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lunedì 22 giugno 2015

Vergini come marito e moglie. Lo splendore del matrimonio e della famiglia in un fenomenale dialogo con don Luigi Giussani


Vergini come marito e moglie. Lo splendore del matrimonio e della famiglia in un fenomenale dialogo con don Luigi Giussani
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febbraio 22, 2015 Luigi Giussani - Antonio Sicari
A dieci anni dalla scomparsa del fondatore di Cl, pubblichiamo parte della sua poco conosciuta ma sorprendentemente attuale “conversazione sul matrimonio” con padre Sicari
don-luigi-giussaniDomenica 22 febbraio ricorre il decimo anniversario della scomparsa di monsignor Luigi Giussani. Per gentile concessione dell’editrice Jaca Book, riproponiamo di seguito ampi stralci della sua “Conversazione sul matrimonio” con il teologo Antonio Maria Sicari. Il dialogo è contenuto in Breve catechesi sul matrimonio (1990), libro firmato dallo stesso Sicari.
Per poter dare a questo mio libro sul matrimonio una conclusione viva, ho chiesto a monsignor Luigi Giussani, fondatore di Comunione e Liberazione, di poter rivedere con lui, conversando, almeno le pagine più decisive. Il motivo della scelta è per me ovvio: tra tutti i sacerdoti che conosco, nessuno sa parlare, come lui, della verginità cristiana. (…) Questo amore immediato a Cristo – il saper vedere l’intera creazione e gli uomini tutti come segni di Lui, e amarLo attraversando ogni altro amore ed ogni altra affezione – è la «verginità». (…)
Sicari (S.). Vorrei iniziare la nostra “conversazione sul matrimonio” riprendendo la frase di S. Agostino posta in apertura a questo libro: «Quid tam tuus quam tu? Sed quid tam non tuus quam tu, si alicuius est quod es? – Che cosa è così tuo come te stesso? Ma che cosa è meno tuo di te stesso, se ciò che tu sei appartiene a un altro?». (…) Questo ci porta subito al cuore del problema, al tema della appartenenza nella sua forma più totale e radicale…
Giussani (G.). Sì, questa frase sintetizza, anche per noi uomini, una delle intuizioni più profonde: che il contenuto della propria autocoscienza si svela nella appartenenza a un altro e come appartenenza a un altro. Ciò è evidente soprattutto nel bambino: tutta la coscienza che egli ha di sé è nella appartenenza, sperimentata come un bene, al padre e alla madre. Altrimenti viene impedito lo stesso sviluppo della sua coscienza.
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S. Parliamo ora della “appartenenza coniugale”, quella che comincia a realizzarsi fin dal primo innamoramento…
G. Per una persona adulta, anche se molto giovane, l’appartenenza a un altro essere umano non è il primum; per prima cosa viene il sentimento di sé, della propria personalità. Quanto più questo sentimento di sé è profondo e vero, tanto più si è capaci di appartenere a un altro. Ma qui scopriamo il segreto più interessante: che per avere un sentimento di sé che sia dignitoso, consistente, operativo – direi quasi “definitivo” della propria persona – bisogna percepire una appartenenza ancora più originale: quella nei riguardi di Cristo, di Uno che ci redime dalla nostra fragilità, dallo sgomento della precarietà. (…)
S. Torniamo per ora alla fase ancora istintiva, ancora immediata e non riflessa: uno sente il bisogno di appartenere totalmente alla persona di cui si va innamorando; come questa prima evidenza può diventare pedagogia a scoprire o a riscoprire quella più radicale appartenenza di cui parliamo? Qual è il cammino da percorrere?
G. La strada unicamente percorribile mi sembra quella dello stupore. Ecco: se nasce lo stupore dell’incontro fatto, in esso è implicito il senso di una Grazia, di un dono. Infatti si tratta di una appartenenza nuova che nasce da circostanze non programmate, non previste. Ma occorre una certa sensibilità, una certa semplicità di cuore per accorgersene. Anche in tal caso, però, non è possibile scoprire tutto il valore di quel presentimento o di quello stupore, se non si incontra un maestro e una compagnia nei quali sia già viva la coscienza che tutto ci è donato da Dio. (…) Nel frastuono di oggi, quello stupore spesso appena accennato, difficilmente riesce ad approfondirsi. Tutto diventa subito abituale, tutto è dovuto, meccanico. Per questo è sempre necessario un incontro ulteriore, l’imbattersi in una realtà già cosciente delle implicazioni più profonde.
S. Una realtà che educhi: una comunità? Un prete? Un’altra coppia di sposi? Una persona consacrata?
G. La comunità cristiana è certo un luogo dove le implicazioni contenute in quel primo stupore possono essere esplicitate: nelle conversazioni, nei raduni, in qualche esperienza in cui si colgono accenti che spalancano un orizzonte nuovo. Ma resta indispensabile poi un incontro personale: non importa che sia un prete, uno sposato o uno che ha scelto di vivere verginalmente; importante è che si tratti di una persona che abbia fatto una vera esperienza affettiva verso Dio. Certo, un prete o un vergine dovrebbero essere più criticamente consapevoli di questo passaggio.
S. Ma questa persona «criticamente consapevole» che cosa (…) deve far percepire a due ragazzi che provano semplicemente lo stupore, la gratitudine per un incontro d’amore accaduto così naturalmente?
G. Dovrebbe far percepire loro due cose. Anzitutto che la stoffa dell’avvenimento, del loro incontro d’amore, è la Grazia: dono fatto da un Altro a cui appartengono il mondo e le persone tutte, e che, attraverso le sue vie misteriose, ha provocato quell’incontro mobilitando un numero infinito di circostanze apparentemente casuali; e in tal modo Egli ha creato “per te” un momento pieno di senso e di sentimento. In secondo luogo, l’educatore dovrebbe far percepire la profezia contenuta in quello stesso incontro: lo stupore cioè promette una appartenenza e un possesso che diventeranno tanto più forti, tanto più ricchi, quanto più saranno vissuti nella obbedienza al grande Signore, scoperto come origine della Grazia.
S. Tuttavia questa duplice scoperta (della creaturalità stupefatta e della promessa di un compimento sovrabbondante) resta a livello di semplice “senso religioso”. Ma come si può far percepire a due ragazzi innamorati anche il volto personale di Cristo?
G. Vedi, (…) se due ragazzi non solo si incontrano tra loro, ma incontrano anche chi svela il loro senso del loro amore, già fanno una esperienza della incarnazione di Cristo: è infatti Cristo che li raggiunge nel mistero della sua Chiesa, nella presenza del suo “testimone” o ministro.
S. Accade però che i ragazzi ti dicano: noi il nostro amore lo sentiamo molto concretamente, mentre l’amore di Cristo è così vago, così “spirituale”…!
G. Che Cristo faccia sentire la sua concretezza corporea, risorta, anche questo è una sua grazia… una grazia che poi verrà sempre più confermata: negativamente dalla percezione dei limiti dell’amore umano, della fragilità, della precarietà inevitabile eppure dolorosa; e, positivamente, dal fatto che è sempre possibile addentrarsi più profondamente in quel segno, in quel “sacramento” che è l’amore tra uomo e donna.
S. Ogni uomo dunque porta in sé una tale profondità, nella quale l’incontro con Cristo si fa sempre più concreto man mano che uno vi si addentra?
G. È una profondità che viene spalancata dall’amore umano, e che Cristo può usare misericordiosamente per farsi percepire. È come l’albore del giorno escatologico, come anticipo di una appartenenza e di un possesso infiniti. D’altra parte in ogni esperienza stabile di amore, nella vita concreta di ogni famiglia, ci si accorge che il possesso è tanto più potente, profondo e vero quanto più viene attuato in un distacco. (…) Il distacco supremo viene raggiunto là dove lo sguardo d’amore si porta direttamente sul Destino dell’altro. Nella vita della famiglia dapprima il distacco è consigliato e quasi esigito dagli inevitabili limiti e dai pesi conseguenti, che tante volte possono anche generare stanchezza e incapacità a perseverare nel rapporto. Ma proprio per attraversare anche questa stanchezza e queste delusioni, proprio per riscattarle, l’unica modalità razionale è quella di seguire la logica ultima dell’amore che è la passione per il Destino dell’altra persona. (…)
S. Se c’è una evidenza naturale che Dio ci ha donato (nel dono stesso della nascita, del nostro esser stati bambini, del nostro aver avuto una famiglia) è proprio questa: che l’appartenenza è una cosa buona e che è proprio essa a rendere possibile la libertà. Che cosa poi interviene a rovinare questa prima evidenza? L’adulto che dice orgogliosamente: libertà significa “non appartenere”, non dipendere da nessuno; appartenere e dipendere sono soltanto umiliazione, schiavitù… Che cosa gli è accaduto?
G. Potremmo vedervi una prova del peccato originale, inteso come ciò che ha reso possibile una tale distorsione. Ma la ragione più immediata è la ineducazione, anzi la contro-educazione: i doni che ci vengono dalla natura, se non diventano evidenti nelle loro ragioni, restano atrofizzati: vengono usati in modo meschino, fragile, oppure senza nessuna discrezione: subiscono, in ogni caso, violenza. E questo succede inevitabilmente quando la realtà umana non incontra Cristo: la natura senza Cristo viene anchilosata, si obnubila, si altera. (…) È piuttosto un plagio operato dalla mentalità dominante; un plagio che innesta la sua menzogna sulla ineducazione, e quest’ultima tanto più si dilata quanto più retrocede l’influsso della Chiesa. Ciò coincide con l’assenza di ragioni, con l’oscurarsi della coscienza, con la sua restrizione. Su questa restrizione poi la società sviluppa il suo potere.
S. È per questo che oggi il potere ha interesse a distruggere i legami familiari stabili?
G. L’interesse del potere è duplice: prima di tutto, distruggendo questa primordiale unità-compagnia dell’uomo, il potere riesce ad avere davanti a sé un uomo isolato: l’uomo solo è senza forza, è privo del senso del destino, privo del senso della sua ultima responsabilità: e si piega facilmente al dettato delle convenienze.
S. Quindi dietro a tutti i cedimenti sociali a riguardo della famiglia (aborto, divorzio, convivenze, permissivismo sessuale ecc.) c’è sempre uno stesso scopo: quello di far dimenticare che libertà e appartenenza sono la stessa cosa…
G. Certamente, perché così l’uomo resta un pezzo di materia, un cittadino anonimo. La famiglia è attaccata per far sì che l’uomo sia più solo, e non abbia tradizioni in modo che non veicoli responsabilmente qualcosa che possa esser scomodo per il potere o che non nasca dal potere. La seconda ragione, più profonda, è questa: che distruggendo la famiglia si attacca l’ultimo e più forte baluardo che resiste naturalmente alla concezione culturale che il potere introduce, di cui il potere è funzione: vale a dire, intendere la realtà atomisticamente, materialisticamente, una realtà in cui il bene sia l’istinto o il piacere, o meglio ancora il calcolo.
S. Io penso che il problema più grave della Chiesa di oggi stia nel modo in cui molti cristiani concepiscono il rapporto tra natura e soprannatura: o in modo spiritualistico (in cui la fede non c’entra con la vita concreta) o in modo moralistico (la fede c’entra, ma solo come sostegno etico di un progetto naturale). In ambedue i casi si dimentica l’innesto sostanziale con cui Dio ha legato assieme ciò che è naturale e ciò che è soprannaturale, in modo indissolubile, in un unico ordine. Ora a me sembra che proprio per questo motivo il futuro della fede si giochi nella famiglia. Il matrimonio è l’unica realtà naturale che diventa soprannaturale (sacramento) per il solo fatto di essere il gesto di due battezzati. (…) Il matrimonio-sacramento è il punto della storia in cui la realtà naturale e quella soprannaturale più perfettamente si innestano l’una nell’altra senza confondersi, in forza del battesimo, in forza della fede.
G. Vuoi dire che proprio là dove la natura più si esprime, più dimostra di essere stata indissolubilmente legata con la soprannatura…
S. Sì, nella famiglia la natura umana si esprime in tutta la sua concretezza: ogni cosa, anche la più materiale (la casa, il lavoro, il cibo…), tutto viene finalizzato e umanizzato. Per questo credere che il matrimonio è un sacramento suggerisce anche un modo totalizzante di considerare il proprio essere cristiano: impedisce alla radice ogni dualismo, ogni falso spiritualismo. Cosa manca allora nel modo abituale con cui si educano i giovani a capire il sacramento del matrimonio?
G. Manca la fede nella sua vera natura. C’è nel migliore dei casi una preoccupazione morale dignitosa e un vago sentimento di soggezione a Dio. Invece occorrerebbe guardare alla famiglia come all’esempio più impressionante della Incarnazione. (…)
S. Proprio qui io credo che si innesti nel modo più autentico la problematica morale. La morale cristiana non è possibile, non è liberante, se non nasce da uno stupore davanti al dono di Dio, se non è risposta umile e generosa alla grandezza del dono che Dio ci fa. Dunque bisogna prima educare i cristiani allo stupore davanti al miracolo del loro matrimonio. Ma cos’è che fa percepire come buona, percorribile, la concreta legge morale: quella, ad esempio, che governa la vita sessuale?
G. Per amare la morale cristiana e osservarla, bisogna essere coinvolti concretamente nel fatto di Cristo, bisogna che Cristo sia divenuto veramente il Signore di tutti, fino ad amare obbedientemente le leggi che Lui ha messo nella sua creazione. Bisogna che in casa domini Cristo.
S. Eppure è sempre più frequente trovare dei cristiani, anche tra i nostri amici, che sono infastiditi dal fatto che il Papa parli spesso della morale sessuale. Dicono che ormai quelle cose non le capisce più nessuno (…) e non è più possibile partire dall’etica o insistere subito su questo.
G. Io non sono affatto d’accordo. E per due motivi diversi, anche se legati tra loro. Il primo è che il Papa insiste sugli aspetti fondamentali, essenziali per la costruzione di ogni società: il valore della persona, della ragionevolezza, dell’“atto”. Si tratta dell’uomo; è la natura dell’uomo che è in gioco in quei problemi sessuali che sembrerebbero così particolari. Il secondo motivo è che un cristiano, quando riflette sulle indicazioni del Magistero, anche se gli sembra che esso parta da lontano, è costretto subito a ritrovare l’imponenza di Cristo sulla sua vita.
S. Ma è giusto dire che, per una nuova evangelizzazione, è necessario partire non dall’etica ma dall’estetica?
G. Non bisogna semplificare troppo. Proprio questo Papa che spinge alla nuova evangelizzazione parla molto dell’etica sessuale, perché essa tocca ora i punti fondanti, quelli in cui è salvata la dignità stessa della persona umana. E questo è già un fatto profondamente estetico, perché se è salva la santità della persona, allora lo splendore della presenza di Cristo nel mondo colpisce. La morale, quando tocca i fondamenti dell’esistenza, è l’estetica di ciò che è dato, della creazione, del dono. Si tratta di rimettere in gioco lo stupore della creazione, la verità della creazione. La moralità rende la persona sintonica al movimento della creazione in cui essa si trova coinvolta; allora rinasce lo splendore della creazione. Lo splendore è là dove la moralità è salvata.
S. (…) Si dice: bisogna riproporre il fatto di Cristo, non un’etica.
G. Ma se non si giunge a un’etica, non si comprende il fatto di Cristo. Non si è coinvolti nel fatto, se non si entra nel movimento morale che il fatto implica.
S. A volte però si sente dire, anche da persone autorevoli: se fosse per le indicazioni morali, io non starei nel cristianesimo, perché sarebbe solo addossarsi altri pesi. Ci resto perché mi dà gioia, soddisfa le mie esigenze…
G. Io sto nel cristianesimo perché è la verità; perché riconoscere il fatto di Cristo e la sua presenza mi converte, mi sospinge, mi attira a cambiare il mio modo di entrare in rapporto con tutte le cose, mi fa diventare più vero fin nei particolari. Incontrando il fatto cristiano, anche il rapporto affettivo diventa più doloroso e più vero: si accetta una maggiore “dolorosità”, perché lo si vuole più vero. Quando una donna vuole bene ad un uomo, se lui viene mandato dalla sua ditta per sei mesi in America, lei l’attende, è tesa a lui, gli resta unita. Il fatto stupefacente del loro amore, della loro unità è dentro la serietà etica della loro reciproca attesa.
S. Vuoi dire che c’è un livello della questione in cui “etica” ed “estetica” coincidono?
G. Io direi che la vera estetica è quella che nasce da un destino percepito come immanente al movimento della realtà. La vera estetica è sempre etica.
S. È, secondo te, importante predicare anche oggi ai fidanzati la castità prematrimoniale, senza sconti o concessioni di alcun tipo?
G. Ma certo! Perché senza verginità non imparano a possedersi veramente: possedere è amare e, nel gesto, cercare e amare il Destino dell’altro. Il gesto dev’essere determinato dal destino dell’altro. Il gesto si fa se è necessario per adempiere il compito che il Destino assegna.
S. Appunto, ci sono perfino preti che sostengono che i gesti intimi dell’amore sono necessari ai fidanzati, per conoscersi meglio, per prepararsi…
G. È un giudizio squallidamente sentimentale. Il dire che si vogliono bene è un artificio. Voler bene è desiderare il Destino, cioè desiderare che Cristo venga. Ma Cristo viene attraverso le circostanze della vita, integralmente rispettate nella loro natura. E la natura del fidanzamento è la promessa, non l’anticipazione furtiva e limitata. Altrimenti accade proprio quello che dicevamo prima. Dicendo a due fidanzati: «… purché vi vogliate bene!», si separa il Destino dai «fatti». Si sciupa sia il momento estetico che quello etico.
S. Che cosa vuol dire propriamente che «sposarsi significa assumersi la vocazione dell’altro come propria»?
G. Significa che ognuno dei due sposi non può più realizzare il compito che Dio gli ha affidato (cioè, costruire la Chiesa) se non nell’unità con l’altro.
S. Spesso però accade che uno dei due si sottrae volontariamente a questo servizio ecclesiale. Allora l’altro, che pur lo desidera, come può realizzare la sua vocazione?
G. L’unità non è necessariamente corrispondenza. L’unità è la verità del legame con l’altro; è la fedeltà nonostante tutto. Se penso alla fedeltà di certe donne praticamente abbandonate!…
S. Quando a un coniuge succede di esser proprio, fisicamente, abbandonato, di restar solo, che senso ha ancora la fedeltà?
G. Il senso si può trovare solo scoprendo l’aspetto “verginale” della propria vocazione. Nota bene che questo aspetto era presente anche prima, anche quando il rapporto perdurava. Era già l’essenza del rapporto coniugale. Nella drammaticità ingiusta dell’abbandono, l’aspetto verginale emerge con una evidenza dolorosa, ma comunque capace di essere salvifica.
S. Come spiegheresti meglio questo valore a chi sente soltanto la ferita dell’abbandono?
G. La vocazione è un compito a favore della Chiesa, che Dio ci affida attraverso le circostanze della vita. Ci sono due compiti fondamentali: il matrimonio che ha la funzione di generare nuovi esseri (questo è il suo significato profondo, anche se oggi molti lo vogliono far passare in seconda linea) e la verginità che ha invece la funzione di richiamare tutti alla “forma ideale”. Per questo chi vive veramente il matrimonio cristiano ha una grande stima di chi nella Chiesa incarna la vocazione verginale. Tornando al caso del coniuge abbandonato: accade che, attraverso la contingenza terribile dell’abbandono, uno è chiamato ad andare fino in fondo al valore su cui il suo matrimonio era costruito: l’essere funzione di Cristo per costruire la Chiesa. Si tratterà allora di vivere l’attesa, apparentemente sterile, con profonda umiltà, accettando una situazione di verginità, che sembra soltanto imposta, in quanto essa non è solo un “incidente”, ma chiede di scoprire la salda radice. È su questa “verginità radicale” che bisognerà costruire la propria pace, la propria missionarietà, il dono di sé alla Chiesa. (…)
S. Molte nostre famiglie cominciano con un buon impeto ideale, ma poi facilmente scadono nell’abitudine, nella stanchezza, nella noia. Cosa è che impedisce all’ideale del sacramento di diventare esperienza quotidiana?
G. Il fatto che l’impeto ideale spesso non è fondato nella fede. Non accade loro quello che diceva Mounier: «Occorre soffrire perché una verità non si cristallizzi in dottrina, ma nasca dalla carne».
S. Prova invece a descrivere una famiglia «fondata sulla fede».
G. Una coppia cristiana nasce, come tutte le altre, dalla affezione. Ma per due credenti l’affezione è il suggerimento di Dio che dice: «Vi voglio insieme». Dunque: che Dio voglia che siamo assieme per affrontare la vita e per camminare assieme verso il destino, questa è l’essenza del perché io ti voglio. In tal caso, la scoperta dei limiti, il rischio dell’abitudinarietà, tutto è sottoposto a vigilanza. La rovina o la povertà di tanti matrimoni cristiani dipendono da una duplice causa: la prima è che i due non hanno veramente iniziato nella fede. La fede era una intenzione, non una ascesi, non una “sofferenza” (nel senso di Mounier) che facesse nascere la verità dalla carne. La verità del loro rapporto è partecipare al mistero di Cristo, fare la volontà del Padre celeste: ma queste cose sono state sentite come astratte o addirittura ripugnanti. In secondo luogo, i due hanno continuato a credere che quello che importava era il loro volersi bene. Invece era importante il cambiamento del loro volersi bene: convertire l’esperienza del loro volersi bene, scendendo nella profondità del fenomeno, fino a scorgervi la Grazia che vi inabita, e assorbirla.
S. Qual è per una coppia, per una famiglia il test che indica se questo cambiamento è davvero avvenuto?
G. Il test è semplice: che nella loro vita non esiste più l’“obiezione” e, dunque, l’abitudine non logora.
S. Quindi, se due persone dicono: «Più il tempo passa, più ci vogliamo bene» è segno che è avvenuta la conversione di cui parli?
G. È una indicazione, ma ancora imperfetta: bisogna inoltre vedere come questo loro amore si rapporta con la Chiesa. Devono avere coscienza che la loro unità implica tutte le famiglie del mondo; e questo si manifesta con una passione perché tutte le famiglie del mondo conoscano ed amino Cristo. Devono avere cioè una tensione “comunionale” e “missionaria”.
S. Non penso che il tuo discorso coincida con quello che attualmente si fa parlando di una “famiglia aperta”…
G. Spesso questa è una espressione usata in senso molto moralistico, sociologico, che non tocca la sostanza del rapporto. La sostanza consiste nel fatto che l’apertura sia passione perché il mistero di Cristo faccia diventare una cosa sola tutti gli uomini, tutte le famiglie. È la passione perché Cristo sia conosciuto. È la passione per la Gloria di Cristo. (…)
S. Quali indicazioni pratiche daresti?
G. Io dico sempre due cose: anzitutto che anche nei momenti peggiori, anche se due coniugi si fossero picchiati un momento prima, che dicano sempre una “Ave Maria” alla Madonna, assieme. Anche se si odiano, che la dicano! In secondo luogo: che si richiamino con l’esempio. Se uno vede l’altro che dice il Rosario, anche se lui è stanco e non ha voglia di dirlo, sente tuttavia un richiamo che gli fa bene. Oppure: uno va a far la Comunione e l’altro no, però è un richiamo. Anche se non sembra, c’è qualcosa che ogni volta li lega assieme. È sempre “preghiera comune”, almeno un po’. Anche la preghiera comune “esplicita” è utile, ma non in modo asfissiante. Non bisogna fare come certi fidanzati che “pregano insieme”, però non pregano loro.
S. Parliamo un po’ dei bambini. Incontrando molte coppie, alcune in crisi, io mi sono convinto che una delle carenze più gravi è questa: trattano i problemi della fedeltà, della indissolubilità del loro legame, come se si trattasse solo di “valori” ideali, di “leggi”. Non hanno mai capito che prima di essere delle “idee” sono dei “fatti”: i figli sono l’indissolubilità vivente della coppia, la fedeltà fatta carne. (…) Il bambino “giudica” tutte le ideologie, tutti i cedimenti che si fanno sul matrimonio. La fatica ad accogliere i figli, la voglia di averne il meno possibile dipende forse anche dalla incapacità dei coniugi di stare fino in fondo di fronte al mistero e al significato della propria unità.
G. La difficoltà ad accogliere i figli nasce dal calcolo: se io sono la misura di tutto, allora è giusto misurare anche i figli (non solo nella quantità, ma perfino nella qualità). La fede invece ci dice proprio il contrario: che io non sono mio, ma di un Altro. Solo da questa persuasione è resa possibile una procreazione responsabile, nella quale entra anche il calcolo, perché la ragione è anche questo. Ma non in modo egoistico. Piuttosto come voglia di “rispondere” nel modo più vero e giusto possibile alle attese di Colui al quale appartengo e per il quale metto al mondo i figli. Il dialogo dei due coniugi è per dare questa risposta: offrono a Dio la loro unità “creativa”, “generosa” (c’entra la parola “generare”) e ricevono il figlio che incarna questa stessa unità. Nel figlio saranno uniti per tutta l’eternità in un modo nuovo, irripetibile, diverso da ogni altro; come dicevi tu: una unità fatta carne, fatta persona. (…)
S. Cosa suggeriresti a due cristiani che si ritrovano con un matrimonio rovinato, per loro stessa colpa?
G. Cercherei prima di tutto di prenderli separatamente e di coinvolgerli in una realtà in cui ritrovino il respiro per l’ideale: in una comunità, in una compagnia. La possibilità di rimetterli assieme è tutta nel farli crescere in una fede viva e operosa: se crescono nella fede, si accorgeranno anche dei sacrifici da fare per riscattare il loro sacramento e cominceranno a desiderarlo, anche se fanno fatica. Altrimenti è un moralismo insopportabile. Una possibilità di ricostruire c’è sempre, se ambedue accettano, in qualunque modo, di crescere. Ma non ci si può abbandonare al caso, sperando che cambino i sentimenti. (…)
S. Capita mai, a te che sei affascinato dal mistero della verginità cristiana, di invidiare qualche coppia ben riuscita di coniugi?
G. Sarei tentato di dire: mai. Ma questo non è giusto. Deve avvenire che un vergine provi una santa invidia davanti a certe coppie di sposi. (Come gli sposi devono prima o poi avere nostalgia della verginità cristiana). Ma l’unica cosa che mi farebbe “invidia” in due coniugi sarebbe una unità splendidamente espressa dal loro rapporto: veder significata con più evidenza quella unità totale con Dio, con Cristo, con tutte le persone, a cui tutti tendiamo con infinito desiderio.
S. Quindi, se tu vedessi due persone molto unite tra loro, questo ti…
G. … Questo si tradurrebbe in un impeto di desiderio di essere io più vero in quello che sono. (…)

Einstein non era bravo in matematica

 Einstein non era bravo in matematica
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"Nel 1943 Einstein risponde così a una bambina di 9 anni di nome Barbara, che gli scrive dicendo di avere difficoltà con la matematica: 'Non preoccuparti se hai difficoltà con la matematica, ti assicuro che le mie difficoltà sono state anche maggiori'. Sembra uno scherzo, ma Einstein non scherzava. Con la matematica si faceva aiutare, se la faceva spiegare da pazienti compagni di studio e amici. Era la sua intuizione fisica a essere prodigiosa...
Hilbert ha lasciato scritto una frase dolce e bellissima, che cattura perfettamente il difficile rapporto fra Einstein e la matematica. La matematica che serviva a fare la teoria era la geometria a quattro dimensioni e Hilbert scrive: 'Un qualunque ragazzetto per le strade di Göttingen capisce la geometria a quattro dimensioni meglio di Einstein. Ciò nonostante, è stato Einstein a finire il lavoro, non i matematici'.
Perché? Perché Einstein aveva una capacità unica di IMMAGINARE come il mondo potesse essere fatto, di 'vederlo' nella sua mente. Le equazioni, per lui, venivano dopo; erano il linguaggio per rendere concreta la sua capacità di immaginare la realtà. La teoria della relatività generale, per Einstein. non è un insieme di equazioni: è un'immagine mentale del mondo, poi faticosamente tradotta in equazioni" (pp. 80-81“Einstein non era un grande matematico. Anzi stentava con la matematica. 
Dal libro di Carlo Rovelli “La realtà non è come ci appare – La struttura elementare delle cose” – Raffaello Cortina Editore.

La profezia di Suor Lucia: «Lo scontro finale tra Dio e Satana è su famiglia e vita»

La profezia di Suor Lucia: «Lo scontro finale tra Dio e Satana è su famiglia e vita»

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La veggente di Fatima lo ha scritto al cardinale Carlo Caffarra. «La Madonna gli ha già schiacciato la testa»

Bambini Madonna Fatima pastorelli Lucia Jacinto  
© Public Domain/Wikipedia





Dio contro Satana: l'ultima battaglia, «lo scontro finale», sarà sulla famiglia e sulla vita. La profezia è di suor Lucia dos Santos, la veggente di Fatima di cui il 13 febbraio scorso è cominciato il processo di beatificazione.

LA LETTERA A LUCIA
A raccontarla è il cardinale Carlo Caffarra in un'intervista concessa a La Voce di Padre Pio (marzo 2015). Il porporato ebbe da Giovanni Paolo II l’incarico di ideare e fondare il Pontificio Istituto per Studi su Matrimonio e Famiglia, di cui oggi è professore emerito. «All’inizio di questo lavoro - spiega Caffarra - ho scritto a suor Lucia di Fatima, attraverso il vescovo perché direttamente non si poteva fare. Inspiegabilmente, benché non mi attendessi una risposta, perché chiedevo solo preghiere, mi arrivò dopo pochi giorni una lunghissima lettera autografa – ora negli archivi dell’Istituto».

LA RISPOSTA DELLA SUORA
In quella lettera di Suor Lucia è scritto che lo scontro finale tra il Signore e il regno di Satana sarà sulla famiglia e sul matrimonio. «Non abbia paura, aggiungeva, perché chiunque lavora per la santità del matrimonio e della famiglia sarà sempre combattuto e avversato in tutti modi, perché questo è il punto decisivo».

LA COLONNA PORTANTE DELLA CREAZIONE
La suora di Fatima sosteneva che la Madonna ha già «schiacciato» la testa a Satana. «Si avvertiva - prosegue il porporato - anche parlando con Giovanni Paolo II, che questo era il nodo, perché si toccava la colonna portante della creazione, la verità del rapporto fra l’uomo e la donna e fra le generazioni. Se si tocca la colonna portante crolla tutto l’edificio, e questo adesso noi lo vediamo, perché siamo a questo punto, e sappiamo». 
sources: ALETEIA

MICROBIOMA: L'ELISIR DI SALUTE E LONGEVITA ...

MICROBIOMA: L'ELISIR DI SALUTE E LONGEVITA ...

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Ogni giorno è un dono, potremmo morire diverse volte, in effetti.
Crescono cellule tumorali, muffe;  i batteri ci aggrediscono e i virus ci infettano, senza tregua.
Ogni giorno  e più volte al giorno, qualcuno ci salva miracolosamente la vita.
Le cellule che crescono in modo anomalo vengono eliminate senza pietà, distrutte spore poco utili, massacrati virus e batteri inesorabilmente.
Un servizio senza prezzo di cui il sistema immunitario si fa carico ogni giorno per ventiquattro ore al dì, senza pause sindacali, per mezzo delle sue operaie, innumerevoli piccolissime cellule, esperte nel riconoscere tutti gli estranei, killer, ed ogni sorta di delinquente che attenta alla nostra salute.
La gran parte del nostro sistema immunitario è situato  nell’intestino (circa l’80%).
Eppure  non è tutto!
Migliaia di migliaia minuscoli esseri risiedono  ovunque dentro di noi, e la maggior parte di loro vive come una ciurma allegra e beata in quel meraviglioso antro che è il nostro intestino. Siamo una specie di vascello che trasporta una ciurma di batteri che vivono in simbiosi con noi, trasformandosi continuamente in base sia a ciò che mangiamo, ma anche grazie a tutte le nostre abitudini, nessuna esclusa. E badate bene, non si limitano a viaggiare gratis e gozzovigliare a nostre spese, bensì ci forniscono un genoma ricchissimo, da cui prendiamo a prestito una grande quantità di geni necessari a sopravvivere in un mondo di grande cambiamento, quello odierno.
Questo genoma costituisce il nostro secondo corredo genetico, si chiama MICROBIOMA  umano.
E’ cioè l’insieme dei microorganismi che in maniera fisiologica a volte patologica, vivono in simbiosi con il corpo umano e di tutti i geni che essi sono in grado di esprimere.
Invece l’esercito di piccoli alieni, per la maggior parte unicellulari, che vive dentro di noi prende il nome di MICROBIOTA.
Se da un lato i progressi nella microbiologia umana hanno consentito di debellare malattie che per millenni hanno falcidiato vite umane, dall’altra hanno fatto nascere la convinzione che debellare i microbi sia un’ottima cosa sempre e comunque, anzi prima lo facciamo meglio stiamo.  Questa convinzione è così radicata che oggigiorno si danno antibiotici con estrema facilità, senza considerarne le conseguenze a volte devastanti.  In pediatria il fenomeno è macroscopico ed ha raggiunto proporzioni molto preoccupanti,  si danno antibiotici ai bambini ai primi colpi di tosse, pensando che questo possa evitare complicanze importanti o letali.
Nulla di più sbagliato.
I batteri  sono presenti in ogni anfratto del nostro corpo e sono fondamentali per moltissime funzioni, influiscono pressoché su tutti gli aspetti della nostra salute e finanche sulla personalità.La mappatura del microbioma umano ci ha insegnato che siamo abitati da forme di vita unicellulari che hanno i loro scopi, sono stacanovisti, instancabili e ci ridefiniscono ogni momento,  questo dovrebbe ridimensionare il nostro EGO.
Il corpo umano è formato da circa diecimila miliardi di cellule (dieci trilioni). I microbi sono almeno dieci volte tanto.
Fa riflettere su chi siamo veramente.
Siamo sicuri di saperlo?
Quei virus che ogni tanto ci fanno venire dolores de panza fanno sorridere al confronto del fatto che conviviamo ogni giorno con questa comunità microbica immensa che gioca un ruolo essenziale in tutte le maggiori funzioni come la digestione in primis, il sistema immunitario e perfino il nostro umore e comportamento. Veramente più che una comunità si tratta di un intero Paese, fatto di tante differenti tribù: in ogni parte del corpo questi minuscoli esseri svolgono differenti funzioni e sono infatti molto diversi fra di loro.
Ad esempio io vengo divorata dalle zanzare. Negli anni ho ipotizzato di tutto, da brava naturopata.
I rimedi omeopatici non funzionano, Ledum Palustre al massimo mi fa ingrigire un po’ il niveo manto epidermico, ma alle zanzare continua a piacere tanto. Il gusto del mio sangue è dovuto in gran parte alle varietà  microbiche che ospito. Hai voglia di metter Autan.
Essi influiscono anche sul peso, su allergie, sull’artrite, sull’autismo, sulla depressione, sulla predisposizione a certe patologie e perfino sui livelli di ansia, che non sono solamente legati agli eventi esterni, che pure hanno la loro importanza  nell’aumentare il nostro livello di allarme.
Ognuno di noi possiede circa 20.000 geni umani, ospitiamo però dai due ai venti milioni di geni microbici, la somma dei loro geni supera di un bel pezzo il totale dei nostri! Ma dove stanno tutti costoro?
Napoleone di ritorno da una campagna militare inviò un celebre messaggio all’imperatrice: Arriverò a Parigi domani sera. Non lavatevi. 
L’odore che abbiamo e che tanto piace al nostro partner.. non dipende dal karma o da qualche altra diavoleria, ma bensì … udite udite…dai batteri che ospitiamo! I microbi banchettano con le nostre secrezioni et voilà… il nostro odore personale! La pelle è invasa letteralmente dai microbi, essi hanno l’importante funzione di respingere microbi che potrebbero infettarci.
C’è un mondo da scoprire davvero. 
Naso e polmoni sono strapieni. Le narici contengono 900 tipi di batteri.
Bocca  e stomaco, pullulano, determinando digestione e salute.
Ma la più estesa comunità microbica di tutto il nostro corpo sta nell’intestino.
Qui i microbi fanno una gran bella vita, è il Grand Hotel del corpo umano:  pasti a volontà e un efficiente sistema fognario. Nell’ intestino tenue avviene l’assorbimento della maggior parte delle sostanze nutritive utili al nostro organismo e da lì passano  nel torrente ematico.
Nel crasso invece viene assorbita l’acqua e i microbi fermentano le fibre indigerite utili a molti processi di nutrimento della flora batterica. I microbi intestinali sono i veri guardiani del nostro metabolismo. Da essi dipende quante calorie assorbiremo, quali tossine entreranno in circolo, come i farmaci agiranno su di noi e via discorrendo.
Quando ci troviamo nella pancia della mamma, di norma siamo privi di microbi. Per nove mesi siamo intoccabili. Il cibo è pre masticato, l’ossigeno pre respirato.
I polmoni e l’intestino materni filtrano ogni cosa prima che arrivi a noi.
Perfino i pensieri son quelli della mamma e passeremo la vita a cercare di comprendere un inconscio sofferente.
Il liquido amniotico è la nostra armatura inossidabile. Appena la sacca protettiva si spacca comincia la colonizzazione.Se prima eravamo esseri costituiti al 100% da cellule umane, ben presto veniamo occupati dagli alieni, tanto che a livello cellulare siamo umani al 10% e microbi al 90%. Non si nota solo perché le cellule umane son più grandi di quelle dei nostri nuovi inquilini.
La flora del canale vaginale è rigorosamente selezionata, la metà di questi microbi è di un solo tipo: lattobacilli, molto bravi a produrre acido lattico (non son quelli che sentiamo nominare nello yogurt, per cui non illudiamoci). Qui può sopravvivere solo quello che riesce a superare i controlli di sicurezza svolti dagli acidi. Dopo il parto ci sono i padri fondatori della nostra prima colonia batterica: germi vaginali e intestinali della madre, oltre a germi della pelle e quello che ha da offrirci l’ospedale.
Il nostro microbioma proviene dal microbioma materno con cui entriamo in contatto nel canale del parto: è la base di partenza, imprescindibile, che determinerà moltissime situazioni di salute e di come saremo per il resto della nostra vita.
I bambini nati con il parto cesareo non ereditano il microbioma della mamma, ma quello presente a livello cutaneo e son più soggetti a un certo numero di problematiche, inclusa l’asma, intolleranze alimentari, dermatite atopica, obesità. 
Il microbiota del bambino si modifica molto rapidamente nei primi mesi di vita, a seconda del cibo con cui viene nutrito. Latte materno o artificiale determinano differenze molto rilevanti. Il latte materno contiene sostanze capaci di favorire lo sviluppo di microbi utili. L’esercito acido ci protegge dai cattivi intrusi, altri batteri cominciano subito ad addestrare il sistema immunitario e volenterosi aiutanti scompongono le prime sostanze digeribili del latte della mamma. Alcuni di essi ci mettono circa venti minuti a fondare la colonia successiva, in poche ore ci sono i pro- pro- pro nipoti. Nonostante l’incredibile crescita demografica dei batteri, dovranno passare circa tre anni prima che sui campi intestinali si sia formata una flora batterica adeguata. Fino ad allora nella nostra pancia avranno luogo drammatiche lotte intestine. Alcuni popoli finiranno in bocca, altri scompariranno nel nulla e altri rimarranno per tutta la vita con noi. Quelli che si insedieranno stabilmente dipendono in parte da noi e dal nostro comportamento:  prima succhiamo il latte dal seno materno, poi rosicchiamo la gamba di un tavolino in salotto  nel frattempo diamo caldi bacini al vetro della finestra o al gatto della zia.
Non sappiamo cosa riuscirà a imporsi né se abbia buone o cattive intenzioni.
Con la bocca accogliamo il nostro destino, il risultato finale si potrà  vedere solo in un campione di feci, è un gioco immenso con troppi sconosciuti per comprenderne dinamiche e decorso. Ma non siamo privi di aiuto, quello che è più utile, da neonati è la mamma.Non importa quanti bacetti al vetro o al gatto possiamo dare:  coloro che saranno molto coccolati dalla mamma saranno al sicuro da pericolosi intrusi, perché protetti dai microbi di mammà!
Anche i bifido batteri amanti del latte materno ci proteggono.
Grazie al loro precoce insediamento, questi microbi contribuiscono a plasmare le future funzioni dell’organismo, come il sistema immunitario e il metabolismo. L’allattamento ha molta importanza ed è in grado di aumentare in modo esponenziale  i batteri buoni, riducendo ad esempio il rischio di intolleranza al glutine. 
Il latte materno è la vera sostanza magica per noi piccoli umani:  possiede tutto, conosce ogni cosa e può tutto!
Nel latte materno sono presenti anticorpi che ci difendono da batteri nocivi che possono esser trasmessi dalle leccate degli animali domestici o da altre fonti.
Dopo lo svezzamento il mondo dei batteri del bambino si rivoluziona, man mano che si introducono alimenti nuovi si devono creare nuovi tipi di batteri capaci di scomporre i nuovi cibi. I bambini africani posseggono batteri capaci di elaborare ogni tipo di strumentazione per disintegrare una dieta molto ricca di fibre e vegetali; in Europa i bambini hanno dei batteri lassisti che non si degnano di svolgere questo duro lavoro pur mantenendo la coscienza pulita, visto che i piccoli hanno mangiato insulse pappette e carne piena di ormoni ben omogeneizzata: nessuna fatica.
Il prof. Pecchiai, mio docente di Eubiotica diceva sempre: se il canino cresce a due anni, perché dare la carne, frullata, a sei mesi?
Oltre a produrre per necessità determinati strumenti i batteri possono anche prenderne a prestito.Ad esempio si è scoperto che i batteri  enterici dei  giapponesi sono entrati in comunicazione con quelli marini e hanno ricavato un gene che li aiuta a scomporre le alghe. Molti batteri sono tramandati geneticamente, ma non è facile che siano trasmessi, infatti devono trovarsi bene sul loro luogo di lavoro.Per esser adatti al nostro intestino devono piacergli le nostre cellule intestinali, il clima e il cibo a disposizione, insomma l’ambiente deve essere accogliente e ben disposto;  questi fattori che sono totalmente differenti da persona a persona e dipendono dallo stile di vita, dagli incontri casuali, dalle malattie, da ciò che ci appassiona, da come trascorriamo il tempo e con chi e contribuiscono alla formazione del mondo nella  nostra pancia. Nemmeno i gemelli che condividono il patrimonio genetico hanno flora batterica identica.
Gli studi dimostrano l’importanza dei batteri che raccogliamo nelle prime tre settimane di vita, per formare il nostro sistema immunitario. Già tre settimane dopo la nascita possiamo prevedere quanto elevato sarà il rischio di soffrire di allergie, asma o dermatite atopica, in base ai prodotti del metabolismo dei nostri batteri intestinali. Un terzo circa dei bambini nei paesi industrializzati occidentali, viene al mondo con parto cesareo, niente angusti passaggi nel canale vaginale, né lacerazioni del perineo o espulsioni di placenta in modo naturale. Questi bimbi hanno contatto con la pelle di varie persone, prima ancora che con quella materna, guanti di lattice, dito indice della caposala Maria Luisa, germi e batteri che son passate dalla mano del pasticcere a quelle del babbo che porta i cioccolatini alla mamma e perfino il gatto della zia presente alla nascita poterebbe contribuire pesantemente alla costruzione della flora intestinale, dato che non si forma con i germi specifici della madre. Per questi piccoli sventurati anche il contributo di una perfetta sconosciuta come la donna pulizie, diventa importante: avrà pulito il lavandino con amore o recriminando per il basso stipendio ricevuto? La flora della pelle è esposta al mondo esterno e non rigorosamente regolata come quella vaginale e tutto ciò che viene raccolto in giro può trovarsi velocemente nell’intestino del neonato. Secondo uno studioso, l’ideale sarebbe trovare il modo, non è stato individuato quale, di passare sul corpo del bambino dei microbi vaginali, magari col cotton fiocc. Può sembrare un tantino poco ortodosso, ma data l’importanza di questo imprinting, un pensierino ce lo farei.
I  bambini nati col parto cesareo ci mettono molti mesi per sviluppare normali batteri intestinali e solo  a partire dal settimo anno di vita non sarà più possibile distinguere la flora intestinale dei bambini nati col parto cesareo o naturale. Ovviamente anche un’alimentazione sbagliata, l’inutile utilizzo di antibiotici o altri farmaci, un’eccessiva quanto inutile pulizia con prodotti troppo aggressivi o l’ incontro con germi nocivi  influirà  pesantemente sulla flora batterica di un neonato, almeno nel breve termine. Sul lungo termine l’alimentazione determinerà invece un influsso determinante sul microbioma  (ricordo il significato dei due termini: microbiota:  insieme dei nostri microbi, microbioma:  definisce il patrimonio genetico).
Insomma abbiamo visto che sulla mucosa intestinale esiste un vero e proprio sistema immunitario capace di “dialogare” con le cellule di tutto l’organismo, dal cui benessere dipende  sostanzialmente tutta la nostra salute.
Prendersene cura è un DOVERE.
Il microbiota è sovente  molto sottovalutato. Eppure, sia che siamo in salute, o in malattia, esso determinerà l’evoluzione del nostro essere.
La simbiosi che stabilirà, ostacolerà o favorirà l’insediamento e lo sviluppo degli agenti patogeni e modulerà  i fisiologici meccanismi di difesa, regolando la digestione dei cibi, l’assorbimento e l’assimilazione di tutte le componenti del cibo, inclusa la corretta eliminazione e smaltimento delle sostanze inutilizzate. Sempre da qui parte o viene coadiuvata la produzione di  ormoni e altre sostanze che facilitano una comunicazione bi-direzionale con il sistema nervoso centrale.
E’ facile perdere questo equilibrio e la malattia sarà in agguato.

Il nostro ritmo di vita disumano, lo stress che ne deriva, l’alimentazione scorretta e raffinata,  l’uso prolungato di farmaci possono provocare alterazioni nella flora intestinale, causando moltissimi disturbi, incluso il senso di gonfiore e tensione addominale, pesantezza, nausea, difficoltà digestive, attività intestinale irregolare (accelerata o rallentata).
Questo squilibrio, sovente viene spesso ignorato dalla classe medica quando non trova diagnosi patologica e non sa come poter gestire la situazione per riportarla all’omeostasi.  Purtroppo questo atteggiamento è probabile che possa portare a compromettere anche le funzioni di altri organi quali fegato, reni, muscoli, articolazioni e pelle.
Ecco perché anche alcuni sintomi sia fisici che psicologici, pur non immediatamente correlabili all’intestino, come candidosi, intolleranze alimentari, cefalea, mal di testa, insonnia, dolori articolari, in realtà spesso dipendono proprio da esso! All’alterazione del microbioma umano si deve una più elevata incidenza di malattie autoimmuni, di malattie infiammatorie intestinali, malattie metaboliche, diabete, obesità,  disturbi cardiovascolari, disturbi d’ansia e via discorrendo quelle succitate.
Il nostro corpo è un ecosistema complesso che funziona grazie alla sinergia di una genetica mista fra geni umani e geni batterici.
Dai batteri prende in prestito molti geni  che gli servono per adattarsi e funzionare al meglio. Tutte le volte che una parte di questi batteri viene distrutta,  (con i loro geni), nell’organismo si origina un danno dovuto all’alterazione di questo ecosistema,  che può avere conseguenze per periodi molto lunghi, talvolta di molti anni. 
I batteri non sono killer, al contrario sono nostri amici ed è importante imparare a nutrirli e accudirli al meglio delle nostre possibilità, per garantirci una miglior salute e longevità, ad esempio attraverso l’alimentazione.

Ma come agisce esattamente l’alimentazione sul microbioma?
La ricerca sta ancora muovendo i primi passi e visto il grande potere del microbioma di modellarci a sua immagine e somiglianza, di certo un’alimentazione salubre è il modo migliore, nel frattempo, per limitare i danni e quando capiremo meglio come influenzarlo, avrà anche il potere di curarci meglio di tanti farmaci, soprattutto per quelle patologie refrattarie ad ogni tipo di terapia medica.
Ed ecco che il bipede implume di  Platone: l’UOMO, con intelligenza superiore ad ogni altra specie, erede dell’Universo pur col portafoglio all’ultimo grido ben pieno di carte di credito, nel terzo millennio scopre di non avere nessun potere o quasi su ciò che è in grado di salvargli davvero la vita.
Quanta strada ancora da fare, e ci proponiamo INSIEME di esplorarla!

lunedì 15 giugno 2015

APPARTENIAMO SOLO A GESU'


 

APPARTENIAMO SOLO A GESU'


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Gli attentati, il rapimento, il perdono.
Il parroco dei profughi, padre Douglas Bazi, racconta pe rchéla sua gente non odia

Padre Douglas Bazi, la sua storia, non la racconta volentieri. Un po’ perché tornare a quei momenti lo fa ancora sof-frire, un po’ per non aggiungere odio a odio in un Iraq che di tutto ha bisogno, tranne che nuove dosi di veleno. È il 2006, lui serve ancora in una parrocchia caldea di Baghdad. Lo prendono, lo legano, lo bendano. Gli spezzano il naso e gli rompono i denti a colpi di martello. Il primo sorso d’acqua arriva il quinto giorno. La pistola puntata alla tempia: «Non hai paura di morire? Gli altri ci supplicano di non morire, perché tu no?». E lui: «Gli altri non sanno cosa siano la vita e la morte». Un incubo durato nove giorni. Dal luglio del 2013 è stato trasferito nella chiesa di Mar Elia a Erbil, nel Kurdistan iracheno. Oggi i suoi parrocchiani sono soprattutto i profughi di Mosul e Qaraqosh. Centocinquanta famiglie scampate agli orrori dell’Isis. Nel centro c’è una strana allegria, che nasconde ferite indicibili, come le sue.
Cos’ha pensato quando ha sentito le parole del Papa sui cristiani perseguitati?
Ho citato le sue parole nella mia omelia di Pasqua. Ho detto che questo è il tempo perché il mondo capisca che la pace è l’unica opzione. L’unica per salvare l’umanità. Il Papa ci ha nel cuore e ci pensa profondamente. La verità è che non siamo preoccupati tanto di essere uccisi, piuttosto non vogliamo essere dimenticati. I cristiani profughi di Mosul non sono arrabbiati con Dio. Quando chiedo loro che cosa pensano di quel che è accaduto, rispondono: dobbiamo pregare per i nostri nemici, come ci ha detto Gesù. Dobbiamo perdonarli, perché non sanno quello che fanno.
Ma questa gente ha perso tutto.
Sì, a volte dicono: «II 6 giugno (il giorno del 2014 in cui l’Isis è entrata a Mosul, ndr.) abbiamo perso tutto». Ma io rispondo: «Non dite così, dite: “Il 6 giugno Dio ci ha salvato la vita”». Forse la fuga da Mosul non è stata la loro tragedia, ma la loro salvezza.
Non avete paura di morire?
Se guardi i video della gente uccisa dall’Isis, le vittime sono molto calme prima dell’esecuzione. Io so cosa significa: qualche volta, essere morto è lo scenario migliore. Perché quando muori sei nelle mani di Dio. È meglio essere nelle mani di Dio che in quelle di certa gente. Penso a me: mi hanno sparato, hanno fatto esplodere la mia chiesa, sono sopravvissuto a diversi attentati, sono stato rapito. Eppure desidero sempre un futuro senza odio.
Come è possibile che siate senza odio?
L’unica risposta sensata è: perché siamo cristiani. Chi sono io per lamentarmi? Chi sono per dire a Dio: perché ci fai questo? Si è cristiani non solo quando le cose vanno bene. Al Papa vorrei dire: grazie per i tuoi pensieri e per le tue preghiere. Ma anche: come cristiani in Iraq non ci arrenderemo mai. Io sono un sacerdote caldeo, so che la mia missione è a rischio della vita. Ma sono chiamato a prendermi cura del mio popolo. E sarò dove sarà la mia gente.

Che cosa ha imparato in questi anni così difficili?
Dopo il mio rapimento, nove anni fa, non ricordo di aver dormito più di due ore a notte senza incubi. Ancora oggi non vado a letto senza una bottiglia vicino, perché mi hanno tolto l’acqua per quattro giorni. Eppure io credo che la Grazia di Dio non si trasferisca da persona a persona o da generazione a generazione senza il perdono. Altrimenti trasmetteremo l’odio e il nostro sentimento di vendetta.
Sembra quasi impossibile sentirlo dire da chi ha sofferto così tanto.

Non sono un eroe. Sono semplicemente un cristiano. Il mio compito è prendermi cura della comunità, della nostra Chiesa. E poi, se vai a vedere, nella storia della Chiesa i periodi d’oro sono stati durante le persecuzioni. E stato in quei momenti che, in modo particolare, i cristiani hanno mostrato al mondo il volto di Gesù.
Qual è l’episodio che l’ha colpita di più in questi mesi?
Un uomo di Mosul mi ha raccontato che quando l’Isis è arrivata in città, il suo vicino musulmano è andato a bussargli alla porta dicendogli: «Te ne devi andare e io prenderò la tua casa. Se non lo farò io lo farà qual-cun altro. Se ti rivedo domani, ti ucciderò». L’uomo si prepara per partire, fa i bagagli, carica in auto la fami-glia. Ma prima va alla porta del vicino e bussa. «Non ti avevo detto che ti avrei ucciso?». E il cristiano: «È trent’anni che siamo vicini di casa, non volevo andar-mene senza salutare». Il musulmano si mette a pian-gere: «No, resta. Ti proteggerò io». E l’altro: «No, era-vamo vicini. Ora non lo siamo più. La fiducia si è rotta».
Oggi viene lanciato l’allarme per la possibile scomparsa dei cristiani in Medioriente.
A chi si lamenta per questo rispondo: noi non apparteniamo a questa terra, noi apparteniamo a Gesù. Solo se avremo coscienza di questa appartenenza potremo testimoniare qualche cosa ed essere utili al nostro Paese. Ma oggi siamo di fronte a un dilemma.
Quale?
La gente rischia la vita e se vuoi salvarla devi farla fuggire, ma così la comunità cristiana scompare. D’altra parte se vuoi che resti la comunità, si rischia che a scomparire sia il popolo, perché massacrato. Io dico: perché lasciare le pecore in mezzo ai lupi? Qualcuno dice: «Resteremo fino all’ultima goccia di sangue». Ma dai, il futuro si costruisce trasmettendo ai nostri figli l’amore, la grazia e il perdono. Non con questi discorsi.
E quindi?
Io, come dicevo, starò con il popolo. Qui o altrove. Nel frattempo mi occupo dei più piccoli. Sono loro il futuro. La nostra “vendetta” sarà crescere questi bambini in modo onesto, educandoli alla fede, a una mentalità aperta. Altrimenti il prossimo Isis saremo noi cristiani a crearlo...
Come in questi anni è cambiato il suo rapporto con Gesù?
Non sono un angelo. Ho fatto molti errori nella vita e ne sono ancora dispiaciuto. Eppure, se mi guardo, vedo che sono ancora vivo. E mi dico che posso ancora essere utile, posso fare del bene. Il messaggero non è importante, quel che conta è il messaggio. Se Gesù continua a usarmi per diffondere il Vangelo, potrò beneficiarne anche io.
Che cosa può fare oggi l’Europa per aiutarvi?
Noi non stiamo morendo a causa della mancanza di cibo o medicine. Noi siamo preoccupati per il nostro futuro. Non ne faccio un problema di terra, o di presenza in Medioriente. Io penso alle persone, ai cristiani iracheni che soffrono in Libano. Giordania e Turchia. Aprite loro le vostre porte. Lasciate che arrivino salvi. E accoglieteli.
di Luca Fiore, “Tracce”, maggio 2015

sabato 13 giugno 2015

Dorothy Day, prima giornalista agli onori degli altari?

Dorothy Day, prima giornalista agli onori degli altari?


Forte impegno a favore dell'uguaglianza sociale











Hugues







Non possiamo cambiare il mondo, ma possiamo renderlo un po' più tollerante.




La radicale pia, com'era nota Dorothy Day, nacque nel 1897 a Bath Beach, Brooklyn (Stati Uniti). Suo padre era un giornalista del Tennessee, scriveva romanzi e avventure sullo sport e impreziosiva i suoi articoli con citazioni tratte da Shakespeare e dalla Bibbia.

La famiglia, di confessione protestante, viveva a Chicago in condizioni di grande povertà. La madre di Dorothy la mandava a comprare banane marce perché costavano solo dieci centesimi la dozzina.

La ragazza, che fino a quel momento non aveva avuto la benché minima notizia della situazione politica alla vigilia della I Guerra Mondiale, iniziò a interessarsi alla realtà sociale, divorando le descrizioni di Jack London e varie teorie anarchiche.

Con una borsa di studio messa a disposizione dai direttori di testate giornalistiche, la sedicenne poté iniziare a studiare all'università dell'Illinois, entrando allo stesso tempo nel Partito Socialista d'America. Dopo due anni, Dorothy si ritirò dall'università, e di fronte al rifiuto di suo padre di lasciarla tornare a casa si insediò nel quartiere ebraico di Eastside e divenne giornalista, collaborando con il quotidiano socialista Call (La voce). Scriveva su manifestazioni di protesta, interventi brutali della polizia, scioperi e attività pacifiste. A Chicago divenne reporter giudiziario.

Si sposò con Forster Buttermann, un uomo dalle idee radicali e buone con cui ebbe una figlia, Tamar, e che poi lasciò. In quegli anni Dorothy sperimentò una profonda conversione al cattolicesimo,
vedendo nella Chiesa cattolica un corpo vivo che era sopravvissuto per secoli
. Prodotto di questa conversione fu la sua separazione da Forster, l'uomo della sua vita. La figlia venne battezzata con rito cattolico. Tempo dopo, Dorothy entrò nell'ordine benedettino come laica.

Il 1° maggio 1933, mentre 50.000 persone percorrevano le strade di New York opponendosi alla minaccia nazista, pubblicò il primo numero del Catholic Worker (Il lavoratore cattolico). Il giornale costava un centesimo di dollaro e conteneva articoli di facile lettura su scioperi e lavoro infantile, descrivendo anche le pessime condizioni salariali delle persone di colore.

Il Catholic Worker, con il suo entusiasmo e il linguaggio chiaro che utilizzava, cadde come una bomba. Del numero iniziale vennero stampate 2.500 copie, alla fine dell'anno se ne vendevano 100.000 e nel 1936 erano arrivate a 150.000.

Giovani impegnati portavano il quotidiano a spalla in ogni luogo: stazioni degli autobus, università, uffici pubblici... I Workers fondarono mense per i poveri, raccoglievano mobili e alimenti e cercavano abitazioni vuote.

È più giusto dire che Dorothy Day era una cattolica romana “enciclicista” che una cattolica comunista, visto che difendeva e sosteneva le encicliche sociali della Chiesa cattolica.

Dorothy scrisse un'autobiografia, Loneliness, nella quale approfondiva le basi dell'amore che si ottiene mediante la comunità. In quel testo, indicò la forma in cui il distributismo era al cuore del programma del Catholic Worker nel suo aspetto agrario.

Nel 1996 è stato realizzato un film intitolato La Forza di un Angelo, diretto da Michael Ray Rhodes. La frase “intrattenere gli angeli” si riferisce alla pratica di trattare tutti gli ospiti, re o mendicanti, come se fossero veri angeli che ci fanno visita.

Dorothy Day è morta di cancro il 29 novembre 1980. Papa Giovanni Paolo II l'ha dichiarata servo di Dio nel 1996, e nel marzo del 2000 lo stesso papa ha autorizzato l'arcidiocesi di New York ad avviare il processo per promuovere la sua causa di canonizzazione.

Dorothy Day era una convertita, immersa in una società concreta alla quale cercò di portare i valori del Vangelo e tutta la ricchezza della Chiesa. Oggi ci invita a seguire la via della santità nella vita quotidiana, come Santa Teresina di Lisieux dalla quale ha imparato tanto, così come apprese da Dostoevskij la pratica dell'amore attivo, dai Maritain la rivoluzione del cuore e la necessità di mantenere la fede in periodi di tribolazione e da Mounier la responsabilità personale nella storia.

Come giornalista, visse e si impegnò negli eventi centrali del XX secolo.

Partecipò a una delegazione dell'ultima sessione del Concilio Vaticano II, sostenendo l'obiezione di coscienza. Scriveva per consolare gli afflitti e promuoveva il ritiro spirituale periodico come “trattamento di shock”.

La sua spiritualità è caratterizzata dagli insegnamenti della Chiesa, dalla vita liturgica e sacramentale, dall'amore per le Scritture, dalla convivenza con i poveri e dalla lotta contro una società che toglieva loro la vita, la dignità e la libertà.

Anche papa Benedetto XVI ha elogiato Dorothy Day:

“La capacità di contrapporsi alle lusinghe ideologiche del suo tempo per scegliere la ricerca della verità e aprirsi alla scoperta della fede è testimoniata da un’altra donna del nostro tempo, la statunitense Dorothy Day. Nella sua autobiografia, confessa apertamente di essere caduta nella tentazione di risolvere tutto con la politica, aderendo alla proposta marxista: 'Volevo andare con i manifestanti, andare in prigione, scrivere, influenzare gli altri e lasciare il mio sogno al mondo. Quanta ambizione e quanta ricerca di me stessa c’era in tutto questo!'. Il cammino verso la fede in un ambiente così secolarizzato era particolarmente difficile, ma la Grazia agisce lo stesso, come lei stessa sottolinea: 'È certo che io sentii più spesso il bisogno di andare in chiesa, a inginocchiarmi, a piegare la testa in preghiera. Un istinto cieco, si potrebbe dire, perché non ero cosciente di pregare. Ma andavo, mi inserivo nell’atmosfera di preghiera…'. Dio l’ha condotta ad una consapevole adesione alla Chiesa, in una vita dedicata ai diseredati”.



[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

venerdì 5 giugno 2015

BAUDELAIRE

Baudelaire

BAUDELAIRE
***
Autore: Filippetti, Roberto  Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele Fonte: www.itacalibri.it
Il Per-Corso e i percorsi.

Schede di revisione di letteratura italiana ed europea
Attrazione e rifiuto
«Diviso fra il desiderio di elevarsi fino alla contemplazione dei "Troni e delle Dominazioni" e il bisogno di assaporare i forti liquori del peccato; attratto a volta a volta (e talora al tempo stesso) e respinto dagli estremi l'amore che invoca l'odio e se ne nutre egli era in preda ad una crudele ambivalenza affettiva»: questo, nell'acuta sintesi di M. Raymond, il travaglio di Charles Baudelaire, il padre della lirica europea contemporanea.
Nato nel 1821, ebbe una educazione cattolica, ma presto si allontanò dalla fede.
Dopo un viaggio in Oriente, passò quasi tutta la vita nel «vasto deserto umano» di Parigi. Mentre il suo spirito, colmo di spleen, si protendeva verso l'idéal e anelava «verso una bellezza superiore» attinta per via estetica (fu esperto di pittura, fine critico musicale, ottimo traduttore e divulgatore dei racconti di Edgar Allan Poe; fu soprattutto geniale poeta), la sua carne si lasciava andare a eccessi e sregolatezze.
In prosa scrisse 1 paradisi artificiali: l'alcool, l'oppio, il sesso nel suoi aspetti perversi e degradanti, e tutto ciò che può provocare sensazioni forti e inebrianti appare come un surrogato (ma quanto deludente!) a chi si sente «esiliato» dal Paradiso e dispera di trovare la via per farvi ritorno.
Il 1857, anno in cui pubblicò I fiori del male, è universalmente reputato l'inizio del '900 letterario. E' questo un testo che, come Baudelaire scrive nell'Epigrafe per un libro condannato (e davvero l'autore fu portato in tribunale), non sopporta un «lettore quieto e bucolico, sobrio / uomo ingenuo e dabbene», il lettore borghese che vuole dalla poesia essere blandito e «di-vertito». I fiori del male sono fatti per l'«anima curiosa» il cui occhio «sa scrutare negli abissi», per una «lettura "fraterna", nata sulla scienza dolorosa del peccato, sulla nostalgia di un Eden perduto, sulla malinconia, sulla disperante ossessione di una bellezza irraggiungibile, sulla vertigine del sogno, del buio» (L. De Nardis).

Lo «Spleen»
Nel cuore del libro ben quattro liriche s'intitolano Spleen.
Ripercorriamo l'ultima: una poesia che in stile «sublime, fosco» dà voce, come scrive Eric Auerbach, alla più profonda disperazione.
Il testo consiste di un unico movimento: cinque subordinate temporali, tutte aperte dall'incalzare del «quando», sfociano infine nella principale. Si tratta di un climax (struttura a gradini) che si potrebbe visualizzare in un pattern: cinque cerchi concentrici comprimono in una morsa sempre più soffocante l'«io», il quale infine esplode in una blasfema preghiera, che si scaglia verso l'alto e subito precipita, vinta.

  • La realtà che ci circonda è come un'immensa pentola (in francese il couvercle è proprio quello della marmitta, o della bara): in un giorno di pioggia il cielo pesa, con le sue nuvole plumbee e opprimenti;
  • l'abbraccio dell'orizzonte ci acceca facendo piovere su noi la sua «luce nera» (potente ossimoro!);
  • la terra è un umido carcere che chiude tra mura ammuffite la Speranza, cieco, ammaccato topo svolazzante;
  • dal cielo scendono a conficcarsi nella terra «sbarre» di pioggia che ci imprigionano;
  • infine, il quinto e ultimo cerchio: i nostri «cervelli» (cerveaux è termine medico, tanto tecnicamente preciso quanto potentemente simbolico) sono irretiti in una vischiosa ragnatela di cupa disperazione.


Al culmine del climax, in cui tutto è opprimente silenzio, esplode - e siamo alla proposizione principale - l'urlo surreale e improvviso di campane che lanciano verso il cielo orribili lamenti e piagnucolano ostinatamente come anime in pena. Tentativo frustrato di ascensione e subito rovinosa caduta.
Se in generale «il parallelo Leopardi-Baudelaire è cosa ormai scontata» (De Nardis), in particolare Spleen appare omologa ad A Silvia. Certo, forte è lo iato che separa i due testi: al "sublime in alto" del Recanatese fa riscontro il "sublime in basso" (Auerbach) del Nostro. Ma identica nelle due poesie è la dinamica strutturale

  • ascesa-precipizio («se ne va su pei muri la Speranza» - «vinta, la Speranza / piange»; «Silvia... salivi» - «misera cadesti»);
  • e, dal punto di vista tematico, «Silvia» - nome che anagrammato dà proprio «salivi» - è la «forma» della Speranza;
  • infine entrambi i testi si chiudono sull'incombere di una morte senza speranza («lunghi funerali» qui, «tomba ignuda» là): dunque di un'«atroce Angoscia» che pianta - unica vincitrice - «il suo vessillo nero» su un raccapricciante «cráne incliné».


Una disperazione senza via d'uscita
Di qui il tedio, l'ennui, lo spleen, das graue Elend (in tedesco: la grigia miseria), l'Angoscia, la Noia, la Nausea: questa proteiforme compagna di strada (da Alfieri a Foscolo e Leopardi; da Baudelaire agli Scapigliati; da Carducci a Pascoli; da Svevo e Pirandello, su su passando per Montale, Moravia, Sartre, Pavese, fino al giorni nostri); questo pungolo assiduo dell'uomo, che per un verso è stato tradito dalla modernità razionalista e naturalista, e per altro verso non sa tornare al cristianesimo. Ciò che resta è una disperazione senza via d'uscita, una paura che paralizza ogni impeto costruttivo.
Baudelaire, decisamente antilluminista, ha la struttura interiore di un mistico (egli annota: «fin dall'infanzia tendenza al misticismo e mie conversazioni con Dio»): è sempre sull'orlo di quell'umiliazione esaltante che lo spalancherebbe alla Salvezza, se solo accettasse di essere compiuto da Altro da sé, di fare spazio alla Grazia; ma di fatto resta sempre ancorato all'autoesaltazione superba, luciferina. «L'autogodimento della propria superbia di artista» - scrive Auerbach - «l'apoteosi del poeta, il quale si eleva sulla spregevole stirpe degli uomini».
Jean Royère la chiama «una teologia che pone l'uomo al livello di Dio»: ma non è questo il satanico movente del peccato originale?
«Teologia del diavolo»: così fin dalla lirica Al lettore, che apre il libro:
«Regge il Diavolo
i fili che ci muovono!
Un fascino troviamo in ogni cosa
ripugnante; ogni giorno senza orrore,
tra il puzzo delle tenebre, di un passo
verso l'inferno discendiamo.
…Nei cervelli
ci gozzoviglia un popolo di Dèmoni».

Ed è un tema che torna spesso. Nella sezione Rivolta, penultima del canzoniere baudelairiano, la lirica Abele e Caino così si chiude:
«O razza
di Caino, su, arrampicato al cielo
e rovescia Dio, giù, sopra la terra!».

Seguono Le Litanie di Satana, vero inno al «Principe dell'esilio», di cui s'invoca la pietà, a cui si rivolgono lodi, fino alla conclusiva invocazione:
«Fa' che l'anima
possa a te accanto riposarsi sotto
l'Albero della scienza».

Altre volte si accampa invece sulla pagina tutta la precarietà del proprio slancio titanico verso il cielo. In I lamenti di un Icaro, questi confessa che, pur essendo spezzato dalla fatica, ha «abbracciato solo nuvole» e non gli restano altro che barbagli nella memoria:
«Invano il centro
volli trovare dello spazio e il limite:
ché sotto non so quale occhio di fuoco
sento che l'ala mi si spezza».

Precipiterà in mare, cosicché lui, «arso dall'amore del bello», non avrà neppure - foscolianamente - l'onore di un nome che distingua la sua tomba dalle altre.
Ancor più eloquente è Castigo dell'orgoglio: quel «dottore» - quasi Icaro della Teologia - «sale troppo in alto». L'amor sui usque ad contemptum Dei l'induce a concepire Gesù come realtà manipolabile, che l'umana scienza può elevare o abbassare a proprio piacimento. Ma ciò fa sì che subito la luce di quell'intelligenza s'ottenebri: castigo dell'«orgoglio satanico» è la demenza, il caos, un imbestiamento che rende simili ad animali randagi.

Una sincera mendicanza del vero
C'è, in questo dotto teologo, la tragica parabola dell'intellettuale dell'800, di Baudelaire stesso.
Questi però, a differenza di tanti ideologi del suo tempo, ha disseminato tra I fiori del male
momenti di sincera mendicanza del Vero. L'Orologio, emblema della vanitas «Mormora tremilaseicento volte ad ogni ora / Ricordati! ... Remember! Souviens-toi, prodigo! Esto memor!».
Memoria del limite e attesa dell'Illimite:
«Sullo sfondo, a volte
d'un banale teatro ho visto un essere
che non era che luce, e oro, e velo,
schiacciar l'enorme Satana; il mio cuore,
che l'estasi mai visita, è un teatro
ove si aspetta sempre, sempre invano,
l'Essere chiaro che di velo ha le ali» (L'Irreparabile).

Attesa che di lì a poco diviene preghiera A una Madonna a cui il poeta, coi suoi versi, vuole innalzare un altare e tutto rivestirlo di «Desiderio» e di «Rispetto».
«Sotto i tuoi piedi metterò il Serpente
che mi morde le viscere, affinché,
Regina vittoriosa e in redenzioni
feconda, tu calpesti e tu schernisca
codesto mostro».


Il peccato gli è sempre dolorosamente davanti: «Ah, Signore, concedimi la forza e il coraggio / di contemplare il mio cuore e il mio corpo senza disgusto» (Un viaggio a Citera); «saprò un giorno / far sì che lo spettacolo vivente / di mia triste miseria sia il lavoro / delle mie mani e m'innamori gli occhi?» (Il cattivo frate).
I ciechi sono l'emblema perfetto dell'umana natura carica di desiderio santo: sete di Cielo (e si noti, al v. 7 «cielo» con la minuscola e all'ultimo verso «cielo» con la maiuscola: spia grafica del passaggio dal segno naturale che rimanda oltre, al luogo del bramato Significato ultimo. Lo stesso farà Pascoli nel X agosto):
Anima mia contemplali: davvero
sono orribili! Simili ai fantocci,
vagamente ridicoli, tremendi,
strani come i sonnambuli; essi aguzzano
non si sa dove i globi tenebrosi.
Quegli occhi, da cui è fuggita via
la divina scintilla, verso il cielo
rimangono levati come se
guardassero lontano; pensierosi
mai li si vede volgere al selciato
la testa appesantita. Così il buio
infinito traversano, fratello
dell'eterno silenzio. E mentre ridi
canti e urli all'intorno, innamorata
fino all'atrocità di godimenti,
o città, così anch'io vo trascinando
me stesso! Ma di lor più inebetito,
dico: che cosa cercano mai tutti
questi poveri ciechi là nel Cielo?

Al vertice di tutto: la creazione artistica
Sempre nel 1857, in un saggio su Edgar Allan Poe, Baudelaire scriveva: «E' questo mirabile e immortale istinto del Bello che ci fa considerare la terra e i suoi spettacoli come una visione, come una corrispondenza del cielo. La sete insaziabile di tutto ciò che è al di là e che rivela la vita, è la prova più evidente della nostra immortalità. E' nel contempo con la poesia e attraverso la poesia, con e attraverso la musica che l'anima intravede gli splendori posti al di là della tomba».
Il brano (chiave di lettura della lirica Corrispondenze) è eloquente per due motivi.
In primo luogo bene documenta il carattere esigenziale della vita: l'umana esigenza della bellezza implica l'esistenza di una Bellezza ultima che sta al di là delle modalità sperimentabili; lo spettacolo naturale è segno, analogia e prova che l'anima è destinata allo splendore dell'immortalità.
In secondo luogo il brano attesta come Baudelaire, almeno nel 1857, creda che sia l'arte - poesia o musica - la finestra che fa intravedere questo splendore. Egli, riconosciuta la «sete insaziabile», si accontenta di misurarla e calibrarla col sentimento, senza un impegno personale e libero: la ricerca del senso della vita, l'urgenza, l'esigenza di un significato ultimo diventa uno spettacolo di bellezza, assume una forma estetica piena di compiacimento per il riverbero emotivo che l'interrogativo suscita.
Alla domanda di totalità, costitutiva della nostra ragione, tutti, in maniera cosciente o inconscia, rispondiamo affermando un quid ultimo per il quale vale la pena vivere (scrivere): Baudelaire non si piega al mistero di Dio, ma tutto piega «al culto geloso ed esclusivo di ciò che egli veramente ama e persegue con tutte le sue forze: la creazione assoluta del poeta, l'arte assoluta, se stesso come colui che crea artisticamente». Così scrive Auerbach, che poi conclude: «Terribili sono le Fleurs du Mal, che hanno per motivo principale l'orrido e la più amara disperazione ed i vani e assurdi tentativi di stordirsi e di evadere», non ultima «quell'idolatria per l'arte, che già da lungo tempo ci tiene in suo potere».

Una visione «gnostico-manichea»
E', questa che prevale nei Fiori del male, una posizione gnostico-manichea.
Come già in tanto Romanticismo europeo (e in Leopardi) gli elementi costitutivi di questa rediviva gnosi sono:
il disprezzo per la materia e per il mondo, che appare come «fango», «esilio», «prigione», in cui un demiurgico «Iddio-tiranno» (Il Rinnegamento di San Pietro) ha «gettato» l'uomo per ridere di lui, come già «rideva al suon dei chiodi che i carnefici / conficcavan nelle carni vive di Gesù»;
il «dualismo» bene-male (lo «scapigliato» Arrigo Boito, che assieme a Emilio Praga portò in Italia il verbo baudelairiano, nella lirica che s'intitola proprio Dualismo ne ripropone molti ingredienti. La realtà - serpente che si morde la coda - presenta la fusione degli opposti: «luce - ombre», «angelica farfalla - verme immondo», «caduto cherubo - demone che sale», «bestemmia - preghiera»; l'uomo è stato creato da un «buio iddio» che «ci scagliò sull'umida / gleba che c'incatena, / poi dal suo ciel guatandoci / rise alla pazza scena / e un dì a distrar la noia / della sua lunga gioia / ci schiaccerà col piè»);
un nichilismo angosciante e disperato;
l'orgogliosa convinzione che la conoscenza è data a pochi eletti attraverso una illuminazione (poetica) che li rende diversi e superiori al volgo;
l'idea di storia non come progresso, ma anzi come continuo degrado.

Domande, umili e profonde

Baudelaire muore nel 1867, dieci anni dopo l'uscita del suo capolavoro.
Le domande, ora umili e profonde, si fanno sempre più pressanti. Leggiamo nei Diari intimi: «Quasi tutta la nostra vita è spesa in curiosità sciocche. In cambio ci son cose che dovrebbero eccitare al più alto grado la curiosità degli uomini e che, a giudicare dal corso ordinario della loro vita, non gliene ispirano alcuna. Dove sono i nostri amici morti? Perché siamo qui? Veniamo da qualche parte? Che cos'è la libertà? Può accordarsi la libertà con la legge provvidenziale?»; e ancora: «Nulla esiste senza scopo: dunque questa esistenza ha uno scopo. Quale scopo? Lo ignoro. Dunque non l'ho stabilito io. Ma qualcuno più sapiente di me. Bisogna dunque pregare questo qualcuno d'illuminarci. E' il partito più saggio»; «La vera civiltà non è nel gas o nel vapore, ma nel lavoro d'ogni giorno per diminuire le conseguenze del peccato originale».
E ancora, nel 1866: «Avendo immaginato di sopprimere il peccato, i liberi pensatori hanno creduto ingegnoso sopprimere il giudice e abolire il castigo, e proprio questo chiamano progresso. Per loro, combattere l'ignoranza è ridurre Dio».
Baudelaire invece tornava ad aprirsi alla fede dell'infanzia, grazie anche all'amicizia di un cattolico energico come Louis Veuillot: sul letto di morte il poeta maledetto, che dieci anni prima aveva invocato Satana, chiese i Sacramenti.

martedì 2 giugno 2015

Aforisimi Baudelaire

 Aforisimi Baudelaire
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L’uomo che dica la sua preghiera, la sera, è un capitano che mette delle sentinelle. Può dormire (Baudelaire, Diari intimi)
 Siate benedetto, mio Dio, che date la sofferenza / come un divino rimedio alle nostre impurità (Baudelaire)
 Ogni uomo, in ogni istante, ha in sé due postulazioni simultanee: una verso Dio, l’altra verso Satana. L’invocazione a Dio, o spiritualità, è desiderio di salire di grado; quella a Satana, o animalità, è gioia di discendere (Baudelaire, Diari intimi)
 La maggior parte degli errori intorno al bello nasce dalla falsa concezione del XVIII secolo intorno alla morale. La natura in quel periodo era considerata quale base, origine e archetipo di tutto il bene e di tutto il bello possibili. E nell'accecamento generale di quel secolo, non ebbe poca parte la negazione del peccato originale. Se nondimeno accettiamo di riferirci semplicemente al fatto visibile, all’esperienza di tutti i tempi e alla «Gazette des tribunaux», possiamo vedere che la natura non insegna nulla, o quasi nulla, in altre parole, che essa costringe l'uomo a dormire, a bere, a mangiare e a proteggersi, nei modi che può, contro gli effetti ostili dell’atmosfera. Proprio la natura spinge l’uomo ad uccidere il proprio simile, a mangiarlo a sequestrarlo, a torturarlo; che non appena si esce dall'ordine delle necessità e dei bisogni per entrare in quello del lusso e dei piaceri, si osserva che la natura non può consigliare altro che il delitto. Così, questa infallibile natura ha creato il parricidio e l'antropofagia e mille altri abomini che il pudore e la delicatezza impediscono di nominare. E la filosofia poi ( parlo di quella onesta), è la religione a comandarci di nutrire i genitori poveri e infermi. La natura (che altro non e se non la voce del nostro interesse) ci ordina di ammazzarli. Si passi in rassegna, si esamini tutto ciò che è naturale, tutte, le azioni e i desideri del semplice uomo naturale e non si troverà altro che orrore. Tutto quanto è bello e nobile è il risultato della ragione e del calcolo. Il delitto, di cui la bestia umana ha appreso il gusto nel ventre della madre, è originariamente naturale. La virtù, al contrario, è artificiale soprannaturale, giacché sono stati necessari, in tutti i tempi e in tutti i popoli divinità e profeti per insegnarla all'umanità imbestiata, e l'uomo, da solo, sarebbe stato impotente a scoprirla. Il male si fa senza sforzo, naturalmente, per fatalità, ma il bene è sempre il prodotto di un arte (Baudelaire, Elogio del trucco)
 Le droghe mi sembrano non soltanto uno fra i mezzi piú terribili e sicuri di cui disponga lo spirito delle tenebre per arruolare ed asservire la miserevole umanità, ma anche una delle sue più perfette incarnazioni (Baudelaire)
 Questi sventurati che non hanno né digiunato né pregato, e che hanno rifiutato la redenzione tramite il lavoro, chiedono alla magia nera (la droga) i mezzi per elevarsi, d’un sol colpo, all’esistenza soprannaturale. La magia li inganna e accende per loro una falsa felicità e una falsa luce; mentre noi, poeti e filosofi, abbiamo rigenerato la nostra anima col lavoro continuo e la contemplazione; con l’assiduo esercizio della volontà e la costante nobiltà dell’intenzione, abbiamo creato per noi un giardino di vera bellezza. Fiduciosi nel detto che la fede muove le montagne, abbiamo compiuto il solo miracolo di cui Dio ci abbia dato licenza! (Baudelaire)

lunedì 1 giugno 2015

Lo Zinco, un minerale fondamentale per la salute della Tiroide e non solo…

Lo Zinco, un minerale fondamentale per la salute della Tiroide e non solo…

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di: Franca
commenti, compilazione e correzioni: Angelo
Zinc
Lo zinco è un microminerale, fa parte di oltre 300 complessi enzimatici ed è necessario per il corretto funzionamento di molti ormoni, inclusi gli ormoni tiroidei, il cortisolo, l’insulina, l’ormone della crescita e gli ormoni sessuali. L’organismo ne contiene nei muscoli, nei globuli rossi e in quelli bianchi.
SINTOMI DA CARENZA
anemia che non risponde alla supplementazione di ferro
problemi alla deambulazione ed equilibrio
stanchezza
stordimento
perdita di capelli
riduzione del metabolismo basale
riduzione della temperatura corporea basale
diminuita conversione di T4 in T3
disordini immunitari
alterazioni cutanee
diarrea
disturbi mentali
infezioni ricorrenti a causa dell’indebolimento delle funzioni immunitarie
carenza di testosterone negli uomini

PROPRIETÀ
Lo zinco è un nutriente necessario per la produzione dell’ormone tiroideo ed è cruciale per la nostra salute.
Infatti agisce come un catalizzatore in moltissime reazioni enzimatiche del nostro organismo ed è coinvolto nella sintesi del DNA, nella funzione immunitaria, la sintesi proteica e la divisione cellulare.
È indispensabile anche per il corretto senso del gusto e dell’olfatto, nei processi di disintossicazione, nella guarigione delle ferite.

Lo zinco non viene immagazzinato nel corpo, dunque è assolutamente necessario un apporto giornaliero di zinco per garantire tutte le funzioni su esposte.
Nel mondo, un individuo su quattro, può essere carente di zinco, e la maggior parte degli individui con ipotiroidismo sono carenti di questo microminerale.
Deficit di zinco impediscono la conversione di T4 in T3.
Lo zinco è necessario anche per la formazione di TSH e possono quindi aversi carenze in pazienti ipotiroidei che abbiano alti livelli di TSH.
La deficienza di zinco è anche stata associata con aumento della permeabilità intestinale e suscettibilità alle infezioni così come ad una ridotta disintossicazione dalle tossine batteriche.
L’assorbimento di zinco può essere alterato da danni dalla malattia intestinale come il morbo celiaco e altre sindromi da malassorbimento.

In caso di stress (di qualunque natura) l’organismo utilizza lo zinco, insieme alla glutammina, per produrre maggiori quantità di cortisolo, causando così una deplezione intestinale di questi due importanti nutrienti nutrienti che hanno l’importante compito di riparare i danni della parete intestinale e di mantenere in efficienza il suo ruolo di barriera.
Lo zinco è un componente chiave in oltre 300 enzimi utilizzati nel corpo ed è un importante componente strutturale di molte proteine, ormoni, neuropeptidi e recettori ormonali.
Molti studi riportano che la carenza di zinco può causare disfunzione del sistema immunitario. Emily Ho, della Oregon State University, e suoi colleghi, hanno fatto numerosi ed accurati esperimenti per valutare gli effetti fisiologici di carenza di zinco.
La sua squadra di ricercatori ha dimostrato che la riduzione zinco causa l’attivazione aberrante delle cellule immunitarie e la disregolazione di una citochina, la l-6, una proteina che interessa l’infiammazione nella cellula.
I ricercatori hanno confrontato i livelli di zinco in topi vivi, giovani e vecchi. I topi più anziani avevano bassi livelli di zinco ed anche una maggiore infiammazione cronica ed avevano una diminuita metilazione dell’L-6 – un meccanismo epigenetico che le cellule usano per controllare l’espressione genica.
I ricercatori hanno quindi osservato che: “la carenza di zinco induce una risposta infiammatoria tale da suscitare l’attivazione aberrante delle cellule immunitarie e un’alterata metilazione“, gli autori dello studio sostengono anche che: “i risultati suggeriscono potenziali interazioni tra i livelli di zinco, epigenetica, e funzione immunitaria, e come, la loro disregolazione, potrebbe contribuire a infiammazione cronica “.

La carenza di zinco potrebbe perciò svolgere un ruolo determinante nelle malattie croniche come le malattie cardiovascolari, il cancro e il diabete che coinvolgono l’infiammazione. Tali malattie spesso appaiono in adulti anziani, che sono infatti più a rischio di carenza di zinco.
“Quando si toglie lo zinco, le cellule che controllano l’infiammazione sembrano attivarsi e rispondere in modo alterato, il che induce le cellule a promuovere una maggiore infiammazione“, ha aggiunto Emily Ho, autore principale dello studio che si trova nei riferimenti a tergo.
Lo zinco è anche un micronutriente essenziale, necessario per molti processi biologici, tra cui la crescita e lo sviluppo, la funzione neurologica e l’immunità.
Altri studi suggeriscono che bassi livelli di zinco possono essere associati ad una diminuzione del Metabolismo Basale (ndr. ipotiroidismo come detto)
Insieme al Selenio, lo Zinco concorre a modulare la risposta immunitaria e può determinare un significativo abbassamento del livello di auto-anticorpi nella patologia autoimmune tiroidea.
Una carenza di zinco può inoltre predisporre ad una carenza di vitamina A che nei pazienti ipotiroidei sarebbe ancora più grave, vista l’incapacità dell’organismo di trasformare il ß carotene in acido retinoico.
Ma perché tutti questi studi sul ruolo dello zinco?
Comprendere il ruolo di zinco nel corpo è importante per determinare se le linee guida dietetiche per lo zinco sono adeguate.
La dose giornaliera raccomandata di zinco per gli adulti è di 8 milligrammi per le donne e 11 milligrammi per gli uomini, a prescindere dall’età.
Le linee guida possono avere bisogno di correzioni per gli anziani al fine di garantire che stiano assumendo abbastanza zinco.

Circa il 12% delle persone fanno diete carenti di zinco (ndr. per esempio i vegetariani ed i vegani). Il 40% degli ultra-sessantenni sono carenti.
Gli anziani tendono a mangiare cibi meno ricchi di zinco.

Cosa fare per capire se si è carenti di zinco?
Non esiste un buon test biomarker clinico per determinare la carenza di zinco.
Oltre agli esami su sangue si può eseguire un MINERALOGRAMMA.

Si pensa comunque che la carenza di zinco è probabilmente un problema più grande di quanto si creda. Prevenire il deficit è importante.
Fonti alimentari
Ostriche, pesce, carne rossa e frutta secca. Lo zinco contenuto nei vegetali non è biodisponibile poiché legandosi all’acido fitico può formare un complesso insolubile che non viene assorbito. I Fitati che si trovano in cereali, legumi, noci e semi legano lo zinco e impediscono il suo assorbimento.
(ndr. attenzione con le diete vegetariane e vegane!)
Le Ostriche sono il cibo più ricco di zinco biodisponibile.
Manzo, fegato, maiale, pollo e l’aragosta sono comunque ottime fonti di zinco. (ndr. la paleodieta? Oh yes!)

IMPORTANTE
Un inadeguato grado di acidità gastrica (ndr. problema comune per chi si nutre di junk food e/o segue diete occidentali) non consentirà di estrarre lo zinco dalla parte proteica degli alimenti, questa è purtroppo una condizione che si verifica di frequente nei pazienti ipotiroidei, soprattutto autoimmuni.
Deficit di zinco possono determinare bassi livelli di fosfatasi alcalina.
SUPPLEMENTAZIONE
Al fine di affrontare il deficit può essere valutata la supplementazione di zinco con, indicativamente, non superiori a più di 30 mg al giorno. Questo perché la supplementazione di zinco sopra 40 mg può causare un’esaurimento in livelli di rame.
L’assunzione di integratori di ferro in concomitanza con i pasti può ridurre considerevolmente l’assorbimento dello zinco dal cibo.
Perciò è sempre buona regola consultare un medico esperto prima di decidere di integrare questo prezioso minerale. Normalmente ogni 15 mg. di zinco andrebbero bilanciati con 1 mg di rame)
(ndr. le diete vegetariane e vegane sono ricchissime di rame e già di base carenti in zinco biodisponibile… Grosso problema…)
Non tutte le formulazioni di zinco in commercio sono ugualmente biodisponibili.
Lo zinco picolinato viene assorbito meglio.
Per garantire il corretto assorbimento, gli integratori di zinco è meglio che siano assunti durante un pasto.
Lo zinco agisce in sinergia con il manganese e la vit B6.

TOSSICITA’
I principali effetti tossici si verificano in conseguenza di prolungate assunzioni di dosaggi superiori ai 150 mg al giorno e sono rappresentati da anemia, riduzione del colesterolo HDL, depressione della funzione immunitaria.
La tossicità acuta è rara perché l’assunzione di forti dosi provoca vomito.
Riferimento: