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domenica 9 febbraio 2014

«Il diritto di chi urla di più non può prevalere sulla ragione»

È morto Italo Carta, rinomato psichiatra. Diceva sulle nozze gay: «Il diritto di chi urla di più non può prevalere sulla ragione» 

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luglio 23, 2013 Redazione
Già ordinario di psichiatria e direttore della Scuola di specializzazione in Psichiatria all’Università degli studi di Milano, Carta è venuto a mancare ieri
bruno-vincent-primi-sposi-gay-franciaIeri è morto Italo Carta, rinomato psichiatra ben conosciuto dal pubblico di Tempi, già ordinario di psichiatria e direttore della Scuola di specializzazione in Psichiatria all’Università degli studi di Milano. Ripubblichiamo di seguito una sua intervista del 2012.

La corte di Cassazione ha stabilito che le coppie omosessuali devono avere «diritto a un trattamento omogeneo a quello assicurato dalla legge alla coppia coniugata». Ma l’affermazione più rischiosa, non riportata a mezzo stampa, è quella per cui è «stata radicalmente superata la concezione secondo cui la diversità di sesso dei nubendi è presupposto indispensabile, per così dire naturalistico, della stessa esistenza del matrimonio». «Questo è l’aspetto più grave di tutta la vicenda - spiega a tempi.it Italo Carta, rinomato psichiatra, già ordinario di psichiatria e direttore della Scuola di specializzazione in Psichiatria all’Università degli studi di Milano. «Ho curato e curo molti omosessuali e ritengo che, se proprio vogliono mantenersi in questa condizione di coppia, possano ricevere certe tutele. Ma che il matrimonio naturale sia così minacciato è una violenza distruttiva per la salute mentale della società intera».
Cosa può accadere se la legge, come fa la sentenza della Cassazione, va contro il diritto naturale praticamente annullandolo?
Succede il caos. Se si tolgono le evidenze che accomunano qualsiasi uomo, a prescindere dal contesto e dalla tradizione da cui proviene, si cade nell’arbitrarietà: significa che prevale il diritto del più forte, di chi urla di più. In questo caso quello dei promotori di questi diritti. Siamo in un momento storico in cui la volontà è così tracotante da voler prendere il sopravvento sulla conoscenza delle cose e così le violenta: io voglio fare una famiglia con una persona del mio stesso sesso, non solo chiedo di non essere discriminato ma pretendo di generare, con tecniche violente e artificiali, e poi pure di allevare, un innocente in un contesto che non gli farà sicuramente del bene. Se si salta il fondamento del diritto che è nella legge naturale, e nella ragione umana che la riconosce, la giustizia muore. Non possiamo neppure parlare più di diritti universali.
Cosa si perdono la società e la persona in quanto tali se va in crisi l’istituzione del matrimonio basata sulla natura eterosessuale dei coniugi?
La generatività e l’educazione sana delle persone. Non basta l’amore per crescere dei bambini, servono due personalità differenti dal punto di vista psichico.
I promotori dei diritti gay sostengono che questa condizione è naturale e che la differenza tra sessi è una costruzione sociale.
Nei miei 50 anni di lavoro ho seguito tanti omosessuali. Sono aumentati moltissimo negli ultimi anni. La scienza e l’esperienza dicono che non c’è alcun difetto di natura in loro. Non esiste l’omosessualità naturale, non è iscritta nel Dna. L’omosessualità è un’elaborazione della psiche di modelli affettivi diversi da quelli verso cui la natura normalmente orienta. Questa tendenza è del tutto reversibile. Io mi sono scervellato per anni, ho letto molto su come si può correggere questa tendenza, il problema è che spesso, pur vivendo un disagio, molti di loro non vogliono correggersi.
Secondo lei non dovrebbero avere dei diritti come le coppie eterosessuali?
Bisogna fare dei distinguo: ci sono moltissimi soggetti promiscui e con vite sessuali instabili. Ma ci sono anche alcuni di loro che vivono in coppia per molto tempo. Non mi darebbe fastidio se il legislatore desse loro qualche diritto, come già di fatto avviene, con la possibilità di succedere nel contratto di locazione, di ricevere prestazioni assistenziali dai consultori familiari, di astenersi dal testimoniare in processi che vedono coinvolto il partner etc. Ma non si può andare oltre a concessioni di questo tipo. Pena la salute mentale di terzi.
Si riferisce ai figli?
Anche alla stabilità della società intera. Questa sentenza abolisce l’evidenza e quando si abolisce il principio di evidenza naturale la mente compensa con squilibri psicotici gravissimi. Per questo pensare di introdurre l’uguaglianza dei sessi come normale significa attentare alla psiche di tutti. Penso poi ai più deboli: i bambini. Se gli si insegna sin da piccoli che quel che vedono non è come appare, li si rovina. Ripeto, pur non essendo solito fare affermazioni dure, dato che gli omosessuali sono persone spesso duramente discriminate, non posso non dire che introdurre l’idea che la differenza sessuale non esiste, e che quindi non ha rilevanza, è da criminali.
Ha parlato dei bambini. Che conseguenze può avere dare a queste coppie la possibilità di educarli?
La natura ha fatto l’uomo maschio e femmina e la differenza non è solo fisica ma psicologica. La psiche dell’uomo è diversa da quella della donna: la donna protegge, dà la vita per il figlio, si sobbarca le sue fatiche. Il padre è quello che recide questo legame affinché il bambino cresca e cammini con le sue gambe. Il bambino da quando è nato il mondo per crescere forte e sano, per affrontare la vita e i problemi, ha bisogno di entrambe queste figure. Senza di esse salta in aria tutto il dispositivo edipico su cui si fonda da sempre ogni società. Non mi parlino dei genitori morti perché la loro presenza evocata è utile comunque a questo processo. E comunque la morte non crea disordini affettivi come la sostituzione di un genitore con una figura di un altro sesso. Non conosciamo ancora gli scenari di un mondo disposto a stravolgere la normalità ma li prevedo terribili: l’uomo che obbedisce alla sua volontà e non alla norma si distrugge. E questo non dobbiamo permetterlo per il bene di tutti. L’uomo per sua natura è un essere giuridico che per crescere ha bisogno di seguire delle norme date a lui come pilasti di supporto per camminare certo nella vita.
Ma perché gli omosessuali non si accontentano dei diritti che già hanno e nutrono tanto livore nei confronti di chi asseconda le norme naturali?
Il loro livore è reale. Sono arrabbiati e frustrati. Spesso proprio per delle ferite che si portano addosso scaricano la sofferenza su un punto che individuano come la causa di essa. Anche se di fatto non lo è. Così, però, loro continuano a soffrire e fanno soffrire anche altri imponendo loro la menzogna pur di ottenere quello che pensano gli risolverà la vita. Io lavoro per attenuare il loro disagio che è reale, ma non posso in alcun modo giustificare la violenza distruttiva dell’ideologia che nega l’evidenza e violenta i più deboli.

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CHI HA SPINTO PAPA BENEDETTO A MOLLARE (E PERCHE’)

CHI HA SPINTO PAPA BENEDETTO A MOLLARE (E PERCHE’)

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9 febbraio 2014 / In News

Chi, come e perché ha determinato quel “ritiro” di Benedetto XVI – esattamente un anno fa – che rappresenta un evento unico nella storia della Chiesa, traumatico e  tuttora non chiaro nelle sue implicazioni e nelle sue conseguenze?
Spesso si è buttata la croce addosso al povero Paolo Gabriele, il cameriere di Vatileaks, ma è vero l’esatto contrario: se c’era una persona che avrebbe voluto che papa Benedetto potesse esercitare pienamente il suo mandato era proprio lui.
Del resto il mio scoop, uscito su queste colonne il 25 settembre 2011, dimostra che Ratzinger aveva già deciso quel “ritiro” ben prima dell’inizio di Vatileaks e l’aveva previsto – come scrissi – allo scoccare degli 85 anni. Esattamente quello che poi è avvenuto.
Ma allora chi, come e perché – prima di Vatileaks – ha creato una situazione che ha indotto il papa a valutare di non poter più sostenere la lotta?
UN GIGANTE
Ratzinger è uno dei giganti della Chiesa del Novecento ed è molto vasta la mappa di coloro che, nel corso dei decenni, anche su fronti contrapposti, hanno individuato il loro Nemico in quest’uomo mite e sapiente.
Anzitutto egli entra in scena come uomo del Concilio: è colui che, scrivendo il discorso del cardinale Frings, abbatterà il vecchio S. Uffizio di Ottaviani, l’inquisizione.
Nel postconcilio diventerà il nemico di tutti coloro che pretendevano di usare il Vaticano II per spazzar via la Chiesa di sempre e costruirne una prona al mondo e alle ideologie: da Rahner ad Hans Kung, fino a Martini che – come cardinale – si è opposto frontalmente a Ratzinger e a papa Wojtyla.
Non erano destinati a procurargli amici, poi, i suoi due primi interventi, quando fu chiamato da Giovanni Paolo II alla guida della retta dottrina: quello in cui ribadì la condanna cattolica della massoneria e i testi che confutarono e condannarono la Teologia della liberazione.
Infine sarà sempre Ratzinger a denunciare in mondovisione, durante l’ultima solenne via crucis di Giovanni Paolo II, “la sporcizia nella Chiesa”, con parole durissime e drammatiche.
Sarà lui che realizzerà una purificazione radicale della Chiesa dalla piaga dei preti pedofili, con provvedimenti drastici e un ribaltamento totale di certa mentalità clericale.
Ancora lui infine scandalizzerà gli ecclesiastici progressisti (tanto da suscitare la ribellione aperta di diversi vescovi) quando – in linea vera con il Concilio – cercherà di riportare all’unità la Fraternità S. Pio X e restituirà libertà alla liturgia tradizionale della Chiesa.
Era stato lui con Giovanni Paolo II che aveva valorizzato i tanti nuovi movimenti fioriti nella Chiesa, specie fra i giovani, e che ha colto e denunciato la “questione antropologica” che oggi nel mondo sta bombardando i valori della vita, della famiglia e della dignità umana.
Ha fondato il dialogo della Chiesa con la modernità e la vera laicità, così da affascinare intellettuali come Habermas, Tronti, Ferrara e Barcellona.
Eppure fin dall’inizio, dalla sua elezione, c’è stata l’occulta e pesante opposizione di un establishment cardinalizio oscuro  e pronto – per delegittimarlo – perfino allo spergiuro.
L’ATTACCO OCCULTO
Lo dimostra un fatto dimenticato che segnò l’inizio della guerra interna contro papa Ratzinger. Benedetto XVI era appena stato eletto, nel 2005, e dall’anonimo mondo cardinalizio (più o meno di Curia), attraverso il vaticanista Lucio Brunelli, fu fatto pubblicare un presunto diario delle votazioni del Conclave da cui emergevano dettagli delegittimanti del nuovo pontificato.
Un vaticanista autorevole come Sandro Magister scrisse: la lettura di quel testo “suggerisce che l’‘intenzione’ di pubblicarlo sia stata molto più militante” che storico-giornalistica. E lo si sia fatto “per mostrare che la vittoria di Ratzinger non è stata per niente ‘plebiscitaria’, che è stata in forse fino all’ultimo, che è stata indebitamente favorita dal suo essere decano dei cardinali, che i tempi sono maturi per un papa ‘nuovo’, magari latinoamericano e che a questi suoi limiti Benedetto XVI dovrebbe rassegnarsi”.
Così scriveva Magister il 7 ottobre 2005. Forse si sottovalutò la gravità di quel segnale anonimo, basato peraltro su dati delle votazioni che non risultano ad altri.
Ripensandoci oggi fa impressione che per un tale gesto pubblico di sfida, una fazione di cardinali sia stata pronta a sfidare pure Dio con un pubblico spergiuro (perché ogni cardinale aveva giurato solennemente sul Vangelo di mantenere il segreto su Conclave e votazioni).
Negli anni successivi il tema della spaccatura e il fantasma dello scisma più volte è stato ventilato oscuramente e certo Ratzinger ha sempre voluto evitarlo in ogni modo (anche a costo di dimettersi).
ODIO CONTRO IL PAPA
Benedetto ha avuto poi altri nemici interni, nella Curia e nell’establishment ecclesiastico, che hanno contestato o boicottato o rifiutato il suo magistero, quello tradizionale della Chiesa, avendo i media dalla loro.
Poi Ratzinger ha avuto molti nemici esterni ed è stato sottoposto a un bombardamento mediatico senza fine culminato con il cosiddetto “scandalo pedofilia” con cui si è preteso di trasformare la Chiesa in “imputato globale” (la Chiesa che è perseguitata in mezzo mondo nell’indifferenza generale).
Ma paradossalmente i maggiori danni per il pontificato di Benedetto sono forse arrivati dalla Curia e dai più stretti collaboratori.
L’ERRORE
Bisogna riconoscere l’errore, forse il maggiore di Benedetto XVI, che – per evitare certe potenti realtà curiali (ad esempio facenti capo al cardinal Sodano) – chiamò nel ruolo strategico di Segretario di Stato un ecclesiastico che conosceva da anni e che credeva potesse essergli di aiuto: il cardinale Bertone.
La plateale inadeguatezza dell’uomo per quel ruolo delicato e decisivo – a parere dei più, anche dei ratzingeriani più convinti – è ciò che ha fatto precipitare la situazione. Che a un certo punto si è fatta drammatica.
Il “cameriere del Papa”, pur sbagliando gravemente nel metodo, ha fatto emergere una realtà inaudita dove il Pontefice sembrava pressoché esautorato. Lo ha dichiarato di recente il cardinale Maradiaga: dalla vicenda Vatileaks “pareva che alcuni documenti non arrivassero nelle mani del Papa”.
Addirittura monsignor Georg Gaenswein, segretario di Benedetto XVI, in una intervista al “Messaggero” del 22 ottobre, una settimana dopo le dimissioni di Bertone, ha candidamente riferito che “Benedetto XVI aveva chiamato Gotti Tedeschi allo Ior per portare avanti la politica della trasparenza”, ma nonostante fosse stato lui stesso a volerlo lì, quando costui fu defenestrato, il Papa non ne sapeva niente e “restò sorpreso, molto sorpreso per l’atto di sfiducia al professore. Il Papa lo stimava e gli voleva bene”.
Un fatto emblematico della situazione oltretevere, anche se ci sarebbe da chiedersi cosa faceva, nel frattempo, don Georg vedendo questa realtà….
IL MISTERO DI OGGI
Col più grande gesto di umiltà Benedetto, alla fine, ha ritenuto di aiutare la Chiesa azzerando tutto, a cominciare da se stesso. E si concepisce ora nel ruolo di Mosè che prega sulla montagna mentre Giosuè combatte.
Tuttavia anche per Giosuè-Francesco sono cominciati in questi giorni gli attacchi e le prove più dure: da quelli esterni (vedi l’incredibile denuncia dell’Onu) a quelli interni che puntano a usare il prossimo Sinodo per ribaltare la Chiesa.
Se, per la prima volta nella storia, oggi la Chiesa si trova con due papi è davvero il segno che è un tempo di prova senza eguali.
Un dettaglio. Ratzinger non solo ha voluto restare “nel recinto di Pietro”, ha voluto conservare il titolo di “papa emerito” e l’abito bianco, ma – si è saputo di recente – ha gentilmente declinato la proposta dell’arcivescovo Montezemolo di cambiare il suo stemma araldico.
Il Vaticano ha così fatto sapere che Benedetto “preferisce non adottare un emblema araldico espressivo della nuova situazione creatasi con la sua rinuncia al Ministero Petrino”. Se è un segnale significa che papa Benedetto c’è. Che il Cielo protegga la sua vita.


Antonio Socci

Da “Libero”, 9 febbraio 2014

sabato 8 febbraio 2014

famiglia

 famiglia
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Prima di tutto, nell’ambito della pastorale ordinaria, vorrei focalizzare la vostra attenzione sulla famiglia, «cellula fondamentale della società», «luogo dove si impara a convivere nella differenza e ad appartenere ad altri e dove i genitori trasmettono la fede ai figli» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 66). Oggi invece il matrimonio è spesso considerato una forma di gratificazione affettiva che può costituirsi in qualsiasi modo e modificarsi secondo la sensibilità di ognuno (cfr ibid.). Purtroppo questa visione influisce anche sulla mentalità dei cristiani, causando una facilità nel ricorrere al divorzio o alla separazione di fatto. I Pastori sono chiamati a interrogarsi su come assistere coloro che vivono in questa situazione, affinché non si sentano esclusi dalla misericordia di Dio, dall’amore fraterno di altri cristiani e dalla sollecitudine della Chiesa per la loro salvezza; su come aiutarli a non abbandonare la fede e a far crescere i loro figli nella pienezza dell’esperienza cristiana.
D’altra parte, bisogna chiedersi come migliorare la preparazione dei giovani al matrimonio, in modo che possano scoprire sempre di più la bellezza di questa unione che, ben fondata sull’amore e sulla responsabilità, è in grado di superare le prove, le difficoltà, gli egoismi con il perdono reciproco, riparando ciò che rischia di rovinarsi e non cadendo nella trappola della mentalità dello scarto. Bisogna chiedersi come aiutare le famiglie a vivere e apprezzare sia i momenti di gioia sia quelli di dolore e di debolezza.
 Francesco nell'udienza ai vescovi polacchi, in visita ad Limina, Vaticano - 07/02/2014)

ORIGINI E CARATTERISTICHE COMUNI DI NAZISMO E COMUNISMO


ORIGINI E CARATTERISTICHE COMUNI DI NAZISMO E COMUNISMO



lo stupendo film-documentario di cui si parla nell'articolo.
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Entrambe provenienti dal ceppo socialista, sono ideologie gemelle: un documentario ne svela la vera storia (guardalo su youtube)
di Roberto Marchesini
In Italia - e non solo - si utilizza la scorciatoia mentale di identificare come "di destra" i totalitarismi fascista e nazionalsocialista e come "di sinistra" quello comunista; in questo modo i due tipi di regime (quelli sconfitti dalla Seconda Guerra Mondiale e quello vincitore) sembrano essere in contrapposizione, fino a indurre molti a pensare che il comunismo, alleato con Stati Uniti ed Inghilterra, abbia liberato l'Europa dal totalitarismo.
Tutte le colpe sono addossate al totalitarismo "di destra" e a tutte le "destre" precedenti (anche se nulla avevano a che fare con la "destra" fascista e nazionalsocialista), mentre quello "di sinistra" assume (con tutte le "sinistre", anche quelle successive) una connotazione positiva, ed il merito particolare di aver affrontato e sconfitto il totalitarismo europeo.
Si è scritto parecchie volte che "chi vince scrive la storia", e va bene; ma ribaltarla è una faccenda completamente diversa. Accettare che Mussolini ed Hitler siano "di destra" significa accettare l'autoattribuzione di un patentino di superiorità morale ed ontologica da parte delle sinistre.
Ci si dimentica spesso, infatti, che Mussolini era stato socialista, direttore dell'Avanti, e che anche il fascismo si caratterizzò per una ipertrofia dello Stato in ogni campo della vita dei cittadini ("dalla culla alla bara"); che il termine "nazismo" è semplicemente la (fuorviante) centrazione del termine "nazional-socialismo", e che Hitler fu il fondatore del Partito Socialista Nazionale dei Lavoratori Tedeschi, ossia il partito socialista tedesco.
Sia il fascismo italiano che il nazionalsocialismo tedesco avevano fatto propria la dottrina secondo la quale lo Stato ha il compito di guidare la nazione verso un futuro radioso, anche attraverso il controllo dell'economia. Uno storico come Renzo De Felice (1929-1996) ha magistralmente spiegato come il fascismo sia stato un fenomeno rivoluzionario di sinistra: la tesi gli è costata l'odio e la persecuzione anche violenta nell'ultimo quarto del secolo scorso, ma ha aperto una strada storiografica importante, seguita da numerosi altri studiosi, che ha finalmente collocato il fascismo fra le ideologie rivoluzionarie del "secolo breve" (1914-1989).
La differenza tra il socialismo nazionalista e quello marxista sta nel fatto che l'ostacolo (da eliminare fisicamente) alla nascita dell'«uomo nuovo» era individuato dal primo nelle nazioni inferiori (polacchi, ebrei, zingari...), dal secondo nelle classi economiche inferiori (borghesi, intellettuali, contadini...). Ma le similitudini tra i due tipi di socialismo non riguardano solo l'ideologia propugnata.

UN DOCUMENTARIO: RICHIEDI IL DVD
Nel 2008 lo studioso di storia politica lettone Edvins Snore ha scritto e diretto un documentario intitolato The Soviet Story e finanziato dal gruppo UEN (Unione per l'Europa delle Nazioni) del Parlamento Europeo. Nel filmato compaiono, oltre a numerosi testimoni, lo storico Norman Davies e il dissidente Vladimir Bukovski.
Il documentario, trasmesso e proiettato in diversi paesi, è inedito in Italia, sebbene sia disponibile una versione nella nostra lingua. E, soprattutto, mette in evidenza una serie impressionante di collegamenti tra il nazionalsocialismo e il socialismo sovietico.
Viene mostrato, ad esempio, un articolo di giornale del New York Times nel quale si da il resoconto della fondazione del Partito Socialista Nazionale in Germania; in esso sono riportate le parole di Joseph Goebbels che afferma: «Lenin è stato l'uomo più grande, secondo solo ad Hitler; e le differenze tra il comunismo e le idee di Hitler sono molto sottili».
Viene ricordato il patto Ribbentrop-Molotov, dal nome dei due ministri degli esteri della Germania nazionalsocialista e dell'Urss che nel 1939, a Mosca, firmarono un patto di non aggressione fra le due potenze; viene ricordato come la Luftwaffe sia stata guidata, nei bombardamenti sulle città polacche, dalla radiotrasmittente sovietica a Minsk; si documenta come - mentre il popolo russo moriva letteralmente di fame - Stalin inviasse grano, ferro e materiale da costruzione all'esercito tedesco, sostenendolo nelle sue campagne; e come lo stesso Stalin avesse dichiarato che combattere l'ideologia nazista fosse da considerare alla stregua di un crimine, e avesse invitato i partiti comunisti europei a boicottare la resistenza antinazista.
Nel documentario si afferma che i nazionalsocialisti inviarono in Russia delle commissioni allo scopo di studiare il modello dei campi di sterminio sovietici per applicarlo ai lager; e che i lager nazisti liberati dai sovietici non vennero smantellati, ma divennero parte dell'«arcipelago Gulag» descritto da Solgenitsin.
All'inizio della persecuzione hitleriana contro gli ebrei, molti di loro fuggirono in Russia; Stalin li riconsegnò al Fuhrer in segno di amicizia. Secondo gli autori intervistati da Snore, la strategia di Stalin era quella di aiutare Hitler a devastare la società europea e a eliminare tutti gli oppositori al totalitarismo; in un secondo tempo avrebbe attaccato il Reich indebolito dalla guerra e, sconfittolo, avrebbe diffuso il socialismo sovietico a tutto il continente ormai ripulito da Hitler da ogni possibile resistenza, presentandosi all'opinione pubblica mondiale come il liberatore del mondo dal nazionalsocialismo.
Il documentario mostra anche una parata comune delle forze sovietiche e nazionalsocialiste nel paese di Brzesc, il luogo dove le due armate si incontrarono dopo aver occupato l'intero territorio polacco.

L'«UOMO NUOVO» CONTRO L'UMANO
Come afferma la storica Francoise Thom, docente di storia moderna alla Sorbona, intervistata nel documentario, «entrambe le ideologie hanno l'ambizione di creare l'uomo nuovo. I due sistemi non sono d'accordo con la natura umana per come essa è veramente. Sono in guerra con la natura e con la natura umana, e questo è la base del totalitarismo».
Nazionalsocialismo e socialismo sovietico sono in tal modo le due facce della stessa medaglia fin dalla loro origine, ossia la ribellione dell'orgoglio umano contro la natura umana. Entrambe queste ideologie sono state sconfitte, ma la tracotanza umana tenta ancora di creare l'uomo nuovo.


Nota di BastaBugie:
Se vuoi il dvd "Gli orrori di comunismo e nazismo" in HD, puoi richiedercelo cliccando qui
http://www.bastabugie.it/it/contatti.php?pagina=contatti&nome=intro

http://www.youtube.com/watch?v=_IiwgHUzDug


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Ecco inoltre un bellissimo film che porta alla luce verità storiche a lungo taciute su "Katyn". Parla dello sterminio di 22.000 ufficiali polacchi da parte dei sovietici. Per informazioni clicca qui sotto
http://www.filmgarantiti.it/it/edizioni.php?id=19
 
Fonte: Il Timone, Gennaio 2010 (n.89)

venerdì 7 febbraio 2014

prima di essere Cristo Egli è Verità


 prima di essere Cristo Egli è Verità
                        ***                              
Mi pareva infatti – e lo credo ancor oggi –
che non si resista mai abbastanza a Dio,
se lo si fa per puro scrupolo di verità.
Cristo vuole che Gli si preferisca la verità,
perché prima di essere Cristo Egli è Verità.
Se ci si allontana
da Lui per andare verso la Verità,
non si farà molta strada
senza cadere fra le Sue braccia.


Simone Weil
da: "l'Attesa di Dio"

martedì 4 febbraio 2014

SIGNORE, HO IL TEMPO

SIGNORE, HO IL TEMPO
                                  ***                                         
(di Michel Quoist)
Sono uscito, Signore,
fuori la gente usciva.
Camminavano e correvano tutti.
Correvano per non perdere tempo,
correvano dietro al tempo,
per riprendere il tempo,
per guadagnare tempo!...

"Arrivederci, signore, scusi,
non ho il tempo.
Ripasserò, non posso attendere,
non ho il tempo.
Termino questa lettera perché
non ho il tempo.
Avrei voluto aiutarla,
ma non ho il tempo.
Non posso accettare,
per mancanza di tempo.
Non posso riflettere, leggere,
sono sovraccarico,
non ho il tempo".

Vorrei pregare, ma non ho il tempo.
Tu comprendi, Signore,
non ho il tempo.
Lo studente, ha il suo studio
e tanto lavoro,
non ha tempo... più tardi...
Il giovane fa dello sport,
non ha tempo... più tardi...
Lo sposo novello
deve arredare la casa,
non ha tempo... più tardi...
I genitori hanno i bambini,
non hanno tempo... più tardi...
I nonni hanno i nipotini,
non hanno tempo... più tardi...
Sono malati! Hanno le loro cure,
non hanno tempo... più tardi...
Sono moribondi, non hanno...
troppo tardi!...
non hanno più tempo!...

Così gli uomini corrono tutti
dietro al tempo, o Signore,
passano sulla terra correndo,
frettolosi, precipitosi,
sovraccarichi, impetuosi, avventati...
e non arrivano mai a tutto,
manca loro il tempo,
nonostante ogni sforzo,
manca loro il tempo,
anzi manca loro molto tempo.


Signore, Tu hai dovuto fare
un errore di calcolo.
V'è un errore generale:
le ore sono troppo brevi,
i giorni sono troppo brevi,
le vite sono troppo brevi!

Tu, che sei fuori del tempo,
sorridi, o Signore,
nel vederci lottare con esso,
e Tu sai quello che fai!
Tu non Ti sbagli quando distribuisci
il tempo agli uomini:
doni a ciascuno il tempo di fare
quello che Tu vuoi che egli faccia.
Ma non bisogna perdere tempo,
sprecare tempo,
ammazzare il tempo.
Perché il tempo
è un regalo che Tu ci fai,
ma un regalo deteriorabile,
un regalo che non si conserva.


Signore, ho tempo,
ho tutto il tempo mio,
tutto il tempo che Tu mi dai:
gli anni della mia vita,
le giornate dei miei anni,
le ore delle mie giornate,
sono tutti miei.
A me spetta riempirli,
serenamente, con calma,
ma riempirli tutti, fino all'orlo,
per offrirTeli, in modo che
della loro acqua insipida
Tu faccia un vino generoso,
come facesti un tempo a Cana
per le nozze umane.


Non Ti chiedo, oggi, o Signore,
il tempo di fare questo
e poi ancora quello;

Ti chiedo la grazia
di fare coscienziosamente
nel tempo che Tu mi dai,
quello che Tu vuoi che io faccia.

Riflessioni su alcuni personaggi di scienza

Riflessioni su alcuni personaggi di scienza

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In questi giorni di mare ho ritagliato alcuni articoli di giornale sulla storia della scienza. Li metto in fila.
Il più notevole è sicuramente la paginata di Giulio Meotti, su Il Foglio del 24 agosto. Si ricorda che Orwell scrisse “1984” dopo aver appreso “la degradazione della scienza sotto un regime totalitario”. Lo scrittore inglese era stato colpito dalla sorte toccata a eminenti scienziati russi: al genetista Vavilov, sottoposto a duemila ore di interrogatori, torturato e lasciato morire di fame nel gulag di Saratov; a Tulaikov e Karpechenko, altri due biologi sostenitori, come Vavilov, della genetica mendeliana, e per questo fucilati.
Perché i sostenitori di Mendel, nella Russia atea, venivano privati delle cattedre, emarginati e persino, talora, condannati a morte? L’accusa a Mendel era duplice: essere stato un prete cattolico e aver proposto, con le sue leggi, una “superstizione metafisica”.
L’espressione “superstizione metafisica” ci fa capire quanto i sovietici fossero “buoni filosofi”. L’atto di nascita della genetica, come di tutta la scienza moderna, infatti, era stato proprio un atto di fede metafisico non nel caos, ma nell’ordine del creato; in un ordine di derivazione trascendente, evidente nelle leggi che regolano la realtà data. Mendel prima credette che esistessero delle leggi, qualcosa di invisibile che regola e guida ciò che è visibile; qualcosa di “intelligente” che rimanda a Legislatore, ad Intelligenza. Poi le cercò, pazientemente, per anni, sino a trovarle. Gli atei sovietici lo sapevano, e condannarono Mendel per decenni; così come condannarono l’astronomia del sacerdote cattolico Lemaitre, primo teorico dell’espansione delle galassie e del Big bang: suonavano, anche le sue scoperte, poco confacenti al dogma dell’eternità della materia.
Ma Mendel non piace neppure oggi: o lo si prende solo in parte, per dire che l’uomo è determinato dai suoi genti (cosa che lui mai avrebbe pensato neppure dei suoi piselli), oppure, implicitamente, lo si nega quando si sostiene, per esempio, che non esiste una identità sessuale naturale. Tutta le teoria del gender ha radici marxiste, e di fatto non fa altro che negare il dato genetico: la XX delle femmine e l’ XY dei maschi.
E’ anche per questo che a febbraio e marzo dell’anno prossimo si celebreranno, in 30 città italiane, i Mendel day. Per ricordare fatti storici, idee metafisiche, realismo filosofico.
Forse sarà anche l’occasione per rammentare che le uniche grandi persecuzioni di uomini di scienza sono state realizzate dai giacobini: quelli bolscevichi, e, prima, quelli della Rivoluzione francese che tagliarono la testa a Lavoisier e a diversi altri scienziati francesi, prima di togliere la cattedra ai troppo devoti Ruffini, Galvani…

Il secondo ritaglio è dal Corriere del 18 agosto: vi si racconta la storia di un grande fisico del Novecento, Gillo Pontecorvo che “scelse l’Urss e finì leggendo la Bibbia”. Pontecorvo fu un fervente comunista, tanto da dichiarare: “Per me il comunismo era come una religione. Ma ho commesso tanti errori”. Prima di assistere alla caduta terrificante di una religione durata pochi decenni, aveva scelto di leggere, ogni giorno, la Bibbia. Passando dal messianismo marxista, che salva l’Umanità tramite gli uomini, all’interesse per il Dio “fons pietatis”, “qui salvando salvas gratis”.
Il terzo ritaglio è sempre dal Corriere (25 agosto): Anna Meldolesi ricorda che il “co-scopritore” della selezione naturale, Alfred Russell Wallace, è stato dimenticato a vantaggio di Darwin, senza un vero motivo scientifico. Meldolesi lo definisce “vittima di una ‘selezione naturale’”. In verità fu tutto assai artificiale: Darwin fu scelto dal pensiero socialista e marxista che lo piegò ai suoi fini: fare dell’evoluzionismo la “prova” del materialismo. Wallace non poteva servire al fine: credeva in Dio e nell’unicità spirituale dell’uomo. Così fu accantonato…
Infine, sempre dal Corriere del 18 agosto: si pubblicizzano i “corsivi” di Umberto Veronesi. Medico, ma soprattutto, così ama presentarsi da tempo, storico, filosofo, teologo… Questo il succo: “Credo nell’uomo, non in Dio. Io non sono credente, e rispetto al problema di Dio mi considero agnostico. Sono però profondamente convinto che esiste una morale laica altrettanto valida della fede in Dio”.
Veronesi, lo ha ricordato più volte, è anche lui un figlio del materialismo comunista. Qui ci sono diverse visioni della storia: Veronesi crede nell’uomo, nonostante i gulag e i lager, e forse, anche a ragione di essi, non crede in Dio; io non credo nell’uomo, che per dare a tutti la felicità, senza Dio, ha creato i gulag, e credo in Dio, grazie ad uomini (che mi fanno credere anche nell’uomo) come i ragazzi della rosa bianca, san Massimiliano Kolbe o Solgenitsyn (secondo il quale: “Gli uomini hanno dimenticato Dio, ecco perché tutto questo è accaduto”)…
Veronesi è a favore dell’aborto (uccisione di un uomo piccolo da parte di un uomo grande); crede nella bontà della clonazione (uomo grande che fotocopia uomo piccolo); crede nella bontà dell’utero in affitto (persone ricche affittano l’utero di povere)… Cosa intenda, in concreto, per “credere nell’uomo”, mi sfugge…
Il Foglio, 28 agosto 2013

Lezioni di catechismo, un Napoleone inusuale

Lezioni di catechismo, un Napoleone inusuale

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Napoleone? Chi sono io per giudicarlo? E’ uscito, per le Edizioni Studio Domenicano, un interessante libro che raccoglie passi significativi delle “Conversazioni sul cristianesimo” che il Bonaparte ebbe nel suo esilio di Sant’Elena. Quello che vien fuori è un Napoleone apologeta cristiano, anzi cattolico. A condire il tutto la prefazione del Card. Giacomo Biffi che, dicono i ben informati, dopo questa “scoperta” desidera essere chiamato “Sua Altezza Imperiale”.
Il cardinale emerito di Bologna, a cui di certo non manca il gusto dell’ironia, scrive che si è trovato “singolarmente consonante” con alcune affermazioni di quello che molti considerano il capo degli anticlericali di ieri e di oggi; in particolare si è ritrovato quando l’Imperatore confida ai suoi compagni di esilio che “tra il cristianesimo e qualsivoglia altra religione c’è la distanza dell’infinito”. In questo modo – scrive Biffi – ha colto “la sostanziale alterità tra l’evento cristiano e le dottrine religiose.”
Certo, siamo a Sant’Elena, e Napoleone ormai aveva dietro le spalle i trionfi e davanti la sua fine, da Imperatore forse la sua adesione al cristianesimo era più formale che non sostanziale, probabilmente niente più che un utile consuetudine in cui era cresciuto. Disposto anche a sacrificarla pur di raggiungere i suoi obiettivi. Ma queste conversazioni dall’esilio ci mostrano una consapevolezza che stupisce, una capacità di riflettere sulla fede che farebbe comodo a molti catechisti di oggi, forse anche a qualche pastore che sul pulpito appare un po’ insipido.
“Qui [a Sant'Elena NdA] voglio un prete, voglio seguire la Messa e professare la mia fede!”, dice Napoleone al generale de Montholon. Una conversione? Paura della morte? A leggere queste conversazioni sembra piuttosto di assistere ad una forma di pentimento, visto che l’Imperatore “materialista e saccheggiatore di chiese” dimostra di avere profonda consapevolezza del suo credo. Così profonda che c’è da andare a lezione di catechismo da Napoleone. Chi l’avrebbe mai detto?
Oggi che alle prove razionali dell’esistenza di Dio non crede quasi più nessuno, a volte nemmeno nei seminari, il Bonaparte oppone una netta convinzione: “Si vede l’effetto e da questo si risale alla causa e si crede che questa causa esista”. Anche sulle legge morale naturale, oggi profondamente attaccata, Napoleone mostra di avere un’idea precisa: “c’è una verità originaria che risale alla preistoria dell’uomo, e questa è la legge naturale che troviamo presso tutti gli uomini, legge che è stata scritta da Dio stesso nei nostri cuori. Dalla legge naturale derivano: il dovere, la giustizia, l’esistenza di Dio, la nozione che l’uomo è costituito di anima e di corpo.”
Insospettabile la sua difesa della Chiesa perchè – dice – “chi sostiene di non riconoscere alcun dogma, né alcuna dottrina può smentire o rifiutare domani ciò in cui dice di credere oggi. (…) L’individuo lasciato a sé stesso, si abbandona allo scetticismo.” L’Imperatore a Sant’Elena riconosce l’importanza dell’autorità per confermare nella fede, senza la Chiesa cattolica, apostolica e romana non c’è che confusione. “I popoli passano, i troni crollano, ma la Chiesa resta. Allora – si chiede Bonaparte – qual’è la forza che tiene in piedi questa Chiesa assalita dall’oceano furioso della collera e del disprezzo del mondo? Come potrebbe una fede resistere sullo stelo fragile dell’errore?”
La risposta a queste domande è contenuta in un lungo discorso che verte sulla divinità di Gesù Cristo, quella divinità che lo porta ad affermare: “Sono cattolico romano e credo ciò che crede la Chiesa”. Parola di Napoleone Bonaparte, il quale dà una definizione del credo cattolico che sarà meglio appuntarsi perchè non si sente troppo spesso, specialmente oggi che, proprio dopo la rivoluzione francese e tutte le sue variazioni sul tema, viviamo un’epoca dove la fede è diluita nel fai da te.
“Il cattolicesimo non è la religione del tale o del tal altro, ma la verità del dogma che risale ai concili, ai papi, fino a Gesù Cristo stesso; ha le caratteristiche di un fatto storico e di uno divino; si pone al di sopra delle passioni e dei vizi; è un sole che illumina misteriosamente e maestosamente la nostra anima; è infinitamente superiore al nostro spirito, e al contempo appropriato alle persone semplici; la sua virtù agisce nell’intimo dei cuori, come la linfa all’interno degli alberi.” (La Voce di Romagna, 3/11/2013)

Max Planck: “in alto, verso Dio”

Max Planck: “in alto, verso Dio”

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Tra i nomi dei grandi fisici della storia, campeggia quello di Max Planck, il padre della fisica quantistica che nel 1900 “avanzò l’ipotesi che l’energia venisse irradiata in quantità discrete che chiamò quanti e formulò la legge che collega proporzionalmente l’energia di un singolo quanto alla frequenza della radiazione, secondo una costante universale nota come costante di Planck” (Bersanelli-Gargantini, Solo lo stupore conosce). Non è dei quanti che vorrei né saprei parlare, quanto della persona e della filosofia di Planck. Mi servirò soprattutto della sua “Autobiografia scientifica”, una raccolta di brevi saggi che comincia così: “La decisione di dedicarmi alla scienza fu conseguenza diretta di una scoperta che non ha mai cessato di riempirmi di entusiasmo fin dalla giovinezza: le leggi del pensiero umano coincidono con le leggi che regolano la successione delle impressioni che riceviamo dal mondo intorno a noi, sì che la logica pura può permetterci di entrare nel meccanismo di quest’ultimo. A questo proposito è di fondamentale importanza che il mondo esterno sia qualcosa di indipendente dall’uomo…”.
Siamo, mi sembra, di fronte ad un atto di fede di tipo tomista, realista, nella realtà. Planck, che fu anche accademico pontificio, procede sostenendo che le conoscenze scientifiche mostrano che “l’assoluto” è “molto più radicato nell’ordine delle leggi naturali di quanto si fosse creduto per molto tempo”, “poiché tutto ciò che è relativo presuppone qualcosa di assoluto, e ha un significato solo quando è confrontato con l’assoluto”. Se non ho frainteso, in questa introduzione Planck esprime una concezione filosofica che potremmo riassumere così: la scienza, lungi dall’essere una conferma del relativismo gnoseologico ed etico, è, come scrive Paolo Musso, “uno dei pochissimi luoghi in cui viene ancora preservato un pensiero che afferma una pretesa di verità, una esigenza di rigore e una apertura alla realtà a cui la nostra cultura ha ormai quasi completamente abdicato”. “Pretesa di verità” che, nei grandi ingegni, non è mai né riduzionismo né illusione di comprensione totale. Ce lo spiega sempre Planck nel momento in cui da una parte condanna lo scetticismo, e dall’altra stigmatizza chi non è più capace “di meravigliarsi più di nulla”; chi, abituato alle leggi che “regolano la sua immagine del mondo”, ignora che “il problema del perché queste e non altre leggi valgano, resta stupefacente e inesplicabile come per il bambino”.
Ancora più chiaramente: “come vi è un oggetto materiale dietro ad ogni sensazione, così vi è una realtà metafisica dietro tutto ciò che l’esperienza umana dimostra essere reale”. Per Planck ci sono due vie per arrivare al “reale metafisico”, cioè a Dio: la “vita pratica”, cioè la vita morale, i “valori assoluti dell’etica”, che dimostrano in noi l’esigenza di Bene, e la via della conoscenza, che è tensione verso il vero assoluto, attraverso il reale relativo. Puntualizza il grande fisico: “per quanto vicina sembri la meta sospirata, rimane sempre un abisso, incolmabile dal punto di vista della scienza esatta, fra il mondo reale della fenomenologia e il mondo reale della metafisica. Questo abisso è la sorgente di una tensione costante, che…è la fonte inesauribile dell’insaziabile sete di conoscenza del vero scienziato. Ma al tempo stesso noi possiamo dare un rapido sguardo ai confini che la scienza esatta è incapace di valicare. Per quanto i suoi risultati possano essere profondi e ricchi di conseguenze, essa non può riuscire a fare l’ultimo passo che la porterebbe nel regno della metafisica”. Così, in ultima analisi, “la scienza esatta non può fare a meno della realtà nel senso metafisico della parola”, “ma il mondo reale della metafisica non è il punto di partenza, ma lo scopo di tutte le ricerche scientifiche, un faro che brilla e indica la via da una distanza inaccessibile”.
Detto tutto ciò, è chiaro che Planck ragiona come un teologo cattolico medioevale: fonda la realtà dell’essere sull’esistenza dell’Essere, la verità del reale, sull’esistenza della Verità. Proponendosi di esplorare l’esplorabile e di “venerare silenziosamente l’inesplorabile”. Si capisce allora perché analizzando alcuni “pseudoproblemi”, affermi che “la scienza e la religione mirano, dopotutto, allo stesso scopo, il riconoscimento di un intelletto onnipotente che regola l’universo” (benchè lo facciano con metodi diversi).
Per Planck, insomma, se Dio è all’inizio, per la religione, Egli è “alla fine del pensiero”, per la scienza. Ed entrambe sono chiamate a combattere insieme “scetticismo” e “miscredenza”, da una parte, e “superstizione” dall’altra (netta la condanna di Planck verso monismo, teosofia e le “nuove religioni” vagamente new age di inizio Novecento). “In alto, verso Dio”: questa celebre espressione, contenuta in una conferenza del 1937, riassume dunque lo sforzo conoscitivo e morale di un grande uomo di scienza, che -secondo la ricostruzione di J. Heilbron- patì per anni l’opposizione del regime e di due premi Nobel tedeschi, Lenard e Stark, che non comprendevano “perché un così buon tedesco, un ariano così puro” si rifiutasse “di usare la sua enorme influenza a favore della nuova Germania” nazista. Il Foglio, 13 febbraio 2013