CONSULTA L'INDICE PUOI TROVARE OLTRE 4000 ARTICOLI

su santi,filosofi,poeti,scrittori,scienziati etc. che ti aiutano a comprendere la bellezza e la ragionevolezza del cristianesimo


domenica 23 marzo 2025

don ANTONIO ANASTASIO

don ANTONIO ANASTASIO nel ricordo del suo confratello don Vincent Nagle:


«Ho conosciuto don Antonio Anastasio, detto “Anas”, per la prima volta appena arrivato a Milano nell’estate del 1987, mentre lui finiva la laurea alla Cattolica, dove era il capo della comunità di Comunione e liberazione nella facoltà di filosofia. Dopo alcuni giorni salii a Mazzin di Fassa per la mia prima vacanza del Movimento ed ero in camera con lui. Lì nacque un’amicizia fondamentale per me, basata su una gratitudine condivisa per l’incontro fatto con Cristo attraverso il carisma di Luigi Giussani.

Vedevo in lui quello che volevo essere io, una persona la cui umanità era attraente, aperta, positiva, coraggiosa e piena di una passione per il destino di tutti. Non potevo poi non notare, nonostante il mio italiano primitivo, il suo presentissimo senso dell’ironia, pungente e sempre pronto con una battuta azzeccata. Lo ricordo mentre faceva i frizzi della vacanza, prendendo in giro la mancanza dell’acqua calda. E da lui ho appreso tante delle canzoni che ho imparato nel Movimento, a partire da quella prima sera, quando con la chitarra intonò “La lunga traccia”.

Alla fine dell’estate entrammo in due seminari diversi, a Roma: io alla Fraternità San Carlo e lui, con una banda di compagni affezionati dell’università, in un altro posto. Due anni dopo, anche Anas con un gruppo dei suoi amici approdarono alla San Carlo.

In seminario don Massimo Camisasca, il nostro superiore, ci chiese di prepararci per una missione insieme in Africa. Ero molto felice di questo privilegio, ma la missione saltò. Anas invece partì per Oaxaca, in Messico, e da allora il suo itinerario da missionario è stato molto vario e sempre ricco di frutti visibilissimi nelle persone che hanno incontrato Cristo proprio grazie a lui. Dopo un breve periodo in Messico tornò in Italia, per lavorare nella diocesi di Grosseto. E da allora, da Grosseto hanno cominciato ad arrivare seminaristi alla Fraternità.

Ricordo il suo giudizio sulla vita comune in missione: “Per vivere la missione – disse una volta – uno deve avere un pregiudizio positivo fortissimo del suo fratello di casa. Prima di qualunque altro giudizio, ci vuole questo pregiudizio indistruttibile”. Con la sua perspicacia così accesa che riconosceva subito i limiti dell’altro, questo non era un giudizio scontato. Ma lo viveva con me e altri anche quando gli costava caro.

Dopo alcuni anni diventò rettore del seminario della Fraternità a Roma, dove tanti giovani hanno potuto vedere in lui un’allegria e una vita determinata da un desiderio vivissimo di annunciare Cristo al mondo.

Poi è diventato parroco a Fuenlabrada, vicino a Madrid, in Spagna. Insieme ai fratelli della Fraternità, guidò una vita di comunità molto intensa, piena di affezione, opere e fede. Lì, insieme ad altri (sempre insieme ad altri) diede inizio a un’opera di accoglienza dei bisognosi, la Casa de San Antonio. Dal 2013 fino alla sua morte, il 9 marzo 2021, abbiamo condiviso la missione qui a Milano, dove lui era il superiore della nostra casa della Fraternità di San Carlo. Era cappellano presso il Politecnico, e nello stesso tempo aveva assunto anche un ruolo di presenza autorevole nella comunità del Movimento a Milano.

Per me, per la Fraternità San Carlo, per gli universitari alla Bovisa e per le migliaia di persone dentro e fuori Cl che lo hanno incontrato, don Anas era una presenza eccezionale e preziosa. In un modo saggio, pacato e ironico aveva il dono di aggregare. Vedere la sua capacità d’accoglienza, la sua passione, era davvero fonte di stupore.

Una volta mi disse che l’incontro col carisma di don Giussani lo aveva salvato dalla sorte di lavorare nei luoghi di vacanza come animatore serale con i suoi scherzi, le sue canzoni e i suoi sorrisi così avvincenti. “Ma sarebbe stato a che scopo? Mettere insieme le persone a quale proposito? Solo per un divertimento?”. Lo capivo: per Anas poter aiutare le persone a stare insieme nel nome di Cristo, aiutarli a riconoscere e abbracciare il proprio destino in Dio, imparare a dare la vita intera al compimento della volontà del Padre era un’impresa di cui era immensamente grato.

In questi ultimi anni sono sempre rimasto stupito non solo dalla sua simpatia verso di me e gli altri – a volte espressa con osservazioni acute –, ma dalla ricchezza della sua creatività. Ogni anno pubblicava un nuovo libro per bambini, una nuova favola ricca di emozione e significato, o addirittura incideva un bellissimo disco con le sue canzoni, ciascuna capace di ridare al cuore il senso di calorosa appartenenza a un Mistero buono, anche nelle situazioni più dolorose. Ricordo anche, con incredulità, la capacità di fedeltà che lo animava: per esempio quando radunava a casa nostra i suoi amici di scuola elementare… Quei bambini che aveva radunato nella sua infanzia, non li ha mai mollati!

Dire addio a don Anas non è facile, adesso che è morto a soli 59 anni. Il suo esserci era una sicurezza per tanti di noi, le sue parole un’ispirazione, la sua compagnia la promessa di una strada che valeva la pena di percorrere. Non riesco a credere che sia davvero partito…

Ma il significato della sua presenza è sempre stato chiaro: riconoscere e partecipare con Gesù all’opera di riconciliazione col Padre. E la sua partenza – dopo una lunghissima sofferenza nel reparto di terapia intensiva per malati Covid all’ospedale Niguarda – ha lo stesso significato: si è conformato alla croce di Gesù per collaborare col Signore a prepararci la dimora nella casa del Padre.

Che Dio ci aiuti a desiderare e amare questo destino, amare Gesù sopra ogni altra cosa, per poter vivere questo strappo non come una dolorosissima sfortuna, bensì come una preziosa occasione per essere protagonisti per la vittoria di Cristo e per la salvezza del mondo».

https://www.ilsussidiario.net/news/antonio-anastasio-don-anas-labbraccio-di-dio-che-diventa-abbraccio-al-prossimo/2141731/

mille cose che non scelsi

 E ci furono mille cose che non scelsi,

che mi arrivarono all’improvviso

e mi cambiarono la vita.

Cose belle e brutte che non cercavo,

sentieri in cui mi smarrii,

una vita che non mi aspettavo.

E scelsi, almeno, come viverla.

Scelsi i sogni per decorarla,

la speranza per sostenerla,

il coraggio per affrontarla.


Rudyard Kipling



mercoledì 19 marzo 2025

Viandante sul mare di nebbia»

 


Vedete questo dipinto? 

Ha emozionato milioni di persone ma pochi conoscono la storia straordinaria che c’è dietro!

 Sicuramente avrete già sentito parlare del «Viandante sul mare di nebbia» di Caspar Friedrich. 


Guardatelo con attenzione. 

C’è un uomo che fissa con straordinaria intensità l’orizzonte. 

Nel dipinto non potete vedere il volto dell’uomo, ma tutto nella sua postura, 

nella curva delle sue spalle ti trasmette una sensazione intensissima.

 Sembra quasi trattenere il respiro.

 E voi potete quasi sentire il brivido che lo assale. Che cosa sta guardando? Il cielo sospeso sull’orlo di un precipizio.  


Ma perché lo fissa con tanta intensità? 

E no, non è soltanto un sentimento di meraviglia davanti l’immensità della natura,

 come credono in molti. 

Ma per capirlo, dovete conoscere la storia che c’è dietro.

 Un giorno mentre il giovane Caspar stava pattinando assieme a suo fratello,

 il ghiaccio si spezza sotto i piedi. Suo fratello per salvarlo, annega. 

Si dice che dalla sofferenza siamo nate le anime più forti;

 che le anime più belle siano quelle segnate dalle cicatrici. 

E lui ne aveva tante.

 Perse la madre quando aveva soltanto 7 anni, e poi perse due sorelle e infine l’amato fratello. 

Conobbe la povertà, la solitudine e l’incomprensione.

 Nonostante questi dolori però, il giovane Caspar si dà la forza per andare avanti. 

Ecco il vero significato di questo dipinto! 


Nella posa del Viandante c’è tutto: 

coraggio, solitudine, struggimento, nostalgia, la nostalgia di chi è alla ricerca non di un luogo qualunque ma di una casa. 

Perché casa non è dove si vive, ma dove ci si comprende

E ci si perdona. 

La nebbia che inghiotte le montagne è la metafora delle difficoltà, delle prove e delle incertezze che ognuno di noi deve affrontare nella vita. 

Ma se osservate meglio, noterete che la nebbia sembra diradarsi all'orizzonte.

 Perché non importa ciò che ti capita, ma è come reagisci a ciò che ti capita che fa la differenza, 

ecco cosa vi sta dicendo questo dipinto!

 Nascere non basta. 

È per rinascere che siamo nati.


Guendalina Middei, 

anche se voi mi conoscete come Professor X


mercoledì 5 marzo 2025

perché leggere Dostoevskij


Hermann Hesse: perché leggere Dostoevskij

Dobbiamo leggere Dostoevskij quando ci sentiamo a terra, quando abbiamo sofferto sino ai limiti del tollerabile e tutta la vita ci duole come un’unica piaga bruciante e cocente, quando respiriamo la disperazione e siamo morti di mille morti sconsolate. Allora, nel momento in cui – soli e paralizzati in mezzo allo squallore – volgiamo lo sguardo alla vita e non la comprendiamo nella sua splendida, selvaggia crudeltà e non ne vogliamo più sapere, allora, ecco, siamo maturi per la musica di questo terribile e magnifico poetallora, infatti, non siamo più spettatori, non siamo più giudici e degustatori, ma siamo dei poveretti in mezzo a tutti i poveri diavoli dei suoi romanzi, e soffriamo le loro pene, fissiamo anche noi, ammaliati e senza respiro, il vortice della vita, la macina instancabile della morte. E in quei momenti avvertiamo anche la musica di Dostoevskij, il suo conforto, il suo amore, e solo allora sperimentiamo il senso meraviglioso del suo terrificante e spesso così infernale mondo poetico.

Due forze ci afferrano nei suoi libri. La prima è la disperazione, l’accettazione del male, il subire, il non più opporsi alla crudele, sanguinosa durezza e problematicità della natura umana. Di questa morte bisogna morire, quest’inferno deve essere attraversato, se si vuole che anche l’altra voce del maestro, quelle celestiale, giunga fino a noi. La nuda sincerità con cui si confessa che la nostra vita umana è una cosa misera, incerta e forse disperata, è l’indispensabile premessa. Dobbiamo esserci arresi al dolore, abbandonati alla morte, il ghigno infernale della realtà nuda e cruda deve aver raggelato i nostri occhi, prima che si possa essere in grado di accogliere la profondità e la verità dell’altra, della seconda voce.

La prima voce dice di sì alla morte, di no alla speranza, rinuncia a tutti gli abbellimenti, a tutti gli eufemismi concettuali e poetici con cui siamo abituati a lasciarci mascherare i pericoli e le efferatezze dell’esistenza umana da parte di certi piacevoli scrittori. Ma la seconda voce ci indica un elemento diverso dalla morte, un’altra realtà, un’essenza differente: cioè la coscienza dell’uomo. Sia pure, tutta la vita umana, guerra e dolore, bassezza e atrocità: c’è però pur sempre qualcos’altro, la coscienza, ossia la facoltà insita nell’uomo di contrapporsi a Dio. Certo, anche la coscienza ci conduce attraverso il dolore e il terrore della morte, ci porta alla miseria e alla colpa, ma ci fa uscire dall’insopportabile solitudine dell’assurdo, ci mette in contatto col senso delle cose, con la loro essenza, con l’eternità.

[…]

Questi due messaggi li ho sentiti in Dostoevskij quando ero un buon lettore dei suoi libri, cioè nelle ore in cui il dolore e la disperazione mi avevano preparato a capirlo. C’è un artista che mi ha fatto sentire qualcosa di analogo, un musicista che non in ogni momento sono disposto ad amare e ad ascoltare, così come non sempre avrei voglia di leggere Dostoevskij. È Beethoven. Egli ha quella conoscenza della felicità, della saggezza e dell’armonia, che però non si trovano lungo facili sentieri, ma lampeggiano a tratti lungo la via che costeggia l’abisso, che non si colgono sorridendo, ma solo tra le lacrime ed esausti dal dolore.

Questo testo è un estratto dai “Saggi – Poesia scelte”  di Hermann Hesse, edito da Mondadori nella traduzione di Italo Alighiero Chiusano

martedì 4 marzo 2025

La poesia

La poesia 

Direi, con modestia, che la poesia è una combinazione di vocali e di consonanti. Una combinazione nella quale è entrata una luce, e dal grado di questa luce che si riconosce la verità della poesia. Quando la poesia è poesia, raggiunge l’irraggiungibile, mette a contatto le parvenze con la sola realtà, che è la realtà eterna”. 

 Giuseppe Ungaretti,

domenica 2 marzo 2025

Quando ti accorgerai

 UNA PREDIZIONE AGGHIACCIANTE 

Il 2 febbraio 1905 nacque a San Pietroburgo la filosofa e scrittrice statunitense di origine russa Alissa Zinovievna, più conosciuta nel mondo della letteratura come Ayn Rand.

E disse:


"Quando ti accorgerai che per produrre devi ottenere il permesso di chi non produce nulla;

quando vedrai che il denaro fluisce verso chi non traffica in beni, ma in favori;

quando percepirai che molti diventano ricchi grazie alla corruzione e alle influenze più che al loro lavoro, e che le leggi non ti proteggono da loro ma, al contrario, proteggono loro da te;

quando scoprirai che la corruzione viene premiata e l’onestà diventa un sacrificio personale, allora potrai affermare, senza timore di sbagliare, che la tua società è condannata."

sabato 1 marzo 2025

prima di tutto ama l'uomo.

 Non vivere su questa terra 

come un estraneo

e come un vagabondo sognatore.

Vivi in questo mondo

come nella casa di tuo padre:

credi al grano, alla terra, al mare,

ma prima di tutto credi all'uomo.

Ama le nuvole, le macchine, i libri,

ma prima di tutto ama l'uomo.

Senti la tristezza del ramo che secca,

dell'astro che si spegne,

dell'animale ferito che rantola,

ma prima di tutto senti la tristezza 

e il dolore dell'uomo.

Ti diano gioia

tutti i beni della terra:

l'ombra e la luce ti diano gioia,

le quattro stagioni ti diano gioia,

ma soprattutto, a piene mani,

ti dia gioia l'uomo!


Nazim Hikmet, uno dei maggiori poeti turchi del 900, Poesie d' amore 1923/1962

persone medicina

 Persone medicina

Nonna le chiamava "persone medicina"Diceva che ci sono persone che quando le guardi guarisciChe appena le senti calmano i battitiAggiustano i polsiTi aprono le persiane del cuore e fanno entrare la luce veraQuella del solePersone che con un abbraccio ti fermano la tachicardia di dentro,quella che per notti e annihai collezionato a colpi di ansieche nemmeno ti appartenevano.Nonna diceva che esistono persone che hanno le tisane dentro gli occhiCamomilla nello sguardoChe tu le vedi e ti si tranquillizza il respiro, i pensieriE dopo averle incontrate anche i sogni diventano più pulitiDopo averle incontrate pure i sogni sognano meglioDiceva che esistono persone che non si spaventano dei tuoi doloriChe non hanno paura di abbracciarti i traumiChe sanno dove metterti dentro le parole giustePersone che hanno imparato a frequentare così bene il soleChe sanno addirittura accompagnarti fino al tuo tramontoNonna le chiamava "persone medicina"Diceva che ci sono persone che quando le guardi guarisciA detta sua le uniche persone da frequentareA detta sua le uniche persone da diventare
Fonte: LyricFind
Compositori: Giovanni Giancaspro / Tommaso Sgarbi

giovedì 27 febbraio 2025

Siamo poca roba, Dio, siamo quasi niente

  

 Siamo poca roba, Dio, siamo quasi niente

Franco Loi

Siamo poca roba, Dio, siamo quasi niente,

forse memoria siamo, un soffio dell'aria,

ombra degli uomini che passano, i nostri parenti,

forse il ricordo d'una qualche vita perduta,

un tuono che da lontano ci richiama,

la forma che sarà di altra progenie...

Ma come facciamo pietà, quanto dolore,

e quanta vita se la porta il vento!

Andiamo senza sapere, cantando gli inni,

e a noi di ciò che eravamo non è rimasto niente.

FRANCO LOI, Liber(Milano, Garzanti 1988).

Genova 1930-Milano 2021

martedì 11 febbraio 2025

Bernadette

 


Alberto Maggi "La vera storia della ribelle Bernadette"



Qual era la colpa di Bernadette? Animata dallo Spirito, rifuggiva gli angusti e tetri canoni ascetici dell’epoca, rivendicando spazi di libertà. Come racconta su ilLibraio il biblista Alberto Maggi

A proposito di Lourdes è stato detto che “la prova migliore dell’apparizione è Bernadette stessa”. Ma chi è Bernadette Soubirous?
“Sarà una peste!”, esclamò il giorno del battesimo il padrino di Bernadette, in quanto la piccolina pianse disperata per tutto il tempo della celebrazione. Nessuno avrebbe mai immaginato che la venuta al mondo di Bernadette sarebbe stata un autentico terremoto per tutto il piccolo paese, allora sconosciuto, di Lourdes.

Per scoprire Bernadette, occorre liberarla dai pii detriti che hanno soffocato la sua splendida figura e l’hanno trasformata in un santino. Era una nanerottola (non arrivava neanche al metro e mezzo), dalla testa troppo grande, malaticcia, analfabeta, così tarda di comprendonio da non essere stata ammessa alla prima comunione perché non riusciva a imparare le formule del catechismo, tanto imbranata da non sapere neanche che età avesse (tredici… o quattordici anni). Una ragazzina non più devota delle altre, primogenita di una famiglia emarginata, nota per l’enorme miseria. Bernadette è nata, infatti, nella famiglia più indigente di Lourdes, tanto povera da non avere neanche un’abitazione e costretta a vivere in una cella dell’ex carcere che era stata abbandonata perché insalubre. Con un padre finito in galera con l’imputazione di furto aggravato (ma poi assolto), e una madre della quale, si legge nel rapporto del Procuratore Imperiale, “È a tutti notorio che questa donna si abbandona all’ubriachezza”.

Neanche i suoi parenti godono di buona fama: due sue zie erano state scacciate dalle “Figlie di Maria” per essere rimaste incinta prima del matrimonio. A dispetto dei tanti ritrattini ascetici che le saranno costruiti addosso ancora vivente, Bernadette, ragazza normale che non disdegnava il vino (abitudine che probabilmente le era venuta quando da piccola serviva al bancone dell’osteria di sua zia), verrà apostrofata come “ubriacona”, “sgualdrina”, “puttanella”, al suo primo interrogatorio.

A quanti si meravigliavano scandalizzati e increduli che la Madonna potesse apparire a una nullità come Bernadette, lei candidamente rispondeva: “Se la santa Vergine ha scelto me, è perché ero la più ignorante. Se ne avesse trovata un’altra più ignorante, avrebbe scelto lei”.

In Bernadette trova conferma il metodo di Dio, che per le sue azioni sceglie sempre ciò che agli occhi degli uomini non è degno di stima (1 Cor 1,27), e la sua risposta riecheggia quella di Francesco d’Assisi: “[Dio] non ha veduto fra li peccatori nessuno più vile, né più insufficiente, né più grande peccatore di me; e però a fare quell’operazione maravigliosa, la quale egli intende di fare, non ha trovato più vile creatura sopra la terra…” (Fioretti, X).

L’episodio che doveva cambiarle la vita avvenne l’11 febbraio del 1858, in un luogo malfamato, pascolo di porci, la grotta di Massabielle, dove si era recata insieme alla sorellina e a un’amica per raccogliere legname per il focolare. La descrizione iniziale fatta da Bernardette richiama un’esperienza dello Spirito: tutto è cominciato con “un rumore come un colpo di vento”, come per la Pentecoste (“Venne all’improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatte gagliardo…”, At 2,2).

Indubbiamente un’intensa esperienza dello Spirito, del divino nel quale sono tutti immersi ma che pochi riescono a percepire. Il messaggio delle apparizioni, rivolto esclusivamente a Bernadette, è un invito alla conversione, tema evangelico per eccellenza, e in lei si adempiono le parole di Gesù “Ai poveri è predicata la buona notizia” (Mt 11,5). La disinvoltura dimostrata da Bernadette di fronte ai ben trentamila interrogatori ai quali fu sottoposta, rimanda alla promessa di Gesù: “Non preoccupatevi di come o di che cosa dovrete dire, perché vi sarà suggerito in quel momento ciò che dovrete dire: non siete infatti voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi” (Mt 10,19-20). Donna dello Spirito, e quindi libera (2 Cor 3,17), Bernadette è sempre stata se stessa. Lei, ignorante, non si è fatta mai mettere soggezione da nessuno, fosse anche un vescovo (“Devo di nuovo andare in parlatorio…. Sapeste quanto mi costa! Specialmente se si tratta di vescovi!”).

Quando era già suora, un vescovo in visita al convento si faceva baciare l’anello dalle suore, con l’intenzione di farselo baciare da Bernadette. Lei capì, e si defilò. Una consorella le fece notare che così aveva perduto i quaranta giorni d’indulgenza concessi per il bacio dell’anello, e Bernadette pronta, replicò con una giaculatoria (“Gesù mio misericordia!”), e disse, “Ecco, così sono trecento!”. Un altro vescovo, per poter avere una reliquia della veggente ormai inferma, fece in modo che il suo zucchetto cadesse sul letto di Bernadette… se lei l’avesse preso e dato, il vescovo avrebbe avuto il suo zucchetto toccato dalle mani di colei che aveva visto e parlato con la Madre di Dio. Ma Bernadette restò imperturbabile. Il vescovo allora fu costretto a prendere l’iniziativa: “Sorella, volete restituirmi il mio zucchetto?”. E Bernadette: “Monsignore, io non ve l’ho mica chiesto… potete riprendervelo voi!”.

Nel messaggio del 28 febbraio, l’Apparizione disse a Bernadette per tre volte “Penitenza… penitenza… penitenza!”. La penitenza Bernadette la fece quando entrò dalle suore di Nevers, un convento dove andavano le figlie della borghesia e dove, per essere ammesse, occorreva portare una ricca dote. Bernadette, poverissima, fu accolta senza entusiasmo, e solo perché fu imposta dal vescovo. In convento capitò sotto le grinfie della maestra delle novizie, madre Marie Thérèse Vauzou, donna tanto pia quanto disumana. Madre Vauzou, che proveniva dall’alta borghesia, e conservava la sua aria aristocratica, altezzosa e fredda, fin dal primo incontro detestò quella rozza pecoraia che millantava di aver visto nientemeno che la Madonna, e non le risparmiò nessuna umiliazione. Alla radice del disprezzo di madre Vauzou verso Bernadette, c’era pura invidia, come traspare da questa sua ammissione: “Se la santa Vergine voleva apparire su questa terra, perché avrebbe scelto una contadina rozza e ignorante, invece di una religiosa virtuosa e istruita. Non capisco come la santa Vergine abbia potuto comparire a Bernadette. Ci sono tante altre anime, così delicate e nobili… Insomma!”.

La stessa madre Vauzou confiderà a una suora: “Tutte le volte che avevo da dire qualcosa a Bernadette ero spinta a dirglielo con acredine… In noviziato avevo delle novizie di fronte alle quali mi sarei inginocchiata, ma non davanti a Bernadette”. Quando, alla fine del noviziato a ogni suora fu affidato un incarico, Bernadette fu l’unica a essere esclusa, perché, disse acida la maestra, “Non è buona a nulla”. Madre Vauzou, sfogava la sua rabbia e frustrazione su questa suora che non riusciva a plasmare secondo il cliché di religiosa ereditato dalla tradizione, Bernadette era animata dallo Spirito, rifiutava di conformarsi ai modelli proposti, e non si adattava alle pie usanze del convento. Alla mistica della sofferenza, imperante all’epoca, Bernadette contrapponeva un sano equilibrio: “San Bernardo amava la sofferenza… io invece la evito più che posso!”. Quando le proposero di imitare una sua consorella che, pur sofferente, chiedeva al Signore di mandarle ancora più tribolazioni, lei replicò: “Mi bastano quelle che già mi manda!”. Del resto Bernadette era talmente maltrattata e disprezzata, che le altre suore dicevano di lei: “Che fortuna non essere Bernadette!”.

C’era indubbiamente della ruggine tra la maestra e la novizia, che sfociava in episodi che, se non fossero drammatici, sarebbero comici, come quella volta in cui Bernadette si aggravò così tanto che si pensò che non avrebbe passato la notte, e le fecero amministrare l’estrema unzione. Bernadette non aveva ancora emesso i voti, e le suore decisero di farglieli pronunciare in extremis, e chiamarono il vescovo per accoglierli. Bernadette, stremata, non aveva la forza neanche per sussurrare le parole di rito, che furono pronunciate dal vescovo, e alle quali lei rispondeva solo con un Amen. Il vescovo benedì la suora morente, le chiese di ricordarsi di lui in paradiso e si allontanò. Presso il letto di Bernadette restò madre Vauzou in attesa di chiuderle gli occhi. Invece, colpo di scena, non appena il vescovo uscì dalla stanza, Bernadette, vispa più che mai, esclamò gioiosa “Cara madre, mi avete fatto fare la professione credendo che sarei morta questa notte, invece, non morirò questa notte!”. Madre Vauzou, anziché rallegrarsi, furibonda, la investì con parole rabbiose: “Come, sapevate di non morire e ci avete fatto disturbare monsignor Vescovo in un’ora così inopportuna?! Siete soltanto una piccola sciocca e vi assicuro che, se non morirete entro domani, vi tolgo il velo di professa e vi rimando in noviziato!”.

Qual era la colpa di Bernadette? È che lei “sa quel che vuole”. Animata dallo Spirito, lei rifuggiva gli angusti e tetri canoni ascetici dell’epoca, rivendicando spazi di libertà. Bernadette, a differenza delle altre novizie fabbricate in serie, era capace persino di protestare e manifestare il suo dissenso, e questo tra le suore era considerato un crimine. Così fu prontamente etichettata come ribelle e caparbia: “Molto spesso mi sento chiamare ostinata… ciò mi umilia, però non riesco a correggermi”. La montanara ruspante, pur ingabbiata nelle rigide strutture conventuali, ha conservato sempre la sua libertà, e si ostinava a seguire la strada dello Spirito, mentre la maestra delle novizie pretendeva farle percorrere quella del conformismo religioso. Per costringerla a questo, come testimoniò una suora al processo, “la maestra non si lasciava sfuggire nessuna occasione per farle subire qualche umiliazione”. La vita tra le suore, per Bernadette fu un autentico martirio. Forse, prevedendo questo, l’Apparizione il 18 febbraio le aveva detto: “Non vi prometto di farvi felice in questo mondo, ma nell’altro”.

Del resto occorre riconoscere che in convento Bernadette non faceva nulla per conservare l’aureola di santità o di guadagnarsi la stima delle consorelle. Suscitò grande scandalo quando le suore scoprirono che tra i pochissimi effetti personali di questa anomala novizia figurava… una fiaschetta di vino! Bernadette, che aveva conservato i suoi antichi gusti di popolana, non faceva mistero del suo gustare un goccio di buon vino, e non essendo sufficiente quel poco che le passavano in convento, doveva farselo portare da casa, e quando si sentiva un po’ giù, un goccio e via! Ma c’era di più, da far svenire la madre maestra e tutte le suore: Bernadette… fiutava tabacco! Sì, proprio come un maschio, o come certe donne di mondo! E nella sua spudorata innocenza, non lo faceva di nascosto, ma pubblicamente, anche durante le lezioni, e tentava persino di corrompere le sue virtuose consorelle offrendo loro qualche presa dalla tabacchiera…

Madre Vauzou, che non aveva mai creduto alle apparizioni, detestò così tanto Bernadette che si deve a lei il ritardo del processo di beatificazione. Bernadette morì nel 1879, ma il processo si aprì solo nel 1907, con ventotto anni di ritardo, perché la maestra aveva detto: “Aspettate che io sia morta!”. Per ironia della sorte, quando ormai anziana, madre Vauzou venne portata al ricovero delle suore a Lourdes e fu collocata in una stanza dalla cui finestra si vedeva la grotta e il flusso crescente di pellegrini, lei si innervosiva e, sempre più stizzita, chiedeva di chiudere le imposte. Gesù ha proclamato beati i perseguitati (Mt 5,10), ma la persecuzione più feroce e dolorosa non viene dai nemici della fede, ma da quelli più vicini: “e i nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa” (Mt 10,36). 

*Le informazioni contenute in questo articolo sono tratte dalla poderosa opera del più grande studioso di Lourdes, René Laurentin, pubblicata in sei volumi (Lourdes, Documents authentiques, Paris,