Una notte accade un fatto
È il Natale del 1914, il primo da quando è iniziata la Grande Guerra. Sul fronte occidentale accade un fatto sorprendente, inaspettato, non imposto dai Comandi supremi, ma sorto spontaneamente da un sentimento di fratellanza dei soldati di entrambi gli schieramenti: i soldati delle fazioni opposte depongono le armi, si scambiano gli auguri, intonano canti natalizie, giocano insieme. È una tregua non ufficiale, che dura, però, per alcuni giorni, testimoniata da diari, lettere, documenti fotografici. Uno spiraglio di luce nel buio della tragedia della guerra, che sembra preludere a possibilità di pace. Ma gli Stati Maggiori non solo condannano l’accaduto, ma cercano anche di censurarne le tracce.
La lettera di un soldato
Un soldato inglese di nome Tom, coinvolto nella guerra sul fronte occidentale, testimone della tregua di Natale, racconta alla sorella il sorprendente fatto:
«Janet, sorella cara, sono le due del mattino e la maggior parte degli uomini dormono nelle loro buche, ma io non posso addormentarmi se prima non ti scrivo dei meravigliosi avvenimenti della vigilia di Natale. In verità, ciò che è avvenuto è quasi una fiaba, e se non l’avessi visto coi miei occhi non ci crederei. Prova a immaginare: mentre tu e la famiglia cantavate gli inni davanti al focolare a Londra, io ho fatto lo stesso con i soldati nemici qui nei campi di battaglia di Francia! Le prime battaglie hanno fatto tanti morti, che entrambe le parti si sono trincerate, in attesa dei rincalzi. Sicché per lo più siamo rimasti nelle trincee ad aspettare. Ma che attesa tremenda! Ci aspettiamo ogni momento che un obice d’artiglieria ci cada addosso, ammazzando e mutilando uomini. E di giorno non osiamo alzare la testa fuori dalla terra, per paura del cecchino. E poi la pioggia: cade quasi ogni giorno. Naturalmente si raccoglie proprio nelle trincee, da cui dobbiamo aggottarla con pentole e padelle.
E con la pioggia è venuto il fango, profondo un piede e più. S’appiccica e sporca tutto, e ci risucchia gli scarponi. Una recluta ha avuto i piedi bloccati nel fango, e poi anche le mani quando ha cercato di liberarsi […]. Con tutto questo, non potevamo fare a meno di provare curiosità per i soldati tedeschi di fronte noi. Dopo tutto affrontano gli stessi nostri pericoli, e anche loro sciaguattano nello stesso fango. E la loro trincea è solo cinquanta metri davanti a noi. Tra noi c’è la terra di nessuno, orlata da entrambe le parti di filo spinato, ma sono così vicini che ne sentiamo le voci. Ovviamente li odiamo quando uccidono i nostri compagni.
Ma altre volte scherziamo su di loro e sentiamo di avere qualcosa in comune. E ora risulta che loro hanno gli stessi sentimenti».
Tedeschi e inglesi non son poi così diversi
Qui emerge la sorprendente constatazione che, in realtà, tedeschi e inglesi sono accomunati dalla stessa esperienza e dallo stesso cuore: brilla al fondo dell’animo di entrambi lo stesso desiderio di compimento, che non può essere del tutto annientato neanche dall’orripilante esperienza della guerra. Ma ecco come continua il racconto del miracolo:
«Ieri mattina, la vigilia, abbiamo avuto la nostra prima gelata. Benché infreddoliti l’abbiamo salutata con gioia, perché almeno ha indurito il fango. Durante la giornata ci sono stati scambi di fucileria. Ma quando la sera è scesa sulla vigilia, la sparatoria ha smesso interamente. Il nostro primo silenzio totale da mesi! Speravamo che promettesse una festa tranquilla, ma non ci contavamo. Soldati che fraternizzano fuori dalle trincee. Di colpo un camerata mi scuote e mi grida: «Vieni a vedere! Vieni a vedere cosa fanno i tedeschi! Ho preso il fucile, sono andato alla trincea e, con cautela, ho alzato la testa sopra i sacchetti di sabbia». «Non ho mai creduto di poter vedere una cosa più strana e più commovente. Grappoli di piccole luci brillavano lungo tutta la linea tedesca, a destra e a sinistra, a perdita d’occhio. «Che cos’è?» ho chiesto al compagno, e John ha risposto: «Alberi di Natale!». Era vero. I tedeschi avevano disposto degli alberi di Natale di fronte alla loro trincea, illuminati con candele e lumini». «E poi abbiamo sentito le loro voci che si levavano in una canzone: «Stille nacht, heilige nacht…». Il canto in Inghilterra non lo conosciamo, ma John lo conosce e l’ha tradotto: «Notte silente, notte santa».
Non ho mai sentito un canto più bello e più significativo in quella notte chiara e silenziosa. Quando il canto è finito, gli uomini nella nostra trincea hanno applaudito. Sì, soldati inglesi che applaudivano i tedeschi! Poi uno di noi ha cominciato a cantare, e ci siamo tutti uniti a lui: «The first nowell the angel did say…». Per la verità non eravamo bravi a cantare come i tedeschi, con le loro belle armonie. Ma hanno risposto con applausi entusiasti, e poi ne hanno attaccato un’altra: «O tannenbaum, o tannenbaum…». A cui noi abbiamo risposto: «O come all ye faithful…». E questa volta si sono uniti al nostro coro, cantando la stessa canzone, ma in latino: «Adeste fideles…». «Inglesi e tedeschi che s’intonano in coro attraverso la terra di nessuno!». Non potevo pensare niente di più stupefacente, ma quello che è avvenuto dopo lo è stato di più. «Inglesi, uscite fuori!», li abbiamo sentiti gridare, «voi non spara, noi non spara!». Nella trincea ci siamo guardati non sapendo che fare. Poi uno ha gridato per scherzo: «Venite fuori voi!». Con nostro stupore, abbiamo visto due figure levarsi dalla trincea di fronte, scavalcare il filo spinato e avanzare allo scoperto. Uno di loro ha detto: «Manda ufficiale per parlamentare». Ho visto uno dei nostri con il fucile puntato, e senza dubbio anche altri l’hanno fatto – ma il capitano ha gridato «Non sparate!». Poi s’è arrampicato fuori dalla trincea ed è andato incontro ai tedeschi a mezza strada. Li abbiamo sentiti parlare e pochi minuti dopo il capitano è tornato, con un sigaro tedesco in bocca! Nel frattempo gruppi di due o tre uomini uscivano dalle trincee e venivano verso di noi.
Alcuni di noi sono usciti anch’essi e in pochi minuti eravamo nella terra di nessuno, stringendo le mani a uomini che avevamo cercato di ammazzate poche ore prima. Abbiamo acceso un gran falò, e noi tutti attorno, inglesi in kaki e tedeschi in grigio. Devo dire che i tedeschi erano vestiti meglio, con le divise pulite per la festa. Solo un paio di noi parlano il tedesco, ma molti tedeschi sapevano l’inglese. Ad uno di loro ho chiesto come mai. «Molti di noi hanno lavorato in Inghilterra» ha risposto. «Prima di questo sono stato cameriere all’Hotel Cecil». «Forse ho servito alla tua tavola!» «Forse!» ho risposto ridendo. Mi ha raccontato che aveva la ragazza a Londra e che la guerra ha interrotto il loro progetto di matrimonio. E io gli ho detto: «Non ti preoccupare, prima di Pasqua vi avremo battuti e tu puoi tornare a sposarla». Si è messo a ridere, poi mi ha chiesto se potevo mandare una cartolina alla ragazza, ed io ho promesso. Un altro tedesco è stato portabagagli alla Victoria Station.
Mi ha fatto vedere le foto della sua famiglia che sta a Monaco. Anche quelli che non riuscivano a parlare si scambiavano doni, i loro sigari con le nostre sigarette, noi il tè e loro il caffè, noi la carne in scatola e loro le salsicce. Ci siamo scambiati mostrine e bottoni, e uno dei nostri se n’è uscito con il tremendo elmetto col chiodo! Anch’io ho cambiato un coltello pieghevole con un cinturame di cuoio, un bel ricordo che ti mostrerò quando torno a casa. Ci hanno dato per certo che la Francia è alle corde e la Russia quasi disfatta. Noi gli abbiamo ribattuto che non era vero, e loro. «Va bene, voi credete ai vostri giornali e noi ai nostri». È chiaro che gli raccontano delle balle, ma dopo averli incontrati anch’io mi chiedo fino a che punto i nostri giornali dicano la verità. Questi non sono i «barbari selvaggi» di cui abbiamo tanto letto. Sono uomini con case e famiglie, paure e speranze e, sì, amor di patria. Insomma sono uomini come noi. Come hanno potuto indurci a credere altrimenti? Siccome si faceva tardi abbiamo cantato insieme qualche altra canzone attorno al falò, e abbiamo finito per intonare insieme – non ti dico una bugia – «Auld Lang Syne». Poi ci siamo separati con la promessa di rincontraci l’indomani, e magari organizzare una partita di calcio. E insomma, sorella mia, c’è mai stata una vigilia di Natale come questa nella storia? Per i combattimenti qui, naturalmente, significa poco purtroppo».
Da dove può sorgere la pace?
Nella conclusione della lettera Tom apre lo spiraglio alla pace. Alla radice della pace, alla base del dialogo sta la capacità di guardare l’altro nel riconoscimento di quel punto luminoso che lo accomuna a me. Ecco il commiato:
«Questi soldati sono simpatici, ma eseguono gli ordini e noi facciamo lo stesso. A parte che siamo qui per fermare il loro esercito e rimandarlo a casa, e non verremo meno a questo compito. Eppure non si può fare a meno di immaginare cosa accadrebbe se lo spirito che si è rivelato qui fosse colto dalle nazioni del mondo. Ovviamente, conflitti devono sempre sorgere. Ma che succederebbe se i nostri governanti si scambiassero auguri invece di ultimatum? Canzoni invece di insulti? Doni al posto di rappresaglie? Non finirebbero tutte le guerre?
Il tuo caro fratello Tom». (Tempi.it del 20-12-2016