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domenica 21 marzo 2021

 Bisogna credere, cioè accogliere come certissima ed emozionante verità che Cristo è vivo. 

Se nel mio «cuore» – cioè nel mio mondo interiore, in cima ai miei pensieri, all’origine delle mie decisioni esistenziali – mi lascio afferrare dalla persuasione che Gesù c’è, che non è un mito, che non è il personaggio di un libro, che non è qualcuno dei defunti protagonisti della storia, chiamati «grandi» ma ormai ridotti in polvere come i «piccoli» su cui credevano di dominare, ma è un uomo che anche oggi è vivo e mi vede e mi ascolta ed è capace di strapparmi al peccato, alla disperazione, all’incubo dell’annientamento, allora vuol dire che davvero mi sono incamminato verso la mia autentica redenzione dal male. 

Dunque prima di tutto ci vuole dentro di me la fede nel Signore che è risuscitato dai morti; ma non basta. Bisogna anche che io tiri da questa certezza trasformante la conclusione più ovvia: vale a dire, è necessario che io confessi con la mia bocca che Gesù è il Signore. 

Una fede che restasse racchiusa nel segreto della coscienza, ben riparata dalle intemperie della vicenda umana e non si facesse pubblica testimonianza, principio di una obbedienza fattiva in tutti i campi alla signorìa di Gesù, professione del primato di Cristo in faccia a tutte le potenze mondane, non basterebbe a salvarci. Dobbiamo far sapere a tutti con le parole aperte e con le coerenti scelte di vita che non vogliamo avere altri padroni, altri maestri, altri liberatori, all’infuori di colui che è stato costituito «erede di tutte le cose» (cf. Eb 1,2), che è la Verità fatta persona e la benevolenza di Dio che ha assunto un volto d’uomo in mezzo a un’umanità «senza senno, senza costanza, senza amore, senza misericordia» (cf. Rm 1,31), che è il solo che può preservarci dai vari condizionamenti e dai molti asservimenti che da più parti ci insidiano. (11 febbraio 1989).

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