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mercoledì 14 dicembre 2022

Ama la vita più della sua logica solo allora ne capirai il senso



 Ivan  Karamazov si interroga e si tormenta riguardo il senso di un mondo che egli non può fare a meno di amare, e che al contempo, gli è impossibile comprendere, lacerato fra Bellezza e Sofferenza, tra Bene e Male; in  questo senso, è piuttosto il giovane novizio ad  essere più vicino al messaggio dell’amor fati consigliandogli di «amare  la vita anteriormente a ogni logica, più che il senso di essa». Egli  infatti rientra in quella che Bernhard Welte definisce come «l’altra  estrema possibilità: l’incondizionato Sì all’incondizionato, la Fede in Dio». Ivan non può fare a meno di voler trovare una risposta, di  cercare e di cercare e infine di individuare il responsabile di tutto l’assurdo e l’insensatezza dell’esistenza in Dio, nel paradosso della sua creazione. Il percorso con cui giunge a negarlo è quindi diverso  rispetto a quello nietzschiano: esso si origina appunto  dall’impossibilità di accettare un mondo in cui è permesso che ci sia il  Male, il Dolore, e che esso venga scontato anche da chi non ha alcuna  colpa di tutto ciò. Ciò ci riporta piuttosto a quanto letto nel  Frammento di Lenzerheide: «il nichilismo appare ora non perché il  disgusto per l’esistenza sia maggiore di prima, ma perché si è diventati  riluttanti a vedere un “senso” nel male e nell’esistenza stessa».


martedì 13 dicembre 2022

Il volto dell'altro. Lévinas

 Il volto dell'altro. Lévinas


Intervista di Renato Parascandolo e Sergio Benvenuto a Emmanuel Lévinas

Uno dei concetti più suggestivi del suo pensiero è quello del "volto" come espressione di un'alterità assoluta e inviolabile...

Su questo tema è avvenuta la mia rottura con Heidegger. Era hitleriano e non ha colto il valore della dignità dell'uomo e dell'"altro". Ma io sono ebreo ed essere ebrei non significa soltanto conoscere il Talmud, significa aver sofferto come un ebreo. È a questo che bisogna arrivare. Aver sofferto come un ebreo. E di questa sofferenza una piccola responsabilità è da attribuire a un certo Hitler...

Lei parla di bontà, di amore per l'altro, ma si sa che in nome della bontà sono stati commessi atroci delitti, che i buoni sentimenti hanno provocato spesso dei disastri.


Bisogna vedere come la si intende...Io faccio una differenza tra bene e bontà, tra un ideale di bene che può essere prescritto, che diventa ideologia, che diventa movimento politico e poi istituzione e questa bontà iniziale, debole, senza difesa, senza pensiero, in cui non c'è ancora una ideologia della bontà L'altro uomo non mi è indifferente, l'altro uomo mi concerne, mi riguarda nei due sensi della parola "riguardare". In francese si dice che "mi riguarda" qualcosa di cui mi occupo, ma "regarder" significa anche "guardare in faccia" qualcosa, per prenderla in considerazione. Io chiamo appunto questa "apparizione" dell'altro, il volto umano. Il volto umano è la testimonianza non del trionfo istituzionale del bene, ma della possibilità del bene, della possibilità per l'uomo di essere buono verso l'altro uomo o piuttosto della possibilità di leggere sul volto dell'altro uomo la vocazione, il richiamo alla bontà. Per me questa è la parola di Dio. Io trovo Dio nell'etica, non ho alcuna altra idea di Dio valida. È qui che trovo il senso di qualcosa che interrompe bruscamente il corso delle cose: il fatto che l'uno si occupa dell'altro è il solo momento in cui c'è un'alterità totale, un'alterità che non rientra nell'ordine che io controllo, che non diventa mia. Anche il mio schiavo, in quanto uomo, mi sfugge e perciò è assolutamente altro. Trovo che nel momento in cui sento questa alterità come ordine muto, come comandamento, non dico che sia di Dio, ma certo non c'è parola più forte.


http://www.donatoromano.it/interviste/43.htm


Levinas ‹lëvinà›, Emmanuel. - Filosofo lituano naturalizzato francese  (Kaunas 1905 - Parigi 1995); prof. all'École normale israélite orientale (1946-63), alle univ. di Poitiers e di Paris-Nanterre e infine alla Sorbona (1973-75). Muovendo da studî husserliani (Théorie de l'intuition dans la phénoménologie de Husserl, 1930), trasse dalla fenomenologia gli strumenti metodici per un pensiero che considera l'etica come inglobante ogni ontologia. Opere principali: Totalité et infini (1961); Difficile liberté. Essai sur le judaïsme (1963); L'humanisme de l'autre homme (1972); Autrement qu'être, ou au-delà de l'essence (1974); Noms propres (1976; trad. it. 1984), raccolta di saggi di critica letteraria; Du sacré au saint: cinq nouvelles lectures talmudiques (1977; trad. it. 1985); De Dieu qui vient à l'idée (1982; trad. it. 1986); Transcendance et intelligibilité (1984; trad. it. 1990); Dieu, la mort et le temps (1992; trad. it. 1996); Altérité et transcendance (1995; trad. it. 2006), raccolta di saggi e interviste. (Treccani)

lunedì 12 dicembre 2022

l'essere umano completamente alienato

 «Tutto è diventato business, ogni cosa deve funzionare ed essere utilizzabile. Non esiste un sentimento di identità, esiste un vuoto interiore. Non si hanno convinzioni, né scopi autentici. Il carattere mercantile è l'essere umano completamente alienato, privo di qualunque altro interesse che non sia quello di manipolare e funzionare. È proprio questo il tipo di umano conforme ai bisogni sociali. Si può dire che la maggior parte degli uomini diventano come la società desidera che essi siano per avere successo. La società fabbrica tipi umani così come fabbrica tipi di scarpe o di vestiti o di automobili: merci di cui esiste una domanda. E già da bambino l'uomo impara quale sia il tipo più richiesto. »


Erich Fromm, “L'arte di vivere”

domenica 11 dicembre 2022

Leggere libri che mordono e pungon

 Ma è bene se la coscienza riceve larghe ferite perché in tal modo diventa più sensibile a ogni morso. Bisognerebbe leggere, credo, soltanto libri che mordono e pungono. Se il libro che stiamo leggendo non ci sveglia come un pugno che ci martella sul cranio, perché dunque lo leggiamo? Buon Dio, saremmo felici anche se non avessimo dei libri, e quei libri che ci rendono felici potremmo, a rigore, scriverli da noi. Ma ciò di cui abbiamo bisogno sono quei libri che ci piombano addosso come la sfortuna, che ci perturbano profondamente come la morte di qualcuno che amiamo più di noi stessi, come un suicidio. Un libro deve essere un'ascia per rompere il mare di ghiaccio che è dentro di noi.


FRANZ KAFKA, Da una lettera a Oskar Pollak (Novembre 1903).

sabato 10 dicembre 2022

Voleva suicidarsi a Lourdes, invece ha fondato l’Unitalsi

 

Voleva suicidarsi a Lourdes, invece ha fondato l’Unitalsi

Dio ci prende sul serio e persino quando bestemmiamo contro di Lui sa che lo stiamo cercando. E’ quello che è successo al fondatore dell’Unitalsi. Era andato a Lourdes per uccidersi imprecando contro Dio, invece…
Avere un Dio con cui arrabbiarsi
Non conoscevo ancora la storia di quest’uomo: Giovanni Battista Tommasi era disabile e, possiamo dirlo?, comprensibilmente risentito per la durezza del suo stato. Non era tanto misero, però, da non avere nessuno contro cui arrabbiarsi. Era infatti deciso a togliersi la vita se, alla grotta di Massabielle, non avesse ottenuto la guarigione.

La vita e il progetto di suicidio a Lourdes
Nacque a Roma il 29 novembre del 1880, figlio dell’amministratore dei Principi Barberini, era affetto da una grave forma di artrite deformante irreversibile che lo costringeva in carrozzella da quasi dieci anni; molto sofferente nel corpo e nello spirito per la sua ribellione a Dio e alla Chiesa.

Unitalsi
Nel settembre del 1903, poco più che ventenne, chiede di partecipare al pellegrinaggio al santuario mariano ai piedi dei Pirenei. Lo fa con una precisa intenzione, che diventa una sfida lanciata a Dio, ritenuto responsabile del suo stato o crudelmente disinteressato ad esso.

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Grotte de Lourdes.
Shutterstock I Dolores Giraldez Alonso
Vuole arrivare davanti alla grotta di Massabielle e togliersi la vita sparandosi e urlando tutto il suo contro quel Dio che lo lasciava in quello stato. Aveva un solo modo, Dio, per fermarlo, pensava: guarirlo dalla sua malattia.

La tua frase
“Ha vinto la Madonna”
Arrivato davanti alla grotta dove Maria si rivelò come l’Immacolata Concezione alla piccola Bernadette, Gian Battista viene colpito da qualcosa che non aveva messo in conto nella sua disperata partita a scacchi col Padreterno: i volontari che si prendono cura dei malati e li aiutano con ogni premura e delicatezza a entrare nella grotta.

Si deve arrendere a quello che sperimenta: un sollievo tanto consolante per vedere condivisa e portata la sua sofferenza da altri sconosciuti, scoperti fratelli.

Dall’intento suicidario a un grande progetto di carità
Se alla partenza il suo intento era di strapparsi la vita ora è diventato quello di donarla. Si libera dell’arma da fuoco perché ora le mani gli servono per mettere in atto una nuova, precisa intenzione.

(…) al momento del rientro, chiese di parlare con il direttore spirituale del pellegrinaggio, il Vescovo Mons. Radini Tedeschi, al quale consegnando la pistola, disse:

“Ha vinto la Madonna. Tenga, non mi serve più! La Vergine ha guarito il mio spirito”.

Ed aggiunse: “Se Lourdes ha fatto bene a me, farà bene a tanti altri ammalati”.

Ibidem
Una guarigione inattesa e la gratitudine: nasce l’Unitalsi
Aveva vinto la Madonna, è vero, ma anche lui era stato accontentato in un modo che non era ancora abituato a prendere in considerazione, stretto nella morsa del dolore fisico ed esistenziale che lo aveva tanto esasperato. Quel giovane uomo si ritrova guarito nel cuore e con quello risanato e tornato creativo decide di fondare quella realtà.

C’è anche un giovane sacerdote, tal Roncalli…
Tra i testimoni che raccolgono il suo cambiamento straordinario, quello che solo la conversione può provocare, oltre al vescovo c’è anche un giovane prete bergamasco, un tal Don Angelo Roncalli, futuro Papa Giovanni XXII. Ed è a loro che Gian Battista dichiara con fermezza di voler fondare una associazione dedita all’assistenza dei pellegrini ammalati che si recano a Lourdes: l’UNITALSI, Unione Nazionale Italiana Trasporto Ammalati Lourdes Santuari Internazionali.

Aveva una vita già tutta scritta. Poi la conversione, radicale, a Lourdes
Osservando la storia di questa associazione che da allora si è dipanata, non possiamo che restare stupiti per l’eccellenza di servizio che offre e per la sua perfetta rispondenza agli scopi che il fondatore, appena toccato dalla grazia, si era prefisso. L’operoso lavoro delle centinaia di volontari, barellieri, dame, animatori che accompagnano i più bisognosi a Lourdes, soprattutto, e agli altri santuari certamente rappresenta uno dei migliori esempi di carità del cattolicesimo italiano.

La carità dei volontari, strumento per la guarigione dei cuori
I volontari, con la loro attenta cura e il loro servizio così caritatevole, erano già al servizio della Madonna, suo strumento privilegiato per quel gran numero di miracoli che a Lourdes si contano (e nemmeno tutti) sul fronte delle guarigioni spirituali. E’ proprio in forza di questa grazia che lo stesso Tomassi cambia radicalmente posizione esistenziale e da disperato in sfida contro Dio diventa un testimone di gioia e speranza.

Il miracolo è sempre un avvenimento
Non si è trattato di un ragionamento che il giovane nobile e malato fece in autonomia davanti alla grotta ma, come ogni miracolo, di un evento, di un incontro con il divino. Raccontò infatti di avere sentito distintamente e in modo improvviso un profondo senso di sollievo mai provato prima. La novità è un altro segno del passaggio di Dio.

Partito da ateo con l’intenzione di suicidarsi, ritornò da Lourdes convertito ed in pace con se stesso, con Dio e con la sua malattia.

La grazia e l’intelligenza umana
Tomassi non si limitò a dare voce all’entusiasmo che lo aveva investito nel momento della conversione; obbedì all’ispirazione divina nel modo più intelligente, mettendosi al lavoro e usando a pieno la ragione. La prima carità delle tante opere di carità, che nascono dietro impulsi interiori benefici, è quella di farle funzionare, permettere che si reggano, che siano efficienti, razionali, ben fatte.

E così agì lo stesso Tomassi strutturando in maniera funzionale e organizzata l’associazione che da più di un secolo serve milioni di pellegrini, mettendo al centro i più sofferenti.

Tomassi fondò l’Unitalsi, strutturando in maniera organizzata quell’assistenza amorevole che davanti alla grotta di Lourdes guarì il suo male interiore. Oggi l’associazione conta 70.000 soci che ogni anno sono lo strumento attraverso cui il Mistero opera la rinascita spirituale (e a volte anche fisica) dei pellegrini.

Morirà il 25 aprile 1920, in pace, dopo aver visto per 17 anni il miracolo dei numerosissimi volontari sugli ormai famosi treni bianchi.

Tra i miracolati spirituali anche la Beata Benedetta Bianchi Porro
Sono molti gli esempi di questi miracoli spirituali che, se deludono sul fronte della guarigione del corpo, sorprendono per la gettata di bene che diffondono. Pensiamo solo alla nostra cara e ora Beata Benedetta Bianchi Porro che tornò da Lourdes non più delusa per la mancata guarigione ma piena di gioia e gratitudine per l’amore di Dio e per la sua vita tanto crocifissa e misteriosamente gloriosa.

E una produttrice francese
O alla produttrice televisiva Maryel Devera il cui passatempo preferito era deridere i cattolici sui social media e che, proprio grazie alla fulminea conversione che visse a Lourdes, diventa una instancabile e creativa evangelizzatrice proprio nel settore televisivo dal quale proviene.

Miguel Mañara,

 

Miguel Mañara, lo sconvolgente don Giovanni di Milosz. Appunti di Andrea Lonardo



Mettiamo a disposizione sul nostro sito alcuni appunti di Andrea Lonardo. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. Per approfondimenti, cfr. la sezione Letteratura.

Il Centro culturale Gli scritti (13/12/2015)

Siviglia, Facciata dell'Ospedale della 
Carità, costruito da Miguel Mañara

«Una sera la lussuria dallo sguardo vile e dalla fronte sfuggente sedette al mio capezzale e mi fissò in silenzio, come si guardano i morti».

Così dichiara Miguel Mañara, confessando di avere fatto sesso con tante donne ma di provare ora solo noia e disprezzo per la propria vuota esistenza. Il Miguel Mañara è una sconvolgente quanto breve opera teatrale pubblicata dallo scrittore lituano Oscar V. Milosz nel 1912[1].

Si ispira ad un personaggio reale, vissuto nel seicento a Siviglia, in Spagna, ma le parole che Milosz gli pone sulle labbra combinano storia vera e rilettura del don Giovanni, figura eterna e sempre cangiante dell’immaginario umano.

L’opera teatrale si divide in sei quadri.

Nel primo quadro la scena si apre durante una cena offerta nel 1656 per festeggiare il compleanno di Miguel Mañara.

Parla per primo don Jaime che irride al cristianesimo, affermando che non gli importa nulla della fede, ma solo del piacere del cibo e del vino:

«È vero che, se Bacco Nostro Signore non mi annebbia il cervello, siamo nel periodo santo della Quaresima. E allora digiunate, per tutti i diavoli, digiunate pure, voi disgraziati, fino a che le vostre ossa di figli di cagna vi buchino la pelle come fossero zanne cariate del vostro cattolico digiuno! Ma, per Maometto, a casa mia ci si deve poter abbuffare e ubriacare come in qualsiasi altro periodo dell’anno»[2].

Don Jaime interroga poi Miguel Mañara sui piaceri del sesso, facendo eco al Catalogo delle donne del Don Giovanni di Mozart:

«Don Jaime: Dimmi, ragazzo, quante duchesse hai sulla coscienza?

Molte voci: Sì, sì! Quante duchesse di corte?

Don Miguel: Sei.

Don Jaime: E quante marchese d’alto rango?

Don Miguel: Sette, otto o nove, se Eros mio Signore non m’inganna.

Don Jaime: E ragazze di nobile famiglia? E giovincelle di borgata?

Don Miguel: Tra sessanta e cento, mi pare. Non ho preso nota di tutte.

Don Jaime: E sgualdrinelle?

Don Miguel: Ne ricordo una che mi amò veramente, e che veramente morì disperata»[3].

Ma ecco che d’improvviso Don Miguel, che ha invocato Eros come suo Signore, spiazza tutti, rivelando che, pur essendo un miscredente, ha perso ormai il piacere. Nella coazione a ripetere sesso e ancora sesso ha perso ogni gusto. Ha perso Satana o, forse, Satana lo ha ormai disgustato. Ha compreso l’inconsistenza di una vita senza senso, tesa a sempre nuove conquiste, una più vuota dell’altra:

«Son lieto, signori, di vedere che mi amate così di buon cuore; e mi commuove davvero l'augurio così cordiale di vedermi bruciare anima e corpo di una fiamma nuova, assai lontano da qui. Vi giuro sul mio onore e sulla testa del vostro Papa che l'inferno di cui cianciate non esiste, che non è mai bruciato altro che nella testa di un Messia folle o di qualche monaco malvagio. Ma noi sappiamo che nello spazio orfano di Dio esistono terre illuminate da una gioia più ardente della nostra, pianeti ignoti e meravigliosi, lontani, infinitamente lontani dal nostro. E allora vi scongiuro, scegliete uno di questi remoti mondi incantati e speditemi laggiù questa notte stessa, attraverso il varco famelico del sepolcro. Perché il tempo scorre lento, signori, spaventosamente lento, e io sono inspiegabilmente stanco di questo schifo di vita. Non conquistare Dio è cosa da niente, si sa; ma vi assicuro che perdere Satana è pena immensa e noia senza fine.
Ho trascinato l'Amore nel piacere, e nel fango, e nella morte; fui traditore, bestemmiatore, carnefice; ho fatto tutto quello che un povero diavolo d'uomo può fare, e guardate: ho perso Satana! Satana mi ha abbandonato. Ora mastico l'erba amara sullo scoglio della noia. Ho servito Venere con ira, poi con malizia, infine con ribrezzo. Oggi la strozzerei sbadigliando. E non lo dico per vanità. Non sto recitando la parte del carnefice senza cuore. Ho sofferto, ho sofferto anch'io. L'angoscia mi ha chiamato con un cenno, la gelosia mi ha parlato sottovoce, la pietà mi ha stretto alla gola. Anzi, è allora che ho provato i meno falsi dei miei piaceri»
[4].

descrive l’esperienza che ha provato una sera, ormai stanco di tante donne incontrate ed ingannate:

«E una sera la lussuria dallo sguardo vile e dalla fronte sfuggente sedette al mio capezzale e mi fissò in silenzio, come si guardano i morti»[5].

Il ricordo di quella sera diventa un grido, si muta in domanda sulla vita, per capire cosa fare del tempo che inesorabilmente passa, mentre il cuore non si accontenta di nessun piacere che sia passeggero:

«Ah, come colmarlo, quest’abisso della vita? Che fare? Perché il desiderio è sempre lì, più saldo, più furibondo che mai. È come un mare di fuoco che alita la sua vampa fino al fondo del nero nulla universale! È un desiderio di abbracciare le infinite possibilità! Ah, signori! Che facciamo qui, noi? Cosa guadagniamo, qui?»[6].

Sentendolo parlare, un amico, Don Fernando, esce allo scoperto ed ha il coraggio di accusarlo del male che ha fatto, ha il coraggio di esporlo alla verità. Nella durezza dell’accusa, Don Fernando si dimostra l’unico che ha a cuore la vita di Miguel Mañara, l’unico che si accorge del dramma che l’amico sta vivendo:

«Potrei darti una tirata d'orecchi, monello; invece mi accontento di ripeterti: sei un vigliacco e un traditore! Perché chiunque faccia soffrire una donna o la inganni è un vigliacco e un traditore. E chiunque desideri la donna d'altri è un vile scellerato. E chiunque rubi all'ultima delle contadinotte il tesoro prezioso della verginità e poi l'abbandoni alla solitudine e al disprezzo, chiunque compia un'azione così è un cane e come un cane deve morire. Tu non sei un gentiluomo, Miguel: tu sei un cane»[7].

Infine si para dinanzi a Don Miguel l’Ombra della sua vita passata che gli dice:

«Guai, guai all’uomo cosciente che, cieco alla bellezza di Dio, consapevolmente preferisce il vuoto della noia ai tormenti della passione e i tormenti della passione al vuoto della noia!»[8].

Nel secondo quadro Don Miguel è nel giardino di Carillo de Mendoza dove conosce la figlia Girolama. La donna è diversa da tutte le donne che Don Miguel ha fin qui incontrate. Quando Miguel Mañara le chiede perché non si faccia ancora più bella ornandosi il capo di fiori la donna esclama:

«Perché non mi piacciono le ragazze che ne fanno un ornamento, come fossero seta o pizzo o piume colorate. Io non metto mai fiori tra i capelli (sono già belli così, grazie a Dio!). I fiori sono begli esseri viventi, e bisogna lasciare che vivano e che respirino l'aria del sole e della luna. Io non colgo mai i fiori. Si può benissimo amare a questo mondo senza aver subito la smania di uccidere il proprio caro amore, o di imprigionarlo tra i vetri, oppure, come si fa con gli uccelli, in una gabbia in cui l'acqua non ha più il gusto dell'acqua e i semi d'estate non hanno più il gusto dei semi»[9].

Quella donna è serena e la sua serena felicità si scontra con l’irrequieta tristezza di Don Miguel:

«Sembrate sorpreso di vedermi così felice. Non biasimatemi se ho l’animo e il cuore sereni: non trascuro nessuno dei miei doveri»[10].

Quando Miguel apre a lei il suo cuore, rivelandole le sue malefatte con tante donne, come le abbia sedotte e poi abbandonate, lei risponde:

«Ma tutte sapevano di fare del male amandovi, e anche solo lasciandosi amare. Perché nessuna di loro aveva ricevuto da voi il giuramento, il grande giuramento per l’eternità, don Miguel; perché nessuna di loro aveva ricevuto da voi l’anello, l’anello che unisce due anime per sempre, don Miguel. Tutte loro sapevano perfettamente quel che facevano: sì, tutte!»[11].

Dinanzi alla semplice bontà della donna, Don Miguel comprende che esiste la possibilità di una vita diversa:

«Che cos’ho fatto della mia vita? Che mai ho fatto del mio cuore? Perché non ho scoperto prima di avere un cuore buono? Mi perdonerete?»[12].

Don Miguel, conquistato dalla donna, infine ottiene il suo assenso al matrimonio. Ma presto Girolama muore e nel terzo quadro si celebra il suo funerale.

Nel quarto quadro Miguel Mañara dialoga con un abate, al Convento de la Caridad, decidendo infine di confessare i suoi peccati a Dio, spinto dal dolore per la morte di Girolama:

«Non ho lavorato i sei giorni della settimana. Niente, ho fatto. E la domenica il mio lavoro è stato bestemmiare e sputare contro la terra e contro Dio.

Non ho onorato il padre e la madre. Mio padre mi ha maledetto, mia madre è morta di crepacuore.

Ho mentito. Mille volte ho detto «ti amo», mentre tutto il mio essere rideva di un riso malvagio. E il mentitore può ritrattare le sue menzogne; io, io come posso rimangiarmi le mie?

Ho rubato. Ho violato l'innocenza. Ma il peccatore pentito può restituire il maltolto; io invece, io non posso rendere nulla.

Ho ucciso. E le mie vittime stanno di fronte a Dio nere del mio peccato e sporche della loro lussuria, che poi è ancora la mia.

Ho desiderato la dimora del mio prossimo, ho appiccato il fuoco della mia concupiscenza alla casa del mio prossimo. Ed è una casa che non si ricostruisce con i soldi.

Io ho fatto tutto questo. Ho fatto tutto questo, padre.

Pausa.

E a questo punto a una svolta della mia strada sciagurata è comparsa una donna. Era serena come l'acqua che sogna, bella come il miele che riluce, innocente come un bimbo che sorride. È lei che mi ha parlato di Dio e mi ha insegnato a pregare. La sera io ripetevo come un bimbo le parole delle sue preghiere. Il suo nome è Girolama, padre. Girolama Carillo Mendoza è il nome di mia moglie, padre»[13].

Don Miguel vorrebbe rinchiudersi in convento, ma l’abate lo frena:

«L'amore e la precipitazione si fanno cattiva compagnia, Mañara. La misura dell'amore è la pazienza. Con un passo uguale e sicuro, ecco come cammina l'amore, sia che proceda fra due siepi di gelsomino al braccio di una ragazza, sia che avanzi da solo tra due file ordinate di tombe. Pazienza. Voi non siete venuto qui, signore, per tormentarvi. La vita è lunga, qui. Occorrono un'infanzia e un'educazione, una giovinezza e un insegnamento, una maturità curiosa del giusto peso delle cose e una lenta vecchiaia innamorata della tomba. Con che prudenza dobbiamo muoverei allora!»[14].

Nel quinto quadro Miguel Mañara si è fatto frate per servire i poveri. Ha ormai deciso di vivere nel Convento de la Caridad come fratello, servendo Dio e i poveri.

Nel sesto quadro giunge la morte. Uno Sconosciuto, che si rivela essere poi lo Spirito della Terra, gli rivela non solo che la sua vita è giunta al termine, ma lo tenta un’ultima volta, affermando che tutto è illusione:

«Fermati. Il gioco è durato anche troppo. Ogni cosa ha fatto il suo tempo. Non andremo più a portare quel pane ai bambini, né quella ciotola nuova a Pablo Perez, il nostro bel violinista cieco. Ogni cosa ha fatto il suo tempo, Mañara. C'è un tempo per la giovinezza e uno per la vecchiaia. Poi viene la morte. Così parla lo Spirito della Terra.

Lo Spirito: lo sono colui che è. Sono il cuore della Terra. Tutto il resto è illusione. Come il bel ladro stringe fra le braccia la prostituta sperduta, così io stringo al petto la calda terra»[15].

Miguel resiste però al vuoto che ancora una volta gli viene proposto dallo Spirito della terra e, sentendosi morire, inizia a pregare con i Salmi.

E quando lo Spirito del Cielo lo chiama, egli semplicemente gli risponde:

«Eccomi»[16].         

E quando il frate giardiniere lo trova morto in terra esclama:

«Ora sono in mezzo ai vivi come il ramo nudo il cui rumore secco incute timore al vento della sera. Ma il mio cuore è gioioso come il nido che ricorda e come la terra che spera sotto la neve. Perché io so che tutto è dove deve essere e va dove deve andare: al luogo assegnato da una sapienza che (il Cielo ne sia lodato!) non è la nostra»[17].

Il volume, curato da Franco Nembrini, si conclude con una nota biografica su Miguel Mañara[18]:

Lapide sepolcrale posta all'ingresso dell'Ospedale 
de la Caridad per essere calpestata da tutti,
con l'invito a pregare per Miguel Mañara
che fu il peggiore uomo che sia stato al mondo   

Miguel Mañara Vicentelo de Leca - breve nota biografica

Miguel Mañara Vicentelo de Leca nasce a Siviglia il 3 marzo del 1627, penultimo dei dieci figli di Tomàs Mañara Leca Colona e Jerónima Anfriano Vicentelo. Entrambi discendono da famiglie originarie della Corsica, di ascendenza aristocratica ma arrivate in Spagna - annota un cronista dell'epoca - «senza altra risorsa che la nobiltà». Il padre però fa fortuna con i commerci con le Americhe, e al tempo della nascita di Miguel la famiglia è fra le più ricche di Siviglia; i denari di Tomàs riescono a valorizzare gli antichi titoli di nobiltà, così a otto anni il piccolo Miguel viene insignito del titolo di cavaliere di Calatrava, uno dei tre prestigiosi ordini cavallereschi di Spagna. La famiglia Mañara però è nota in Siviglia non solo per la sua ricchezza ma anche per la religiosità e la generosità: regolarmente Tomàs elargisce ricche elemosine ai numerosi monasteri e istituzioni caritative della città, e nel testamento dispone che, se dovesse morire senza eredi, tutti i beni della famiglia vadano a opere di carità.

Poco sappiamo della giovinezza di Miguel. Le testimonianze sono concordi nel presentarlo come un giovane altezzoso, arrogante, avventato. «Prima della sua conversione - è la testimonianza di un nipote all'apertura del processo di canonizzazione - fu l'uomo più superbo, temerario e collerico che si possa immaginare; turbolentissimo, tanto che non si sentiva parlare d'altro che delle liti e delle sfide in cui si quotidianamente si cacciava». Orgoglioso e altero come era naturale per un ricco cavaliere spagnolo, dunque; però nessuna testimonianza conferma l'immagine, nata con tutta probabilità dalla sovrapposizione col mito di Don Giovanni, di donnaiolo impenitente - anche se è verosimile che le sue avventure le abbia avute - e di sacrilego blasfemo. Anzi, aveva un vero e proprio terrore della morte - tanto che cercava in ogni modo di evitare i funerali, e la vista di una bara lo metteva in agitazione al punto da non dormire la notte - e il suo nome compare regolarmente nel registro delle confessioni della sua parrocchia. «Vive in un'epoca di contrasti - osserva un biografo moderno - in cui la leggerezza dei costumi si trova facilmente unita a una fede tradizionale, profonda e a volte teatrale»[19].

Nel 1648 sposa Jerónima Carrillo de Mendoza, figlia di una ricca famiglia aristocratica; lei ha vent’anni, lui uno di più. Negli anni successivi prosegue il suo tenore di vita di ricco gentiluomo; ma l’influsso della moglie, profondamente religiosa, lo rende sempre più consapevole della vanità del fasto e della pompa, si fa più serio, e viene anche eletto tra gli amministratori della città.

Nel 1661, quasi improvvisamente, Jerónima muore, e Miguel tocca definitivamente con mano la caducità delle cose umane. Per qualche giorno si ritira in preghiera in solitudine, sulle montagne; poi bussa alla porta di diversi conventi della città, ma tutti sono timorosi di accogliere un uomo noto per la sua superbia e la sua arroganza. Infine si imbatte in alcuni membri della Carità, una confraternita di laici ed ecclesiastici che si sono dati il compito di raccogliere gli ammalati per le strade e portarli negli ospedali, di accompagnare i condannati a morte e di dar sepoltura agli annegati e ai poveri che non possono permettersi un funerale, nonché di far celebrare delle Messe per le anime di costoro.

La richiesta di ammissione di Miguel viene accolta non senza molte esitazioni; da questo momento però e fino alla morte spenderà tutta la vita per i «nostri signori, i poveri», e il suo comportamento è tale che già l'anno successivo viene eletto superiore della Confraternita. In questo ruolo raccoglie i fondi e dirige i lavori per la costruzione prima di un ricovero per la notte, poi di una chiesa e infine di un ospedale, e passa le sue giornate tra i ricoverati o in giro per le strade a portare elemosine e a cercare chiunque abbia bisogno di assistenza. Poco a poco vende quasi tutti i suoi beni, e la forza del suo esempio è tale che molti membri delle famiglie più in vista della città entrano a loro volta nella Confraternita, vi contribuiscono con i loro patrimoni e condividono almeno in parte la sua vita.

Ma le privazioni, i digiuni, le veglie minano ben presto il fisico di Miguel. Nella primavera del 1679 - ha cinquantadue anni - le sue condizioni peggiorano, finché il 9 maggio rende l’anima a Dio. La folla che accorre per venerare la salma è tanta che occorre far intervenire delle guardie. Il testamento è un inno alla misericordia di Dio (e probabilmente a queste righe, che riflettono più la straordinaria umiltà di Miguel che la realtà, si è ispirato Milosz per dipingere il suo personaggio): «Io, don Miguel Mañara, cenere e polvere, sciagurato peccatore, che per la maggior parte dei miei giorni malvissuti ho servito Babilonia e il demonio, suo principe, con mille atti abominevoli e superbi, con adulteri, bestemmie, scandali e furti, i cui peccati e le cui malefatte sono senza numero, e solo la grande sapienza di Dio può contarli, la sua infinita pazienza sopportarli, la sua infinita misericordia perdonarli».

E così si conclude: «È mia volontà che sulla mia tomba sia posta una lapide con incise queste parole: Qui giacciono le ossa del peggior uomo che sia stato al mondo. Pregate Dio per lui».

La Chiesa oggi lo considera venerabile».

Note al testo

[1] Per leggere l’opera con un entusiasmante commento, cfr. Milosz O.V., Miguel Mañara, commentato da Franco Nembrini, Centocanti S.r.l., Bergamo, 2014.

[2] Milosz O.V., Miguel Mañara, commentato da Franco Nembrini, Centocanti S.r.l., Bergamo, 2014, p. 177.

[3] Milosz O.V., Miguel Mañara, commentato da Franco Nembrini, Centocanti S.r.l., Bergamo, 2014, p. 178.

[4] Milosz O.V., Miguel Mañara, commentato da Franco Nembrini, Centocanti S.r.l., Bergamo, 2014, p. 179.

[5] Milosz O.V., Miguel Mañara, commentato da Franco Nembrini, Centocanti S.r.l., Bergamo, 2014, p. 180.

[6] Milosz O.V., Miguel Mañara, commentato da Franco Nembrini, Centocanti S.r.l., Bergamo, 2014, p. 180.

[7] Milosz O.V., Miguel Mañara, commentato da Franco Nembrini, Centocanti S.r.l., Bergamo, 2014, p. 181.

[8] Milosz O.V., Miguel Mañara, commentato da Franco Nembrini, Centocanti S.r.l., Bergamo, 2014, p. 183.

[9] Milosz O.V., Miguel Mañara, commentato da Franco Nembrini, Centocanti S.r.l., Bergamo, 2014, p. 186.

[10] Milosz O.V., Miguel Mañara, commentato da Franco Nembrini, Centocanti S.r.l., Bergamo, 2014, p. 187.

[11] Milosz O.V., Miguel Mañara, commentato da Franco Nembrini, Centocanti S.r.l., Bergamo, 2014, pp. 187-188.

[12] Milosz O.V., Miguel Mañara, commentato da Franco Nembrini, Centocanti S.r.l., Bergamo, 2014, p. 189.

[13] Milosz O.V., Miguel Mañara, commentato da Franco Nembrini, Centocanti S.r.l., Bergamo, 2014, p. 198.

[14] Milosz O.V., Miguel Mañara, commentato da Franco Nembrini, Centocanti S.r.l., Bergamo, 2014, p. 201.

[15] Milosz O.V., Miguel Mañara, commentato da Franco Nembrini, Centocanti S.r.l., Bergamo, 2014, p. 214.

[16] Milosz O.V., Miguel Mañara, commentato da Franco Nembrini, Centocanti S.r.l., Bergamo, 2014, p. 216.

[17] Milosz O.V., Miguel Mañara, commentato da Franco Nembrini, Centocanti S.r.l., Bergamo, 2014, p. 216.

[18] Milosz O.V., Miguel Mañara, commentato da Franco Nembrini, Centocanti S.r.l., Bergamo, 2014, pp. 219-221.

[19] Francisco Martin Hernández, Miguel Mañara,Publicaciones de la Universidad de Sevilla, 1980. Da questo testo abbiamo attimo tutte le notizie e le citazioni della presente nota biografica.


giovedì 8 dicembre 2022

 

  • Il bene dei vostri figli sarà quello che sceglieranno: non sognate per loro i vostri desideri.
  • Voi pensate: i tempi sono cattivi, i tempi sono pesanti, i tempi sono difficili. Vivete bene e muterete i tempi.
  • Quando domandi perdono per te, allora è proprio quello il momento di ricordarti che devi concederlo agli altri.
  • Il mondo fu creato per tutti e, invece, voi pochi ricchi cercate di appropriarvene. Anzi, volete non solo la proprietà terriera per l’uso di voi soli pochi, ma volete anche il cielo, l’aria, il mare.
  • Il mondo fu creato per tutti e, invece, voi pochi ricchi cercate di appropriarvene. Anzi, volete non solo la proprietà terriera per l’uso di voi soli pochi, ma volete anche il cielo, l’aria, il mare.
  • La rondine sa quando arrivare, quando partire; quel tenero uccello sa anche annunciare con il proprio arrivo i primi inizi della primavera.
  • Cerchi un rimedio ed eviti il digiuno, come se tu potessi trovare un rimedio migliore. Se un serpente assaggia lo sputo di un uomo digiuno, muore. Tu vedi quant’è grande la potenza del digiuno, così che un uomo col suo sputo uccide un serpente terrestre e tanto più quello spirituale.
  • Voi, ricchi, tutto strappate ai poveri, e non lasciate loro nulla; e ciò nondimeno, la vostra pena è maggiore della loro.
  • Prima si deve morire al peccato e solamente dopo si può stabilire in questo corpo la varietà delle diverse opere di virtù con le quali rendere al Signore l’omaggio della nostra devozione.
  • Non sono da annoverare tra i discepoli di Cristo coloro i quali pensano che la durezza sia da preferire alla dolcezza, la superbia all’umiltà e che, mentre invocano per sé la divina pietà, la negano agli altri.
  • Non incoraggiate ingenue fantasie di grandezza nei vostri figli, ma se Dio li chiama a qualcosa di bello e di grande, non siate voi la zavorra che impedisce di volare. Non arrogatevi il diritto di prendere decisioni al loro posto, ma aiutateli a capire che decidere bisogna, e non si spaventino se ciò che amano richiede fatica e fa qualche volta soffrire.
  • Dove c’è la fede, c’è la libertà. (Ubi fede, ibi libertas)
  • La terra è di tutti, non solo dei ricchi.
  • Il ringraziamento è il primo dei nostri doveri.
  • Infatti non si corregge mai il male con il male, né la ferita si cura con la ferita, anzi s’incancrenisce nell’ulcera.
  • Quando sei a Roma, vivi come i romani; quando sei in un altro luogo, vivi come si vive in quel luogo.

La via del Calvario

 l libro del profeta Isaìa

.
Ci sarà un sentiero e una strada
e la chiameranno via santa;

nessun impuro la percorrerà.
Sarà una via che il suo popolo potrà percorrere
e gli ignoranti non si smarriranno.
Non ci sarà più il leone,
nessuna bestia feroce la percorrerà o vi sosterà.
Vi cammineranno i redenti.
Su di essa ritorneranno i riscattati dal Signore
e verranno in Sion con giubilo;
felicità perenne splenderà sul loro capo;
gioia e felicità li seguiranno
e fuggiranno tristezza e pianto.

Parola di Dio

lunedì 5 dicembre 2022

Alla gran maggioranza di noi si richiede un'ipocrisia costante, eretta a sistema

 “È una malattia di questi ultimi tempi. Credo che le cause siano d'origine morale. Alla gran maggioranza di noi si richiede un'ipocrisia costante, eretta a sistema. Ma non si può, senza conseguenze, mostrarsi ogni giorno diversi da quello che ci si sente: sacrificarsi per ciò che non si ama, rallegrarsi di ciò che ci rende infelici. Il sistema nervoso non è un vuoto suono o un'invenzione. La nostra anima occupa un posto nello spazio e sta dentro di noi come i denti nella bocca. Non si può impunemente violentarla all'infinito.”


Boris Pasternak, il dottor Zivago

Dove resiste la Croce, il matrimonio è indissolubile

 

Dove resiste la Croce, il matrimonio è indissolubile

La piccola città di Siroki Brijeg, a 40 minuti da Medjugorje in Bosnia Erzegovina, vanta uno straordinario primato in tutta l’Europa: non è mai stato registrato un solo divorzio a memoria d’uomo tra i suoi 20mila parrocchiani (su 30mila abitanti), nessuna famiglia si è mai divisa. Il segreto? Un forte cattolicesimo popolare unito alla serietà con cui si vive la tradizione croata, che coinvolge moltissimi paesi bosniaci, verso il matrimonio e dove la difesa della Famiglia Naturale, come unione tra uomo e donna, è stata perfino scritta nella Costituzione per volontà popolare. Per secoli, prima sotto la dominazione turca, e poi sotto quella comunista, queste popolazioni hanno sofferto crudelmente perché si voleva strappare la loro fede cristiana. In particolare, alle spalle della gente di Siroki Brijeg, c’è anche una grande storia di dolore. Il 7 febbraio 1945 divenne la sede della terribile strage di 66 frati francescani, ad opera di partigiani comunisti durante la Seconda Guerra Mondiale.
In questa cittadina il matrimonio viene vissuto come indissolubilmente unito alla croce di Cristo. Quando un giovane si prepara al matrimonio, non gli si racconta che ha trovato la persona ideale, il miglior partito. No! Che cosa dice il sacerdote? Hai trovato la tua croce. Ed è una croce da amare, da portare, una croce che non si dovrà rifiutare ma amare. La Croce evoca l’amore, e il crocifisso è il tesoro della casa. Quando i fidanzati vanno in chiesa, portano con loro un crocifisso, che è benedetto dal prete e, durante la pronuncia del SI,  riveste un’importanza capitale. La fidanzata posa la mano destra sulla croce; a sua volta il fidanzato pone la sua su quella della sposa e le loro due mani si trovano così riunite sulla croce, fuse sulla croce. Il sacerdote mette allora la sua stola sulle loro mani, ed essi pronunciano il loro “si” e si promettono fedeltà secondo il rito della Chiesa. Dopo di ciò, gli sposi non si abbracciano, ma abbracciano la croce. Sanno di abbracciare così la fonte dell’amore. Chi si avvicina e vede le due mani stese sulla croce, capisce che se il marito abbandona la moglie o che se la moglie abbandona il marito, in realtà abbandona la croce. E quando si è  abbandonata la croce non resta più niente, si è perso tutto perché si è lasciato Gesù, si è perso Gesù. Dopo la cerimonia, gli sposi portano a casa il crocifisso e gli danno il posto d’onore. Diventerà il centro della preghiera in famiglia poiché hanno la convinzione che la famiglia è nata da questa croce. Se c’è un problema, se scoppia un diverbio, è davanti a questa croce che gli sposi vengono a cercare soccorso. Non andranno da un avvocato, non consulteranno un mago o un astrologo, non faranno assegnamento su uno psicologo per sistemare i loro problemi. No, andranno davanti al loro Gesù, davanti alla croce. Si metteranno in ginocchio e davanti a Gesù verseranno le loro lacrime, grideranno le loro sofferenze e soprattutto si perdoneranno a vicenda. Non si addormenteranno con un peso sul cuore perché saranno ricorsi al loro Gesù, al Solo che ha il potere di salvare. Insegneranno ai loro figli ad abbracciare la croce ogni giorno e a non addormentarsi come dei pagani senza aver ringraziato Gesù. Per i bambini, fin dai più lontani ricordi, Gesù è l’amico di famiglia, che si rispetta e si abbraccia. Questi bambini non hanno animaletti da stringere durante la notte per sentirsi sicuri, ma dicono Buona notte a Gesù e abbracciano la croce. Si addormentano con Gesù, non con un peluche. Sanno che Gesù li custodisce tra le sue braccia e che non hanno niente da temere, le loro paure si spengono nel loro abbraccio a Gesù.
Per i cristiani, il matrimonio, ha un carattere sacramentale e rappresenta, quindi, una realtà soprannaturale, il matrimonio è inteso come una completa comunione corporale e spirituale di vita e di amore tra uomo e donna, che si donano e si accolgono l’un l’altro in quanto persone. Attraverso l’atto personale e libero del reciproco consenso viene fondata per diritto divino un’istituzione stabile, ordinata al bene dei coniugi e della prole, e non dipendente dall’arbitrio dell’uomo: «Questa intima unione, in quanto mutua donazione di due persone, come pure il bene dei figli, esigono la piena fedeltà dei coniugi e ne reclamano l’indissolubile unità».
L’indissolubilità matrimoniale è un dono che viene fatto da Cristo all’uomo e alla donna che si sposano in lui. È un dono, non è prima di tutto una norma che viene imposta. Non è un ideale cui devono tendere. E’ un dono e Dio non si pente mai dei suoi doni. Non a caso Gesù, rispondendo ai farisei, fonda la sua risposta rivoluzionaria su un atto divino. ‘Ciò che Dio ha unito’, dice Gesù. E’ Dio che unisce, altrimenti la definitività resterebbe un desiderio che è sì naturale, ma impossibile a realizzarsi. Dio stesso dona compimento. L’ uomo può anche decidere di non usare di questa capacità di amare definitivamente e totalmente. La teologia cattolica ha poi concettualizzato questa visione di fede attraverso il concetto di vincolo coniugale. Il matrimonio, il segno sacramentale del matrimonio produce immediatamente tra i coniugi un vincolo che non dipende più dalla loro volontà, perché è un dono che Dio ha fatto loro.
La comunione coniugale si caratterizza non solo per la sua unità, ma anche per la sua INDISSOLUBILITA’: «Questa intima unione, in quanto mutua donazione di due persone, come pure il bene dei figli, esigono la piena fedeltà dei coniugi e ne reclamano l’indissolubile unità. Il dono del sacramento è nello stesso tempo vocazione e comandamento per gli sposi cristiani, perché rimangano tra loro fedeli per sempre, al di là di ogni prova e difficoltà, in generosa obbedienza alla santa volontà del Signore: «Quello che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi». Il principio nel quale Dio ha creato l’uomo a sua immagine, maschio e femmina, perché fossero una sola carne e che nessuno avrebbe mai dovuto separare: l’amore che Dio ha pensato per ogni uomo, trova il compimento nella Croce del Figlio, nel suo amore infinito.
Purtroppo, la conferma della concretezza, della ricchezza, del valore salvifico dell’indissolubilità del Matrimonio, la ritroviamo quotidianamente nelle cronache in cui troviamo i frutti della dissoluzione dell’istituto della Famiglia.