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giovedì 12 gennaio 2023

libertà

 « Nel mondo attuale per libertà s'intende la licenza, mentre la vera libertà consiste in un calmo dominio di se stessi. La licenza conduce soltanto alla schiavitù. »


F. Dostoevskij, “Diario di uno scrittore”

domenica 8 gennaio 2023

l'innocenza

 Ma poi, alla fine, in cosa consiste l'innocenza? Io credo che l'innocenza sia là dove non esiste il pregiudizio. Perché è il pregiudizio con cui guardiamo gli altri quello che ce li rende "sporchi". L'innocente è colui che cammina nella melma senza che questa gli si attacchi addosso.L'innocente è colui che ha il Divino in sé esattamente come un animale che nulla sa del peccato originale che quell'innocenza la nega all'uomo prima ancora di essere nato. (Pier Paolo Pasolini)

sabato 7 gennaio 2023

Il "progresso"

 Il terreno su cui poggiano le nostre prospettive di vita è notoriamente instabile, come sono instabili i nostri posti di lavoro e le società che li offrono, i nostri partner e le nostre reti di amicizie, la posizione di cui godiamo nella società in generale e l'autostima e la fiducia in noi stessi che ne conseguono.


Il "progresso", un tempo la manifestazione più estrema dell'ottimismo radicale e promessa di felicità universalmente condivisa e duratura, si è spostato all'altra estremità dell'asse delle aspettative, connotata da distopia e fatalismo: adesso "progresso" sta ad indicare la minaccia di un cambiamento inesorabile e ineludibile che invece di promettere pace e sollievo non preannuncia altro che crisi e affanni continui, senza un attimo di tregua.

Il progresso è diventato una sorta di "gioco delle sedie" senza fine e senza sosta, in cui un momento di distrazione si traduce in sconfitta irreversibile ed esclusione irrevocabile. Invece di grandi aspettative di sogni d'oro, il "progresso" evoca un'insonnia piena di incubi di "essere lasciati indietro", di perdere il treno, o di cadere dal finestrino di un veicolo che accelera in fretta.


Zygmunt Bauman, Modus vivendi

venerdì 6 gennaio 2023

La santità nella chiesa

    “Lo ammetto: per me, proprio la santità ben poco santa della chiesa ha in sé qualcosa di infinitamente consolante. Infatti, non ci si dovrebbe forse scoraggiare di fronte a una santità senza macchia alcuna, che su di noi avesse solo l’effetto di giudicare e di bruciare? E chi mai potrebbe affermare di non avere bisogno di essere sopportato, anzi sorretto dagli altri? Ora, come potrebbe rifiutare di sopportare uno che vive perché sopportato da parte degli altri? Questo non è forse l’unico contraccambio che egli può offrire, l’unica consolazione che gli resta, il fatto che sopporti così come egli stesso viene sopportato? La santità nella chiesa comincia col sopportare e conduce al sorreggere” (“Introduzione al cristianesimo”, 1969). 

 Ratzinger Papa Benedetto XVI

 

Amare vuol dire perdonare.

 Perché l'amore è alla fine della vita, del percorso, non all'inizio. Noi identifichiamo l'amore con i sentimenti, con l'attrattiva, la passione; cosi poi c'è il problema di tenere insieme il rapporto quando l'attrattiva iniziale svapora, quando sentimento e passione svaporano. L'amore invece è alla fine, alla fine di un percorso di perdono. Perché è vero che all'inizio uno si muove per una passione, per un'attrattiva; ma già all'inizio l'amore è come viene presentato qui: la prima parola è perdono. Amare vuol dire perdonare. Perdonare vuol dire abbracciare la debolezza dell'altro, sostenere la debolezza dell'altro; e, a furia di perdono, pian piano nel tempo si impara ad amare. Si impara, si può imparare ad amare. Come quella donna che ha detto di sì a quell'uomo che le aveva chiesto di far da madre ai suoi figli. Che cosa immagino possa aver fatto? Ha capito che l'amore sarebbe stato alla fine, sarebbe stato l'esito pieno di una tenerezza infinita, una tenerezza infinita che il tempo avrebbe pian piano costruito, una tenerezza, un voler bene che noi non possiamo neppure immaginare. Allora vi auguro che la vita sia questo cammino, questo perdono che rinfrancandosi e riconfermandosi tutta la vita genera una tenerezza all'uomo sconosciuta. «Una cosa dell'altro mondo in questo mondo»>¹².

Da:Miguel Manara  

commento di F. Nembrini  Cento Canti

mercoledì 4 gennaio 2023

discorso di Benedetto XVI ai giovani

 Dal discorso di Benedetto XVI ai giovani

della diocesi di Roma, 6 aprile 2006:


«Alla fine, per arrivare alla questione definitiva, direi: Dio o c’è o non c’è. Ci sono solo due opzioni. O si riconosce la priorità della ragione, della Ragione creatrice che sta all’inizio di tutto ed è il principio di tutto -la priorità della ragione è anche priorità della libertà – o si sostiene la priorità dell’irrazionale, per cui tutto quanto funziona sulla nostra terra e nella nostra vita sarebbe solo occasionale, marginale, un prodotto irrazionale -la ragione sarebbe un prodotto della irrazionalità. Non si può ultimamente “provare” l’uno o l’altro progetto, ma la grande opzione del Cristianesimo è l’opzione per la razionalità e per la priorità della ragione. Questa mi sembra un’ottima opzione, che ci dimostra come dietro a tutto ci sia una grande Intelligenza, alla quale possiamo affidarci. 

Ma il vero problema contro la fede oggi mi sembra essere il male nel mondo: ci si chiede come esso sia compatibile con questa razionalità del Creatore. E qui abbiamo bisogno realmente del Dio che si è fatto carne e che ci mostra come Egli non sia solo una ragione matematica, ma che questa ragione originaria è anche Amore. Se guardiamo alle grandi opzioni, l’opzione cristiana è anche oggi quella più razionale e quella più umana. Per questo possiamo elaborare con fiducia una filosofia, una visione del mondo che sia basata su questa priorità della ragione, su questa fiducia che la Ragione creatrice è amore, e che questo amore è Dio.» 


 

LOUIS PASTEUR, IL PADRE DELLA MICROBIOLOGIA 🦠

 LOUIS PASTEUR, IL PADRE DELLA MICROBIOLOGIA 🦠


«Nel campo dell’osservazione, la sorte favorisce solo le menti preparate»

[Louis Pasteur, discorso all’Università di Lille, 1854]


Il 27 dicembre del 1822 nasceva a Dôle, nell’Est della Francia, il chimico e biologo Louis Pasteur, considerato il padre della microbiologia e ricordato anche per i suoi studi sulla fermentazione, per l’introduzione di nuove tecniche di vaccinazione e per l’invenzione del metodo per aumentare il tempo di conservazione degli alimenti noto come “pastorizzazione”.


Figlio di Jean-Joseph (un conciatore di pelli che era stato sottufficiale negli eserciti napoleonici) e di Jeanne-Etenniette Roquy, una contadina, il piccolo Louis crebbe in un ambiente familiare sereno ed in una modesta agiatezza.


Il giovane Pasteur era uno studente diligente ma non particolarmente brillante. Una delle sue prime passioni fu la pittura: i ritratti conservati al Musée Pasteur a Parigi, realizzati mediante gessetti a pastello, rivelano peraltro un notevole talento. 


In seguito si dedicò con profitto alle discipline scientifiche: nel 1843 entrò all’École normale supérieure di Parigi per studiare chimica e fisica e nel 1847 conseguì la laurea con una tesi riguardante le proprietà ottiche dei sali dell’acido tartarico contenuti nel vino (i cosiddetti “diamanti del vino”). In questo lavoro Pasteur presentò la prima di una lunga serie di scoperte straordinarie: la chiralità.


Per chiralità, parola che deriva dal greco “cheír”, che significa “mano”, si intende la proprietà di alcuni oggetti di non essere sovrapponibili alla propria immagine speculare. Proprio come le nostre mani, che sono l’una l’immagine speculare dell’altra, gli oggetti chirali e le rispettive forme speculari sono diverse e distinguibili.


Studiando i residui che si formavano all’interno delle botti di vino, Pasteur scoprì che esistevano due tipi cristalli tartarici: quelli che facevano ruotare il piano della luce polarizzata in senso orario e quelli che lo facevano ruotare in senso antiorario. Nonostante la composizione chimica dei due tipi di cristallo fosse la stessa, essi si distinguevano per la diversa struttura spaziale delle molecole: potevano cioè essere destrorsi o sinistrorsi, come una vite.


Nel 1848 Pasteur fu nominato professore di fisica al liceo di Digione e, nel 1849, sposò Marie Laurent, figlia del rettore dell’Università di Strasburgo, che si sarebbe rivelata una compagna inseparabile e una preziosa collaboratrice scientifica. La coppia ebbe cinque figli: Jeanne, Jean Baptiste, Cécile, Marie-Louise e Camille. 


Nel 1854 Louis Pasteur fu nominato professore di Scienze Naturali all’Università di Lille. Fu in questa città che lo scienziato realizzò alcune scoperte che avrebbero avuto ripercussioni sul futuro di tutta la ricerca biologica e non solo. Interpellato da alcuni produttori di birra, i quali lamentavano il fatto che alcuni lotti risultavano aspri e torbidi, lo scienziato visitò alcuni birrifici armato di microscopio e scoprì che all’interno della birra “buona” erano presenti degli organismi tondeggianti (i lieviti) mentre in quella “guasta” dei corpi dalla forma affusolata che denominò vibrioni.


Da queste osservazioni Pasteur dedusse che la fermentazione era un processo attivato da microscopici organismi viventi, che lui chiamò “fermenti”: i lieviti trasformavano gli zuccheri in alcool etilico mentre i vibrioni inacidivano la birra con altri processi metabolici. 


Per oltre quindici anni Pasteur studiò diversi tipi di fermentazione, come quella del latte, del vino, della birra e dell’aceto, concludendo che ognuno di essi era dovuto a specifici microrganismi, dai lui classificati in aerobi e anaerobi. Il metabolismo dei primi richiede la presenza di ossigeno, al contrario dei secondi che sono in grado di vivere anche in assenza di ossigeno grazie a differenti processi metabolici.


Nello stesso periodo, Pasteur introdusse un’importante innovazione nel campo della conservazione dei cibi: la “pastorizzazione”. Questa tecnica consiste nell’eliminazione di una parte dei microrganismi presenti nei cibi portando questi ultimi ad una elevata temperatura per un breve periodo di tempo. Benché oggi la pastorizzazione sia applicata a numerosi alimenti ed in particolare al latte, in origine venne utilizzata per limitare il deterioramento del vino, consentendone il trasporto su lunghe distanze con ovvi vantaggi delle esportazioni francesi. 


Le ricerche di Pasteur lo portarono inevitabilmente a porsi delle domande sull’origine dei microrganismi che stava studiando. Sin dai tempi di Aristotele (IV sec. a.C.) si riteneva che la vita potesse generarsi in modo spontaneo da elementi inanimati, ad esempio le zanzare dagli acquitrini e i vermi dagli alimenti o dalle carcasse in putrefazione. Nonostante Francesco Redi e Lazzaro Spallanzani avessero confutato da tempo la cosiddetta “teoria delle generazione spontanea”, molti studiosi non ritenevano soddisfacenti le loro argomentazioni e fino a metà Ottocento il dibattito era ancora aperto.


Pasteur si interessò alla questione e ideò un esperimento che avrebbe dato il colpo di grazia alla teoria della generazione spontanea. Egli costruì personalmente dei particolari contenitori di vetro con un lungo collo ricurvo, chiamati “palloni a collo di cigno”,  la cui particolare forma svolgeva una funzione di filtro, permettendo l’ingresso dell’ossigeno e impedendo che il liquido all’interno entrasse in contatto con spore o batteri. Dopo aver bollito il contenuto dei palloni, eliminando così ogni forma di vita presente all’interno, mostrò che i microrganismi ricomparivano solo se il collo dei contenitori veniva rotto, permettendo così l’entrata degli agenti contaminanti.


La teoria della generazione spontanea, che resisteva da oltre duemila anni, venne così definitivamente abbandonata a favore della teoria della biogenesi, riassumibile nel motto latino «Omne vivum ex vivo», ovvero “tutti gli esseri viventi sono generati da altri esseri viventi”. 


A quarantasei anni Pasteur fu colpito da un grave ictus da cui si riprese lentamente. Nonostante la paralisi del lato sinistro del corpo e la conseguente difficoltà nei movimenti, lo scienziato continuò a dedicarsi alla ricerca e a compiere importanti scoperte, aiutato dalla moglie Marie o da altri collaboratori, quali Émile Roux, Jules Joubert, Edmond Nocard e Louis Thuillier. 


Fino alla fine dell’Ottocento l’origine delle malattie veniva spiegata tramite la teoria dei miasmi, risalente ad Ippocrate. Secondo questa dottrina, le malattie erano causate dalla diffusione nell’aria dei cosiddetti “miasmi” (dal greco “míasma”, cioè “sporcizia”), ovvero esalazioni di acque paludose, escrementi e carcasse di animali. Molti credevano inoltre nell’influenza degli astri e dei pianeti sul manifestarsi di determinate patologie. 


Pasteur ipotizzò invece che il contagio fosse causato da microscopici organismi, invisibili ad occhio nudo, che potevano essere trasportati attraverso l’aria o altri oggetti contaminati. Quando lo studioso presentò la sua “teoria dei germi” rivoluzionò la medicina e il pensiero scientifico. In un discorso di fronte ai membri dell’Accademia Francese di Medicina, affermò: «Se avessi l’onore di essere un chirurgo, non solo non userei altro che strumenti perfettamente puliti, ma mi laverei le mani con la massima cura.»


La teoria dei germi di Pasteur, in estrema sintesi, afferma che i microbi sono la causa principale di molte malattie. Il chirurgo scozzese Joseph Lister, leggendo le opere di Pasteur, si convinse che le infezioni delle ferite chirurgiche fossero causate da batteri contaminanti e le trattò con successo utilizzando il fenolo come antisettico, confermando le ipotesi di Pasteur e rivoluzionando l’approccio dei chirurghi alla pratica operatoria.


In seguito Pasteur venne interpellato per un’epidemia che stava colpendo i bachi da seta nel sud della Francia e che stava mettendo a repentaglio l’intera industria della seta francese. Lo scienziato si recò ad Alès, in Occitania, riconobbe due differenti malattie, causate da diversi microbi, e propose una profilassi efficace basata sulla selezione di uova non infette mediante esame al microscopio.


La teoria dei germi ebbe conseguenze essenziali per la medicina. Essa scatenò infatti un’autentica caccia agli agenti patogeni: nel giro di vent’anni vennero individuati i batteri responsabili delle principali malattie infettive, quali la tubercolosi, la lebbra, la difterite, il colera e la peste bubbonica. Inoltre, le abitudini della popolazione in relazione all’igiene mutarono radicalmente. 


Gli studi degli ultimi anni della vita di Pasteur furono dedicati ai vaccini. Ispirandosi al lavoro di Edward Jenner, un medico di campagna inglese che nel 1796 aveva applicato il primo vaccino efficace mai sviluppato (quello contro il vaiolo), Pasteur si adoperò per estendere la procedura ad altre malattie, quali il colera dei polli (1880), il carbonchio bovino, ovino ed equino (1881), l’erisipela del maiale (1883) e la rabbia (1885).


Fu proprio Pasteur a cominciare ad indicare con la parola “vaccinazione”, in onore di Jenner, qualsiasi somministrazione finalizzata a proteggere il soggetto da una malattia. Il termine “vaccino”, coniato dallo stesso Jenner, deriva infatti da “vacca” e indicava inizialmente il materiale proveniente da persone contagiate dal vaiolo bovino che veniva somministrato ai soggetti da immunizzare. 


Diversamente da Jenner, che utilizzava materiale contenuto nelle pustole di vaiolo bovino per indurre una resistenza verso il vaiolo umano, Pasteur adoperava gli stessi antigeni della malattia attenuati mediante trattamenti fisici o chimici. Per creare il vaccino contro la rabbia utilizzò parte del midollo di un coniglio infetto e lo espose al sole per settimane: in questo modo l’agente patogeno della rabbia non era più in grado di provocare la malattia ma riusciva ancora a generare la cosiddetta “memoria immunitaria”. 


Fu proprio il vaccino contro la rabbia a donare a Pasteur la gloria imperitura e a fare dello scienziato francese un vero e proprio mito. Era il 6 luglio del 1885, quando Joseph Meister, un bambino di 9 anni, venne accompagnato dalla madre dall’Alsazia a Parigi per consultare il dottor Joseph Grancher all’Hôpital Necker-Enfants malades di Parigi. Joseph era stato morso alle mani, alle gambe e ai fianchi da un cane rabbioso e sarebbe sicuramente morto se il dottor Grancher non fosse riuscito a convincere Pasteur a vaccinarlo. 


Il chimico, che fino a quel momento aveva testato il suo vaccino esclusivamente sugli animali, era riluttante ma sapeva anche che quello era l’unico modo per dare al bambino una possibilità di sopravvivenza. Il trattamento iniziò il 7 luglio, circa sessanta ore dopo l’incidente, e consistette di dodici inoculazioni di estratti di midollo spinale di un coniglio morto di rabbia attenuati da una procedura di essiccazione durata 14 giorni. 


Fortunatamente Joseph guarì, e come lui migliaia di persone che negli anni successivi sarebbero state salvate grazie al vaccino contro la rabbia di Pasteur. Tuttavia il chimico non riuscì mai ad osservare il “batterio” della rabbia: non si trattava infatti di un batterio, bensì di un virus, come riuscirono a dimostrare molti anni dopo l’italiano Alfonso Di Vestea e il francese Paul Remlinger in modo indipendente.


Ad ogni modo questo successo diede a Pasteur un’enorme fama e contribuì alla creazione dell’Institut Pasteur, inaugurato nel 1888 e tuttora attivo nella ricerca biologica e nel mantenimento della memoria del suo fondatore. L’ala più antica ospita infatti un museo all’interno del quale sono raccolti, tra le altre cose, gli strumenti scientifici utilizzati da Pasteur. 


Il 28 settembre del 1895 lo scienziato venne nuovamente colpito da un ictus, questa volta fatale. Oggi riposa in una cripta di marmo all’interno dell’Istituto Pasteur, e sarà sempre ricordato come “il chimico che, pur non essendo un medico, illuminò la medicina e dissipò, alla luce dei suoi esperimenti, un’oscurità che fino ad allora era rimasta impenetrabile”.


Immagine: Louis Pasteur in un ritratto fotografico di Paul Nadar (fonte: www.treccani.it)


Bibliografia:

René Vallery-Radot, The Life of Pasteur, Doubleday, Page & Company, 1920; 

S. Y. Tan, L. Rogers, Louis Pasteur (1822–1895): the germ theorist, Singapore Medical Journal, 2007;

Patrick Berche, Louis Pasteur, from crystals of life to vaccination, Clinical Microbiology and Infection, 2012;

Filippo Peschiera, Louis Pasteur. Lavoro scientifico e domanda di senso, Emmeciquadro, 2012;

Kendall A. Smith, Louis Pasteur, the father of immunology?, Frontiers in Immunology, 2012;

Federico E. Perozziello, Louis Pasteur, i vaccini e la nascita della medicina moderna, Medical Humanities and Pneumology, 2018; 

Jean-Marc Cavaillon, Sandra Legout, Louis Pasteur: Between Myth and Reality, Biomolecules, 2022.


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martedì 3 gennaio 2023

HERMANN HESSE SULL'AMORE.

 HERMANN HESSE  SULL'AMORE.


 Quanto più invecchiavo, quanto più insipide mi parevano le piccole soddisfazioni che la vita mi dava, tanto più chiaramente comprendevo dove andasse cercata la fonte delle gioie della vita. Imparai che essere amati non è niente, mentre amare è tutto, e sempre più mi parve di capire ciò che da valore e piacere alla nostra esistenza non è altro che la nostra capacità di sentire. Ovunque scorgessi sulla terra qualcosa che si potesse chiamare “felicità”, consisteva di sensazioni. Il denaro non era niente, il potere non era niente. Si vedevano molti che avevano sia l’uno che l’altro ed erano infelici. La bellezza non era niente: si vedevano uomini belli e donne belle che erano infelici nonostante la loro bellezza. Anche la salute non aveva un gran peso; ognuno aveva la salute che si sentiva, c’erano malati pieni di voglia di vivere che fiorivano fino a poco prima della fine e c’erano sani che avvizzivano angosciati per la paura della sofferenza. Ma la felicità era ovunque una persona avesse forti sentimenti e vivesse per loro, non li scacciasse, non facesse loro violenza, ma li coltivasse e ne traesse godimento. La bellezza non appagava chi la possedeva, ma chi sapeva amarla e adorarla.C’erano moltissimi sentimenti, all’apparenza, ma in fondo erano una cosa sola. Si può dare al sentimento il nome di volontà, o qualsiasi altro. Io lo chiamo amore. La felicità è amore, nient’altro. Felice è chi sa amare. Amore è ogni moto della nostra anima in cui essa senta se stessa e percepisca la propria vita. Ma amare e desiderare non è la stessa cosa. L’amore è desiderio fattosi saggio; l’amore non vuole avere; vuole soltanto amare.”

lunedì 2 gennaio 2023

Le nostre esistenze sono in profonda comunione tra loro,

 Le nostre esistenze sono in profonda comunione tra loro, mediante molteplici interazioni sono concatenate una con l'altra. Nessuno vive da solo. Nessuno pecca da solo. Nessuno viene salvato da solo. Continuamente entra nella mia vita quella degli altri: in ciò che penso, dico, faccio, opero. E viceversa, la mia vita entra in quella degli altri: nel male come nel bene. Così la mia intercessione per l'altro non è affatto una cosa a lui estranea, una cosa esterna, neppure dopo la morte. Nell'intreccio dell'essere, il mio ringraziamento a lui, la mia preghiera per lui può significare una piccola tappa della sua purificazione. E con ciò non c'è bisogno di convertire il tempo terreno nel tempo di Dio: nella comunione delle anime viene superato il semplice tempo terreno. Non è mai troppo tardi per toccare il cuore dell'altro né è mai inutile.


Così si chiarisce ulteriormente un elemento importante del concetto cristiano di speranza. La nostra speranza è sempre essenzialmente anche speranza per gli altri; solo così essa è veramente speranza anche per me Da cristiani non dovremmo mai domandarci solamente: come posso salvare me stesso? Dovremmo domandarci anche: che cosa posso fare perché altri vengano salvati e sorga anche per altri la stella della speranza? Allora avrò fatto il massimo anche per la mia salvezza personale.

Ragione e Bellezza

 

Ragione e Bellezza

P. Willibald Hopfgartner, OFM
Santo Padre, mi chiamo Willibald Hopfgartner, sono francescano e opero nella scuola e in diversi ambiti della guida dell’Ordine. Nel Suo Discorso di Ratisbona Lei ha sottolineato il legame sostanziale tra lo Spirito divino e la ragione umana. Dall’altro canto, Lei ha anche sempre sottolineato l’importanza dell’arte e della bellezza, dell’estetica. Allora, accanto al dialogo concettuale su Dio (in teologia), non dovrebbe essere sempre di nuovo ribadita l’esperienza estetica della fede nell’ambito della Chiesa, per l’annuncio e la liturgia?

Grazie. Sì, penso che le due cose vadano insieme: la ragione, la precisione, l’onestà della riflessione sulla verità, e la bellezza. Una ragione che in qualche modo volesse spogliarsi della bellezza, sarebbe dimezzata, sarebbe una ragione accecata. Soltanto le due cose unite formano l’insieme, e proprio per la fede questa unione è importante. La fede deve continuamente affrontare le sfide del pensiero di questa epoca, affinché essa non sembri una sorta di leggenda irrazionale che noi manteniamo in vita, ma sia veramente una risposta alle grandi domande; affinché non sia solo abitudine ma verità – come ebbe a dire una volta Tertulliano. San Pietro, nella sua prima Lettera, aveva scritto quella frase che i teologi del medioevo avevano preso come legittimazione, quasi come incarico per il loro lavoro teologico: "Siate pronti in ogni momento a rendere conto del senso della speranza che è in voi" – apologia del logos della speranza, un trasformare cioè il logos, la ragione della speranza in apologia, in risposta agli uomini. Evidentemente, egli era convinto del fatto che la fede fosse logos, che essa fosse una ragione, una luce che proviene dalla Ragione creatrice, e non un bel miscuglio, frutto del nostro pensiero. Ed ecco perché è universale, per questo può essere comunicata a tutti.

Ma proprio questo logos creatore non è soltanto un logos tecnico – su questo aspetto torneremo con un’altra risposta – è ampio, è un logos che è amore e quindi tale da esprimersi nella bellezza e nel bene. E, in realtà, una volta ho detto che per me, l’arte ed i Santi sono la più grande apologia della nostra fede. Gli argomenti portati dalla ragione sono assolutamente importanti ed irrinunciabili, ma poi da qualche parte rimane sempre il dissenso. Invece, se guardiamo i Santi, questa grande scia luminosa con la quale Iddio ha attraversato la storia, vediamo che lì veramente c’è una forza del bene che resiste ai millenni, lì c’è veramente la luce dalla luce. E nello stesso modo, se contempliamo le bellezze create dalla fede, ecco, sono semplicemente, direi, la prova vivente della fede. Se guardo questa bella cattedrale: è un annuncio vivente! Essa stessa ci parla, e partendo dalla bellezza della cattedrale riusciamo ad annunciare visivamente Dio, Cristo e tutti i suoi misteri: qui essi hanno preso forma e ci guardano. Tutte le grandi opere d’arte, le cattedrali – le cattedrali gotiche e le splendide chiese barocche – tutte sono un segno luminoso di Dio e quindi veramente una manifestazione, un’epifania di Dio. E nel cristianesimo si tratta proprio di questa epifania: che Dio è diventato una velata Epifania - appare e risplende. Abbiamo appena ascoltato l’organo in tutto il suo splendore e io penso che la grande musica nata nella Chiesa sia un rendere udibile e percepibile la verità della nostra fede: dal gregoriano alla musica delle cattedrali fino a Palestrina e alla sua epoca, fino a Bach e quindi a Mozart e Bruckner e così via ... Ascoltando tutte queste opere – le Passioni di Bach, la sua Messa in si bemolle e le grandi composizioni spirituali della polifonia del XVI secolo, della scuola viennese, di tutta la musica, anche quella di compositori minori – improvvisamente sentiamo: è vero! Dove nascono cose del genere, c’è la Verità. Senza un’intuizione che scopra il vero centro creativo del mondo, non può nascere tale bellezza. Per questo penso che dovremmo sempre fare in modo che le due cose siano insieme, portarle insieme. Quando, in questa nostra epoca, discutiamo della ragionevolezza della fede, discutiamo proprio del fatto che la ragione non finisce dove finiscono le scoperte sperimentali, essa non finisce nel positivismo; la teoria dell’evoluzione vede la verità, ma ne vede soltanto metà: non vede che dietro c’è lo Spirito della creazione. Noi stiamo lottando per l’allargamento della ragione e quindi per una ragione che, appunto, sia aperta anche al bello e non debba lasciarlo da parte come qualcosa di totalmente diverso e irragionevole. L’arte cristiana è un’arte razionale – pensiamo all’arte del gotico o alla grande musica o anche, appunto, alla nostra arte barocca – ma è espressione artistica di una ragione molto ampliata, nella quale cuore e ragione si incontrano. Questo è il punto. Questo, penso, è in qualche modo la prova della verità del cristianesimo: cuore e ragione si incontrano, bellezza e verità si toccano. E quanto più noi stessi riusciamo a vivere nella bellezza della verità, tanto più la fede potrà tornare ad essere creativa anche nel nostro tempo e ad esprimersi in una forma artistica convincente.

Allora, caro Padre Hopfgartner, grazie per la domanda; cerchiamo di fare in modo che le due categorie, quella estetica e quella noetica, siano unite e che in questa grande ampiezza si manifesti l’interezza e la profondità della nostra fede.]
Benedetto XVI 
Bressanone 2006 discorso al clero