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venerdì 28 marzo 2025

La vit D3

 

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La vitamina D3 e il grande reset biologico (Con David Coussmaker Anderson)



  In questa intervista esclusiva il prof. David Coussmaker Anderson autore, insieme al dott. David Stuart Grimes, del libro” La vitamina D3 e il grande reset biologico”, tradotto in italiano con la collaborazione del prof. Joseph Tritto, spiega l’importanza della vitamina D3 per il nostro benessere e per le nostre difese immunitarie. Ma parla anche di Oms e di virus usciti da biolaboratori, dei vaccini a mRNA usciti dai cancelli di Bill, Bill Gates (Gates in inglese significa “Cancelli”)

La vitamina D3 è essenziale per le nostre difese immunitarie

Il messaggio centrale dell’autore è che la vitamina D3, agendo con la vitamina A e lo zinco, è essenziale per la difesa immunitaria naturale contro le minacce di infezioni e tumori, ma la carenza globale di vitamina D è diffusa. La vitamina D3 si forma dalla radiazione solare sulla pelle e attraverso i suoi metaboliti controlla il 3% del nostro genoma, e non solo l’assorbimento del calcio. È fondamentale per il miracolo della vita umana sulla Terra. Big Pharma lo sa, ma ha bisogno di farmaci e vaccini brevettabili e di un’immunità indebolita.


Gli autori sono due medici in pensione che fin dall’inizio hanno messo in dubbio la trama sceneggiata del virus SARS-CoV-2 e del Covid-19. Si sono resi conto che i virus sfruttano i difetti stagionali nell’immunità naturale.

La deliberata cattiva gestione del Covid-19; le prove per la deliberata negazione dell’immunità naturale; e l’arroganza e la nemesi ed il crimine di pseudo-vaccini di acido nucleico e non testati.

colecalciferolo, vitamina D3
Colecalciferolo, vitamina D3 (Benjah-bmm27, Public domain, via Wikimedia Commons)

Matteo Demicheli


David Coussmaker Anderson

David Coussmaker Anderson. un “uomo delle idee”, clinico e ricercatore endocrinologo, è stato professore di medicina a Manchester e Hong Kong e ha mostrato un interesse per tutta la sua vita verso la “vitamina del sole”. All’inizio del 2020 si è reso conto che la pandemia di Covid-19 era aggravata dalla carenza di vitamina D3. Sostiene che la Medicina è stata rilevata da Big Pharma e che il virus sintetico brevettato e gli pseudo-vaccini sono armi biologiche finanziate dalla ricerca illegale del guadagno di funzione, “Gain of Function”. Il prof. Anderson chiede un Great Biology Reset per riportare la vitamina D e l’immunità naturale al centro della scena, ricordando che la carenza di vitamina D a garantire a Big Pharma lauti guadagni.

domenica 23 marzo 2025

don ANTONIO ANASTASIO

don ANTONIO ANASTASIO nel ricordo del suo confratello don Vincent Nagle:


«Ho conosciuto don Antonio Anastasio, detto “Anas”, per la prima volta appena arrivato a Milano nell’estate del 1987, mentre lui finiva la laurea alla Cattolica, dove era il capo della comunità di Comunione e liberazione nella facoltà di filosofia. Dopo alcuni giorni salii a Mazzin di Fassa per la mia prima vacanza del Movimento ed ero in camera con lui. Lì nacque un’amicizia fondamentale per me, basata su una gratitudine condivisa per l’incontro fatto con Cristo attraverso il carisma di Luigi Giussani.

Vedevo in lui quello che volevo essere io, una persona la cui umanità era attraente, aperta, positiva, coraggiosa e piena di una passione per il destino di tutti. Non potevo poi non notare, nonostante il mio italiano primitivo, il suo presentissimo senso dell’ironia, pungente e sempre pronto con una battuta azzeccata. Lo ricordo mentre faceva i frizzi della vacanza, prendendo in giro la mancanza dell’acqua calda. E da lui ho appreso tante delle canzoni che ho imparato nel Movimento, a partire da quella prima sera, quando con la chitarra intonò “La lunga traccia”.

Alla fine dell’estate entrammo in due seminari diversi, a Roma: io alla Fraternità San Carlo e lui, con una banda di compagni affezionati dell’università, in un altro posto. Due anni dopo, anche Anas con un gruppo dei suoi amici approdarono alla San Carlo.

In seminario don Massimo Camisasca, il nostro superiore, ci chiese di prepararci per una missione insieme in Africa. Ero molto felice di questo privilegio, ma la missione saltò. Anas invece partì per Oaxaca, in Messico, e da allora il suo itinerario da missionario è stato molto vario e sempre ricco di frutti visibilissimi nelle persone che hanno incontrato Cristo proprio grazie a lui. Dopo un breve periodo in Messico tornò in Italia, per lavorare nella diocesi di Grosseto. E da allora, da Grosseto hanno cominciato ad arrivare seminaristi alla Fraternità.

Ricordo il suo giudizio sulla vita comune in missione: “Per vivere la missione – disse una volta – uno deve avere un pregiudizio positivo fortissimo del suo fratello di casa. Prima di qualunque altro giudizio, ci vuole questo pregiudizio indistruttibile”. Con la sua perspicacia così accesa che riconosceva subito i limiti dell’altro, questo non era un giudizio scontato. Ma lo viveva con me e altri anche quando gli costava caro.

Dopo alcuni anni diventò rettore del seminario della Fraternità a Roma, dove tanti giovani hanno potuto vedere in lui un’allegria e una vita determinata da un desiderio vivissimo di annunciare Cristo al mondo.

Poi è diventato parroco a Fuenlabrada, vicino a Madrid, in Spagna. Insieme ai fratelli della Fraternità, guidò una vita di comunità molto intensa, piena di affezione, opere e fede. Lì, insieme ad altri (sempre insieme ad altri) diede inizio a un’opera di accoglienza dei bisognosi, la Casa de San Antonio. Dal 2013 fino alla sua morte, il 9 marzo 2021, abbiamo condiviso la missione qui a Milano, dove lui era il superiore della nostra casa della Fraternità di San Carlo. Era cappellano presso il Politecnico, e nello stesso tempo aveva assunto anche un ruolo di presenza autorevole nella comunità del Movimento a Milano.

Per me, per la Fraternità San Carlo, per gli universitari alla Bovisa e per le migliaia di persone dentro e fuori Cl che lo hanno incontrato, don Anas era una presenza eccezionale e preziosa. In un modo saggio, pacato e ironico aveva il dono di aggregare. Vedere la sua capacità d’accoglienza, la sua passione, era davvero fonte di stupore.

Una volta mi disse che l’incontro col carisma di don Giussani lo aveva salvato dalla sorte di lavorare nei luoghi di vacanza come animatore serale con i suoi scherzi, le sue canzoni e i suoi sorrisi così avvincenti. “Ma sarebbe stato a che scopo? Mettere insieme le persone a quale proposito? Solo per un divertimento?”. Lo capivo: per Anas poter aiutare le persone a stare insieme nel nome di Cristo, aiutarli a riconoscere e abbracciare il proprio destino in Dio, imparare a dare la vita intera al compimento della volontà del Padre era un’impresa di cui era immensamente grato.

In questi ultimi anni sono sempre rimasto stupito non solo dalla sua simpatia verso di me e gli altri – a volte espressa con osservazioni acute –, ma dalla ricchezza della sua creatività. Ogni anno pubblicava un nuovo libro per bambini, una nuova favola ricca di emozione e significato, o addirittura incideva un bellissimo disco con le sue canzoni, ciascuna capace di ridare al cuore il senso di calorosa appartenenza a un Mistero buono, anche nelle situazioni più dolorose. Ricordo anche, con incredulità, la capacità di fedeltà che lo animava: per esempio quando radunava a casa nostra i suoi amici di scuola elementare… Quei bambini che aveva radunato nella sua infanzia, non li ha mai mollati!

Dire addio a don Anas non è facile, adesso che è morto a soli 59 anni. Il suo esserci era una sicurezza per tanti di noi, le sue parole un’ispirazione, la sua compagnia la promessa di una strada che valeva la pena di percorrere. Non riesco a credere che sia davvero partito…

Ma il significato della sua presenza è sempre stato chiaro: riconoscere e partecipare con Gesù all’opera di riconciliazione col Padre. E la sua partenza – dopo una lunghissima sofferenza nel reparto di terapia intensiva per malati Covid all’ospedale Niguarda – ha lo stesso significato: si è conformato alla croce di Gesù per collaborare col Signore a prepararci la dimora nella casa del Padre.

Che Dio ci aiuti a desiderare e amare questo destino, amare Gesù sopra ogni altra cosa, per poter vivere questo strappo non come una dolorosissima sfortuna, bensì come una preziosa occasione per essere protagonisti per la vittoria di Cristo e per la salvezza del mondo».

https://www.ilsussidiario.net/news/antonio-anastasio-don-anas-labbraccio-di-dio-che-diventa-abbraccio-al-prossimo/2141731/

mille cose che non scelsi

 E ci furono mille cose che non scelsi,

che mi arrivarono all’improvviso

e mi cambiarono la vita.

Cose belle e brutte che non cercavo,

sentieri in cui mi smarrii,

una vita che non mi aspettavo.

E scelsi, almeno, come viverla.

Scelsi i sogni per decorarla,

la speranza per sostenerla,

il coraggio per affrontarla.


Rudyard Kipling



mercoledì 19 marzo 2025

Viandante sul mare di nebbia»

 


Vedete questo dipinto? 

Ha emozionato milioni di persone ma pochi conoscono la storia straordinaria che c’è dietro!

 Sicuramente avrete già sentito parlare del «Viandante sul mare di nebbia» di Caspar Friedrich. 


Guardatelo con attenzione. 

C’è un uomo che fissa con straordinaria intensità l’orizzonte. 

Nel dipinto non potete vedere il volto dell’uomo, ma tutto nella sua postura, 

nella curva delle sue spalle ti trasmette una sensazione intensissima.

 Sembra quasi trattenere il respiro.

 E voi potete quasi sentire il brivido che lo assale. Che cosa sta guardando? Il cielo sospeso sull’orlo di un precipizio.  


Ma perché lo fissa con tanta intensità? 

E no, non è soltanto un sentimento di meraviglia davanti l’immensità della natura,

 come credono in molti. 

Ma per capirlo, dovete conoscere la storia che c’è dietro.

 Un giorno mentre il giovane Caspar stava pattinando assieme a suo fratello,

 il ghiaccio si spezza sotto i piedi. Suo fratello per salvarlo, annega. 

Si dice che dalla sofferenza siamo nate le anime più forti;

 che le anime più belle siano quelle segnate dalle cicatrici. 

E lui ne aveva tante.

 Perse la madre quando aveva soltanto 7 anni, e poi perse due sorelle e infine l’amato fratello. 

Conobbe la povertà, la solitudine e l’incomprensione.

 Nonostante questi dolori però, il giovane Caspar si dà la forza per andare avanti. 

Ecco il vero significato di questo dipinto! 


Nella posa del Viandante c’è tutto: 

coraggio, solitudine, struggimento, nostalgia, la nostalgia di chi è alla ricerca non di un luogo qualunque ma di una casa. 

Perché casa non è dove si vive, ma dove ci si comprende. 

E ci si perdona. 

La nebbia che inghiotte le montagne è la metafora delle difficoltà, delle prove e delle incertezze che ognuno di noi deve affrontare nella vita. 

Ma se osservate meglio, noterete che la nebbia sembra diradarsi all'orizzonte.

 Perché non importa ciò che ti capita, ma è come reagisci a ciò che ti capita che fa la differenza, 

ecco cosa vi sta dicendo questo dipinto!

 Nascere non basta. 

È per rinascere che siamo nati.


Guendalina Middei, 

anche se voi mi conoscete come Professor X


mercoledì 5 marzo 2025

perché leggere Dostoevskij


Hermann Hesse: perché leggere Dostoevskij

Dobbiamo leggere Dostoevskij quando ci sentiamo a terra, quando abbiamo sofferto sino ai limiti del tollerabile e tutta la vita ci duole come un’unica piaga bruciante e cocente, quando respiriamo la disperazione e siamo morti di mille morti sconsolate. Allora, nel momento in cui – soli e paralizzati in mezzo allo squallore – volgiamo lo sguardo alla vita e non la comprendiamo nella sua splendida, selvaggia crudeltà e non ne vogliamo più sapere, allora, ecco, siamo maturi per la musica di questo terribile e magnifico poetallora, infatti, non siamo più spettatori, non siamo più giudici e degustatori, ma siamo dei poveretti in mezzo a tutti i poveri diavoli dei suoi romanzi, e soffriamo le loro pene, fissiamo anche noi, ammaliati e senza respiro, il vortice della vita, la macina instancabile della morte. E in quei momenti avvertiamo anche la musica di Dostoevskij, il suo conforto, il suo amore, e solo allora sperimentiamo il senso meraviglioso del suo terrificante e spesso così infernale mondo poetico.

Due forze ci afferrano nei suoi libri. La prima è la disperazione, l’accettazione del male, il subire, il non più opporsi alla crudele, sanguinosa durezza e problematicità della natura umana. Di questa morte bisogna morire, quest’inferno deve essere attraversato, se si vuole che anche l’altra voce del maestro, quelle celestiale, giunga fino a noi. La nuda sincerità con cui si confessa che la nostra vita umana è una cosa misera, incerta e forse disperata, è l’indispensabile premessa. Dobbiamo esserci arresi al dolore, abbandonati alla morte, il ghigno infernale della realtà nuda e cruda deve aver raggelato i nostri occhi, prima che si possa essere in grado di accogliere la profondità e la verità dell’altra, della seconda voce.

La prima voce dice di sì alla morte, di no alla speranza, rinuncia a tutti gli abbellimenti, a tutti gli eufemismi concettuali e poetici con cui siamo abituati a lasciarci mascherare i pericoli e le efferatezze dell’esistenza umana da parte di certi piacevoli scrittori. Ma la seconda voce ci indica un elemento diverso dalla morte, un’altra realtà, un’essenza differente: cioè la coscienza dell’uomo. Sia pure, tutta la vita umana, guerra e dolore, bassezza e atrocità: c’è però pur sempre qualcos’altro, la coscienza, ossia la facoltà insita nell’uomo di contrapporsi a Dio. Certo, anche la coscienza ci conduce attraverso il dolore e il terrore della morte, ci porta alla miseria e alla colpa, ma ci fa uscire dall’insopportabile solitudine dell’assurdo, ci mette in contatto col senso delle cose, con la loro essenza, con l’eternità.

[…]

Questi due messaggi li ho sentiti in Dostoevskij quando ero un buon lettore dei suoi libri, cioè nelle ore in cui il dolore e la disperazione mi avevano preparato a capirlo. C’è un artista che mi ha fatto sentire qualcosa di analogo, un musicista che non in ogni momento sono disposto ad amare e ad ascoltare, così come non sempre avrei voglia di leggere Dostoevskij. È Beethoven. Egli ha quella conoscenza della felicità, della saggezza e dell’armonia, che però non si trovano lungo facili sentieri, ma lampeggiano a tratti lungo la via che costeggia l’abisso, che non si colgono sorridendo, ma solo tra le lacrime ed esausti dal dolore.

Questo testo è un estratto dai “Saggi – Poesia scelte”  di Hermann Hesse, edito da Mondadori nella traduzione di Italo Alighiero Chiusano

martedì 4 marzo 2025

La poesia

La poesia 

Direi, con modestia, che la poesia è una combinazione di vocali e di consonanti. Una combinazione nella quale è entrata una luce, e dal grado di questa luce che si riconosce la verità della poesia. Quando la poesia è poesia, raggiunge l’irraggiungibile, mette a contatto le parvenze con la sola realtà, che è la realtà eterna”. 

 Giuseppe Ungaretti,