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martedì 4 febbraio 2014

I padri dell’elettricità

I padri dell’elettricità

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Capitolo VIII
UNA PAGINA DI STORIA DELLA SCIENZA:
GLI STUDI SULL’ELETTRICITÀ
Nella storia della cultura, l’Italia non è solo la patria dell’arte, delle cattedrali, la terra di Giotto, Leonardo, Raffaello, Michelangelo, Bernini eccetera, ma anche la culla della scienza.Le università italiane infatti hanno un ruolo fondamentale, sin dal basso medioevo, nella creazione di una cultura scientifica in campo anatomico, astronomico, medico… Italiane sono anche le due prime accademie scientifiche, l’Accademia del Cimento di Firenze e l’Accademia dei Lincei di Roma. Nel nostro paese si formano personalità di spicco, sia italiane, che straniere. Sino al grande Galilei. La vulgata vorrebbe che proprio il processo allo scienziato pisano segni una frattura tra mondo della scienza e Italia cattolica e papalina. Non è così.
Per altri centocinquant’anni circa, infatti, cioè sino alla grande crisi dovuta alle invasioni napoleoniche ed al cosiddetto Risorgimento (gli anni in cui perdiamo ogni primato culturale, medico, scientifico…), il nostro paese rimane al centro di grandi progressi e di grandi scoperte. Ad esempio nel campo dell’elettricità, in cui si segnalano gli immensi e imprescindibili contributi di Luigi Galvani ed Alessandro Volta.
La loro storia, poi, insieme a quella di molti altri pionieri nel campo dell’elettromagnetismo, ci riconduce ancora una volta al rapporto fecondo, e per nulla conflittuale, tra scienza e fede.
«Secondo quanto riferisce Aristotele, già ai tempi di Talete (VI sec. a.C.) era nota la singolare proprietà dell’ambra gialla, che strofinata, anche con la sola mano asciutta, è in grado di attrarre a sé pagliuzze, foglie secche e altri leggeri corpuscoli. Tale attrazione rimase una proprietà della sola ambra, almeno fino alla fine del XVII sec. quando William Gilbert (1540-1603) osservò, in modo sistematico, che circa una ventina di altri corpi, oltre l’ambra, sono in grado di attrarre a se leggeri corpuscoli; tra questi, lo zolfo, il vetro, la gommalacca, le resine solide e molte pietre dure. Egli chiamò questi fenomeni elettrici dal nome greco dell’ambra (electron) e per misurare l’intensità delle forze attrattive utilizzò uno strumento, precedentemente descritto da Girolamo Fracastoro (1483-1553), costituito da un piccolissimo e leggerissimo ago (versorium non magneticum), girevole sopra un sostegno a punta. Come fa notare lo stesso Gilbert, con questo strumento è possibile mettere in evidenza l’attrazione anche per quei corpi, nei quali la virtù elettrica è cosi debole da non essere in grado di sollevare anche leggerissime pagliuzze. Successivamente Francesco Lana rese lo strumento più sensibile sospendendolo mediante un filo: avvicinando ad esso il corpo elettrizzato “statim ad se trahebat eam […] extremitatem, cui erat approximatum”. La torsione del filo si opponeva all’effetto della forza elettrica: l’angolo di rotazione risultava quindi legato all’intensità della forza elettrica. Nel 1629 Nicola Cabeo (1585-1650) osservava il fenomeno della repulsione elettrica, notando come le pagliuzze, attratte dal corpo elettrizzato, vengono successivamente da questo respinte, dopo averlo toccato».
Inizia così una breve storia degli studi sull’elettromagnetismo a cura del fisico G. Bonera, dell’Università di Pavia.
A queste poche righe, visti gli interessi specifici di questa nostra ricerca si potrebbero fare alcune postille: prima di Gilbert, l’unico studio di un certo valore, anche sperimentale, sul magnetismo, era stato condotto nel XIII secolo da Petrus Peregrinus e dal gesuita Garzoni; quanto a Francesco Lana, era un sacerdote gesuita; così pure Nicolò Cabeo. Come inizio, ai fini del presente capitolo, non è male…
Ma facciamo un salto in avanti, arriviamo ai due giganti in materia: Luigi Galvani (1737-1798) ed Alessandro Volta (1745-1827).
Il primo, bolognese, medico, fisico, anatomista, professore universitario, è ricordato come lo scopritore dell’elettricità animale e per le svariate applicazioni dell’elettricità, come la cella elettrochimica, il galvanometro e la galvanizzazione
Celeberrimo il suo esperimento pionieristico nel campo, da lui così descritto: «Dissecai una rana, la preparai e la collocai sopra una tavola sulla quale c’era una macchina elettrica, dal cui conduttore era completamente separata e collocata a non breve distanza; mentre uno dei miei assistenti toccava per caso leggermente con la punta di uno scalpello gli interni nervi crurali di questa rana, a un tratto furono visti contrarsi tutti i muscoli degli arti come se fossero stati presi dalle più veementi convulsioni tossiche. A un altro dei miei assistenti che mi era più vicino, mentre stavo tentando altre nuove esperienze elettriche, parve dì avvertire che il fenomeno succedesse proprio quando si faceva scoccare una scintilla dal conduttore della macchina. Ammirato dalle novità della cosa, subito avvertì me che ero completamente assorto e meco stesso d’altre cose ragionavo. Mi accese subito un incredibile desiderio di ripetere l’esperienza e di portare in luce ciò che di occulto c’era ancora nel fenomeno».
Ebbene, Luigi Galvani era uomo di profonda fede cattolica, terziario francescano, che non ometteva mai di collegare la sua attività di scienziato, curioso e amante della realtà, con la sua religiosità e la sua convinzione che nella natura sia visibile il suo Creatore[1].
Contemporaneo del Galvani fu Alessandro Volta, l’altro gigante degli studi sull’elettricità. Il conte Volta, vita dimessa, animo sereno e amichevole, carattere amabile, a dire di tutti, fu un grande scienziato sperimentale ed inventore. Fu ingegno così versatile da offrire contributi nel campo dell’elettrostatica, elettrometria, meteorologia, chimica, pneumatica e geologia, termologia… a lui dobbiamo l’invenzione dell’elettroforo perpetuo, la prima macchina elettrostatica ad induzione, l’elettroscopio condensatore, l’elettrometro assoluto, e, soprattutto, la pila, il primo generatore di corrente continua nella storia dell’umanità, con cui ebbe inizio la moderna era dell’elettricità e che Einstein definì “la base fondamentale di tutte le invenzioni moderne” (da Volta prende nome il “volt”, l’unità di misura della differenza di potenziale che Volta definiva come “tensione”). Oltre a tutto ciò, Volta portò avanti studi fondamentali sui gas, scoprendo il metano.
Ebbene, leggendo una biografia di Volta, si può scoprire che i suoi interessi nel campo dell’elettricità, nati senza dubbio anche grazie all’eccellenza della scuola dei Gesuiti in cui studiò, e al gabinetto privato di storia naturale che un amico, il sacerdote Giulio Cesare Gattoni, fisico per passione, gli mise a disposizione, sorsero già a diciassette anni, allorché «si diede a meditar profondamente le opere del padre Beccaria sull’elettricità naturale ed artificiale, l’opera di Nollet ed altre»[2].
Chi erano questi due personaggi, con cui Volta si sarebbe a lungo confrontato, con apprezzamenti e critiche (in particolare col primo, cui indirizzò persino la sua prima memoria, pubblicata nel 1769, De vi attractiva ignis electrici ac phoenomenis inde pendentibus)?
Beccaria (1716-1781) era un sacerdote scolopio, allora celebre professore di matematica nella Regia Università di Torino, membro della Royal Society di Londra, definito “il più insigne fisico elettrizzante italiano dell’epoca”, inventore del “pozzetto di Beccaria”, anticipazione della “gabbia da Faraday”, e la cui opera principale fu fatta tradurre in inglese da Benjamin Franklin. Padre Beccaria viene ricordato come colui che «seppe comprendere le nuove interpretazioni sull’elettricità ideate da Beniamino Franklin (1706-1790) arrivate dall’America, allora colonia dell’Inghilterra. Tra i due nacque un’intensa sintonia, sebbene Beniamino e Giovanbattista mai si conobbero di persona. Una sintonia che durò trent’anni, con un fitto scambio di corrispondenza, anche di carattere personale. Beccaria fu l’interprete delle idee di Franklin, arricchendole di nuovi significati ed inquadrandole in maniera coerente. Non fu tuttavia un mero traduttore: egli dette dignità di scienza a una congerie d’osservazioni e d’ipotesi. La prima grande opera di Beccaria è Dell’elettricismo naturale e artificiale (1753), che si gli valse l’ammirazione e le lodi di Franklin e Joseph Priestley. Importanti sono poi Dell’elettricismo (1758), Experimenta atque observationes quibus electricitatis vindex late constituitur atque explicatur (1769), Elettricismo artificiale di G. B. Beccaria (1772), che nel 1774 fu tradotto in inglese, e Dell’elettricità terrestre atmosferica (1775). Grazie alla diffusione di questi testi Beccaria fu considerato in Europa come l’uomo che seppe abbinare teoria e pratica. In particolare nel progetto e realizzazione della prima macchina basata sul nuovo fenomeno: il parafulmine. Protesse così San Marco a Venezia, il Palazzo del Quirinale a Roma, il duomo di Milano, polveriere e navi della repubblica di San Marco. Beccaria può essere a ragione considerato come il padre dell’Elettricismo italiano perché stimolò numerosi validi ricercatori, da Volta a Cigna, a operare nella nuova disciplina, con il consenso e molte volte con un dissenso che sapeva essere aspro – aveva infatti un carattere alquanto difficile-, ma sempre dando esempio di rigore e di un vero metodo galileiano»[3].
Chi era invece Jean Antonie Nollet (1700-1770)? Sacerdote, professore di fisica a Parigi, Torino, Bordeaux, Bologna… Fu autore della scoperta del fenomeno dell’endosmosi, e di notevoli ricerche di elettrologia, che lo portarono, fra l’altro, a enunciare una teoria del “fluido elettrico”. Inventò il primo elettroscopio, poi messo a punto da Volta, nel 1747. Fu uno dei primi cultori sistematici della fisica sperimentale in Francia, membro dell’Académie des sciences di Parigi e della Royal Society di Londra. Soprattutto fu uno dei maestri che orientarono verso la chimica il grande Lavoisier.
E gli altri amici e corrispondenti di Volta? La seconda memoria del fisico comasco fu dedicata al sacerdote don Lazzaro Spallanzani, professore a Pavia (che tra le altre cose, per il suo studio del 1793 sul volo dei pipistrelli, grazie al “sesto senso” degli ultrasuoni, è il padre più remoto del radar e dell’ecografia), mentre il primo a venir informato dei suoi studi sull’ “aria infiammabile nativa delle paludi”, cioè il metano, nel 1777, in ben sette lettere, fu il sacerdote Giuseppe Campi, suo amico, un tempo suo insegnante, che aveva tradotto in italiano e pubblicato gli scritti di Benjamin Franklin nel 1774 e che, soprattutto, aveva notato per primo il fenomeno nei canneti sul Lago Maggiore, allertando il Volta stesso. Sempre nel 1777 Volta “riuscì ad effettuare lo sparo della sua pistola comandandolo a distanza, e su questa esperienza progettò una sorta di telegrafo tra Como e Milano”, descritto in una lettera al sacerdote Carlo Barletti, autore di pregevoli studi sull’elettricità, amico del Volta e come lui docente di fisica nell’ateneo di Pavia.
Fu invece a Joseph Priestly, nel 1775, che Volta annunciò la sua prima invenzione, l’elettroforo perpetuo. Priestly era un teologo e pastore protestante, che oltre ad aver isolato l’acido cloridrico e l’ammoniaca, ad aver scoperto un nuovo gas infiammabile, l’ossido di carbonio, e ad aver semplificato le tecniche per la preparazione e conservazione dei gas, aveva pubblicato, nel 1767, un importantissimo trattato sull’elettricità, The history and present state of Electricity.
Chi fu, per concludere, il successore di Volta sulla cattedra di Fisica di Pavia, nel 1804? L’abate barnabita Pietro Configliachi, destinato a divenire rettore dell’intera università nel 1811. L’enciclopedia Treccani ricorda che “il Volta dimostrò la sua amicizia al Configliachi con incoraggiamenti e consigli, collaborando con lui in alcune esperienze e stimandolo tanto da indirizzargli la lettera sulle esperienze da intraprendersi sulle torpedini (Como, 15 luglio 1805), e da permettere che pubblicasse la sua memoria sull’identità del fluido elettrico col fluido galvanico”.
Sarà un altro religioso, questa volta non più operativo a Pavia, l’abate veronese Giuseppe Zamboni, ad inventare, nel 1812, l’elettromotore perpetuo e la pila elettrica a secco (di lunga durata, risolve alcuni difetti delle pile voltiane-nella foto l’elettromotore perpetuo di Zamboni), scoperta che l’autore comunicò per lettera ad Alessandro Volta, e che gli valse la fama in Europa, e la collaborazione con Ampère, Wollaston, Faraday, e Dalton.
Ma cosa pensava Volta in relazione alla fede? Sappiamo con certezza che era un credente esemplare: andava a messa tutti i giorni, recitava il Rosario quotidiano e nei pomeriggi festivi spesso spiegava il catechismo ai fanciulli nella sua chiesa parrocchiale di san Donnino di Como (vi è ancora oggi, nella chiesa, una lapide a ricordarlo).
Il Vanzan ricorda due episodi significativi, entrambi del 1815, «che meglio illustrano non solo la coniugazione di fede e scienza in Volta, ma anche il suo zelo nell’aiutare quanti si trovavano in crisi di fede. Anzitutto c’è l’incontro con Silvio Pellico nella dimora estiva dei conti Porro – Silvio era istitutore dei loro figli –, testimoniato nella lettera del Pellico al Porro (22 settembre 1815), e forse ne seguirono altri (però non documentabili). Da una successiva lirica del Pellico (il carme “Alessandro Volta”, ndr) sappiamo che egli allora era praticamente ateo e che il Volta rispose con tali argomentazioni da mettergli in cuore quel germe di fede che poi maturerà nel carcere dello Spielberg. L’altro episodio riguarda la “professione di fede”, inviata al canonico G. Ciceri di Como (lettera n. 1.703), in cui testualmente scrive: “Ho mancato è vero nelle buone opere di Cristiano Cattolico e mi son fatto reo di molte colpe, ma per grazia speciale di Dio non mi pare d’aver mancato gravemente di fede, e certo sono di non averla mai abbandonata. Se quelle colpe e disordini miei han dato luogo a taluno di sospettare in me anche l’incredulità dichiaro apertamente a lui, e ad ogni altra persona, e son pronto a dichiarare in ogni incontro, ed a qualunque costo, che ho sempre tenuta e tengo per unica vera ed infallibile questa Santa Religione, ringraziando senza fine il buon Dio d’avermi infusa tal fede in cui mi propongo di vivere e morire con ferma speranza di conseguire la vita eterna»[4].
Per concludere non si può non ricordare, almeno en passant, altri tre grandissimi protagonisti di questa storia, dell’elettricità e del magnetismo: Michael Faraday (1791-1867), membro della Sandemanian church (cristiana-protestante), cui si devono le “leggi di Faraday”, l’“effetto di Farady”, la “gabbia di Faraday” ecc.; il francese Andrè Marie Ampère (1775-1836), mentore ed amico di Cauchy, cui è dedicata l’unità di misura “ampére” e Guglielmo Marconi (1874-1937), inventore della radio e premio Nobel per la Fisica nel 1909. Tutti e tre professarono apertamente la loro fede in Dio e in Cristo.
Riguardo al primo, un suo biografo racconta che Faraday era «continuamente invitato ad essere ospite di potenti e nobili, ma egli avrebbe voluto, se possibile, declinare, preferendo visitare la sua povera sorella, assisterla, bere il the con lei e leggere la Bibbia e pregare»[5].
Andrè Marie Ampère, di nobile famiglia francese, ricevette dai genitori una fede cattolica molto solida, che fu messa certamente alla prova, in svariate circostanze, sia dallo spirito dei tempi che da alcuni avvenimenti dolorosi della sua vita, quali la morte della moglie. Tra alti e bassi, però, Ampére si circondò sempre di persone con cui condivideva una prospettiva di fede: rimase infatti per tutta la vita amico e confidente di Claude-Julien Bredin (anatomista, dal 1813 direttore della scuola di veterinaria di Lione), di Pierre-Simon Ballanche (scrittore e filosofo fortemente cristiano e antirivoluzionario, “rivale” di Chateubriand), di Joseph Marie Degérando (o de Gérando, giurista e filosofo di famiglia italiana), e di Jacques Roux-Bordier (botanico).
Il pensiero delle “cose eterne” e la preghiera rimasero elementi costanti della sua vita intellettuale, come testimonia questa lettera da Bourg alla moglie malata (1803): «Le idee su Dio e sull’eternità sono dominanti tra tutte quelle che eccitano la mia immaginazione, ed a seguito di alcuni pensieri e riflessioni assai singolari, i dettagli dei quali sarebbero troppo lunghi da esporre, ho deciso di chiederti i Salmi di François de la Harpe[6] che dovrebbe trovarsi in casa, rilegati – mi sembra – in verde, e un libro delle Ore a tua scelta».
Nel 1804, a Lione, Ampère divenne uno degli animatori della Société Chretiénne, un cenacolo di intellettuali e nobili di cui André-Marie era presidente, l’amico Bredin il segretario e Ballanche uno dei principali animatori. Ciascun membro avrebbe dovuto produrre una relazione sulla vita e sulla dottrina cristiana ed esporla alla discussione degli altri soci: ad Ampère fu assegnato il tema “esposizione sulle prove storiche del Cristianesimo”, argomento che egli affrontò in una lunga perorazione scritta, perduta nel 1884, ma di cui conosciamo il contenuto grazie al riassunto di Valson nel 1886. Lo scritto è diviso in tre parti, aventi lo scopo di dimostrare come la religione cristiana abbia un’effettiva ispirazione divina: prove tratte dall’Antico Testamento, prove tratte dai nemici del Cristianesimo (queste, particolarmente significative secondo l’autore) e prove evidenziate da scrittori e pensatori cristiani. L’operato di questa società, per quanto di breve durata, testimonia dunque uno dei periodi apicali della vicinanza di Ampère alla religione cattolica, corrispondente all’incirca alla sua vita a Lione, vicino agli amici di gioventù e all’ambiente familiare, nonché nel primo periodo dell’impero napoleonico.
Trasferitosi a Parigi nel 1804 Ampére assunse un modo assai meno umile di concepire il proprio ruolo di intellettuale, dando molta più importanza al valore ed alla potenza della mente umana. Così, per lo meno, fu come lo descrisse l’amico lionese Bredin dopo un loro incontro: «è più cambiato di quanto pensassi. L’anno scorso era un cristiano; oggi è solo un uomo di genio, un grande uomo! Cosa può avere disturbato la sua ragione?… Che ne è stato dei sublimi sentimenti che riempivano la sua anima? Vede solo la gloria; è un idolatra della gloria! È pieno di orgoglio, mentre vaglia i misteriosi abissi dell’intelligenza umana». In un’altra lettera, gli scriverà: «Il tuo peggior nemico è la metafisica… Reputo alcune delle idee che hai sul potere di certe capacità mentali assolutamente contrarie alla tua stessa felicità… Credevo che avrei dovuto farti notare in particolar modo che tendi a vedere l’uomo come invincibilmente spinto a questa o quella decisione dalla sua organizzazione, dal suo temperamento etc. Mi sembra che tu prenda per natura originale dell’uomo ciò che è solo una sua dannosa abitudine». Bredin attribuiva alla nuova metafisica secolare di Ampère il suo abbandono del cristianesimo, e lo ammoniva frequentemente nelle sue lettere: da parte sua, lo scienziato gli rispondeva di essere ormai troppo abituato all’uso dell’intelletto per ritornare alla spensierata fede della gioventù. Cionondimeno, questo abbandono della fede provocò molta più disperazione e malinconia che vittoria e liberazione.
Il ritorno alla fede di Ampère fu paradossalmente negli stessi anni (1816/20) in cui l’amico Bredin iniziò a seguire la religiosità mistica di Jacob Böhme (cui fu avvicinato proprio dallo stesso Ampère). Apparentemente, i motivi che lo riportarono alla Chiesa furono gli stessi della relazione scritta nel 1804 a Lione, ossia il prestigio e la vitalità della religione cristiana che, nonostante sia stata per 2000 anni di volta in volta sfidata da infinite sette, permaneva viva e vitale a dimostrazione della sua perfetta comprensione dell’animo umano. Per qualche tempo, a partire dal 1832, Ampère accolse sotto il suo tetto il futuro beato Antoine-Frédéric Ozanam, fondatore delle associazioni di carità cristiana dette Società di san Vincenzo de’ Paoli, mettendogli a disposizione la camera del figlio Jean-Jacques, e introducendolo alla conoscenza di altri intellettuali cattolici parigini, tra i quali Chateaubriand. Secondo quanto narrato nell’Elogio funebre pronunciato da François Arago, celebre astronomo e politico, le ultime parole di Ampère furono mormorate quando, sul letto di morte, s’iniziò a leggere ad alta voce il De imitatione Christi per confortare l’infermo: Ampère confidò agli amici attorno a lui di conoscerne il testo a memoria. Glielo aveva insegnato sin da bambino suo padre. Altri brevi elogi furono pronunciati dall’amico Ballanche e dallo stesso Antoine Ozanam[7].
Quanto infine a Guglielmo Marconi, basti questa testimonianza postuma della figlia Maria Elettra, apparsa su «La Repubblica» del 10 febbraio 2011. Ella ricorda così l’amicizia tra suo padre a il papa Pio XI: «Fu Pio XI in persona a chiedere a mio padre di progettare la radio Vaticana verso la fine degli anni Venti. E mai invito fu accettato con più grande entusiasmo. Mio padre aderì sia come scienziato che come credente». Pio XI, continua la figlia di Marconi, «oltre ad essere un grande pontefice era un uomo di scienza, legato a mio padre da una profonda amicizia. Un Papa moderno che vedeva nella ricerca scientifica e nel progresso doni di Dio che ogni persona illuminata deve mettere a disposizione dell’umanità. Con questi sentimenti il Papa si rivolse a mio padre». Il quale lavorò alla radio Vaticana «per circa due anni con grande emozione, perché anche lui era affascinato dall’idea che la sua radio sarebbe stata un potente mezzo per far arrivare la voce del Papa in tutto il mondo. Una voce, mi ricordò spesso, che parlava di pace, amore e fratellanza». Quando terminò il progetto, Marconi era “emozionatissimo”, «specialmente quando invitò Pio XI a parlare al primo storico microfono da lui ideato e che ora è esposto nella sala di ingresso della Radio Vaticana. Mio padre era veramente felice per la riuscita di quell’impresa. Come pure papa Ratti che ci ha sempre invitato in Vaticano in lunghissime amichevoli udienze che duravano anche 2-3 ore. Io, pur essendo piccolina, ero sempre presente…».
Da:  Scienziati dunque credenti, Cantagalli, II edizione, 2013


[1] C. Mesini, Luigi Galvani, terziario francescano, Vallecchi, Firenze 1938. Si può qui ricordare parte del sonetto scritto dal Galvani in occasione della morte della sua amatissima moglie: «Poiché tu mi lasciasti a pianger solo/Dolce Consorte, e del tuo fral disciolta/ alla Magion del Ciel ten gisti a volo/quai sien miei giorni per pietade ascolta./ Gemo e per volger d’ore non consolo/l’alma, che ho sempre al tuo partir rivolta/e pace ho sol allorchè sfogo il duolo/ quella tomba in baciar, che t’ha raccolta./Non però chieggio al mio penar s’accordi/ fine, ma sol che tu pietosa a Dio/l’offra, onde i falli miei più non ricordi/…».
[2] G. Dioguardi, La scienza come invenzione. Alessandro Volta, Sellerio, Palermo 2000, pp. 36 ss.
[3] http://www.torinoscienza.it/accademia/personaggi/giovanni_
battista_beccaria_19981.
Riguardo all’invenzione del parafulmine, se è vero che alle scoperte di Franklin giovò anche il contributo di padre Beccaria, tanto che spesso si parla di “parafulmine di Franklin e Beccaria”, non mancano i misteri: alcuni storici sostengono infatti che Vàclav Prokop Diviš (1698-1765), sacerdote premostratense ceco, abbia preceduto di sei anni Franklin nell’invenzione del parafulmine, ma che ciò sia rimasto sconosciuto ai più, per il fatto che Diviš era un semplice prete di campagna di un piccolo villaggio della Boemia, e non un uomo pubblico e con molti contatti come Franklin. Altri storici si limitano a scrivere invece, che Franklin e Diviš condividono l’invenzione. Altri ancora invece non concordano sulla precedenza del sacerdote ceco a cui è anche attribuita però l’invenzione del primo strumento musicale elettrico della storia, il così detto Denis d’or.
[4] Enciclopedia cattolica, voce: “Alessandro Volta”; S. Bergia at al., Dizionario Biografico degli Scienziati, Zanichelli, Bologna 1999, pp. 1496-1498; K. A. Kneller, Christianity and the Leaders of Modern Science, A Contribution to the History of Culture during the Nineteenth Century, American Council on Economics and Society, Fraser (Michigan) 1995, pp. 114-118; P. Vanzan, Alessandro Volta: l’uomo, lo scienziato, il credente, in «Civiltà Cattolica», 150 (1999), q. 3577, 13-26. Nel carme Alessandro Volta, Pellico fa dire al grande scienziato: «Sento che puote l’ingegno esser adorno/ di ricco intendimento e di scienza/ della Croce adorando il santo scorno»; ed ancora: «sì che a Natura io lacerassi il velo, sempre d’Iddio vidi innegabil segno», così che «nel Vangel lo sguardo figgo come ne’ cieli ed in lui sento tutto il poter di verità gagliardo».
[5] J. Kendall, Michael Faraday: Man of Simplicity, Faber and Faber, London 1955, p. 171.

[6]  Per tutta la vita un fervente rivoluzionario e amico personale di Voltaire, a seguito di 4 mesi di prigionia nelle prigioni del Luxembourg (1894) Jean-François de la Harpe (1739-1803) mutò completamente campo, diventando fervente conservatore e attaccando violentemente gli enciclopedisti e i rivoluzionari (tanto che, quando la Rivoluzione ebbe vinto, la cosa gli costò la pubblica proscrizione). La sua versione dei Salmi (1797) fu la prima opera data alle stampe dopo il periodo di prigionia.
[7] J. R. Hoffmann, Andre-Marie Ampère, Cambridge University Press, Cambridge 1996.

Martire” della genetica

“Martire” della genetica

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di Andrea Bartelloni*
« Noi andremo al rogo, moriremo bruciati, ma non rinunceremo mai alle nostre convinzioni». Profetiche parole quelle pronunciate nel 1939 dal più grande genetista russo, Nikolaj Ivanovic Vavilov (1887-1943), botanico che ebbe la sorte di entrare in contrasto col più influente Trifin Denisovic Lysenko (1898-1976). Quest’ultimo, che Vavilov aveva inizialmente appoggiato, faceva coincidere gli obbiettivi della scienza con quelli generali della società, e solo ciò che serviva alla rivoluzione era degno di ogni sforzo scientifico. Con queste parole Italo Calvino, sull’Unità del 31 dicembre 1948, elogiava la figura e l’opera di Lysenko e descriveva il dibattito in corso all’epoca, contrapponendo la scienza proletaria a quella borghese. Le teorie di Lysenko promettevano risultati rapidi contrapposti a quelli di Vavilov che seguiva le teorie di Mendel considerate idealiste e che seguiva rigorosi protocolli con accurati test. Ma proprio le teorie “idealiste” di Vavilov si dimostrarono essere le più praticabili a fronte di quelle di Lysenko, fantasiose e disastrose per l’agricoltura sovietica.
«E’ almeno strano il rifiutare Mendel dopo quarant’anni di prove – scriveva Vavilov-. È particolarmente strano per me da quando i miei lavori mi hanno obbligato ad essere ben consapevole della storia della genetica. Ho avuto l’opportunità di studiare a lungo in Inghilterra dove ho osservato le lotte che hanno accompagnato l’affermarsi delle teorie di Mendel».
Ma gli scienziati che non si piegavano alla volontà del partito e che non utilizzavano la scienza a fini ideologici, venivano allontanati o arrestati e condannati a morte. C’era sempre qualcuno pronto a rimpiazzarli piegando le teorie scientifiche alle premesse ideologiche marxiste.
Vavilov fu accusato assieme ad altri, di seguire le idee della genetica classica mendeliana in contrasto con la dottrina Stalin-Lisenko e arrestato il 6 agosto 1940 con l’accusa di spionaggio.

Dopo estenuanti interrogatori si dichiarò colpevole di tutto meno che di spionaggio. La condanna a morte fu attesa, secondo quanto racconta A. Solzenicyn nel primo volume di Arcipelago Gulag (pag. 448), in una cella sotterranea priva di finestre e venne commutata, anche grazie a pressioni internazionali, in venti anni di carcere. Vavilov, ormai incapace di camminare, di li a poco morì di fame nel carcere di Saratov. Fu sepolto in una fossa comune e il suo nome rimosso dai Membri dell’Accademia Sovietica delle Scienze nel 1945. Assieme a lui altri scienziati respingevano le folli tesi di Lysenko e subirono trattamenti simili: Solomon Levit (1894-1943), direttore dell’Istituto Medicogenetico, Nikolai Tulajkov(1873-1937), direttore dell’Istituto dei cereali, Georgiј Dmitrievič Karpečenko (1899-1941), Nikolaj Vladimirovič Timofeev-Resovskij (1900-1981). Le teorie scientifiche piegate all’ideologia portarono a disastri specialmente in campo agricolo e furono causa e concausa di carestie e di milioni di morti ormai ben documentati.
Vavilov può essere considerato a tutti gli effetti il primo martire della genetica (James F. Crowe, N.I. Vavilov, Martyr of genetic truth, Genetics 134: 1-4, Maggio 1993), il suo nome fu riabilitato grazie agli sforzi della moglie, E. I. Barulina. Assieme al figlio Yury soffrì le privazioni per essere la moglie di un “nemico pubblico”, ma, dopo la morte di Stalin, si adoperò anche per la pubblicazione di alcune sue opere fondamentali. Barulina morì a Mosca nel 1957 e il loro figlio, laureato in Fisica e Matematica vive a Mosca.

*Andrea Bartelloni è co-autore di Scienziati in tonaca e collaboratore dei Mendel day, che inziano il 7 febbraio e vanno avanti tutto marzo, in varie città d’Italia:

lunedì 3 febbraio 2014

educare le nuove generazioni al valore della sconfitta

  educare le nuove generazioni al valore della sconfitta.
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 Penso che sia necessario educare le nuove generazioni al valore della sconfitta. Alla sua gestione. All'umanità che ne scaturisce. A costruire un'identità capace di avvertire una comunanza di destino, dove si può fallire e ricominciare senza che il valore e la dignità ne siano intaccati. A non divenire uno sgomitatore sociale, a non passare sul corpo degli altri per arrivare primo.
In questo mondo di vincitori volgari e disonesti, di prevaricatori falsi e opportunisti, della gente che conta, che occupa il potere, che scippa il presente, figuriamoci il futuro, a tutti i nevrotici del successo, dell'apparire, del diventare.... A questa antropologia del vincente preferisco di gran lunga chi perde. E' un esercizio che mi riesce bene. E mi riconcilia con il mio sacro poco.
Ma io sono un uomo che preferisce perdere piuttosto che vincere con modi sleali e spietati. Grave colpa da parte mia, lo so! E il bello è che ho la sfacciataggine di difendere tale colpa, di considerarla quasi una virtù. (Pier Paolo Pasolini)

(Suoni Ribelli) - rita -
della sconfitta.
Alla sua gestione. All'umanità che ne scaturisce. A costruire un'identità capace di avvertire una comunanza di destino, dove si può fallire e ricominciare senza che il valore e la dignità ne siano intaccati. A non divenire uno sgomitatore sociale, a non passare sul corpo degli altri per arrivare primo. In questo mondo di vincitori volgari e disonesti, di prevaricatori falsi e opportunisti, della gente che conta, che occupa il potere, che scippa il presente, figuriamoci il futuro, a tutti i nevrotici del successo, dell'apparire, del diventare.... A questa antropologia del vincente preferisco di gran lunga chi perde. E' un esercizio che mi riesce bene. E mi riconcilia con il mio sacro poco. Ma io sono un uomo che preferisce perdere piuttosto che vincere con modi sleali e spietati. Grave colpa da parte mia, lo so! E il bello è che ho la sfacciataggine di difendere tale colpa, di considerarla quasi una virtù. (Pier Paolo Pasolini) (Suoni Ribelli) -

L'attenzione è la forma più rara e più pura della generosità.

L'attenzione è la forma più rara e più pura della generosità
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L'attenzione è la forma più rara e più pura della generosità.A pochissimi spiriti è dato scoprire che le cose e gli esseri esistono. [...] E' questo, ai miei occhi, l'unico fondamento legittimo di ogni morale; le cattive azioni sono quelle che velano la realtà delle cose e degli esseri oppure quelle che assolutamente non commetteremmo mai se sapessimo che le cose e gli esseri esistono. Reciprocamente, la piena cognizione che le cose e gli esseri sono reali implica la perfezione. 
 SIMONE WEIL, Lettera a Joë Bousquet del 13 Aprile 1942

domenica 2 febbraio 2014

I martiri dei nostri peccati

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE
I martiri dei nostri peccati
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Venerdì, 31 gennaio 2014

(da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIV, n.025, Sab. 01/02/2014)

Liberarsi dal pericolo di essere cristiani «troppo sicuri», di perdere il «senso del peccato», restando irretiti da «una visione antropologica superpotente» e mondana capace di portare l’uomo a ritenere di poter fare tutto da solo. È questa l’esortazione di Papa Francesco che — nella messa di venerdì mattina 31 gennaio nella cappella della Casa Santa Marta — ha fatto riferimento all’episodio biblico della tentazione di Davide che invaghito di Betsabea, moglie del suo fedele soldato Urìa, la prende con sé e invia il marito in battaglia provocandone così la morte. La perdita del senso del peccato, ha detto il Pontefice, è il segno di come venga sminuito il significato del regno di Dio. Fa dimenticare che la salvezza viene da lui «e non dalle astuzie» degli uomini.
Prendendo spunto dalla liturgia del giorno, il Papa ha così centrato la sua omelia sul regno di Dio. Il passo di Marco (4, 26-34), ha detto il Pontefice, «ci parla del regno di Dio», di come cresce. In realtà, si legge nel Vangelo, «non lo sa neppure il seminatore» come questo avvenga. Ma in un altro passo, ha poi spiegato, Gesù dice che è proprio Dio a far crescere il suo regno in noi. «E questa crescita — ha precisato — è un dono di Dio che dobbiamo chiedere». E lo chiediamo ogni giorno quando recitiamo «il Padre nostro: venga il tuo regno!». Un’invocazione, ha notato, che «vuol dire: cresca il tuo regno dentro di noi, nella società. Cresca il regno di Dio!».
Ma «così come cresce — ha ammonito — il regno di Dio può anche diminuire». Ed è «di questo che ci parla la prima lettura», tratta dal secondo libro di Samuele (11, 1-4a.5-10a.13-17), il racconto della tentazione di Davide. Per spiegare il brano Papa Francesco si è ricollegato alle letture del giorno precedente, in particolare alla «bella preghiera di Davide al Signore: la preghiera per il suo popolo». È «il re che prega per il suo popolo, è la preghiera di un santo». Ma «l’anno successivo», ha evidenziato, «succede quello che abbiamo sentito» nel secondo libro di Samuele: la tentazione di Davide, appunto. Ed è ciò che sconvolge un regno tutto sommato tranquillo, nonostante piccole guerre per il controllo dei confini. Anche «Davide è tranquillo», fa «una vita normale». Ma un giorno «dopo pranzo fa la siesta; poi si alza, va a passeggiare e gli viene una tentazione. E Davide cade nella tentazione» vedendo Betsabea, la moglie di Urìa.
«A tutti noi — ha commentato il Papa — può accadere questa cosa» perché «tutti siamo peccatori e tutti siamo tentati. E la tentazione è il pane nostro di ogni giorno». Tanto che, ha notato, «se qualcuno di noi dicesse: io mai ho avuto tentazioni», la risposta giusta sarebbe: «o sei un cherubino o sei un po’ scemo!». Infatti «è normale nella vita la lotta: il diavolo non sta tranquillo e vuole la sua vittoria».
In realtà «il problema più grave in questo brano — ha precisato — non è tanto la tentazione o il peccato contro il nono comandamento; è come agisce Davide». Infatti egli in questo frangente perde la consapevolezza del peccato e parla semplicemente di «un problema» da risolvere. E questo suo atteggiamento «è un segno», perché «quando il regno di Dio diminuisce, uno dei segni è che si perde il senso del peccato». Davide, ha spiegato il Papa, commette «un grosso peccato», eppure «non lo sente» tale. Per lui è solo un «problema». Perciò «non gli viene in mente di chiedere perdono». Si preoccupa solo di risolvere il problema — dopo il suo rapporto con Betsabea la donna resta incinta — e si chiede: «Come copro l’adulterio?».
Così mette in atto una strategia e la porta avanti in modo tale da far pensare ad Urìa che il bimbo che sua moglie porta nel grembo sia effettivamente suo figlio. Urìa, ha spiegato ancora il Pontefice, «era un bravo israelita, pensava ai suoi compagni e non voleva fare festa mentre l’esercito di Israele lottava». Ma Davide, dopo aver provato inutilmente a convincerlo «con il banchetto, con il vino», da «uomo deciso, uomo di governo, prende la decisione» e scrive una lettera a Iaob, il capitano dell’esercito, ordinandogli di mandare Urìa nel posto più difficile della battaglia in modo da farlo morire. «E così è accaduto. Urìa cade. E cade perché è messo proprio lì perché cadesse»: si tratta di «un omicidio».
Eppure «quando il re Davide conosce com’è finita la storia, rimane tranquillo e continua la sua vita». La ragione? Davide «aveva perso il senso del peccato e in quel momento il regno di Dio cominciava a calare» dal suo orizzonte. Lo dimostra il fatto che Davide non fa «riferimento a Dio», non dice: «Signore, guarda cosa ho fatto: come facciamo?». In lui invece prende il sopravvento «questa visione antropologica superpotente: io posso tutto!». È l’atteggiamento della «mondanità».
Lo stesso, ha detto il Pontefice, «può succedere a noi quando perdiamo il senso del regno di Dio e conseguentemente il senso del peccato». E in proposito ha ricordato le parole di Pio XII, che ha indicato proprio nell’«aver perso il senso del peccato il male di questa civilizzazione: tutto si può, tutto risolviamo noi! La potenza dell’uomo al posto della gloria di Dio!».
Un modo di pensare questo, ha notato il Papa, che «è il pane di ogni giorno». Di qui la nostra «preghiera di tutti i giorni a Dio: Venga il tuo regno! Cresca il tuo regno!». Perché «la salvezza non verrà dalle nostre furbizie, dalle nostre astuzie, dalla nostra intelligenza nel fare gli affari». No, «la salvezza verrà per la grazia di Dio e dall’allenamento quotidiano che noi facciamo di questa grazia», cioè «la vita cristiana».
Papa Francesco ha poi elencato «i tanti personaggi» nominati nel brano biblico: Davide, Betsabea, Ioab ma anche «i cortigiani» che erano tutti intorno a Davide e «sapevano tutto: un vero scandalo ma non si scandalizzavano», perché anche loro avevano «perso il senso del peccato». E poi c’è «il povero Urìa che paga il conto del banchetto».
Proprio la figura di Urìa ha suscita la riflessione conclusiva del Santo Padre: «Io vi confesso che quando vedo queste ingiustizie, questa superbia umana» o «quando avverto il pericolo, che io stesso» posso rischiare, «di perdere il senso del peccato — ha ammesso — penso che fa bene pensare ai tanti Urìa della storia, ai tanti Urìa che anche oggi soffrono la nostra mediocrità cristiana». Una mediocrità che prevale quando «perdiamo il senso del peccato e lasciamo che il regno di Dio cada».
Le persone come Urìa, ha detto, «sono i martiri non riconosciuti dei nostri peccati». Così, ha aggiunto il Pontefice, «ci farà bene oggi pregare per noi, perché il Signore ci dia sempre la grazia di non perdere il senso del peccato e perché il regno non cali in noi». E ha concluso invitando «anche a portare un fiore spirituale alla tomba di questi Urìa contemporanei, che pagano il conto del banchetto dei sicuri, di quei cristiani che si sentono sicuri. E che, senza volerlo, o volendolo, fanno gli omicidi del prossimo».

I NUOVI INQUISITORI CONTRO RATZINGER. RICOMINCIA L’AUTODEMOLIZIONE DELLA CHIESA

I NUOVI INQUISITORI CONTRO RATZINGER. RICOMINCIA L’AUTODEMOLIZIONE DELLA CHIESA

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26 gennaio 2014 / In News
Ci sono stati grandi papi il cui pontificato è stato praticamente affossato dagli errori degli ecclesiastici del loro entourage. Anche per papa Francesco si presenta questo rischio.
Sconcertano infatti episodi, decisioni e “sparate” di alcuni prelati, penso al cardinale Maradiaga e al cardinale Braz de Aviz, che si sentono così potenti in Vaticano da usare il bastone sia contro il Prefetto dell’ex S. Uffizio Müller, sia contro i “Francescani dell’Immacolata”.

CONTRO BENEDETTO

I bersagli delle loro “randellate” (assestate ovviamente in nome della misericordia) sono coloro che, a diverso titolo, vengono individuati come paladini dell’ortodossia cattolica e che hanno avuto a che fare con papa Benedetto XVI.
Il vero bersaglio infatti sembra proprio lui, “reo” di tante cose, dalla storica condanna della teologia della liberazione, alla difesa della retta dottrina, al Motu proprio sulla liturgia.
Il cardinale Oscar Maradiaga è arcivescovo di Tegucigalpa, in Honduras, diocesi in decadenza. Ma il prelato, che gira per i palcoscenici mediatici del mondo, nei giorni scorsi ha fatto clamore per una sua intervista a un giornale tedesco dove – fra corbellerie new age e banalità terzomondiste – ha attaccato pubblicamente il Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, Müller, a cui il papa ha appena dato la porpora cardinalizia. Un fatto clamoroso, anche perché Maradiaga è il capo della commissione che dovrebbe riformare la Curia.
Cosa era accaduto? Müller, chiamato a quell’incarico da Benedetto XVI e confermato da Francesco, nei mesi scorsi aveva ribadito che – pur cercando nuove vie pastorali (già indicate anche da Benedetto XVI) – il prossimo sinodo sulla famiglia non può sovvertire, con “un falso richiamo alla misericordia”, la legge di Dio sulla famiglia uomo-donna, affermata da Gesù nel Vangelo e sempre insegnata dalla Chiesa.

MARADIAGA SHOW

Müller, che era già stato attaccato personalmente da Hans Küng, è stato liquidato da Maradiaga con queste parole: “è un tedesco e per giunta un professore di teologia tedesco. Nella sua mentalità c’è solo il vero e il falso. Basta. Io però rispondo: fratello mio, il mondo non è così, tu dovresti essere un po’ flessibile”.
Parole che hanno scandalizzato molti fedeli. Anzitutto perché l’accenno polemico al “professore di teologia tedesco” fa pensare inevitabilmente che il bersaglio fosse Benedetto XVI, che chiamò Müller a quell’incarico.
Poi perché è del tutto irrituale un attacco pubblico fra cardinali, come se Müller fosse lì a sostenere una sua teologia personale e non l’insegnamento costante della Chiesa e di tutti i papi.
Infine Maradiaga – secondo cui sarebbe sbagliato vagliare la realtà in termini di vero e di falso – dimentica che Gesù Cristo nel Vangelo dette questo preciso comandamento: “il vostro parlare sia sì (se è) sì e no (se è) no. Il di più viene dal Maligno” (Mt 5,37).
Maradiaga preferisce quel “di più” all’annuncio della Verità? Sui temi della famiglia, su cui c’è un’offensiva ideologica simile a quella marxista degli anni Settanta, diversi ecclesiastici sono pronti – proprio come allora – a calare le braghe.
E lo fanno anche con i sofismi di Maradiaga, il quale dice che le parole di Gesù sul matrimonio sono vincolanti, sì, “però si possono interpretare” e siccome oggi ci sono tante nuove situazioni di convivenza occorrono “risposte che non possono più fondarsi sull’autoritarismo e il moralismo”.
Questa frase da sola liquida tutto il Magistero della Chiesa: evidentemente per Maradiaga era autoritario e moralista anche Gesù, che si espresse con tanta nettezza.
Ma che significa chiedere “più cura pastorale che dottrina”? Ogni grande pastore, da S. Ambrogio a S. Carlo, da don Bosco a padre Pio, è stato un paladino della dottrina.
Maradiaga dice che occorrono sulla famiglia “risposte adatte al mondo di oggi”. Sono frasi vuote e allusive che alimentano confusione e dubbi.
E’ il tipico modo, che oggi dilaga nella Chiesa, di sollevare domande senza fornire risposte.
A tal proposito san Tommaso d’Aquino si espresse così: “Ebbene costoro sono falsi profeti , o falsi dottori, in quanto sollevare un dubbio e non risolverlo è lo stesso che concederlo” (Sermone “Attendite a falsis  prophetis”).
Oggi c’è chi, nella Chiesa, alle parole di Gesù riportate nel Vangelo preferisce il famoso questionario relativo al Sinodo, che è stato mandato a tutte le diocesi del mondo e viene presentato da taluno come un sondaggio, come se la Verità rivelata dovesse essere sostituita dalle più diverse opinioni.


AUTODEMOLIZIONE

Anche questo ci riporta agli anni Settanta, quando Paolo VI denunciava allarmato:
“Così la verità cristiana subisce oggi scosse e crisi paurose. Insofferenti dell’insegnamento del magistero (…) v’è chi cerca una fede facile vuotandola, la fede integra e vera, di quelle verità, che non sembrano accettabili dalla mentalità moderna, e scegliendo a proprio talento una qualche verità ritenuta ammissibile; altri cerca una fede nuova, specialmente circa la Chiesa, tentando di conformarla alle idee della sociologia moderna e della storia profana”.
E’ come spazzar via di colpo i pontificati di Paolo VI, di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI per tornare ai cupi anni Settanta, all’autodemolizione della Chiesa (come la definì Paolo VI).
Non è un rinnovamento, ma il ritorno del vecchio più rovinoso.

LA VERGOGNA

Un altro episodio di autodemolizione della Chiesa è la persecuzione dei “Francescani dell’Immacolata”, una delle famiglie religiose più ortodosse, più vive (piene di vocazioni), più ascetiche e missionarie.
Ma alla quale – come ho già scritto su queste colonne – non è stata perdonata la zelante fedeltà a Benedetto XVI, a cominciare dal suo Motu proprio sulla liturgia.
Il rovesciamento delle parti è clamoroso. Infatti sul banco degli accusati ci sono dei cattolici ubbidienti e nella parte dell’inquisitore c’è il cardinale brasiliano João Braz de Aviz che, in una lunga intervista, ha avuto nostalgiche parole di elogio per la disastrosa stagione della Teologia della liberazione, fregandosene della condanna di Ratzinger e Giovanni Paolo II.
Braz de Aviz confessò tranquillamente che – in quegli anni – era pronto anche a lasciare il seminario per quelle idee sociali. Però ha fatto carriera. Oggi è a capo della Congregazione per i religiosi, lui che non è nemmeno un religioso.
Il prelato, che si proclama molto amico della Comunità di S. Egidio, ha una strana idea del dialogo che – per lui – vale verso tutti, meno che verso i cattolici più fedeli al Magistero.
Quando era arcivescovo di Brasilia partecipò tranquillamente fra i relatori a un convegno del “Forum Espiritual Mondial” con l’ex frate Leonardo Boff, leader della Tdl, Nestor Masotti, presidente della Federazione Spiritista Brasiliana, Ricardo Lindemann, presidente della Società Teosofica in Brasile e Hélio Pereira Leite, Gran Maestro del Grande Oriente.
Appena arrivato a capo della Congregazione per i religiosi ha subito iniziato il dialogo con le “vivaci” Congregazioni religiose femminili degli Stati Uniti che tanto filo da torcere dettero a Benedetto XVI.
Braz ha fatto una specie di critica alla Santa Sede: “abbiamo ricominciato ad ascoltare… Senza condanne preventive”.
Invece i “Francescani dell’Immacolata”, che non hanno mai dato alcun problema, non sono mai stati da lui chiamati e ascoltati. La condanna preventiva contro di loro c’è stata e pesante.
Curioso, no? Giorni fa “Vatican Insider” titolava: “In Italia ci sono sempre meno frati e suore”. Credete che Braz de Aviz si preoccupi di questo? Nient’affatto. Pensa a punire uno dei pochi ordini le cui vocazioni aumentano.
Sul primo numero di “Jesus” del 2014 si fa un monumento a Vito Mancuso, noto per negare “circa una dozzina di dogmi” (come scrisse “La Civiltà cattolica”). Ma state certi che nessuno farà obiezione ai paolini.
Invece vengono repressi i “Francescani dell’Immacolata” per averli difesi i dogmi della Chiesa. L’autodemolizione è ripresa con forza.

Antonio Socci

Da “Libero”, 26 gennaio 2014

Adulto è il participio passato del verbo adolescere, colui che ha finito di crescere


Adulto è il participio passato del verbo adolescere, colui che ha finito di crescere

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E poi penso che è inutile spiegare. Ma sì.  Perché quello che vi racconto oggi, non è questo che sembra… No, sembra che sto parlando di politica, di rugby. Invece io sto parlando di giovinezza, sto parlando di adolescenti, di ragazzi che avevano fretta di diventare adulti.
Adulto è il participio passato del verbo adolescere, colui che ha finito di crescere. Io oggi conosco più adulteri che adulti, adulteri a se stessi ovviamente.
Quella che stasera vi racconterò è la storia di un gruppo di ragazzi che avevano fretta di entrare in un mondo adulto che è diventato vecchio senza essere adulto. Il mio, il nostro paese, oggi è questo. È il più vecchio del pianeta e lo guardiamo senza nemmeno accorgerci di quello che abbiamo sotto gli occhi. Abbiamo sì sotto gli occhi il cambiamento del paesaggio, ma addosso a noi non lo leggiamo, perché? Perché noi non possiamo sentirci vecchi.
Secondo gli italiani si diventa vecchi a ottantatre anni. Siccome l’attesa di vita è ottantuno, secondo gli italiani si diventa vecchi dopo morti!
Io vorrei chiedere ai miei coetanei per primi, di fare outing: dichiaratevi adulti. Rinunciate a quell’idea di giovinezza che ci viene venduta quotidianamente, perché c’è una confusione genetica mostruosa.
Adulto è colui che si è giocato delle possibilità e deve vivere con quello che ha: il resto si è seccato. Quello che sei in potenza da giovane, non ce l’hai dopo. Se non capisci questo, se impedisci a chi viene dopo di sorpassarti perché tu, cullato dal sogno di questa eterna giovinezza, rubi costantemente tutto ciò che viene prodotto da chi viene dopo di te, indossandolo in vario modo attorno a te, tu stai creando un blocco mostruoso, che ci impedisce di leggere la realtà.
Dichiaratevi adulti, prendetevi delle responsabilità.
Che cos’hanno in comune il rugby e la politica? Sono mondi adulti: dovrebbero, dovrebbero darti dei principi, delle regole che durano, con cui cresci. È per questo che queste due cose le ho messe insieme, per questo mi piace raccontarvele.
Raccontare - tranquilli! - una commedia. Sì, sì parlo di anni difficili, ma voglio fare una commedia. Ma avrà un percorso duro, secco, come il fango che è diventato polvere. Duro, secco, come il filo di pensieri da cui devo partire.

Etty Hillesum, la donna che perdonò Dio

Etty Hillesum, la donna che perdonò Dio

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14/01/2014  Nel centenario della nascita, un ricordo della scrittrice che scoprì nell'interiorità la potenza invincibile dell'amore e che morì ad Auschwitz.

Il 15 gennaio del 1914 nasceva Etty Hillesum, la scrittrice olandese di origini ebraiche morta ad Auschwitz il 30 novembre del 1943. La pubblicazione, da parte di Adelphi, dell'edizione integrale prima del Diario e ora delle Lettere ci permette di conoscere da vicino la vita e il pensiero di questa straordinaria donna, che, quanto più la realtà intorno a lei si faceva orribile e insostenibile, tanto più seppe immergersi nella sua interiorità, scoprendone le profondità e le ricchezze ineusaribili e traendone la forza per amare chiunque incontrava.
L'incalzare della storia e della persecuzione nazista la distolsero progressivamente dai suoi amati studi, la letteratura russa e Rilke su tutti, portandola a scegliere in libertà di operare a Westerbork, il centro dove i tedeschi raccoglievano gli ebrei prima di mandarli a morire ad Auschwitz. Lei stessa, il 7 settembre del 1943, fu caricata su un convoglio diretto al lager insieme al padre, alla madre e al fratello Mischa.

Non esiste modo migliore di ricordarla, nel centenario della nascita, che leggere e meditare la sua storia, ben tramandata nei due volumi citati. È quello che vogliamo fare in questo spazio, lasciandole la parola. Ascoltiamo la sua voce, tratta dalle Lettere (Adelphi), immaginandola mentre si aggira per il campo di Westerbork a consolare e incoraggiare, senza che il sorriso si spegnesse mai sulle sue labbra.

«Arrabbiarsi ed essere scontenti non è produttivo; soffrire davvero per qualcosa è produttivo, e precisamente perché nella scontentezza, nell'arrabbiarsi c'è una passività  attiva, mentre nella sofferenza c'è un'attività passiva».
«Questo momento storico, così come lo stiamo vivendo adesso, io ho la forza di sostenerlo, di portarlo tutto sulle mie spalle senza crollare soto il suo peso, e posso perfino perdonare Dio, che le cose vadano come devono andare. Il fatto è che  si ha tanto amore in sé, da riuscire a perdonare Dio!!!».
«Io credo che dalla vita si possa ricavare qualcosa di positivo in tutte le circostanze, ma che si abbia il diritto di affermarlo solo se personalmente non si sfugge alle circostanze peggiori. Spesso penso che dovremmo caricarci il nostro zaino sulle spalle e salire su un treno di deportati».

«Se noi dai campi di prigionia, ovunque siano nel mondo, salveremo i nostri corpi e basta, sarà troppo poco. Non si tratta infatti di conservare questa vita a ogni costo, ma di come la si conserva. A volte penso che ogni nuova situazione, buona o cattiva, possa arricchire l'uomo di nuove prospettive».
«Ma la ribellione che nasce solo quando la miseria comincia a toccarci personalmente non è vera ribellione, e non potrà mai dare buoni frutti. E assenza di odio non significa di per sé assenza di un elementare sdegno morale. So che chi odia ha fondati motivi per farlo. Ma perché dovremmo sempre scegliere la strada più facile e a buon mercato? Laggiù ho potuto toccare con mano come ogni atomo di odio che si aggiunge al mondo lo renda ancora più inospitale».
«La gente si smarrisce dietro ai mille piccoli dettagli che qui ti vengono quotidianamente addosso, e in questi dettagli si perde e annega. Così non tiene d'occhio le grandi linee, smarrisce la rotta e trova la vita assurda. (...) E malgrado tutto si approda sempre alla stessa conclusione: la vita è pur buona, non sarà colpa di Dio se a volte tutto va così storto, ma la colpa è nostra. Questa è la mia convinzione, anche ora, anche se sarò spedita in Polonia con l'intera famiglia».

«A ogni nuovo crimine o orrore dovremmo opporre un frammento di amore e di bontà che bisognerà conquistare in noi stessi. Possiamo soffrire ma non dobbiamo soccombere. E se sopravviveremo indenni a questo tempo, corpo e anima ma soprattutto anima, senza amarezza, senza odio, allora avremo anche il diritto di dire la nostra a guerra finita. Forse sono una donna ambiziosa, ma anch'io vorrei dire una parolina».

sabato 1 febbraio 2014

Io giaccio con la verginità

Il discorso che Don Trento ha tenuto a al Meeting di Rimini il 28 agosto 2008

Io giaccio con la verginità

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Un bambino fuggito verso Gesù, travolto dal ’68, toccato dall’amore e graziato dalla depressione. Giussani ne ha fatto lo sposo della purezza e il padre degli ultimi

Missionario della Fraternità sacerdotale San Carlo Borromeo in Paraguay dal 1989, don Aldo Trento ha sessantadue anni. Bellunese, parroco della chiesa di San Rafael ad Asunción, dal 2004 è responsabile della clinica per malati terminali intitolata a san Riccardo Pampuri. In questo luogo arrivano pazienti in fin di vita, malati di cancro o di Aids, e persone abbandonate a loro stesse, che non hanno più nessuno in grado di accudirle. Il 2 giugno di quest’anno il presidente della Repubblica italiana gli ha conferito il titolo di Cavaliere dell’Ordine della Stella della solidarietà. Il testo qui pubblicato è il discorso tenuto al Meeting di Rimini giovedì 28 agosto all’interno del ciclo di incontri intitolati: “Si può vivere così”.
"Corazón maldito por què palpitas?”, “Cuore maledetto perché batti?”, dice Violeta Parra. E poi: “Gracias alla vida che m’ha dato tanto”. E poco tempo dopo si toglie la vita. Perché incomincio così? Perché vorrei riprendere qui quello che mi ha commosso molti anni fa quando Giussani ha detto: “Vi auguro di non essere mai tranquilli”.
Luglio 2008, sono lì con i bebè (che cura nella sua casa in Paraguay e lo chiamano “papà”, ndr) a cui sto dando il biberon. Torna Cristina, la mamma che mi aiuta coi bambini piccoli malati di Aids o violentati, tornano con le pagelle, li metto in girotondo, leggo le pagelle. Lì si va dall’uno al cinque. Uno, uno, uno, uno, tutti uno. Sorrido e gli dico: “Assomigliate a vostro padre che ha sempre avuto problemi di scuola e di risultati, era buono a nulla. ‘Placido si chiamava’ e spera di diventare Santo. Però c’è un motivo che mi fa contento. Perché nella vita la cosa difficile non è passare da uno a cinque, ma da zero a uno, e voi da febbraio a luglio siete passati da zero a uno”. Poi ho spiegato alla mamma cosa volevo dire. Bene, io sono questo ragazzino di sessantadue anni che forse è arrivato a due, per pura grazia divina. Per questo più che parlarvi delle opere, ho scritto in omaggio a Giussani, perché io vivo di lui: è lui, è Dio, è lui dietro tutto quello che potete vedere o leggere.

“Padre Aldo – mi disse Giussani – ho deciso, adesso che stai diventando un uomo, di mandarti in Paraguay”. “Ma come, mio fratello mi ha detto che sarebbe meglio che mi ricoverassi al reparto per esauriti mentali a Feltre, vista la grande depressione che sto vivendo, una malattia inattesa che mi ha tolto la voglia di vivere, che mi ha portato d’improvviso a perdere il gusto della vita, mi ha reso difficile ma non impossibile il nesso con la realtà e, tu, mi vuoi mandare in missione?”. Giussani mi guardò come quella volta che Gesù fissò con tenerezza il giovane ricco, Zaccheo, la Maddalena, Matteo e mi disse: “Ebbene, io ti mando in missione perché solo adesso mi sento sicuro di te. Parti. Ti faranno il biglietto e io ti accompagnerò a Linate con lei e i suoi tre bambini”. Era il maggio del 1989, a Riva del Garda. Ma cosa era successo prima, perché mi accadesse tutto questo? Perché il Giuss mi prendesse per mano e mi dicesse quelle parole? A sette anni la chiamata chiara ad essere tutto di Gesù. Cinquant’anni fa, il 28 luglio 1958, abbandonai la mia famiglia alla quale non chiesi il permesso, semplicemente la posi al corrente della decisione e in autostop fermai un trattore che mi portò in seminario. Mia madre mi guardava sbalordita e incredula dalla finestra e piangeva, e io: “Mamma verrai a trovarmi?”, ed il trattore si avviò lentamente verso un destino in cui era chiara una sola cosa in me, dentro la mia irrequietezza: Gesù mi voleva tutto, tutto per sé.
Molti anni più tardi compresi che tutto questo si chiamava verginità, che è la bellezza, lo stupore, la capacità di commuoversi di fronte alla realtà, paternità, pienezza affettiva. Il seminario: anni difficili, belli e rabbiosi. Finalmente, nel pieno della contestazione del ’68, nel ’71 mi ordinano sacerdote. Dubitavo che mi ammettessero. Ero totalmente di Cristo, ma l’insoddisfazione e il desiderio di un mondo nuovo, l’irrequietezza per un vuoto esistenzialmente e socialmente poco interessante, mi portò a simpatizzare per Potere Operaio. L’ideologia piano piano cercava di riempire quel vuoto, ma il male di vivere già faceva capolino dentro le fibre del mio cuore e si manifestava in ribellione. Così mi spedirono a Salerno, fra i figli dei carcerati, per vedere se entravo nell’ordine, nel politicamente corretto, diremmo oggi. Lì un giorno quattro ragazzini di Battipaglia, come un fulmine, cambiarono la mia vita. Prima avevo partecipato a organizzare uno sciopero contro l’imperialismo del Vietnam e insegnavo la teoria di Paulo Freire invece di religione. Quei ragazzi mi dissero: “Professore non è così che lei cambia il mondo, il mondo cambia se cambia lei, e lei cambia se si lascia amare da Gesù”. Sconvolto da quel momento, una possibilità di vita nuova apparì nell’orizzonte della mia vita: potevo prendere sul serio la mia umanità senza paura, senza censurare niente. Le cose però precipitarono e i miei superiori mi spedirono al nord, vicino a mia madre, per vedere un possibile miracolo nella mia vita. Così mi stabilii a Feltre, in provincia di Belluno. Tutto continuava in una guerra interiore tra l’ideologia e il vuoto esistenziale, la domanda sul perché della vita e una aridità affettiva terribile, perché si era pietrificato il cuore. Si diceva (e l’avevo imparato a memoria): “Il privato non esiste, ciò che conta è il politico”. Due anni durissimi dove solo quella scintilla accesa a Salerno mi dava una fragile speranza.
Però la disperazione cresceva e fu così che un giorno un amico mi invitò ad un’assemblea a Padova con don Giussani. Sul palco, ricordo come adesso, ad un certo momento salì una giovane bella donna, vedova con tre bambini piccoli, lesse il suo dramma e la sua fede di fronte a quanto le era accaduto. Rimasi sconvolto e da quel gennaio ’87 non ebbi più pace. Ero rimasto affascinato. Un fascino che dopo alcuni mesi si trasformò in una grande affezione. Mi sembrava di sognare. Ma date le reciproche condizioni di vita il tutto sfociò in disperazione che diventerà presto una depressione che non mi abbandonerà più. Da quel momento mi spaventai perché non potevo credere che la mia umanità fosse un impasto di desideri, di aspirazione di infinito, di amare e di essere amato, di bellezza e di giustizia e anche di gelosia e di possessività. Ma che fare? Il grido, l’umano è solo grido, mi rese mendicante; mendicante di un rapporto di qualcuno che mi facesse vedere che quell’affetto non solo era incompatibile con quello che ero, con il mio sacerdozio, ma era come il cammino necessario per gustare la bellezza della verginità, il possesso senza possedere, per vincere quel vuoto affettivo riempito per anni dall’anestesia dell’ideologia. E così il 25 marzo 1988, in ginocchio, piangendo, andai da Giussani. Mi accolse come lui sapeva fare, perché nel suo cuore c’era posto per uno come per un milione. Mi abbracciò, mi lasciò piangere, mi dette le caramelle dopo un lungo tempo di singhiozzi e mi disse: “Che bello, adesso finalmente cominci ad essere un uomo! Quanto stai vivendo è una grazia per te, per lei, per i suoi figli, per il movimento e per la Chiesa. Vai e porta loro l’uovo di Pasqua”.
Da quel giorno fino alla sua morte mi tenne con sé. Prima di uscire da quella stanza a Milano mi richiamò indietro e mi disse: “Come sarebbe bello che quest’estate qualcuno ti facesse compagnia!”. Lo guardai e dissi: “Ma Giussani, dove potrei incontrare un uomo, un prete, disposto a condividere l’estate con uno schizzato, un ossesso, con tutto quello che devono fare?”. Mi fissò come Gesù: “Va bene, ti porterò via con me”. Per due mesi, fino alla partenza per il Paraguay, mi tenne con sé, pagandomi tutto e trasferendomi dalla mia prima congregazione alla Fraternità San Carlo. Don Massimo Camisasca (rettore della Fraternità sacerdotale San Carlo ndr) si vide arrivare questo pacco, questo povero uomo, buono a nulla, nelle sue mani e mi accolse. “Prendere sul serio la propria umanità senza censurarla – dice Giussani in “Tracce d’esperienza cristiana” – è la strada necessaria perché riaccada l’incontro con Cristo”. Ma che terribile, che bella la propria umanità così fragile, così povera e grande allo stesso tempo! Mi ha fatto paura il mio io. Non pensavo che l’umano fosse una miscela, un insieme di queste cose belle e disperate, che fosse insieme ironia e disperazione. Così per non perdere quanto amavo, mi accompagnò all’aeroporto e volle che ci fosse quel segno sacramentale dell’amore divino con i suoi tre bambini. Ricordo, quando con gli occhi rossi sul marciapiede di Linate, guardando lei sofferente dissi a Giussani: “E lei?”. La guardò e le disse: “Al prossimo ritiro del Gruppo adulto ti aspetto (il Gruppo adulto, o Memores Domini, è un’associazione che riunisce le persone di Comunione e Liberazione che hanno compiuto una scelta di dedizione totale a Dio vivendo come forma la virtù che la Chiesa chiama verginità, ndr)”.
Era il giorno della natività della Madonna quando giunsi in Paraguay. Passò un anno e il 15 ottobre 1990, giorno del compleanno di Giuss, mi chiamò lui per telefono: “Padre Aldo, chiama lei e dille che il direttivo del gruppo adulto ha deciso di accoglierla nel suo grembo”. Non riuscii neanche ad augurargli “buon compleanno” per la commozione, perché non potevo capire tanta tenerezza sua e tanta umanità. Non poteva fare lui questa cosa? Dirglielo lui! Perché si preoccupa che sia io a dirlo a lei, che stavo a dodicimila chilometri di distanza? Solo un uomo come lui poteva essere capace di amare così. Da quel giorno sono dovuti passare quindici lunghi anni dove solo la compagnia di Padre Alberto, continuità visibile di quella del Giuss, non solo ha impedito che la facessi finita con la vita, diventata insopportabile per l’acuirsi ogni giorno di più della depressione, ma mi ha fatto lentamente capire una cosa essenziale nella vita: solo un grande amore, un grande dolore, dentro la forte tenera amicizia, per quanto fragile, fanno di un io un uomo, cioè un padre. Padre Alberto ha vissuto per dieci anni solo per far compagnia ad un disperato, dibattuto fra la percezione che amare ed essere amato è possibile e la crudeltà della vita che pareva fregarmi. Ma la realtà, l’umano di ognuno, non sono mai nemici dell’io neanche quando ti rendi conto che non ti fanno nessuno sconto. Perché vi garantisco, è terribile prendere sul serio la realtà, la propria umanità. Perché non puoi che gridare, mendicare, consegnarti, come da quando ho sette anni a oggi continuo a gridare. E così ad un certo punto Dio, la realtà mi toglie anche la compagnia di Alberto e rimango solo. Solo col mio dramma, con la mia non voglia di vivere, con la mia stanchezza. L’unico conforto, da quel momento, sarà l’eucarestia che porrò come parroco e signore di tutto.
Da lontano Alberto e Monsignor Pezzi mi guidano ogni giorno: “Aldo, in alto i cuori!”. La chiarezza del destino, pur nella confusione della mente e nell’assenza di ogni emotività; la percezione della distanza come condizione del “già”, di una possibile pienezza affettiva, l’unica che fa di un uomo un uomo; la possibilità di amare virilmente colei che Dio mi aveva posto sul cammino come inizio di un cambiamento: tutto questo si chiama verginità che ha dato origine a quella piccola città della carità che, in compagnia di Paolino ed Ettore, è diventata la comunità di San Rafael in Paraguay. La verginità, ossia la carità, è la pienezza oggi, è come l’albore dell’io a cui è data la grazia di sperimentare adesso quello che ogni ragazzino con la tenerezza che porta dentro dice alla sua ragazzina, quando si innamora: “Tuo per sempre, ti voglio bene per sempre”. In fondo siamo realisti, aveva ragione Camus quando metteva in bocca a Caligola: “Voglio la luna”. O quanto scriveva Carl Marx a sua moglie: “Ciò che fa di me un uomo è il mio amore per te e il tuo per me”.
Si ama, si è padri solo se si è amati, attraversando tutte le belle, drammatiche e ironiche pieghe dell’umano. Io vivo facendo compagnia all’uomo che grida, piccolo, giovane o ammalato terminale che sia. Quanto è nato e creato da Dio, mediante questo povero uomo, è stato da Lui voluto perché io possa fare a tutti quello che Giussani ha fatto a me: compagnia. E’ così che quando ho visto per la prima volta un cadavere per la strada me lo sono preso, l’ho portato a casa, l’ho pulito. E così di giorno in giorno. Ho preso i moribondi, gli abbandonati, quelli putrefatti, delle favelas. E Dio ha creato quell’insieme di opere che oggi vedono impegnate più di 100 persone pagate e centinaia di volontari. L’uomo sano, bello o putrefatto non ha bisogno di consigli, ma di qualcuno che lo tenga per mano. Prendere sul serio il grido che siamo. Dare fiducia a qualcuno che Dio certamente mette sul tuo cammino per indicarti il destino. Accogliere il sacrificio, il dolore, non come una malattia ma come una grazia.
Ricordo un editoriale su un settimanale di molti anni fa, in Paraguay, l’Osservatore della settimana: “La depressione non è una malattia ma una grazia”. Un senatore molto conosciuto si avvicina dopo avermi cercato. Voleva togliersi la vita: questo editoriale lo cambia. Da quel momento diventa un altro. Presiede la commissione Bicamerale. Riesce a mettere tutte le nostre opere nella legge finanziaria. Così un governo del terzo mondo applica un articolo in cui sostiene, finanzia per mille milioni, duecentocinquantamila dollari, un’opera di una realtà che certamente non ha appoggiato il governo attuale. Una cosa impressionante; e così tutto quello che viene dopo. La depressione non è una malattia, è una grazia, perché ti spoglia di tutto. Oggi la chiamano malattia, un tempo la chiamavano purificazione, notte dell’anima, possibilità alla santità: per me è ancora quello. Per questo oggi raccolgo anche i matti. Mi facevano tremendamente paura anni fa, perché mi vedevo un possibile candidato ad essere uno di loro. Oggi li guardo con ironia e rido con loro perché anche nella pazzia ho visto che in tutti c’è un minimo di libertà. Perché ho sperimentato che se non fosse vero questo non esisterebbe Dio, perché non ci sarebbe l’uomo. L’uomo è libero anche quando perde la ragione. Ho la certezza perché l’ho visto su di me.
Voglio dire che realmente il dolore è una grazia che ti permette di essere contento perché ti permette di amare, ti permette di vivere la verginità, che è l’unica e reale e concreta vocazione dell’uomo: la pienezza dell’io. Perché cos’è la verginità? L’io compiuto già come possibilità adesso, come possibilità affettiva. Grazie Gesù per il tanto amore, per il tanto dolore che mi permetti di vivere ogni giorno. Stretto a te sulla croce per poter dire a tutti: “Ti voglio bene per l’eternità, così come io sono voluto bene adesso da te oh Gesù”. Davvero si è compiuta quella promessa. Io a 62 anni sono un uomo contento dentro un inizio di compiutezza che mi fa guardare la morte con serenità. Ho accompagnato a morire più di cinquecento persone in quattro anni. Tutte con il sorriso sulle labbra. Son diventato padre di decine di bambini che non hanno nessuno e mi chiamano papà: “Papà quando torni, perché te ne vai?”. Li metto a letto la sera, li prendo la mattina e li accompagno a scuola. In me si è compiuta, si sta compiendo quella profezia di Giussani: “E’ una grazia per te”. Per lei anche, perché è una donna contenta, per i suoi figli: due consacrati e uno sposato, per il movimento. Credo che l’esperienza che vivo sia un esempio per la Chiesa. Io vivo per quello.
Anche oggi che in Paraguay c’è un governo socialista, il vicepresidente, pur sapendo tutta la battaglia che abbiamo fatto perché non vincesse questo governo, mi ha chiesto: “Padre, posso ogni lunedì alle sei venire a pregare lodi con te?”. Ebbene da quando è stato nominato, il 15 agosto, tutti i lunedì mattina il vicepresidente prega lodi con me e fa un po’ di adorazione. Un miracolo insperato. E’ nato perfino un partito trasversale per i temi della vita, per i temi dei poveri. Perché anche dentro a questa condizione impensata del socialismo del Ventunesimo secolo che vuole svuotare il cristianesimo di Cristo, uno deve lavorare con intelligenza, con amore, con Cristo, partendo da Dio. Anche il vescovo presidente ha detto al Nunzio: “Padre Aldo io lo rispetto, e così i suoi confratelli. Perché di fronte a quello che lì accade non è possibile fare rappresaglie, perché è qualcosa che noi desidereremmo che accadesse in tutto il Paraguay”. Grazie, e pregate per me. (Immagini: Salvador Dalì, “Crocifissione” (1954), olio su tela, Metropolitan Museum of Art New York - don Aldo Trento durante l'incontro al Meeting)
di don Aldo Trento