciare Benedetta senza un rapporto intenso come il loro. Così, questa ragazza decise di affidarmela. Nacque un grande affetto. Mi chiamava “Francin d’oro”, mi commuovo ancora a pensarci. Ecco, dopo che la incontrai, portai tutti i miei amici di Gioventù Studentesca da lei.

Cosa accadeva nella sua stanza?
Si traeva conforto e speranza da una malata. Benedetta aveva delle doti che non ho visto più tutte insieme. Giudicava ogni fatto, ma mai le persone. Su ciascuna aveva uno sguardo di amore e accoglienza. Invece che lamentarsi, come fa chi soffre, riusciva a uscire da sé. Ricordo una ragazza con le mani fredde e Benedetta che le scaldava fra le sue. Eravamo tutti attratti dalla sua capacita di donarsi. Ci sentivamo accolti e privilegiati. Capita raramente di vedere una persona annullarsi per mettere al centro solo te. Lei lo faceva con tutti. Intuiva i crucci e i dispiaceri delle persone che incontrava. E se le perdeva di vista, chiedeva notizie per sapere come andava. Abitava veramente negli altri.

Mai un cedimento?
Era umana, non nascondeva le sue fragilità, lo sconforto, la paura a chi le era in stretta confidenza. Non faceva la stoica, non si atteggiava. Era trasparente, era quella che vedevi. Però non recriminava mai. Anzi, era autoironica, sui sogni non realizzati ci rideva su: «Che sogni che fai Benedettina!», si diceva.

Benedetta Bianchi Porro 2Di lei si è scritto che aveva anche un carattere forte.
Aveva ricevuto un’educazione cristiana seria, nel senso che su quello fondava la vita e quella seguiva. Perciò obbediva a sua madre, ed era di ferro se si trattava di fare obbedire i fratelli più piccoli. Nello stesso tempo, in quella casa si respirava una grande allegria. Erano romagnoli chiassosi, tutti diversi: una sorella faceva la ballerina alla Scala, un fratello diventò giornalista, uno primario. Più si ammalava più si addolciva. Ripeteva che il Signore le aveva dato moltissimo, che la amava. «Ma come?», ti chiedevi. Ed era pure piena di voglia di vivere.

Si dice che, grazie a lei, è avvenuta una guarigione miracolosa.
Ha fatto il miracolo di testimoniarci l’amore di Dio e la speranza. Ma forse si riferisce a quello che accadde a Lourdes. Partì per chiedere la guarigione, ma con lei c’era una ragazza gravissima e disperata. Benedetta la esortò a non smettere di pregare, perché i miracoli avvengono. Così fu e la ragazza si alzò in piedi. Benedetta era felicissima anche se lei non era guarita.

Sembra ricordarla come fosse passato un giorno e non 50 anni. Benedetta le ha cambiato la vita?
Direi che me la segna tuttora. Io a Benedetta ho voluto e voglio molto bene. Mi accorgo che allora ero una ragazzina decisa e radicale, forse un po’ spigolosa, ma capace, con Benedetta, di un’amicizia grande. Dopo 9 anni di sterilità nel matrimonio ebbi la grazia di concepire un figlio: la mia bambina nacque l’8 di agosto, lo stesso giorno in cui nacque la mia amica Benedetta. Ma non posso dire che mi ha cambiato la vita in una volta sola, perché mi ha accompagnata e guidata in ogni passo e mi accompagna ancora. È così presente che sono ancora gelosa di lei. E quando prego il Signore e la Madonna con loro, in cima a tutti i Santi e defunti che mi sono più cari, c’è Benedetta
 50 anni dalla morte della venerabile Benedetta Bianchi Porro | Tempi.it

martedì 21 gennaio 2014

A testa alta per la libertà contro il male

A testa alta per la libertà contro il male

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Cent'anni fa nasceva Etty Hillesum

Roma, (Zenit.org) Bruno Forte | 

Etty Hillesum era nata in Olanda il 15 Gennaio 1914, un secolo fa. Anche per questo voglio ricordarla oggi, a poca distanza dalla Giornata della Memoria. La sua vita fu breve e intensa: laureatasi in giurisprudenza ad Amsterdam, si iscrisse anche alla facoltà di Lingue Slave e si interessò della psicologia analitica junghiana. La guerra interruppe i suoi studi. Fu una donna vivace, intelligente, brillante, dai molteplici interessi. Visse con intensità e passione alcune relazioni d’amore.
Nel 1942, quando lavorava come segretaria presso una sezione del Consiglio Ebraico, le fu offerta la possibilità di mettersi in salvo, fuggendo in America. Scelse di restare, per condividere la sorte del suo popolo, quel popolo ebraico che la barbarie nazionalsocialista aveva deciso di sterminare. Lavorò nel campo di transito di Westerbork come assistente sociale.
Il 7 settembre 1943 fu deportata con i suoi cari ad Auschwitz. Vi morì poco tempo dopo, uccisa dal gas, il corpo divorato dalle fiamme, il 30 Novembre 1943. Aveva ventinove anni. Di lei ci restano le pagine intensissime del Diario (pubblicato nel 1981, in italiano nel 1985 da Adelphi) e delle Lettere (Adelphi 1990). Nel cuore della tragedia, che aveva visto il momentaneo trionfo del “male assoluto”, al centro del “secolo breve” che è stato il XX secolo, in un tempo schiacciato dal peso di una follia collettiva senza pari, alimentata da un’ideologia assurda di violenza e di morte, Etty portò avanti la sua appassionata ricerca spirituale. Si nutrì di Jung, di Dostoevskij (in particolare de L’idiota) e degli altri grandi scrittori russi, e soprattutto della poesia di Rainer Maria Rilke.
Lesse la Bibbia ebraica, specialmente i Salmi. Scoprì e meditò il Nuovo Testamento, in particolare il Vangelo di Matteo e l’apostolo Paolo, e autori cristiani, tra cui l’amatissimo Agostino. Dalla finestra della sua stanza osservava a lungo il cielo notturno, il grande orizzonte. Si fermava con occhio intenerito sui fiori, sempre presenti sulla sua scrivania. Nel dramma che viveva il suo popolo e l’intera umanità, seppe tener alto lo sguardo ed essere un “cuore pensante”. La linfa attinta alla radice antica e profonda dell’albero ebraico, aperta ad accogliere la meravigliosa fioritura del Vangelo, le consentì di attraversare a testa alta, con libertà radicale e con amore immenso per le vittime, la stagione forse più drammatica del Novecento europeo.
Proprio così, il messaggio della Hillesum è oggi più vivo che mai. In un’epoca di crisi diffusa che, prima che materiale ed economica, è morale e spirituale, ha qualcosa da dire a tutti noi questa giovane donna, che ha saputo non arrendersi al male. La sua è stata una straordinaria forma di resistenza, capace di contagiare forza e speranza a distanza di anni, in situazioni certo mutate e di fronte a difficoltà differenti.
La lettura di un solo brano del suo Diario basterà a far luce sul perché di questa convinzione: è la preghiera della Domenica mattina, 12 Luglio 1942. Etty annota:  “Mio Dio, sono tempi tanto angosciosi. Stanotte per la prima volta ero sveglia al buio con gli occhi che mi bruciavano, davanti a me passavano immagini su immagini di dolore umano”.
Figlia del suo tempo, questa donna non chiude gli occhi di fronte al dramma, non fugge, e trova nel dialogo più profondo, che sia possibile all’anima, uno squarcio di luce: “Ti prometto una cosa, mio Dio, soltanto una piccola cosa: cercherò di non appesantire l’oggi con i pesi delle mie preoccupazioni per il domani - ma anche questo richiede una certa esperienza. Ogni giorno ha già la sua parte. Cercherò di aiutarti affinché tu non venga distrutto dentro di me, ma a priori non posso promettere nulla”. Lontana da ogni presunzione, consapevole anzi della sua debolezza e di quella di ogni cuore sincero, Etty accetta di fare la sua parte, si assume il peso della sua responsabilità di fronte al bene da fare e al male da fuggire: “Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me, e cioè che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dover aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi. L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio”.
Per questa via, la giovane Ebrea olandese capisce qual è la sua missione nei confronti del prossimo, che è stata chiamata a servire e ad amare: “Forse possiamo anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati di altri uomini. Sì, mio Dio, sembra che tu non possa far molto per modificare le circostanze attuali, ma anch’esse fanno parte di questa vita. Io non chiamo in causa la tua responsabilità, più tardi sarai tu a dichiarare responsabili noi. E quasi a ogni battito del mio cuore, cresce la mia certezza: tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi”. È qui che passano davanti agli occhi del suo cuore pensante le tante, umanissime reazioni alla follia devastante che impera: “Esistono persone che all’ultimo momento si preoccupano di mettere in salvo aspirapolveri, forchette e cucchiai d’argento - invece di salvare te, mio Dio. E altre persone, che sono ormai ridotte a semplici ricettacoli di innumerevoli paure e amarezze, vogliono a tutti i costi salvare il proprio corpo. Dicono: me non mi prenderanno. Dimenticano che non si può essere nelle grinfie di nessuno se si è nelle tue braccia”. Giunta a questa certezza, Etty si traccia un programma di vita, che la condurrà a offrire tutta se stessa per gli altri, e proprio così a vincere col suo messaggio di speranza la cieca barbarie dei tempi in cui visse: “Comincio a sentirmi un po’ più tranquilla, mio Dio, dopo questa conversazione con te. Discorrerò con te molto spesso, d’ora innanzi, e in questo modo ti impedirò di abbandonarmi. Con me vivrai anche tempi magri, mio Dio, tempi scarsamente alimentati dalla mia povera fiducia; ma credimi, io continuerò a lavorare per te e a esserti fedele e non ti caccerò via dal mio territorio”. Questa fiducia, più grande di ogni abbandono, questa speranza più forte della morte, sono l’eredità che la Hillesum lascia alle donne e agli uomini del nostro e di ogni tempo. Un’eredità difficile, forse addirittura una sfida: eppure, l’unica per la quale valga la pena impegnarsi, e che apra agli occhi della mente e del cuore un futuro di rinascita, donando al contempo i segnali dell’aurora di una speranza possibile e vittoriosa sulla morte e sul male.
Fonte: Il Sole 24 Ore, domenica 19 gennaio 2014, pp.1 e 8

Quel filo rosso da sant’Agostino a papa Francesco… passando per Padova


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battesimoL’Osservatore Romano di sabato 18 gennaio propone un notevole articolo di Leonardo Lugaresi, docente di letteratura cristiana antica all’Università Alma Mater di Bologna, dal titolo “Il filo di Agostino tra Ratzinger e Bergoglio… Dalle Confessioni alla Lumen fidei”. Una continuità sotto l’egida della concezione agostiniana della grazia che proprio papa Bergoglio sottolineava nella prefazione a “Il tempo della Chiesa secondo Agostino”, il volume nel quale, come l’allora arcivescovo di Buenos Aires scriveva, «scorrono le appassionate lezioni sull’attualità di sant’Agostino svolte da don Giacomo Tantardini presso l’Università degli Studi di Padova, nel corso di tre anni accademici, dal 2005 al 2008». Lezioni promosse fin dal 1998 dall’Associazione Rosmini.
Nella foto: il battesimo di Agostino nell’affresco di Guariento nella chiesa padovana degli Eremitani.
Qui sotto vi proponiamo l’articolo di Lugaresi sull’Osservatore Romano
Aggiungiamo i link al commento sul sito internet piccolenote.it  e alla prefazione di Jorge Maria Bergoglio alle lezioni che don Giacomo Tantardini.
L’Osservatore Romano, venerdì 18 gennaio, p. 5, Il filo di Agostino tra Ratzinger e Bergoglio… Dalle Confessioni alla Lumen fidei (L. Lugaresi)
All’inizio della terza parte dell’enciclica Lumen fidei, quella dedicata alla trasmissione della fede, il lettore si imbatte in questa suggestiva immagine: «È una luce che si rispecchia di volto in volto, come Mosé portava in sé il riflesso della gloria di Dio dopo aver parlato con lui (…). La luce di Gesù brilla, come in uno specchio, sul volto dei cristiani e così si diffonde, così arriva fino a noi, perché anche noi possiamo partecipare a questa visione e riflettere ad altri la sua luce» (n. 37).
Colpisce, in queste parole, che proprio il riverbero della luce di Cristo sia indicato dal Papa come la prima forma di trasmissione della fede. «La fede si trasmette, per così dire, nella forma del contatto, da persona a persona, come una fiamma si accende da un’altra fiamma», prosegue lo stesso paragrafo della lettera, lasciandoci capire che questa sorta di osmosi viene prima di ogni attività missionaria organizzata, di ogni presa di posizione pubblica, di ogni progetto culturale, di ogni programma catechetico. Purtroppo noi moderni abbiamo qualche problema con l’immagine della luce, abituati come siamo a declinarla metaforicamente secondo un’accezione sempre un po’ illuministica, e – nell’esistenza quotidiana – a dare per scontato il possesso e il controllo della luce materiale, tanto che anche il più breve blackout ci è insopportabile.
Ci manca l’esperienza della luce come dono e quella dell’ineluttabilità delle tenebre: così, per esempio, quando preghiamo l’antico inno della compieta, Te lucis ante terminum, che spessore di coscienza hanno quelle parole, quando per noi la luce non ha mai termine e nelle nostre città non viene mai propriamente il buio della notte?
«È urgente recuperare il carattere di luce della fede» dice il Papa nell’enciclica (n. 4), ma per farlo occorre dunque comprendere che tale luce non è quella di un’immediata nostra chiarezza di visione su ogni cosa (un po’ come la «formula che mondi possa aprirti» di montaliana memoria), non è la luce di un faro che da noi si proietta sulla realtà permettendoci di conoscerne e spiegarne ogni dettaglio; essa è piuttosto come un raggio che colpisce e illumina innanzitutto il nostro volto. In virtù della fede, dunque, possiamo sì dirci “illuminati”, ma nel senso proprio del participio passato del verbo, non in quello (sempre larvatamente gnostico) di un aggettivo sostantivato che designa i possessori di una luce che dissipa l’oscurità del mondo e rivela segreti inaccessibili a coloro che sono nell’ignoranza.
La portata decisiva di questa distinzione, nell’intendere l’immagine della luce della fede, si coglie maggiormente se ci si riferisce al suo retroterra agostiniano, del resto esplicitamente richiamato dall’enciclica al paragrafo 33: «Nella vita di sant’Agostino – scrive Papa Francesco – troviamo un esempio significativo di questo cammino in cui la ricerca della ragione, con il suo desiderio di verità e di chiarezza, è stata integrata nell’orizzonte della fede. (…) e così ha elaborato una filosofia della luce che accoglie in sé la reciprocità propria della parola e apre uno spazio alla libertà dello sguardo verso la luce. Come alla parola corrisponde una risposta libera, così la luce trova come risposta un’immagine che la riflette».
Le Confessioni di Agostino ci offrono alcuni esempi estremamente significativi di questi diversi modi di intendere l’illuminazione della fede. Ne vogliamo ricordare almeno due: nel quarto libro, ricordando le sue imprese di giovane intellettuale orgoglioso di aver compreso da solo i testi filosofici più ardui e convinto di trovare in essi la chiave per conoscere Dio, Agostino descrive così la sua posizione umana: «Volgevo le spalle alla luce e il viso alle cose da essa illuminate, per cui la mia faccia stessa, con la quale distinguevo le cose illuminate, non era luminosa (dorsum habebam ad lumen et ad ea, quae inluminantur faciem: unde ipsa facies mea, qua inluminata cernebam, non inluminabatur)» (4, 16, 30). Con questa folgorante osservazione egli descrive perfettamente una situazione in cui anche noi rischiamo facilmente di trovarci. Anche noi, infatti, benché convertiti e battezzati, siamo tentati di vivere e di comportarci da “illuminati”, nel senso che usiamo la fede per illuminare le cose e intendiamo la missione come lo sforzo di trasmettere agli altri la nostra visione del mondo, ma «non abbiamo la faccia rivolta al mistero» di Dio che ci illumina, e di conseguenza non ne riflettiamo la luce. Sono due posizioni diametralmente opposte, benché entrambe si dicano cristiane.
Come può avvenire la conversione dall’una all’altra, per cui letteralmente si capovolge l’orientamento della vita?
Agostino ce lo mostra esemplarmente nell’ottavo libro raccontando la vicenda di un altro intellettuale, Mario Vittorino. Questo doctissimus senex, che sa tutto e ha letto tutto, e da tutti è venerato (con tanto di statua nel foro romano. Più di un nostro senatore a vita o un premio Nobel), leggendo la Scrittura e studiando con grande scrupolo omnes christianas litteras si convince della verità del cristianesimo. Ne parla con un prete colto, Simpliciano (ma non in pubblico: sono confidenze che uno come lui può fare, secretius et familiarius, solo tra persone di qualità, che possono capirle) e gli dice: «Sai, io ormai sono cristiano». Ne riceve una risposta brusca, che oggi forse sarebbe da molti riprovata in quanto contraria allo spirito del dialogo: «Non ti credo, e non ti considero cristiano finché non ti vedo nella chiesa di Cristo». La replica, ironica e sferzante come si conviene a un grande retore, è rimasta famosa (e potrebbe essere il motto di tutti i “cristianisti” senza fede): «Sono dunque i muri che fanno i cristiani? (ergo parietes faciunt christianos?)» (8, 2, 4).
Se Vittorino fosse solo interessato al dialogo per il dialogo, la cosa finirebbe qui: il prete e il professore si ripeterebbero quello scambio di battute a ogni incontro (saepe parietum inrisio repetebatur), reciprocamente compiaciuti della propria arguzia.
Ma Vittorino è un uomo seriamente preoccupato del suo destino, che sa – come dice splendidamente Agostino – «arrossire di fronte alla verità», e un giorno si presenta all’amico dicendogli semplicemente: «Andiamo in chiesa, voglio diventare cristiano» (eamus in ecclesiam: christianus volo fieri).
Quel che succede dopo non possiamo qui riferirlo nei dettagli: basti dire che il grande intellettuale declina l’offerta che i preti gli fanno di celebrare il battesimo in forma riservata e la cerimonia si svolge davanti a tutti, come una grande performance della fede, in cui Vittorino semplicemente si mostra, fa vedere il suo volto illuminato dal battesimo. E tutti lo guardano, tutti ripetono il suo nome, e quando fa la sua professione di fede, dice Agostino, «avrebbero voluto rapirselo nel loro cuore» (volebant eum omnes rapere intro in cor suum) (8, 2, 5).
L’attrattiva suscitata da Vittorino, la bellezza che lo rende così desiderabile per quella folla che se lo mangia con gli occhi, è ben diversa dal fascino umano che un maestro dalla forte personalità può avere sul suo uditorio: per intenderci, non è quella che, stando a Porfirio, brillava sul volto di Plotino quando faceva lezione (Porfirio, Vita di Plotino, 13). È la luce divina che brilla, come su uno specchio, sul volto del battezzato, che ha appena ricevuto quel sacramento che l’antichità cristiana, non per nulla, ha tanto spesso preferito chiamare col nome bellissimo di “illuminazione” (fotismos).
Ha scritto il cardinale Bergoglio nella prefazione a un volume su Agostino (Giacomo Tantardini, Il tempo della Chiesa secondo Agostino, Roma, Città Nuova, 2009, pagine 388, euro 22): «Se Agostino è attuale, se ci è contemporaneo (…) lo è soprattutto perché descrive semplicemente come si diventa e si rimane cristiani nel tempo della Chiesa. (…) Qui sta il punto: alcuni credono che la fede e la salvezza vengano col nostro sforzo di guardare, di cercare il Signore. Invece è il contrario: tu sei salvo quando il Signore ti cerca, quando Lui ti guarda e tu ti lasci guardare e cercare. Il Signore ti cerca per primo. E quando tu Lo trovi, capisci che Lui stava là guardandoti, ti aspettava Lui, per primo. Ecco la salvezza: Lui ti ama prima. E tu ti lasci amare. La salvezza è proprio questo incontro dove Lui opera per primo. Se non si dà questo incontro, non siamo salvi. Possiamo fare discorsi sulla salvezza. Inventare sistemi teologici rassicuranti, che trasformano Dio in un notaio e il suo amore gratuito in un atto dovuto a cui Lui sarebbe costretto dalla sua natura. Ma non entriamo mai nel popolo di Dio». Forse è in questa radice agostiniana, come già altri hanno notato, che si trova una delle ragioni più profonde della consonanza di due personalità così diverse come il Papa emerito Benedetto XVI e Papa Francesco, e forse è qui anche la via per non farsi intrappolare in una falsa antitesi tra dottrina ed esperienza come quella che rischia di profilarsi in certi recenti dibattiti intraecclesiali.


Biagio Conte

Biagio Conte e la Missione di Speranza e Carità
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Biagio Conte, unico figlio maschio, nasce a Palermo. Ben presto comincia a lavorare presso l’impresa edile del padre e per questo abbandona gli studi. E’ proprio in quel periodo che Biagio si rende conto della miseria e della solitudine di tanti anziani della città. Lui stesso afferma che di sera, quando faceva rientro a casa, si accorgeva che lui aveva tutto e tante persone non aveva nemmeno il necessario per vivere.
Allora prende la decisione di lasciare tutto, senza dire niente, e di andare via dalla ditta e dalla famiglia per donarsi completamente ai poveri. Ma questa scelta Biagio la prende solo alla fine di un duro cammino.
Subito dopo avere lasciato casa Biagio racconta (nel suo libro “Il cammino della speranza”) di essersi incamminato verso il centro della Sicilia, cercando di evitare i centri abitati per paura di essere cercato e riconosciuto.
Allo stremo delle forze è costretto a bussare alla porta della fattoria del signor Rosario, in quel di Raddusa. Lì trova ospitalità e, ben presto, anche lavoro (Biagio impara senza molte difficoltà il mestiere di pastore, di contadino e quant’altro gli venisse chiesto). E lì fa esperienza del silenzio e del distacco dalle cose materiali e della meditazione. Dal figlio del signor Rosario Biagio riceve un bastone utile nel lavoro di pastore: da quel bastone non si è mai separato.
Dalla fattoria Biagio riparte la notte del 24 febbraio del 1991, non prima di avere scritto delle lettere di ringraziamento e di saluti per tutte le persone che gli avevano dato fiducia. Da Raddusa si dirige ad Assisi dandosi le seguenti regole: camminare a piedi, chiedere cibo e qualche vestito. Dopo alterne vicende Biagio riesce a raggiungere insieme al suo fedele cane “libertà” i binari che lo avrebbero condotto, anche attraverso le gallerie, alla città di Messina e da lì, su di un vagone merci, a Reggio Calabria.
Proprio a Reggio Calabria fa un’esperienza particolare: sotto il ponte del lungomare vede un “barbone” che abitava dentro la carcassa di una macchina. Biagio decide di donare dei soldi a quell’uomo il quale, dopo averlo ringraziato, gli confida che con quei soldi avrebbe acquistato del cibo, dato che quel giorno non aveva mangiato. Quel fratello, scrive Biagio, ha fatto scattare in lui quella scintilla che avrebbe radicalmente cambiato la sua vita.
Da Reggio Calabria ad Assisi è stato un susseguirsi di incontri guidati dalla Provvidenza. Lo stesso incontro con i genitori, avvenuto il 5 maggio del 1991, è stato possibile grazie all’intervento del programma televisivo “Chi l’ha visto”. Durante il suo viaggio Biagio ha fatto sempre in modo di partecipare alla SS. Messa di cui aveva molto bisogno.
Il 7 giugno successivo, avendo già soggiornato nella città di Roma, fratello Biagio entra in Assisi accolto da tanta gente. Nella sua mente si fa sempre più chiara l’idea che il suo cammino deve passare per l’aiuto reciproco, mezzo indispesabile per vivere la libertà, l’uguaglianza e la pace.
Ad Assisi rimane un paio di giorni andando a visitare i luoghi dove San Francesco ha donato e dedicato la vita ai poveri, poi fa ritorno a casa. A Palermo però trova tante situazioni immutate così, in un primo momento pensa di fare il missionario e di andare nei paesi del terzo mondo. In un secondo momento comprende invece che il suo posto è a Palermo. Fratello Biagio (missionario laico a Palermo) abbandona tutto e comincia a dedicarsi ai “barboni” ai fratelli poveri, dei portici della stazione centrale di Palermo. Li aiuta portando loro cibo, coperte e vestiti.
Ben presto fonda, nei pressi della stazione centrale, la “Missione di Speranza e Carità", proprio dove c’era il vecchio disinfettatoio comunale abbandonato da un trentennio.
Con l’aiuto di tanta gente che crede nel suo progetto Biagio inizia l'accoglienza e la ricostruzione del disinfettatoio dove tanti "fratelli" trovano, oltre ad un tetto e al cibo, una famiglia e la possibilità di lavoro.
Ognuno di loro fa quello che può e che sa fare. C’è chi aiuta facendo il muratore, chi il magazziniere, chi il cuoco, chi il pittore, chi realizza lavoretti d'artigianato, chi raccoglie cartone e carta per riciclarla. Ognuno anima la missione; sono loro che portano avanti l'impegno.
Oggi la Missione aiuta un migliaio di famiglie bisognose donando loro il cibo e il vestiario grazie ai cittadini che donano pasta, zucchero, latte, vestiario, medicine e tutto ciò che possa servire per mandarla avanti.
Sempre a Palermo, in via Garibaldi, n.3, è stata creata la "Missione Femminile", dove vengono accolte le sorelle povere e abbandonate.
L'impegno primario è rivolto proprio all'incontro con i fratelli detti "barboni", persone senza fissa dimora che vivono e dormono per strada, che hanno scelto un angolo di marciapiede, una vecchia macchina, una panchina, e non vogliono staccarsi dal precario equilibrio che hanno raggiunto dopo vari traumi, paure, mancate risposte da parte della società. Hanno rotto tutti i ponti e non si fidano più di nessuno.
Biagio confida sempre nella Provvidenza Divina che, in un modo o in un altro continua sempre adassistere.

domenica 19 gennaio 2014

DI CARNE SI MUORE MA LE ISTITUZIONI NASCONDONO LA VERITÀ

DI CARNE SI MUORE MA LE ISTITUZIONI NASCONDONO LA VERITÀ. GLI INTERESSI DELLE LOBBY PREVALGONO SUL DIRITTO DELLA GENTE DI SAPERE !

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“Nonostante la diffida e la denuncia avverso il precedente Ministro della Salute per mancata corretta informazione circa i danni, scientificamente e clinicamente dimostrati, derivanti dal consumo di carne alimentare, le Istituzioni continuano ad omettere la realtà. E’ profondamente ingiusto nascondere la verità soprattutto su un tema principale come la salute, ai cittadini è stato tolto l’inalienabile diritto alla corretta e libera informazione, senza omissioni o censure. Come sempre gli interessi delle lobby, nella fattispecie rappresentate dalle industrie della carne, prevalgono sul diritto del popolo di sapere”- dichiara il presidente del Partito Animalista Europeo, Stefano Fuccelli – “Non mi meraviglio se a dirigere l’ Istituto Nazionale Ricerca Alimenti e Nutrizione era il Prof. Cannella  (ordinario di Scienza dell’alimentazione nella facoltà di Medicina dell’Università La Sapienza,  dirigente  della Scuola di specializzazione in Scienza dell’alimentazione e del Centro interuniversitario internazionale di studi sulle culture alimentari mediterranee nonché membro del Consiglio Superiore di Sanità) che elogiava le doti salutistiche e nobili della carne criticando addirittura l’alimentazione vegetariana i cui praticanti avrebbero dovuti fare i salti mortali per combinare gli alimenti. Ironia della sorte il salto mortale lo ha fatto lui, Cannella è morto all’età di soli 67 anni per tumore all’intestino.”
Malattie vascolari, cancri, ipertensione, diabete ed obesità i reali danni derivanti dall’assunzione alimentare di carne, il Prof. Umberto Veronesi direttore scientifico dell’Istituto Europeo di Oncologia lo dichiara da anni: “Attenti all’alimentazione  innesca i tumori più del fumo, la prevenzione riduce i decessi più della medicina e comincia a tavola. I dati sul cancro al colon dimostrano che è quasi  inesistente nei paesi a dieta priva di carne. Mangiare carne fa male, è cancerogena.”
L’oncologo ha spiegato che ad innescare il tumore sono nel 35% dei casi le cattive abitudini alimentari; seguono il tabacco (30%), le infezioni virali (10%), i fattori riproduttivi (7%), l’attività lavorativa e l’inquinamento (4%).  Dallo studio “ meat intake and mortality” pubblicato nel 2009 negli Stati Uniti sul bimestrale “ Archives of internal medicine” le conclusioni sono state che consumare carne lavorata, comunque di provenienza industriale, eleva il rischio di morte per tumore e malattie cardiache. La Food and Drug Administration americana conferma: “chi consuma più di 80 grammi quotidiani di carne alza di 8 volte il rischio di tumori allo stomaco ed all’intestino, oltre che alla prostata per gli uomini ed al seno per le donne”. Il World Cancer Research Fund (WCRF) e l’ American Institute for Cancer Research sottolineano come vi sia una chiara evidenza che le carni rosse e le carni lavorate siano causa di cancro al colon ponendo come obiettivo per la salute pubblica un consumo medio di 300 gr. a settimana (43 gr. al giorno) , e di evitare in modo assoluto carni processate, come pancetta, prosciutto, salame, salsicce, carne in scatola, ecc. Lo studio effettuato dalla Oxford University  – Unità cardiologica della Cornell University (ottobre 2010):”diminuendo il consumo di carne  si eviterebbero, soltanto in Inghilterra, 31 mila morti per malattie cardovascolari, 9 mila per cancro e 5 mila per ictus ed il servizio sanitario (inglese ndr) risparmierebbe almeno 1,3 miliardi di euro; con l’eliminazione totale  del consumo di carne le cifre aumenterebbero ancora di più“ . Il cittadino britannico medio consuma 125 kg di carne l’anno, l’italiano medio intorno ai 92 kg l’anno. La ricerca della Oxford University ha calcolato quello che avverrebbe diminuendo il consumo  a 11 kg l’anno ( 31 gr. giornalieri): si eviterebbero 45.361 morti.
La carne uccide anche in altri modi. La correlazione tra gli allevamenti intensivi, definiti dalla Food and Agricolture Organization, a nome delle Nazioni Unite, “un vivaio di malattie emergenti”e le sostanze chimiche somministrate nel settore carni: tirestatici, ormoni, beta agonisti, cortisonici, ormone della crescita, antibiotici metalli pesanti, mix di sostanze chimiche e mangimi inidonei, comporta lo sviluppo delle note pandemie ed episodi di straordinaria gravità come l’influenza aviaria nel 1999 e 2002, la cosiddetta mucca pazza nel 2001 o le carni suine irlandesi contaminate dalla diossina nel 2008 e l’influenza A suina del 2009 proveniente dal Messico, causando migliaia di decessi in tutto il mondo. “Ogni volta che un virus entra in un nuovo ospite, può mutare”, spiega Michael Greger, responsabile salute pubblica alla Humane Society of United States: “Nelle fattorie con 50 capi, un virus ha solo 50 probabilità di mutare. In quelle con 5 mila maiali ha 50 mila possibilità di trasformarsi in un virus in grado di compiere il salto di specie passando dall’animale all’uomo”. Salto di specie che si è verificato in Messico tra maiali e uomini.
Fonte: Agenpress

LA PAROLA DELLA CHIESA SU MEDJUGORJE

LA PAROLA DELLA CHIESA SU MEDJUGORJE
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LA PAROLA DELLA CHIESA SU MEDJUGORJE Novità per Medjugorje. Venerdì scorso ha ufficialmente concluso i suoi lavori la Commissione internazionale di inchiesta, istituita da Benedetto XVI e presieduta dal cardinale Camillo Ruini, sulle apparizioni della Madonna iniziate nel 1981. I risultati dello studio di questa Commissione, che ha interrogato i protagonisti e molti testimoni, sono adesso nelle mani della Congregazione per la dottrina della fede. Ci sarà un pronunciamento? Forse. Ma cosa c’è da aspettarsi? IL CRITERIO DI GESU’ Dovrebbero essere del tutto improbabili sia una bocciatura che condanni il fenomeno Medjugorje come una truffa da cui guardarsi; sia un riconoscimento ufficiale della soprannaturalità delle apparizioni, che non può essere fatto finché il caso è in svolgimento. La prima ipotesi è da escludere per una miriade di motivi che sono sintetizzati nel criterio di giudizio fornito da Gesù stesso nel Vangelo: “non c’è albero buono che dia frutti cattivi, né albero cattivo che dia frutti buoni. Ogni albero si riconosce dai suoi frutti” (Lc 6, 43-44). I frutti di Medjugorje sono straordinari. Questo fenomeno – come ebbe a dire Vittorio Messori – rappresenta “il maggior movimento di masse cattoliche del postconcilio”. E soprattutto il maggior movimento di conversione di massa, perché da più di trent’anni lì si verificano miriadi di conversioni: tanti tornano alla fede, ai sacramenti, alla preghiera e alla penitenza, in un mondo che invece ha imboccato velocemente la china opposta, quella dell’anticristianesimo accanito. A Medjugorje si torna alla fede della Chiesa, perfettamente ortodossa, fedele al Papa e ai vescovi. Un fatto molto significativo se si considera che sono dilagate, nel postconcilio, dottrine eretiche, disobbedienza e resa alle ideologie, non solo fra i fedeli, ma anche fra teologi ed ecclesiastici (provocando apostasia, abbandoni di massa del sacerdozio, scismi chiassosi e silenziosi). Il miracolo delle tantissime conversioni è stato accompagnato anche – come nei Vangeli e in tutte le grandi apparizioni – da segni straordinari, come le tante guarigioni inspiegabili dal punto di vista della medicina, le quali forniscono l’evidenza della presenza della Madonna. Anche di recente un italiano di 37 anni, Cristian, sposato e con due figli, ammalato di Sla dal 2008, arrivato da Cosenza a Medjugorje il 22 settembre in pellegrinaggio, immobilizzato su una sedia a rotelle, alla collina delle apparizioni ha ricominciato a camminare e ora sta tornano alla vita normale. Sono in corso tutte le verifiche scientifiche e i medici sono sbalorditi perché è noto che dalla Sla non è umanamente possibile guarire. Un altro segno nel segno, della bontà di Medjugorje, è rappresentato dalla quantità di vocazioni che proprio da lì sono fiorite. Anche in questo caso in controtendenza rispetto a quanto accade dovunque. Il movimento di evangelizzazione che è nato dalle apparizioni di Medjugorje peraltro si diffonde con tantissimi gruppi di preghiera in tutto il globo e anche con nuovi sistemi missionari che hanno una forte incidenza fra la gente: basti pensare al fenomeno rappresentato in Italia da “Radio Maria”, che è forse il mezzo di evangelizzazione (e di formazione cristiana) più efficace e capillare nel nostro Paese (e “Radio Maria” è ormai arrivata in altri settanta Paesi del mondo). IL GIUDIZIO DI WOJTYLA Non a caso Giovanni Paolo II, che era personalmente un convinto sostenitore di queste apparizioni, arrivò a dire: “Medjugorje è il centro spirituale del mondo”. Il 24 novembre 1993, ricevendo i vescovi dell’Oceano Indiano e poi conversando con loro a cena, il Pontefice – a proposito dei messaggi della Madonna a Medjugorje - disse: “Questi messaggi sono la chiave per comprendere ciò che avviene e ciò che avverrà nel mondo”. Naturalmente papa Wojtyla non volle forzare le tappe. Anche perché la Chiesa non può riconoscere l’autenticità di un fatto soprannaturale mentre è ancora in corso. Le apparizioni infatti continuano ancora e questo è il principale motivo per cui non c’è assolutamente da attendersi che la Chiesa riconosca oggi ufficialmente Medjugorje. Oltretutto per la dottrina della Chiesa anche apparizioni riconosciute come Lourdes o Fatima sono proposte ai credenti come aiuto alla fede, ma non sono vincolanti. Non è obbligatorio per un cattolico credervi. La rivelazione cristiana infatti si è conclusa con la morte dell’ultimo apostolo e tutti gli avvenimenti soprannaturali che, nel corso dei secoli, hanno “mostrato” la permanente presenza di Gesù Cristo vivo e operante fra i suoi, nella Chiesa, aiutano la fede, fanno “toccare con mano”, ma non aggiungono nulla alla rivelazione. IL PRECEDENTE Dunque cosa c’è da attendersi dall’eventuale pronunciamento della Congregazione per la dottrina della fede? Probabilmente una posizione attendista, simile a quella che assunsero, con la dichiarazione di Zara del 10 aprile 1991, i vescovi della ex Jugoslavia. Questa fu la formula che usarono: “Sulla base delle indagini finora condotte, non è possibile affermare che si tratti di apparizioni o di rivelazioni soprannaturali”. Diversamente da ciò che potrebbe sembrare, questa formula (“finora non è possibile affermare che si tratti di apparizioni”) non era affatto una bocciatura: lo sarebbe stata se invece i vescovi avessero dichiarato: “affermiamo che non si tratta di apparizioni soprannaturali”. Se avessero cioè usato la formula “consta della non soprannaturalità delle apparizioni di Medjugorje” (quella che era sostenuta dal vescovo di Mostar). Invece la formula usata nel 1991 è una posizione di attesa, che – come disse il cardinal Bertone, segretario di Stato di Benedetto XVI - “lascia la porta aperta a future indagini. La verifica deve perciò andare avanti”. In effetti i fedeli non furono diffidati dal recarsi a Medjugorje e dal seguire i messaggi della Madonna e c’è da star sicuri che se questi contenessero qualcosa di pericoloso per la fede, la Chiesa sarebbe subito intervenuta con un fermo divieto. Il silenzio della Chiesa è insomma un tacito consenso alla devozione. TEMPI ECCEZIONALI Quello che c’è da aspettarsi – e che in parte è già accaduto con un recente documento della Congregazione per la dottrina della fede – è semmai una regolazione di questa devozione popolare. Non sono ammesse quelle manifestazioni – come le apparizioni ai veggenti di Medjugorje in chiese o cattedrali - che sottintendono una già avvenuta approvazione ufficiale da parte della Chiesa. Ma questo è un comprensibile e salutare principio di ordine il cui effetto probabilmente sarà quello di convogliare più pellegrini a Medjugorje come centro di preghiera e santuario mariano. In fin dei conti, trattandosi di una parrocchia della Chiesa cattolica, tutto resta sempre ben sicuro sotto il manto e lo sguardo materno della Chiesa. Dunque, alla fine, siamo davanti al fatto nudo e crudo: le apparizioni della Madonna che proseguono tuttora, da più di trent’anni, e chiamano alla conversione per salvare il mondo e l’umanità da una rovina temporale e dalla rovina eterna. La durata delle apparizioni non è straordinaria in sé perché a Laus la Madonna apparve alla pastorella Benedetta Rencurel dal 1664 al 1718, quindi per 54 anni (tali apparizioni sono state riconosciute dall’autorità ecclesiastica nel 2008 e questo la dice lunga sui tempi della Chiesa). Ma nel caso di Medjugorje sono apparizioni pubbliche, con messaggi pubblici rivolti ai cristiani e all’intera umanità. Non essendo mai accaduto un fatto smile in duemila anni di storia della Chiesa, c’è da ritenere che se ciò si verifica oggi è perché i tempi richiedono un intervento straordinario del Cielo. D’altronde a Medjugorje la Madonna ha dichiarato di essere venuta per compiere ciò che aveva iniziato a Fatima, con la sua grande profezia sulla tragedia del XX secolo. Lo scrittore Paul Claudel già definì Fatima “il più importante evento religioso del secolo”. Se si lega a Medjugorje siamo davanti a un mistero straordinario che riguarda il nostro tempo. Antonio Socci Da “Libero”, 19 gennaio 2014 www.antoniosocci.com

sabato 18 gennaio 2014

La vita di Benedetta Bianchi Porro

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La vita


Benedetta nasce a Dovadola (foto di Dovadola 395Kb e della casa natale 374Kb), piccolo paese in provincia di Forlì, dall'ingegner Guido Bianchi Porro e da Elsa Giammarchi, l'8 agosto 1936. E' la seconda di sei figli. Colpita a pochi mesi da poliomielite, resta con una gambina menomata. I ragazzetti del paese la chiamano "la zoppetta", ma lei non se ne offende: "dicono la verita' ".
(foto di Benedetta a 2 anni, 268 Kb; da piccola, 365Kb; con la mamma, 281 Kb; a 4 anni, 291 Kb)
Allo scoppio della II guerra mondiale la sua famiglia sfolla a Casticciano (foto 412Kb), presso Bertinoro.
(foto di Benedetta con la famiglia nel 1941, 278 Kb; alle elementari, 374 Kb)
Nel 1944, quando la linea gotica viene travolta dall'avanzata anglo-americana, la Romagna e' percorsa dalle truppe tedesche in ritirata. Ma della guerra vi e' solo un bagliore riflesso nei diari che la bimba tiene diligentemente aggiornati, fin dai cinque anni, per volonta' materna. Si tratta di notazioni rapide, naturalmente rapportate alla sua eta', che riguardano piu' spesso la famiglia, la natura, i giochi, il primo confuso sbocciare dei sentimenti.
(foto di Benedetta a 7 anni, 375 Kb)
Benedetta e' una bimba sensibile e delicata, intelligente e volitiva. Gioca festosamente coi fratellini e con gli altri bambini, ma talora si ritrae in pensosi silenzi: sono i momenti in cui Benedetta guarda stupita il miracolo della vita che trionfa in tutte le cose, nei fiori, nei prati pieni di sole, nella sua piantina di ciliegio che innaffia quotidianamente, nell'aurora meravigliosa. Allora confida al suo diario la gioia delle sue scoperte. "C'e' l'universo incantevole. Che bello vivere!" Corre a vedere la mietitura del grano, si ferma incantata ad ascoltare il canto degli agricoltori, si confonde nelle aie dei contadini con gli altri bimbi, poi sale sul cipresso: "lassu' fra i suoi rami ho formato la mia casina".
Il ritorno alla pace rappresenta per la bimba di nove anni solo un'allegra avventura in piu': il trasloco a Forlì dove, eccettuato un breve soggiorno a Brescia, ospite della famiglia Rabotti, Benedetta rimarra' fino al '51.
La vita riprende tranquilla, in compagnia dei genitori e dei fratellini. Ha saltato una classe e studia dalle suore Dorotee. Sono anni sereni quelli trascorsi in Romagna; vita di provincia: le festicciole di compleanno, un po' di catechismo, le lezioni di pianoforte, il vestito bello la domenica.(foto di Benedetta alle medie, 447 Kb) 
"Ti ricordi, Manuela, come eravamo felici quando alla domenica la mamma ci portava a San Mercuriale e tutti volevamo stare attaccati a lei, come eravamo felici allora! E non sapevamo di esserlo".
Frequenta a Forlì la scuola media "Biondo Flavio" e il ginnasio.
Nel '51 la famiglia Bianchi Porro si trasferisce a
Sirmione del Garda. Benedetta parla con entusiasmo della sua villa affacciata sul lago: "bianca, dalle persiane verdi, un terrazzo di legno sul davanti, cancello piccolo a lato  le camere ampie e spaziose danno un senso di liberta'...". Sirmione e' bella, e alla ragazzina piace vivere nella sua villa tra gli ulivi, così come le piacciono le discussioni coi fratelli, la politica, lo sport, le lunghe nuotate nel lago, le voci, le risa, le barche, la gente, le cose. (Benedetta a 14 anni, 407 Kb)
Benedetta si appassiona a tutto; le piace molto studiare e trascorre ore al piano. Ma la sua ardente gioia di vivere ha un'ombra di tristezza, un presagio ineffabile, un nascosto tremore:
"guardando questo spettacolo il mio animo e' preso da ricordi, e da un terribile bisogno di indefinito, di lontano, di silenzio. Un bisogno di essere fuori dal mondo, lontana da tutti, e un bisogno di qualcuno cui confidare i dolori della mia vita; di uno, insomma, che mi consoli. Basta, per confortarmi, alzare il pensiero a Dio".
Per evitare la malformazione alla schiena deve portare un busto che l’opprime e la condiziona.
Comincia inoltre ad accusare una perdita dell’udito. Di giorno in giorno cresce l’inquietudine del suo spirito. Assetata d’amore, comunica ad Anna, la più cara amica dell’adolescenza, i suoi più profondi e delicati sentimenti. "Tu sei la mia prima amica e amica per me vuol dire qualcosa di piu' di quel che gli altri intendono. L’amica deve essere qualcosa di noi stessi e tu sei per me la meta' dell’anima mia, l’acqua in cui io mi specchio".
Quando per la lontananza non puo' godere della sua rasserenante presenza, Benedetta avverte ancora di piu' la solitudine interiore. La sordita' avanza. Si spegne il sussurro delle cose, la festa della vita: "... il cielo è grigio e nebbioso e le cose sono annoiate e piangono invece di ridere per la mia anima".
Le si apre una vita nuda d’amore: quanti desideri e speranze destinati a morire!
Rimpianto, smarrimento, angoscia. La prova si fa sempre più dura. Benedetta trema: "... temo che tutto sia illusione e l’illusione mi fa tremare piu' della disperazione".
Ad Anna, ancor piu' che alle pagine del suo diario, confida il tumulto del suo spirito. "Anch’io sono assetata di pace e desidero abbandonare le onde del mare e rifugiarmi nella quiete di un porto. Ma la mia barca e' fragile, le mie vele sono squarciate dal fulmine, i remi spezzati e la corrente mi trascina lontano".
Benedetta conosce il gelo dello scetticismo, l’allucinante paura del vuoto e invoca aiuto: "Sapessi, Anna, come ho bisogno del tuo aiuto. Desidero la verita', non desidero che questo, ma nessuno ne sa nulla".
Ma quella Verita' che lei cercava comincia a farsi sentire nella voce della sua anima. La tempesta a poco a poco si placa. In questa drammatica esperienza umana si prepara la sua risurrezione. Benedetta scopre dentro di se' la ricchezza della vita interiore.
E’ in seconda liceo, al "Bagatta" di Desenzano quando annota nel diario: "Sono stata interrogata in latino; ogni tanto non capivo quello che il professore mi chiedeva. Che figura devo fare ogni tanto, ma cosa importa? Un giorno forse non capiro' niente di quello che gli altri dicono, ma sentiro' sempre la voce dell’anima mia: e questa e' la vera via che devo seguire".
Benedetta opera la scelta di una vita che trova il suo senso e la sua giustificazione nei valori dello spirito.
Autunno 1953. Dopo aver saltato la III liceo si iscrive all'Università di Milano; ha 17 anni. Il padre le suggerisce l'idea di laurearsi in Fisica e Benedetta, per compiacerlo, acconsente. Ma ben presto s'avvede di non essere fatta per quel genere di studi e passa a Medicina. "Affrontai il nuovo studio con ardore. Avevo sempre sognato di diventare medico. Voglio vivere, lottare, sacrificarmi per tutti gli uomini". La sordita' e' quasi totale. (Tesserino universitario, 476 Kb)
Benedetta e' costretta a farsi accompagnare dalla giovane amica Anna perche' risponda in sua vece all'appello.
Completamente sorda e costretta a far uso del bastone per una insorta difficolta' motoria, si appresta a diventare medico. Le difficolta' sono enormi ma e' decisa a resistere con tutte le sue forze per guarire e per riuscire: "Mi basterebbe di arrivare ad esercitare, anche come l’ultimo dei medici..."
1955: esame fondamentale del primo biennio. Benedetta attende trepidante che il professore le rivolga per iscritto le domande che non puo' piu' udire, ma il libretto universitario vola contro la porta. Nell’aula c'e' chi ride.
Il professore grida: "Non si e' mai visto un medico sordo!"
Benedetta, in silenzio, con le lacrime agli occhi, si alza, raccoglie il libretto e avvicinandosi al docente gli dice in tono pacato: "Scusi, professore, non volevo offenderLa". Alla mamma che le chiede l'esito dell'esame, Benedetta risponde: "Il professore e' stato buono perche' non mi ha rovinato il libretto". Per intervento del Rettore l'esame viene ridato; l'esito e' positivo e provvisoriamente le e' concesso di proseguire gli studi.
(Benedetta nel 1955, 278 Kb)
Natale 1956: si manifestano i primi, chiari, gravi sintomi di una malattia di cui, evidentemente, la sordita' e' solo una manifestazione.
Dopo numerosi consulti, risultati peraltro vani a definire il genere della malattia, Benedetta riesce da sola a diagnosticare il suo terribile male:
neurofibromatosi diffusa.
(Benedetta a 20 anni, 496 Kb; a Sirmione, 476 Kb)
27 giugno 1957: viene operata, per la prima volta, alla testa. Le radono il capo. Forse Benedetta, in quel momento, rivide uno scorcio della sua infanzia: il contadino, chiamato Natale, che in un piovoso giorno di settembre tagliava la lana ad una pecora mentre la nebbia saliva fino a ricoprire il piccolo paese di Bertinoro: "Mentre mi tagliavano i capelli, mi sentivo come un agnello cui tagliano la lana e pregavo il Signore che mi facesse forte e piccola. Il Signore, mamma, vuole da noi grandi cose. Ho sofferto tanto e ho domandato al Signore di essere una pecorella nelle sue mani".
Accenna a questa operazione in una lettera a Maria Grazia, amica carissima: "In occasione dell’operazione mi tagliarono i capelli a zero ed ora la mia testa assomiglia molto ad una spazzola per abiti... Ti confesso che a volte mi sento terribilmente depressa... Inoltre in seguito all'intervento, mi si e' paralizzato il facciale sinistro, sono semiparalizzata al viso; devo fare una plastica, ahime'! In tanto in attesa di tempi migliori (ma verranno?) sono costretta a interrompere gli studi: cosa mi costi, lo sa il cielo! Beh, pazienza, l’importante e' conservare la serenita' ".
E' tale la sua forza di volonta' che l’anno successivo, in autunno, riesce a sostenere con esito positivo gli esami di patologia medica e patologia chirurgica. Eppure "sapeva", tanto che un giorno, tornando vittoriosa ma disfatta da un esame, confida alla madre: "Si, mamma, anche questo e' andato bene, ma a che serve?... tra poco...". Dopo breve, infatti, la neurofibromatosi si sarebbe manifestata in tutta la tragicita' del suo rarissimo quadro.
(Benedetta a 21 anni, 412 Kb)
29 giugno 1959: Benedetta sostiene, con esito negativo, l'ultimo esame (Igiene). Non drammatizza neppure questo: "...il professore e' un pignolo che parte in curva per niente... beh, lo ridaro' !".
7 agosto: viene operata al midollo spinale. Da questo momento rimarra' totalmente paralizzata agli arti inferiori, costretta dapprima su di una poltrona, poi a letto per oltre quattro anni. A poco a poco perde il gusto, il tatto, l’odorato.
In questi anni dolorosi Maria Grazia le e' accanto, sempre; silenziosamente l'aiuta. Benedetta le confida le sue fatiche di ogni giorno e la gioia segreta di certi istanti: "ho molte tentazioni sempre e tu prega per me. Se diro' delle cose a vuoto, domandaGli per me di farmi tacere. Mi accade di trovarmi a volte a terra, sotto il peso di una croce pesante. Allora Lo chiamo con amore, ai suoi piedi e Lui dolcemente mi fa posare la testa sul suo grembo. Capisci, Maria Grazia? Conosci tu la dolcezza di questi istanti?"
Tramite Maria Grazia, Nicoletta entra nella sfera degli amici di Benedetta e le sara' di grande aiuto spirituale.
Tanti altri amici approderanno a questa riva in una pienezza di comunione che fara' della sua stanza un "crocevia di vite". "Si andava in compagnia a trovarla. Il suo non era piu' un letto; al di la' di ogni evidenza Benedetta ci faceva dimenticare di essere presso una persona ammalata. Tutto il giorno, a turno, comunicavamo con lei; c'erano momenti in cui si rideva, sì, si cantava insieme, si recitava nona e vespro". (Dalla testimonianza di Paola). Gli amici le sono accanto nella sua grande spirituale avventura. Benedetta li ama tutti teneramente, profondamente, e insieme formano una cosa sola. Quando non possono andare a trovarla, giungono a lei, come un dono divino, le loro lettere.
"Cara Nicoletta, grazie della tua lettera. Mentre me la leggevano io pensavo mi fosse giunta una grazia e che tale gioia mi fosse scesa dal cielo... Dice S. Agostino. Ti ho gustato ed ora ho fame e sete di te; mi hai toccato ed ora ardo dal desiderio della tua pace".
Di questa sete e di questa fame sono brucianti le lettere che faticosamente Benedetta scrive agli amici e ai familiari:
"... quanto a me, faccio la vita di sempre, pure a me sembra così completa... e' pero' vero che la vita in se' e per se' mi sembra un miracolo, e vorrei poter innalzare un inno di lode a Chi me l’ha data ... Certe volte mi chiedo se non sia io una di quelle cui molto e' stato dato e molto sara' chiesto..." 
(A Pasqua con la famiglia, 494 Kb)
Nel maggio del '62 Benedetta parte, la prima volta, per Lourdes, col treno-ospedale dell’Unitalsi. E' grande il suo abbandono in Dio, anche se ha ancora un progetto tutto suo: "Desidero guarire per farmi suora. Ho fatto voto".. Al ritorno scrive: "Sono andata a chiedere la guarigione, ma il criterio di Dio supera il nostro ed Egli agisce sempre per il nostro bene". (foto, 487 Kb)
Accanto a lei, davanti alla Grotta, una giovane donna paralizzata giace in barella: e' Maria D.B. Si dispera e piange. Benedetta la consola, poi le prende una mano e la stringe fra le sue, congiunte come in un’unica preghiera: "La Madonnina e' lì, la Madonna ti guarda. Maria! Diglielo alla Madonnina che ti aiuti", e si raccoglie in un profondo silenzio. Di lì a poco si vede Maria scendere dalla barella e camminare. Al ritorno Benedetta scrive:
"Nel nostro pellegrinaggio abbiamo avuto una miracolata: che emozione e che gioia! La misericordia di Dio è senza limiti".
Benedetta riprende il suo faticoso salire, nella spoliazione sempre più grande di se': "...a Lourdes avevo una forte aridita', ma ne sono tornata con tanta fede e umilta'. Ci vuole umilta', cioe' riconoscersi poveri, per chiedere e per riconoscere la verita'..."
27 febbraio 1963. Clinica Citta' di Milano. Benedetta viene operata alla testa, per l’ultima volta. Ha paura. Maria Grazia le scrive le parole di Bernanos dal Diario di un curato di campagna, modificando lievemente il testo perche' non comprenda che il curato allude alla propria morte: "Se avro' paura, diro' senza vergogna - Ho paura - e il Signore sapra' rassicurarmi". Benedetta legge, e ripete queste parole a mezza voce, in completo abbandono, e ringrazia l’amica con straordinaria dolcezza.
28 febbraio 1963. E' il giorno più tragico e forse il piu' grande nella vita di Benedetta. Diventa cieca. Il viaggio nel mistero di Dio e' ormai compiuto. Seguono ore disperate: "...stava molto male; respirare le era penoso. Si agitava mentre le applicavano le fleboclisi, dolorose, nelle vene del dorso della mano sinistra. Usando l'altra sua mano, che le avevano lasciata libera, si cercava di "parlarle" per spiegarle di stare ferma. Con disperazione tentavamo, per la prima volta, di provare a "parlare" a lei, sorda e cieca, con l’alfabeto muto che conosceva, atteggiando le dita della sua mano a formare le singole lettere convenzionali. Ma non era ancora abituata a questo esercizio di eroica pazienza. Era disperata e ci respinse. Poi, quasi d’improvviso, l'invade una gran pace. La cecita', che fino al giorno prima era per lei un’ipotesi terrorizzante, ora e' una realta', un fatto, e Benedetta l’accetta, come espressione della volontà di Dio".. (dalla testimonianza di M. Grazia)
Sorda, totalmente paralizzata, cieca, Benedetta comunica con gli altri attraverso quel fil di voce che le e' rimasto e gli altri le "parlano" piegando le dita della sua mano destra e premendogliele sul corpo e sul volto secondo un alfabeto muto convenzionale. In questo modo le vengono trasmesse le lettere degli amici, le pagine dei libri, le notizie del mondo, i pensieri di tutti. Una mano e un fil di voce, unici ponti col mondo.
Una difficile serenità si riflette nelle lettere che Benedetta detta alla mamma per gli amici:
A Franci: "... Nella tristezza della mia sordita', e nella piu' buia delle mie solitudini, ho cercato con la volonta' di essere serena per far fiorire il mio dolore; e cerco con la volonta' umile di riuscire ad essere come Lui vuole: piccola, piccola, come mi sento sinceramente quando riesco a vedere la Sua interminabile grandezza nella notte buia dei miei faticosi giorni".
Intanto, sopraggiunta l'estate, Benedetta viene trasportata a Lourdes, per il suo secondo ed estremo pellegrinaggio: "...vado ad attingere forza dalla Mamma celeste, poiche' non so abituarmi come vorrei a vivere felicemente nel buio, nell’attesa di una luce piu' viva e piu' calda del sole".
Il miracolo di Lourdes, e' la scoperta della sua autentica vocazione alla croce: "...ed io mi sono accorta piu' che mai della ricchezza del mio stato e non desidero altro che conservarlo. E' stato questo per me il miracolo di Lourdes, quest’anno".
Chiusa in un deserto sconfinato, Benedetta canta la gioia di vivere e ringrazia senza fine il Signore per il meraviglioso dono della vita.
Spesso ripete questo canto negro:
    A volte mi sento come un bimbo senza mamma
    a volte mi sento come un’aquila nell'aria.
    Una mattina luminosa e bella
    deporro' il mio fardello, distendero' le ali e fendero' l’aria,
    potrete seppellirmi all’est
    potrete seppellirmi all’ovest
    ma quella mattina
    gli angeli apriranno le grandi ali
    e io udro' le sante trombe suonare.
Poi venne l’ultima estate.
Le voci del lago, lo splendore e il profumo dei fiori sono ormai l'eco d'un sogno. Nel paesaggio di tenebra, Benedetta ricerca il suo Dio: "...i giorni passano nell'attesa di Lui che io amo nell'aria, nel sole che non vedo piu', ma che sento ugualmente nel suo calore quando entra attraverso la finestra a scaldarmi le mani, nella pioggia che scende dal cielo a lavare la terra..."
Il 1 Novembre ‘63 l’amica Giuliana, di ritorno dalla processione al cimitero, sente di dover passare da Benedetta che, appena sa della sua presenza, si mostra ansiosa di comunicare: "Ti devo dire una cosa importante:... sono entrata in un cimitero di Romagna, c'era una sola tomba aperta, illuminata da una luce tanto forte che la mia vista non riusciva a sostenerla e in mezzo a questa luce ho visto una rosa bianca. Tu cosa ne dici?" A Giuliana che esitava a rispondere, Benedetta soggiunse: "Non parlarne con nessuno."
Il racconto e' seguito anche dalla sorellina Carmen, presente a insaputa di Benedetta.
Si avvicina l'ultimo suo Natale, "e Benedetta diceva di pregare perche' in quella notte la pace scendesse sul mondo e diceva che lei aveva chiesto una grande grazia al Signore, di farla rinascere in quella notte con Lui. Io le portai un crocifisso. Benedetta volle toccarlo, poi disse - Anch'io così, ma sempre in letizia" (dalla testimonianza di Giuliana).
Già da tempo Benedetta si preparava al suo mistico Natale:
"Adesso io cammino per la strada che conduce a Betlemme: alla stalla dove il Bimbo nasce, mistero di amore e di dolore."
A fine anno i suoi la trasportano a Milano, e' l’ultimo addio agli amici che l’attendono: "Mi sembra di essere desiderata e contesa: che ridere, Maria Grazia!"
(Benedetta 20 giorni prima della morte, 418Kb)
La realta' di questo avvento, della nascita di Cristo in lei, era anticipata nella lettera a padre Gabriele del luglio '63: " Nelle prove mi raccomando alla Madre che ha vissuto prove e durezze le piu' forti, perche' riesca a scuotermi e a generare dentro il mio cuore il suo figlio così vivo e vero come lo e' stato per Lei."
A Capodanno Benedetta deve lasciare Milano: di ritorno a Sirmione trova il telegramma di Roberto. La mamma glielo "trasmette" come al solito, attraverso la mano: "Congregavit nos in unum Christi amor. Exultemus"
Queste parole la fanno trasalire di gioia e volgendosi alla mamma: "...Leggi adagio, mamma, la gioia e' troppo grande, e' la Chiesa che mi parla."
Poi sembra che perfino la Chiesa taccia, mentre Benedetta si avvia al suo Getsemani di solitudine: "Sai, mamma, per molti Benedetta e' gia' morta. Eppure molti mi ricorderanno; rimpiangeranno di non essermi stati accanto in quest’ora. La fine e' vicina, ma non dovrai mai sentirti sola, mamma; ti lascio tanti figli, tanti figli da guardare".
Benedetta sente avvicinarsi il momento dell'Incontro.
"In questi ultimissimi giorni sono peggiorata di salute; spero, percio', che la "chiamata" non si faccia attendere troppo... ti diro' che ho gia' sentito la voce dello Sposo. Sono lenta nelle preghiere, ma offro tutto, così come sono: Lui, che e' generato in me, voglia guidarmi fino in fondo".
"Ti diro' anche che in questi giorni mi sento spesso piena di Spirito Santo".
Sirmione (foto, 418Kb), mattino 23 gennaio 1964, giorno dello sposalizio della Vergine. Benedetta chiede alla madre di "leggerle" la pagina conclusiva, ove e' l’atto di offerta, de La storia di un’anima.di S.Teresa di Lisieux. La madre le e' accanto e per parlarle le muove lentamente la mano perche' Benedetta appare molto stanca. Un uccellino si posa sulla finestra; la mamma lo comunica a Benedetta che, priva da vari mesi anche della voce ridotta a penoso balbettio, intona una vecchia canzone: "Rondinella pellegrina". La sua voce limpida e nuova stupisce i presenti. Emilia, l’infermiera, piena di commozione esclama: "Signora, non sente, questa e' una voce che viene dal cielo. Benedetta muore!".
Sono gli ultimi istanti della sua vita terrena.
Una rosa bianca fiorisce fuori stagione nel giardino. Nell'apprenderlo dalla madre, Benedetta le dice, forse ricordando la visione comunicata all'amica Giuliana: "E' un dolce segno"..Aveva tante volte ripetuto: "Per coloro che credono, tutto e' segno".
Poi chiede alla mamma di "trasmetterle" l'ultima lettera di Lucio che, citando S.Paolo, le parla del trionfo della croce. Ricorda anche lo studente di medicina che in un'amara lettera pubblicata su "Epoca" si professava incapace di amare e percio' di credere: "Mamma,...Epoca ...  muoio ... digli ... gli voglio bene".
E in un sussurro appena percettibile: "... Mamma... ricordi la leggenda?...".La madre non capisce e tace pensosa. Solo alcuni giorni dopo le tornera' alla mente la leggenda di Tagore: " Il mendicante e il re".
"Ero andato mendicando di uscio in uscio lungo il sentiero del villaggio, quando, nella lontananza, apparve il tuo aureo cocchio come un segno meraviglioso; io mi domandai: Chi sara' questo Re di tutti i re?
Crebbero le mie speranze e pensai che i miei giorni tristi sarebbero finiti; stetti ad attendere che l’elemosina mi fosse data senza che la chiedessi, e che le ricchezze venissero sparse ovunque nella polvere.
Il cocchio mi si fermo' accanto. Il tuo sguardo cadde su di me e scendesti con un sorriso. Sentivo che era giunto alfine il momento supremo della mia vita. Ma Tu, ad un tratto, mi stendesti la mano dritta dicendomi: -  Cosa hai da darmi?- Ah!, qual gesto regale fu quello di stendere la tua palma per chiedere a un povero! Confuso ed esitante tirai fuori lentamente dalla mia bisaccia un acino di grano e te lo diedi.
Ma qual non fu la mia sorpresa quando, sul finir del giorno, vuotai per terra la mia bisaccia e trovai nello scarso mucchietto un granellino d’oro!
Piansi amaramente di non aver avuto il cuore di darti tutto quello che possedevo".
(Rabindranath Tagore)
Benedetta aveva dato tutto.
L'ultima sua parola fu "Grazie"