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lunedì 4 marzo 2013

il feto è un bambino



 il feto è un bambino
Riprendiamo dal blog di Costanza Miriano un testo del genetista Jérôme Lejeune pubblicato su quel sito il 27/9/2012 senza ulteriore indicazione della fonte. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.
Il Centro culturale Gli scritti (28/9/2012)
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Voi sapete che vi sono in Australia dei bipedi, grandi più o meno come noi, dal pelo rossastro che, abitualmente, abortiscono i loro piccoli al secondo mese. Si tratta dei canguri. Abortito spontaneamente al secondo mese, il piccolo canguro assomiglia ad una piccola salsiccia che misuri circa 2,5 cm di lunghezza. Gli arti sono ridotti ad un piccolo unghione sulla zampa anteriore, uno su quella posteriore, ed esso conosce solo la sensazione della pesantezza.
Espulso dalla vagina con l’aborto spontaneo, esso s’aggrappa alla pelliccia della madre e, sapendo lottare contro la pesantezza, sale in verticale automaticamente fino al marsupio e vi cade dentro, e vi resterà per sette mesi finendo il suo sviluppo, che assomiglia abbastanza, nella durata, allo sviluppo d’un piccolo essere umano.
Ciò che è straordinario, per il biologo, è il fatto che nel piccolo cervello d’una madre canguro la natura abbia, anche se non so come, iscritto una sorta di concetto di ‘cangurosità’ del piccolo canguro. Poiché questa piccola salsiccia è il solo animale ch’essa lasci entrare nel suo marsupio. Se un topo volesse installarvisi, essa lo eliminerebbe rapidamente.
Allora io mi dicevo che se la natura, in un cervello tanto piccolo quanto quello della madre canguro, ha inscritto la nozione che si tratta d’un membro della sua specie, che è suo figlio, mi sembra completamente impossibile che nel litro e mezzo che noi abbiamo nella nostra scatola cranica la natura non abbia posto un’intelligenza sufficiente per rendersi conto che i piccoli uomini non sono altro che uomini piccoli.
E tuttavia noi tutti qui apparteniamo ad una nazione che fu da lungo tempo civilizzata, e che ha abrogato con un voto ciò che tutti i medici avevano costantemente giurato, vale a dire: “Io non darò a nessuno, neppure se pregato, del veleno; parimenti non fornirò mezzi abortivi ad una donna”.
Il nuovo film di M. Nathanson s’intitola “L’eclissi della ragione”, e come lui anch’io mi domando se la malattia di cui noi soffriamo non sia veramente una malattia dell’intelligenza. Se non si sia distesa sulle nostre popolazioni, deliberatamente, una sorte di cappa di piombo d’oscurantismo per far credere che noi non sappiamo, mentre invece sappiamo molto più di un tempo. L’essere umano è un concetto che si applica a tutti gli esseri della nostra specie, quale che sia la loro taglia, il loro colore, e quali che siano le qualità che possano farli brillare o le malattie che possano affliggerli.
Permettetemi adesso di parlarvi un poco della fisiologia della vostra intelligenza. Per il biologo, nella sua ricerca della verità, un duplice fatto evidente s’impone all’inizio d’una vita, da una parte, ed al suo sviluppo maggiore, dall’altra. Questo fatto è semplice: “Lo spirito anima la materia”. Ciò è verissimo quando l’essere è arrivato alla sua piena maturità. Vi dicevo che voi avete un litro e mezzo – è un modo esemplificativo – di volume cerebrale, e bisognerebbe che vi rendeste conto del fatto che questo computer incorporato è il più potente, e di gran lunga, che esista attualmente sotto il sole.
Voi avete nella vostra scatola cranica quasi 11 miliardi di cellule, vale a dire milioni di volte più numerose che nel più grande computer della NASA. Ma il cablaggio che lega le vostre cellule cerebrali è costituito da fili straordinariamente sottili, che non si vedono nemmeno al microscopio normale, e che sono spirali aggregatesi per formare una specie di piccoli tubi, che noi chiamiamo neurotubuli, e che riusciamo a vedere col microscopio elettronico. E questo cablaggio che si trova a vostra disposizione, che è la macchina che usate per capire il mondo, questo cablaggio misura quasi quanto di qui alla Luna e ritorno.
La cosa più sorprendente è che per far funzionare la vostra macchina l’aggancio di una cellula all’altra emetterà una specie di molecola, aprirà una specie di serratura segreta, e che delle particelle, degli ioni, vi si catapulteranno ad una velocità straordinaria. Infine ciò che noi chiamiamo ragione, che è questa macchina che elimina i dati fortuiti per conservare solo quelli deducibili, è in effetti un contatore di particelle d’una velocità straordinaria. Così si arriva a questa nozione perfettamente evidente e molto semplice: ogni volta in cui sollevate una mano, che battete le ciglia, o che un’idea attraversa la vostra mente, voi fate crepitare un enorme numero di connessioni cerebrali, e, più precisamente, è il vostro spirito che comanda la materia, il vostro spirito anima la materia. Questa è un’evidenza contro la quale non si può opporre nulla, essendo una certezza empirico-sperimentale.
Ma la cosa strana è che la medesima dimostrazione si fa proprio all’inizio dell’esistenza. Quando i 23 cromosomi che portano l’informazione trasmessa dal padre e contenuta nello spermatozoo sono entrati all’interno della zona pellucida, che è una specie di sacco in plastica che assicura il muro della vita privata del piccolo embrione, quando lo spermatozoo ha perforato questa membrana ed essa diviene immediatamente impermeabile ad ogni ulteriore informazione, in quel preciso momento si trovano riunite tutte le informazioni necessarie e sufficiente per fabbricare, per costituire questo nuovo essere umano che si svilupperà.
Non un essere teorico, ma quello che nove mesi più tardi chiameremo Pierre, Paul o Madelaine. Quello, precisamente, comincia la propria carriera quando tutte le informazioni necessarie e sufficienti si trovano riunite. E noi sappiamo, al di là di ogni possibile dubbio, che queste informazioni sono riunite dal momento della fecondazione. Lo spirito, effettivamente, anima la materia, e non solo quando il cervello è formato e può analizzare il mondo, ma quando si mette in moto questo straordinario nuovo essere che costruirà il proprio cervello, vale a dire una macchina che inventerà macchine che gli permetteranno di comprendere un po’ l’universo.
È perché all’inizio una scintilla di spirito ha animato la materia che un nuovo essere umano è stato chiamato all’esistenza. Non si tratta, qui, di metafisica, non si tratta di morale, ma si tratta di dottrina evidente imposta dalla realtà. Se non fosse così, la riproduzione degli esseri sarebbe impossibile. Se non fosse l’informazione a dar vita ed animare la materia, la genetica non esisterebbe; noi, non esisteremmo.
Voi potete trovare strano (tutti lo trovano strano) che un essere umano all’inizio della propria carriera possa essere ridotto, come direbbero i matematici, alla sua espressione più semplice. Ma tutta la sua vita sarà l’espressione e l’attuazione di questo primo messaggio. La crescita, poi la conoscenza, ed infine l’esperienza di tutta la vita richiedono imperativamente, impongono assolutamente che l’essere che un giorno comprenderà, quantunque in maniera imperfetta, il mondo, sia fin dall’inizio un essere umano.
Il nostro parlar comune (direi che ciò è vero in tutte le lingue latine, ed è vero, in parte, in quasi tutte le lingue del mondo), il nostro parlar comune ha sempre conosciuto questo fatto evidente. Noi impieghiamo la stessa parola per definire un’idea che ci venga in mente o un nuovo essere che giunga ad esistenza: noi parliamo in entrambi i casi di concepimento. Si concepisce un’idea, si concepisce un bambino. Il fatto che il termine di concepimento s’applichi a questi due estremi della performance umana non dipende da povertà di linguaggio, ma è invece la percezione intuitiva, da parte di quell’intelligenza collettiva che è il linguaggio, del fatto nel momento esatto dell’inizio dell’esistenza, la forma e la materia, lo spirito e la sostanza sono così strettamente intrecciati che non si possa chiamarli distinguendo l’uno dall’altro. Per riassumere in una parola che, io credo (ma non sono sicuro della mia citazione), è di San Tommaso d’Aquino, “nel momento in cui la materia ha subito la sua ultima disposizione, lo spirito non può non esserci”.
 Jérôme Lejeune

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