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venerdì 20 dicembre 2024

Scandalo Incarnazione

 

Scandalo Incarnazione

Dio che si fa «compagno improvviso di cammino»: la venuta di Gesù tra di noi sembra inconcepibile. Ma si può incontrare. Un dialogo con il filosofo Fabrice Hadjadj

Claudio MésoniatGiornalista, direttore de Il Federalista
Ciò che non è inferno», l’incarnazione, il Destino presente come «compagno improvviso di cammino». Il filosofo franco-algerino Fabrice Hadjadj dialoga sul Volantone di Natale 2024 di Comunione e Liberazione.



Professore, l’Incarnazione ha incominciato a scandalizzare i primi uomini che incontrarono Gesù, a partire dai suoi migliori amici. Cominciano lì le prime obiezioni “teologiche” al Dio fattosi uomo. «Scandalo per i giudei», diceva san Paolo. Ma anche per l’altra grande religione monoteista, quella islamica, l’incarnazione è una bestemmia contro la purezza assoluta del divino. Come inquadrare le obiezioni di questi due monoteismi che lei conosce bene? «Sono un ebreo dal nome arabo che si è convertito al cristianesimo», si legge in qualche sua autopresentazione.

Credo sia importante distinguere bene la posizione islamica da quella ebraica. Per i musulmani, Dio non può farsi carne perché la sua trascendenza è concepita come una sorta di separazione, di esteriorità, di inaccessibilità. Mentre la tesi ebraica (quella – diciamo – più diffusa, almeno da Maimonide in poi, ma che diventa molto forte in Martin Buber, per esempio) è che Dio ha dato a ogni giudeo la responsabilità di compiere la giustizia, e dunque di essere lui stesso un “Messia”. Non dobbiamo quindi dimenticare che la nozione di “incarnazione” anche nel cristianesimo è legata a una dimensione messianica. Non si tratta di un’incarnazione fine a se stessa, ma di un’incarnazione che è l’avvento del Messia, cioè del salvatore di Israele e, attraverso Israele, di tutte le nazioni. Ma per gli ebrei, appunto, ogni ebreo deve diventare, in un certo senso, il salvatore dell’altro. Ed è questo che crea, in qualche modo, due maniere diverse di percepire uno scandalo nell’incarnazione. Per i musulmani, perché è impossibile che Dio si faccia uomo, e per gli ebrei, perché è impossibile che un uomo non possa essere il Messia. E l’idea che vi sia un uomo, Gesù di Nazareth, che sia più Messia di un altro, va in qualche modo contro l’obbligo per ogni ebreo di essere il profeta, l’artefice della giustizia, eccetera. 



Due posizioni diametralmente opposte...

E certamente non si possono mettere sullo stesso piano, perché il Mistero della rivelazione cristiana si colloca nella continuità del giudaismo e persino come compimento del giudaismo; mentre l’islam viene dopo il cristianesimo ed è – direi – in opposizione al cristianesimo. La vera questione è capire come, da una parte, ciò che sembra uno scandalo sia in realtà una benedizione e, dall’altra, che l’incarnazione è un modo per ogni uomo di diventare un alter Christus, un altro Cristo, attraverso il Battesimo, la Cresima e la vita nello Spirito. 



Dal punto di vista filosofico, l’assoluta ineffabilità di Dio è sempre stata incompatibile con la “stoltezza” di un Dio che si incarna. E la “religione naturale” degli illuministi può salvare il sublime insegnamento morale di Gesù, ma la sua incarnazione è accettabile solo come mito. Insomma è poesia...

«Stoltezza» è la parola usata da san Paolo nel celebre passaggio «scandalo per i giudei e follia per i pagani». Cos’è l’uno e cosa l’altra? Lo scandalo è quella grossa pietra su cui inciampiamo e che ci fa cadere. La follia, invece, è ciò che si oppone direttamente al logos, alla razionalità dei greci. Perché è una follia per i greci? Perché per loro, generalmente parlando, il corpo è in qualche modo una prigione o, al massimo, un veicolo dell’anima di cui servirsi per uscirne, per elevarsi verso il mondo spirituale. Quindi nell’idea che Dio si faccia carne, ma anche l’idea della resurrezione della carne, cioè di ritornare nel corpo e rimanere per sempre nel corpo, è come se si volesse rimanere in un grado inferiore di esistenza. Ed è per questo che quando Paolo all’Areopago parla di resurrezione, i filosofi smettono subito di ascoltarlo. Plotino, il fondatore della scuola neoplatonica, che si confrontava con i cristiani, diceva che resuscitare è come un rivoltarsi nel sonno: è l’immagine di qualcuno che dormiva, che si è svegliato – e questa è la vita dello spirito – e che ritorna nel sonno del corpo. Ma questo non ha molto senso. Dunque, vediamo bene che in questo caso ciò che è follia è questa affermazione della natura divina della carne. Della carne come tale. Carne che non è più semplicemente un livello inferiore allo spirito, ma che è stata completamente assunta da Dio. A tal punto che nel Sabato Santo, il momento in cui l’anima di Gesù scenderà a prendere i giusti negli inferi e il corpo di Gesù è sepolto, quindi è un corpo senz’anima, ebbene anche in quel momento – insiste Tommaso d’Aquino – Dio è unito, ipostaticamente, a questo corpo. Dunque, Dio è sempre presente a questo corpo, anche in un corpo morto. E questo è incredibile. E ci dice fino a che punto si manifesta un amore per la carne che sembra folle ai pagani e ai filosofi in generale che sono dalla parte, diciamo così, del concetto. Mentre là, Dio viene a toccarci fisicamente.



Sulla soglia della scala che scende nella grotta della Natività a Betlemme (© AP Photo/Muhammed Muheisen/LaPresse)
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E la resurrezione sarà resurrezione della carne, non solo dello spirito.

Sì, è così. Ma anche – insisto – il corpo morto di Gesù è un corpo divino. Questo è pazzesco: che il divino si sia addirittura unito al corpo morto. È un evento che fa parte del Credo, perché nel Credo si dice morì e fu «sepolto». Il figlio di Dio, vero Dio, nato dal vero Dio, è stato sepolto. In questa tomba c’è Dio.



La radice profonda dello scandalo dell’Incarnazione è però qualcosa da cui non siamo immuni neanche noi cristiani. Finché l’Incarnazione rimane un bell’enunciato teologico («Dio si è fatto uomo») possiamo non scandalizzarci. Ma il punto è che l’Incarnazione sta continuando ad accadere. È il metodo che Dio ha scelto per farsi conoscere. Scrive don Giussani in una frase che quest’anno CL ha scelto di mettere nel Volantone di Natale: Dio, il nostro destino, «mentre stavamo camminando» è diventato «un compagno improvviso di cammino». È questo che ci scandalizza?

Sì. L’idea di Dio che cammina con l’uomo è un’idea che si trova in altre sapienze. Ma l’Incarnazione è un evento – direi – sia spirituale sia fisico. E che continua nella Chiesa. Il Verbo si è fatto carne, Dio ha assunto un corpo, ma il luogo dove si comunica il suo sangue, e quindi dove si estende il suo corpo, è la Chiesa. E così, di fatto, questo evento non è solo Dio che si è fatto uno di noi, ma Dio che viene anche a noi attraverso delle persone, cioè dei cristiani, che sono dei testimoni. E dei sacerdoti, che sono i canali della grazia sacramentale. E allora questo metodo dell’incarnazione, cioè di Dio che vuole dare il Suo spirito attraverso la carne, e Dio che vuole dare la Sua infinità attraverso chi ci è prossimo, è un rischio inaudito perché si affida a uomini carnali, a gente comune. E così quel sacerdote è capace di far arrivare Dio sull’altare e di comunicare la Sua grazia, può anche essere un uomo cattivo, forse persino perverso. E così vediamo che c’è un legame molto forte tra questo metodo dell’incarnazione e il primato della carità. Perché Gesù rivela che l’amore di Dio è un doppio comandamento: amare Dio e amare il prossimo come se stessi. Che siano intimamente legati, lo mostra proprio questo metodo di incarnazione, cioè il fatto che devo volgermi al mio prossimo per volgermi a Dio. Ogni volto, in un certo senso, è un comandamento di Dio. Ogni volto ci chiama alla carità. Anche il volto del nemico. Il rischio di un Dio che si affida agli uomini è che quando guardo questo o quel volto, potrei non vederLo più. In due modi: o per troppa antipatia o per troppa simpatia. Il problema non è solo l’odio, ma può essere anche una forma di affettività che non mantiene più la distanza dal mistero dell’altro.



Non solo i volti, ma anche i fatti. Dio incarnato ci fa non uscire, ma immergere nella storia, che è fatta di tutta la trama degli avvenimenti quotidiani, anche i più piccoli. Forse anche questo ci scandalizza nella logica dell’Incarnazione, perché ci impegna senza sosta.

È quello che chiamerei l’esemplarità di Nazareth. È vero, ci sono quei tre anni di vita pubblica, ma ci sono anche i trent’anni di Nazareth, quelli durante i quali Gesù non predicava, in cui conduceva la vita di un bambino, di un giovane, di un uomo comune, figlio di Giuseppe e Maria, e mangiava come noi, e dormiva come noi, e doveva sottostare a tutte le servitù fisiologiche come noi. E il fatto che Dio abbia voluto investire la vita umana ordinaria di tutti i giorni, la vita di un abitante del villaggio di Nazareth, la vita di un falegname, con i suoi clienti, i suoi ordini, i tetti delle case da riparare, la vita più ordinaria possibile, significa che è proprio in questa banalità che avverrà la cosa più mistica. E questa è la grande novità del cristianesimo. Il mistico non è negli stati eccezionali, è nella vita ordinaria. La mistica non consiste, come ad esempio nelle religioni dell’India, nell’appartenere a una casta molto alta o nell’essere in uno stato di purezza che ti astrae completamente. Qui invece possiamo dire che quest’uomo che intaglia una tavola di legno è Dio. Questo trasforma completamente la dimensione mistica, ma ci riporta anche a una nozione di Dio molto pura, perché Dio è il creatore di tutto e quindi è in un certo senso normale incontrarlo in ogni cosa. «Qualunque cosa facciate, fatela nel nome del Signore Gesù Cristo», diceva Paolo. «Sia che mangiate sia che beviate», sia sempre nel nome del Signore Gesù. Ma perché questo è possibile? Non perché appiccichiamo il nome di Dio. È perché Lui stesso ha fatto ciò che noi facciamo. Non solo come Creatore (Egli è il Creatore di tutte le cose), ma in quanto Salvatore, e attraverso l’Incarnazione, Egli è stato un uomo che ha usato queste cose quotidiane.



Quella del Dio incarnato è una salvezza che ha dovuto fare i conti e porre rimedio alla radice della nostra capacità di male. Forse proprio quella travolgente logica di misericordia che Gesù ha portato dentro la storia è il punto che più ci scandalizza, perché butta per aria il nostro protagonismo egocentrico e ci costringe a riconoscere la nostra miseria continuamente perdonata.

Sì, è così. E in proposito san Paolo dice che Gesù non ha commesso il peccato, ma è diventato peccato per noi. È una frase molto sorprendente, perché significa che ha assunto pienamente la condizione dei peccatori, una condizione sofferente, mortale. Potremmo immaginare che Dio ci perdoni in modo puramente spirituale. Ma cosa significa questo perdono attraverso la carne di Cristo? È soprattutto questa la domanda. Non è semplicemente la questione del perdono, o di un Dio misericordioso: anche i musulmani dicono che Allah lo sia. Allora la vera questione è cosa distingua un Dio che mostra misericordia diventando uno di noi. Qui possiamo vedere che la misericordia non consiste prima di tutto in un grande discorso, non sta prima di tutto in una sorta di atti – direi – giuridici, dove si cancella il debito, ma in una prossimità, nell’essere pronti a raggiungere il peccatore dove si trova, nello stare con lui. E così, qui c’è di fatto una sorta di primato della comunione, il farsi carne è davvero un essere con noi, un essere, come dice l’angelo a Maria nell’Annunciazione, l’Emmanuele, il Dio con noi. Un re lontano può fare misericordia dicendo: “Tu mi dovevi tot e ora non mi devi più nulla”. Qui no, qui Lui è vicino alla persona che ha commesso il male e prima di tutto vuole essere con lei. Sì, farsi carne è rendersi vicino. Al fondo, dunque, la questione non è semplicemente cancellare il debito. La questione è essere insieme.



Qui il Verbo si è fatto carne (© Mondadori Portfolio/Zuma Press)
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Fin dentro l’inferno?

Ho visto i due testi del dialogo a distanza tra Calvino e don Giussani. Premesso che ho una grandissima ammirazione per Italo Calvino, qui ovviamente la parola “inferno” non ha il significato teologico di autoesclusione irrevocabile. Quello che qui si chiama “inferno” è il luogo della disgrazia, della calamità, della sofferenza e dell’ingiustizia. E Calvino ha ragione di dire che, di fronte a questo, vi sono diverse possibilità: sia diventare complici della perversione, sia pretendere di essere estranei a questa perversione, di giocare la parte di chi è puro (“io non c’entro”). Altra cosa è riconoscere anzitutto questa perversione nel proprio cuore. E quando un uomo si accorge di essere un peccatore, è già nella luce della grazia. E così, è scoprire che questa perversione non è semplicemente nel mondo fuori di me, ma è anche dentro di me: è quando lo riconosco che posso iniziare a smettere di esserne complice. A quel punto, naturalmente, significa che ho riconosciuto qualcosa che era “nel” mondo, in questo mondo perverso, ma che non era “di” questo mondo perverso. Di cosa si tratta? Se questa ferita mi fa orrore è solo perché, prima, ho visto la bontà della carne. Se la carne non fosse buona, la ferita non farebbe male. La carne è buona perché c’è qualcosa nel mondo, nella sua profondità, che rimane buono e che rimane, come dire, quasi inalienabilmente buono. Il male ha sempre bisogno di questa bontà per essere. Come si dice in metafisica: il male è solo una privazione di qualcosa che è buono. È questo ciò che rivela anche il mistero dell’Incarnazione. All’improvviso Dio avrebbe potuto fare quello che fece al tempo del Diluvio, cancellare tutta la carne dalla terra. A quel punto la questione della salvezza non sarebbe più stata quella della carne, ma quella degli spiriti. Ed ecco che invece Egli si fa carne e riafferma la bontà di quella carne, anche se quella carne si è corrotta, ha preso la strada sbagliata, anche se potremmo odiarla, anche se noi stessi non sopportiamo il nostro fascino. Ma ecco che Lui riafferma questa bontà. Quindi si potrebbe dire che non può esistere l’inferno se non esiste il paradiso. Poiché l’essenza stessa dell’inferno è la privazione del paradiso. Quindi, nel momento stesso in cui vedo questa privazione, in cui soffro di questa privazione, riconosco che non c’è solo questa privazione: c’è qualcosa di buono che ne è stato toccato ma che rimane buono, e che bisogna considerare, che bisogna salvare.

 

Tutto questo può essere solo un processo mentale, intellettuale, o è provocato da qualcuno che, come dice la citazione, irrompe nella mia vita? E lo fa continuamente.

Non è un processo mentale, perché è sempre legato a un evento, a un incontro. E non è affatto comodo. Perché accettare di essere salvati significa prima di tutto riconoscere che siamo perduti. E il nostro orgoglio, come la nostra comodità, non vuole ammettere che siamo perduti. Ed è per questo che abbiamo bisogno, non solo di Dio, ma anche degli altri, e quindi di essere costantemente, come dire, disturbati, aperti all’avventura, con le nostre ambizioni costantemente stravolte dall’evento della salvezza. Potremmo prendere – per citare un altro testo letterario – la Vita nova di Dante, che, a ben guardare, recupera tutte le dimensioni di quello che abbiamo detto sull’Incarnazione: qui c’è una giovane donna, una passante, che a Firenze gli fa semplicemente un saluto, gli dice “ciao”, e questo saluto ordinario aprirà tutto il mistero e tutta la questione della salvezza con la “S” maiuscola, sia del dramma dell’esistenza sia di ciò che ci condurrà di dramma in dramma attraverso l’inferno, attraverso il purgatorio, ma anche attraverso il dramma del paradiso, perché il paradiso è drammatico nella Commedia, è anche un luogo dove c’è una sorta di gioia così forte che non smette mai di infrangersi, di frantumare ogni orgoglio. E così, da questo semplice saluto della vita quotidiana, Bice Portinari diventerà Beatrice, e Dante si aprirà all’intera avventura. E dovrà abbandonare completamente la sua zona di comfort, dovrà accettare di vivere con questo cuore, questo cuore lacerato dal desiderio e dall’amore. Qui non c’è una strategia per il benessere o la comodità: al contrario, qui accade qualcosa che ci introduce al comandamento dell’amore e della giustizia, che ci lascia senza riposo finché non riposiamo in Dio.

mercoledì 18 dicembre 2024

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 Vitamina k2: effetti, alimenti ricchi e dosaggio

Vitamina k2: effetti, alimenti ricchi e dosaggio

Vitamina K2 quando assumerla

Vitamina K2 (naftochinone): cos’è, a cosa serve, dove si trova e quando assumerla.

Il nome “Vitamina K” deriva dal tedesco Koagulation (ovvero coagulazione), in quanto questa vitamina svolge un ruolo importantissimo nella coagulazione del sangue. Data la sua importanza, eventuali carenze di Vit. K sono molto rare.

La vitamina K2 fa parte di un gruppo di tre sostanze liposolubili denominate naftochinoni:

  • Vitamina K1 o fillochinone: è la Vitamina K di origine vegetale. Ben rappresentata nella dieta, si trova principalmente nella verdura a foglia verde e nei fagioli di soia.
  • Vitamina K2 o menachinone (MK): comprende diversi sottotipi, come ad esempio MK-4 o MK-7. Si tratta della forma di Vitamina K presente nei tessuti animali. Questa vitamina viene sintetizzata anche dal nostro microbiota intestinale, seppur in piccole qualità, a partire dalla K1.
  • Vitamina K3: derivato di origine sintetica.

Alimenti con Vitamina K

La Vitamina K viene immagazzinata solo in piccole quantità nel nostro organismo, in particolare nel fegato. Infatti, è sufficiente una sola settimana di dieta priva di fonti di Vitamina K2 per andare in carenza.

Nel caso della Vitamina K, gli studi sembrano confermare che la cottura dei vegetali non sembra alterarne la biodisponibilità.

Alimenti ricchi di Vitamina K2

Alimenti ricchi di Vitamina K2

  • Prodotti di fermentazione dei semi di soia (natto);
  • Tuorlo di uova di gallina;
  • Fegato bovino;
  • Grasso di animali alimentati ad erba (es. burro ghee).

Alimenti ricchi di Vitamina K1

  • Oli vegetali (es. olio di oliva, olio di soia);
  • Vegetali a foglia verde (cavolo, cime di rapa, spinaci, lattuga romana, lattuga iceberg…);
  • Kiwi
  • Patate
  • Prezzemolo

Dosaggio consigliato (Vit.K1 e Vit.K2)

La dose giornaliera raccomandata di vitamina K1 può essere raggiunta facilmente dalla dieta occidentale, finora non è stata segnalata alcuna carenza di vitamina K1 negli adulti sani.

Per quanto riguarda l’assunzione di vitamina K2 dal cibo, l’assunzione giornaliera corrisponde rispettivamente solo al 25% e al 5% dell’assunzione totale di vitamina K.

Può essere utile assumere integratori di Vit. K2 per raggiungere il fabbisogno giornaliero necessario per il miglioramento della salute generale.

L’RDA giornaliero, ovvero la dose consigliata è di almeno 25-50 µg al giorno. Il nostro integratore di Vitamina D3 e Vitamina K2 ne contiene 75 µg per singola compressa.

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Sintomi di carenza

La carenza di Vitamina K non è facilmente diagnosticabile. I sintomi possono presentarsi in seguito a malattie epatiche e biliari o a patologie correlate con alterazioni della flora intestinale (disbiosi) come morbo di Crohn, celiachia o parassitosi intestinali.

Il deficit di Vitamina K si manifesta inizialmente con un aumento del tempo di coagulazione del sangue e diminuzione della protrombina, poi con segni clinici come:

  • Tendenza all’ecchimosi;
  • Epistassi;
  • Menorragia;
  • Ematuria;
  • Grandi emorragie.

Anche l’impiego di alcuni farmaci può causare deficit di Vitamina K, in particolare terapie antibiotiche prolungate ed anticoagulanti (Warfarin).

Le persone in sovrappeso sono predisposte alla carenza di questa vitamina. Ciò è dovuto al tessuto adiposo che ne favorisce il deposito riducendo la quantità di vitamina K circolante.

Dato che la vitamina K partecipa attivamente alla fissazione del calcio nelle ossa, la sua carenza può addirittura causare fenomeni osteoporotici ed un aumento del rischio di fratture.

Quando assumerla

Quando assumere la Vitamina K2

  • Per la salute delle ossa e dei denti, in particolare nell’anziano ed in menopausa per la riduzione del rischio di fatture ed osteoporosi;
  • Per la salute dei vasi e la prevenzione delle patologie cardiovascolari; in particolare se si sta assumendo anche Vitamina D, per evitare il rischio di depositi di calcio in sede vascolare e renale;
  • In gravidanza e allattamento per favorire un corretto sviluppo osseo del bambino;
  • In caso di terapie antibiotiche prolungate.

Per favorirne un migliore assorbimento, si consiglia l’assunzione preferibilmente durante un pasto contenente grassi.

Proprietà della Vitamina K2

Vitamina K2 effetti benefici

Fortifica le ossa

La Vitamina K2 lavora in sinergia con la Vitamina D3 nella regolazione del metabolismo osseo. In particolare, agisce attivando l’osteocalcina, una proteina che favorisce la deposizione del Calcio presente nel torrente circolatorio nel tessuto osseo.

É ampiamente dimostrato che i pazienti che subiscono fratture in seguito ad osteoporosi presentano bassi livelli di Vitamina K nel sangue.

Protegge le arterie

La Vitamina K2 inibisce la calcificazione nei vasi sanguigni e previene i danni vascolari. Nello specifico agisce attivando una proteina (MGP, Matrix GLA Protein), che lega il calcio circolante nel sangue e ne impedisce la precipitazione nelle pareti arteriose.

Facilita la circolazione

Uno studio condotto su 4807 persone ha dimostrato che la Vitamina K2 riduce sensibilmente (50%) il rischio di morte per malattie cardiache e cardiovascolari.

Sostiene i reni

La Vitamina K2 attiva la nefrocalcina, che interviene nella regolazione del metabolismo renale favorendo il riassorbimento del Calcio.

Ciò previene la formazione di cristalli di ossalato di calcio (da cui deriva un tipo di calcolo renale).

Azione antineoplastica

Da diversi anni sono in corso studi per valutare l’attività anti-neoplastica della Vitamina K2. Studi in vitro hanno evidenziato che la sola integrazione di Vit. K2 previene la crescita e la metastasi di diverse linee cellulari tumorali.

I risultati di uno studio clinico europeo eseguito su 23340 partecipanti ha evidenziato una riduzione dell’incidenza di tumori, in particolare di quello alla prostata e al polmone.

Previene il diabete

È dimostrato che l’integrazione a lungo termine di vitamina K2 riduce il rischio di sviluppo del diabete.

Lo studio più ampio, con 38.000 uomini e donne, di età compresa tra 20 e 70 anni, ha evidenziato che solo 10 μg/die di Vit. K2 riducono il rischio di diabete del 7%.

Contrasta l’obesità

La vitamina K2 attiva l’osteocalcina, che ha dimostrato in vitro di promuovere la proliferazione delle cellule beta pancreatiche e di aumentare la produzione di insulina.

Secondo alcuni studi scientifici, un’elevata assunzione di vitamina K2 può favorire la riduzione del grasso addominale e del peso corporeo.

Vitamina K2 e Covid

Un recentissimo studio pubblicato sull’International journal of infectious diseases ha ipotizzato il potenziale contributo dell’assunzione di Vitamina D3 in associazione alla Vitamina K2 nella riduzione del tasso di mortalità da Sars-Covid-19.

I primi dati sembrano incoraggianti, ma sono necessari ulteriori studi clinici randomizzati per confermare tale ipotesi

Ravintsara olio essenziale

 

Ravintsara tutti gli utilizzi di questo olio essenziale

ravintsara olio essenziale

OLIO ESSENZIALE DI RAVINTSARA

Gli oli essenziali sono degli alleati naturali preziosi e insostituibili e che dovremmo tenere sempre in casa per ogni evenienza. Sono piccoli scrigni che la natura ci regala e che riescono ad agire sia a livello fisico, mentale ed emotivo. Proprio per questo rivestono un ruolo molto importante nella prevenzione ma anche nella cura di diversi disturbi considerati nella loro totalità e non solo da un punto di vista sintomatico.

PERCHÉ UTILIZZARLO

L’olio essenziale di Ravintsara è uno di quegli oli poco conosciuti e sicuramente sottovalutato ma dalle numerose potenzialità sia per lavorare su problemi fisici che in Psicoaroma e, proprio per questo motivo, vale la pena approfondire le sue numerose proprietà per conoscerlo più a fondo e averlo sempre a portata di mano all’occorrenza.

Viene distillato dalle foglie di Cinnamomum camphora, albero di medie dimensioni della famiglia delle Lauracee (così come l’alloro, la canfora e la cannella) che si coltiva in Madagascar. La sua corteccia è rossastra e le sue foglie, inserite a elica, glabre e coriacee, hanno la forma di quelle dell'alloro (Laurus nobilis). Fino dall’antichità è stato utilizzato dalle popolazioni locali per il suo potere curativo.

La distillazione delle foglie fresche per corrente di vapore acqueo permette di ottenere l'olio essenziale di ravintsara con un rendimento del 1-2% cioè 1-2 kg per 100 kg di pianta.

Il profumo dell’olio essenziale di Ravintsara è floreale e speziato, molto simile a quello dell’eucalipto.

A COSA SERVE

Dal punto di vista della Psico Aroma Terapia è un olio essenziale che simboleggia il vento che disperde le nubi nere e la tempesta e, proprio per questo, viene considerato una sorta di guardia del corpo che difende da ogni tipo di aggressione. È emblema di movimento e di cambiamento ed è di sostegno per chi tende a interiorizzare lo stress e la rabbia. Porta con sé chiarezza e positività quando le emozioni negative opprimono o in quelle situazioni in cui non ci si sente a proprio agio e si ha bisogno di avere una visione delle cose diversa in modo di poterle vedere da un punto di vista differente. Attiva la voglia di cambiamento, disperdendo quello che non serve per lasciare così spazio al nuovo. È l’olio ideale da utilizzare in caso di oppressione mentale in quanto ha la capacità di dissolvere ed è ottimo quando c’è da cambiare aria ed energia. Aumenta anche il fluire della comunicazione tra le persone e quindi può essere utilizzato nei gruppi di persone per facilitare la condivisione e lo scambio.

È in grado di spazzare via il cattivo umore in quanto equilibra il sistema nervoso e può essere utilizzato come un efficace antistress e ansiolitico e di grande sostegno per chi somatizza molto, soprattutto su quelle somatizzazioni da sovraccarico mentale. Si può utilizzare anche per quelle tossi nervose e per quei fastidi in gola con componente di tipo nervoso.

Da un punto di vista fisico quest’olio essenziale lavora principalmente sull’apparato immunitario, linfatico, urogenitale e respiratorio.

 

PER QUALI PROBLEMI

È un efficace tonico capace di donare una sferzata di energia e aiuta a combattere gli stati di stanchezza estrema oltre ad accelerare la convalescenza post interventi chirurgici, periodi di malattia o intenso stress.

Diffondere in casa l’aroma di Ravintsara può aiutare a combattere astenia e stanchezza psicofisica.
È utile come prevenzione delle malattie da raffreddamento, come mucolitico (in associazione con l’olio essenziale di Mirto), in caso di asma, laringite, otite, sinusite (anche con olio essenziale di lavanda). Con l’olio di Tsuga o Pino Mugo lavora sulle vie respiratorie inferiori, mentre da solo si concentra su quelle superiori.

Tra l’altro è in grado di avere un effetto antinfiammatorio anche nei confronti delle mucose irritate e quindi si può utilizzare anche in caso di allergie.

Con l’olio essenziale di Camomilla Blu o di Limone riduce la temperatura corporea e quindi si presta ad essere uno di quegli oli essenziali da tenere sempre a portata di mano durante il periodo invernale.

Un’altra proprietà che lo caratterizza è quella analgesica e può portare sollievo in caso di dolore alle articolazioni o ai muscoli oltre che alleviare i fastidi causati da mal di testa o mal di denti.

È uno di quegli oli indicati in caso di Herpes (per l’Herpes Zoster è ottimo in associazione alla Camomilla Blu), epatite, mononucleosi (anche con Pepe). Aiuta per tutti i disturbi del sistema immunitario e le patologie autoimmuni. È un ottimo antivirale, antibatterico, antisettico e porta l’aumento della sintesi dei globuli bianchi. Si tratta di uno dei migliori oli essenziali ad azione antivirale, agisce su un ampio spettro di virus e stimola le naturali capacità di difesa delle cellule, purifica la matrice e aiuta ad eliminare le tossine.

In associazione all’olio di Cedro o Limone stimola la circolazione e aiuta in caso di intossicazione linfatica, è infatti un decongestionante circolatorio e, se massaggiato sulle zone critiche, quest’olio è in grado anche di combattere la cellulite ed è un ottimo anti-edematoso.

In questo caso lavora molto bene con altri oli decongestionanti a livello dell’apparato circolatorio come il Cipresso, l’Achillea, il Limone (che è un tonico dei vasi) e Cedro, qualora vi fossero presenti tossine più profonde. Può essere usato, in questo caso, per fare dei massaggi, pediluvi e bagni.

A livello dermico è utile in caso di eczemi, rush, soprattutto per quelli che si acutizzano sotto stress e può essere associato all’olio di Copaiba che è lenitivo in caso di infiammazioni. Combatte le macchie e aiuta in caso di ustioni in quanto è un ottimo disinfettante della pelle. Questo olio è infatti utilizzato in ambito estetico per favorire la pulizia profonda della pelle in caso di acne o brufoli sottopelle. È consigliabile averlo sempre con sé come pronto soccorso nel trattamento e come disinfettante per piccoli taglietti e lesioni. Come disinfettante può essere utilizzato anche per le superfici e per le mani in spray con tula. Si può utilizzare per combattere cistiti, gonorrea, candida e nefrite, come antiartritico e antinfiammatorio per tutte quelle infiammazioni che colpiscono le articolazioni.

COME UTILIZZARLO

Può essere utilizzato a livello topico miscelato ad altri oli essenziali e diluito in olio vegetale di jojoba o di mandorle dolci per i massaggi o applicato sul plesso solare per lavorare a livello di psicoaroma. In diffusione è utile in caso di stanchezza psicofisica. Come prevenzione delle malattie da raffreddamento si può applicare sulla pianta dei piedi puro o diluito. In caso di asma, laringite, sinusite può essere messo in aerosol con lavanda o in uno spray con Niaouli, Cajeput, Albero del tè per creare un ottimo disinfettante.

Controindicazioni: da usare con cautela in gravidanza e allattamento. Per il resto non risulta essere tossico, irritante o particolarmente sensibilizzante. Meglio sempre comunque utilizzarlo prima su una piccola parte di pelle per valutare eventuali reazioni.

domenica 15 dicembre 2024

La tradizione, Guareschi

 

Perché Giovannino Guareschi ci parla della Tradizione in occasione della festa di Santa Lucia?

da “Ridateci don Camillo!” di Corrado Gnerre (edizioni mimepdocete)


Shakespeare lo fa dire chiaramente ad Amleto: “Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia.” La mente umana per quanto possa lavorare e produrre immaginazione su immaginazione non riuscirà mai a “comprendere” il reale, nel senso letterale del termine: comprendere come “mettere dentro”. La mente umana, anche quella che funziona meglio e che è capace di inventare cose straordinarie, non ha la possibilità di “esaurire” il reale, di spiegarlo totalmente, di venirne a capo scoprendone il senso più nascosto.

Questa è un’evidenza, è un fatto, non lo si deve certo dimostrare; piuttosto sarebbe il contrario a dover essere dimostrato, ma ovviamente è indimostrabile. Ed è un’evidenza che costringe moralmente l’uomo ad un atto che dovrebbe essere una sorta di “riflesso condizionato spirituale”. Come esistono i riflessi condizionati fisiologici (la salivazione nel pensare a cibi gustosi o la gamba che si alza se si dà il colpetto sul ginocchio), così esistono anche i riflessi condizionati spirituali; in questo caso mi riferisco al riflesso condizionato spirituale dell’umiltà. L’uomo che prende davvero coscienza che la sua mente può conoscere ma non comprendere, è un uomo umile che riuscirà a strutturare sull’umiltà, e con l’umiltà, l’intera sua esistenza. L’uomo, invece, che non vuole riconoscere tale dato, s’illuderà di porre se stesso come criterio di giudizio di tutto … e, quasi sempre, diventerà schiavo di una lettura ideologica della realtà che poi promuoverà, questa, a criterio di giudizio di ogni cosa.

L’ideologia nasce proprio a causa della dimenticanza di ciò che il buon Shakespeare fa dire ad Amleto, nasce dalla dimenticanza che sono molte di più le cose che esistono in cielo e in terra che non quelle che può pensare la mente umana. In un certo qual modo si potrebbe propriamente utilizzare quella famosa frase che dice che la realtà facilmente supera la fantasia; sì!..la realtà supera -di molto- la fantasia. I folli filosofi della postmodernità (prima fra tutti Nietzsche, che folle divenne davvero) dicono che la realtà non è comprensibile perché è irrazionale, perché non può essere spiegata con la logica. Non si tratta di questo, anzi. La realtà non può essere compresa dalla mente umana non perché è irrazionale, non perché è illogica, ma perché è misteriosa. Il mistero è oltre ma non contro la ragione. Il mistero segna razionalmente l’incapacità dell’uomo che, non essendo creatore della realtà, non può stravolgerla o annullarla.

Guareschi queste cose le diceva eccome. Per esempio, nel racconto Il dono mancato (inserito nella raccolta L’anno di don Camillo) si narra del figlio del Tarocci (uno dei compagni comunisti di Peppone) che non riceve i giocattoli da parte di Santa Lucia, a causa del papà che vuole che il bambino (Gigino, così si chiama il piccolo) non cresca con le “fantasie della reazione clericale”. Il bambino ne soffre, tant’è che decide di scappare di casa, ma viene ritrovato dal genitore.

Tarocci rifece la strada percorsa chiamando a gran voce il bambino ma nessuno gli rispose. Finalmente quando il Padreterno volle, trovò Gigino addormentato sulla paglia umida, dentro la capannuccia di melicacci. Il Tarocci era imbestialito e, tirato su il bambino ancora addormentato, lo svegliò con due sberle. (…). –Due ore, mi hai fatto cercare! – lo rimproverò aspro quando furono in casa. –Perché invece di venire a casa diritto, ti sei andato a perdere in mezzo ai campi? Perché non sei tornato assieme agli altri?

-Gli altri avevano tutti la roba e io no- sussurrò il bambino.

-Che roba?

-La roba di Santa Lucia – spiegò il bambino.

Al Tarocci venne un mezzo colpo: Santa Lucia! La raccomandazione della moglie… Ma anziché placarsi a quel pensiero, venne preso da un’ira furibonda:

-Ma che Santa Lucia! –urlò- Sono tutte stupidaggini. Santa Lucia non c’è.

-C’è –replicò Gigino- Ho visto io la roba.

Per un bambino di sei anni niente può esserci che riesca a demolire questa ferrea costruzione logica.

Guareschi lo fa capire chiaramente con le semplici parole di un bambino. Santa Lucia c’è perché c’è la Tradizione. Esiste, perché –per Guareschi- non può non esistere l’attenzione alla serietà del tempo. Tempo che non è un semplice succedersi di avvenimenti, ma il riconoscimento sempre nuovo della ragione dell’esistere. Certo, un bambino non può argomentare in questo modo, ma il desiderio che ci sia tutto questo è in lui presente. Ma torniamo al racconto. Dopo aver apostrafato ben bene la madre che vuole perpetuare quella dannosa tradizione, Tarocci dice a Gigino che deve aver pazienza e il giorno dopo i doni glieli avrebbe portati Stalin, perché –ovviamente- Santa Lucia non esiste, ma Stalin sì.

-E allora, per avere il regalo chi bisogna pregare? –domandò Gigino con voce piena d’ansia.

A Tarocci era venuta in mente una storia che aveva letto o sentito da qualche parte, e s’era regolato in modo da attirare nella trappola il bambino.

-Secondo me bisognerebbe pregare Stalin- rispose.

-Stalin?- si informò il bambino. –E’ un santo?

-E’ uno che fa delle cose straordinarie- spiegò il Tarocci. –Tu stasera devi pregare Stalin di portarti il regalo perché sei stato buono. Se stasera ti porta il regalo vuol dire che esiste per te, mentre se Santa Lucia non ti ha portato niente, significa che per te non esiste.

Il bambino si rasserenò.

E Tarocci continua il suo maldestro progetto…

 Tarocci spiegò a Peppone tutta la storia e il trucchetto combinato per democratizzare Santa Lucia.

-Capo- concluse- non è stata un’idea in gamba?

-Certo- borbottò Peppone.

-Bisogna agire senza sentimentalismi- continuò il Tarocci. –Alle donne si può dar retta fino a un certo punto. Dopo, occorre intervenire decisi. Incominciamo a snebbiare pian piano i cervelli. Incominciamo a sloggiare i Santi dall’animo dei nostri bambini mettendo al loro posto qualcosa di più sostanzioso. Incominciamo a sfatare le leggende. Non ti pare?

Ma cosa avviene? Che malgrado il Tarocci avesse preparato i doni affinché Gigino potesse trovare le sorprese portate da Stalin, la mattina seguente il bambino non trovò un bel nulla. Tarocci non si meravigliò più di tanto, anzi tutto sommato una latente soddisfazione colpì il suo animo…e disse a Gigino, piangente per questa nuova delusione, che Natale era vicino e Gesù Bambino avrebbe sistemato tutto. Era passato anche lui alla speranza “clericale”. Ma perché Gigino non aveva trovato nulla malgrado il papà avesse preparato i doni di Stalin? Cosa era successo? Leggiamo il finale del racconto.

A onor del vero non ci fu niente di miracoloso nella scomparsa dei doni di Stalin: perché Peppone, dopo averli cavati fuori dalle scarpe di Gigino, li era andati a buttare nel fiume borbottando:

“Non è un buon servizio che faccio al compagno Stalin”.

Poi, quando l’acqua del grande fiume ebbe ingoiato tutta la merce, si consolò dicendo tra sé:

“Dio ti vede, Stalin no.”

Si accorse troppo tardi d’essere caduto come un pesce nella trappola degli slogan della propaganda clerico-americana.

E se ne dolse. Ma fino a un certo punto.

Dunque, Peppone se ne dolse, ma fino ad un certo punto. Aveva capito che così andava fatto. Eppure, se si fosse messo a “pensare”, sarebbe certamente arrivato a tutt’altra conclusione, avrebbe dato ragione al suo amico e chi si è visto se è visto. Il buon senso, invece, lo aveva portato a negare quell’invenzione: i doni di Stalin. Non perché Stalin gli stesse antipatico, per carità…ma perché, in quel caso, Stalin stava prendendo il posto di qualcun altro (meglio: di qualcun’altra), e questo, malgrado la simpatia per il sovietico con i baffoni, non poteva accadere. Lui stesso era cresciuto con i doni di santa Lucia e non con quelli di Stalin.

Qui Guareschi fa capire una cosa importante: ciò che è stato trasmesso non può essere distrutto. Chesterton amava dire che la vera democrazia è poter “far votare i morti”, cioè qualsiasi decisione debba essere presa non può mai andare contro la tradizione dei padri. Già!.. la Tradizione. Il musicista Gustav Mahler la definisce non come “il culto delle ceneri”, ma come “la custodia del fuoco”. Si racconta –non so fino a che punto sia vero- che quando gli uomini primitivi scoprirono il fuoco, lo lasciarono sempre acceso per far sì che non andasse perduto: era troppo prezioso. Ogni uomo, indipendentemente dal grado di cultura (anzi, forse un grado di cultura elevato a riguardo può essere pericoloso) coglie la necessità di perpetuare e non di distruggere, di custodire e non di stravolgere. Anche Peppone, infischiandosene di proclami di partito e slogan ideologici, si sentì di fare lo stesso