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mercoledì 9 marzo 2016

Nicola MIRENZI, Pasolini contro Pasolini,A capo di CL

Nicola MIRENZI, Pasolini contro Pasolini,A capo di CL
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 Pasolini-contro-Pasolini_large[1]
 Lindau 2016, pp. 85-96 (la scheda del libro su http://www.lindau.it/Libri/Pasolini-contro-Pasolini).

A capo di CL
In principio è un rammarico: «Quanto mai quella sera non l’ho accostato – aspettavo l’ultimo aereo che partiva da Milano verso Roma –, distratto da Monsignor Pisoni»1. Dopo, è un desiderio nascosto da previsione: «Se Pasolini fosse stato a due nostri raduni, ci avrebbe investito di invettive, ma sarebbe diventato uno dei nostri capi»2.
Don Luigi Giussani, fondatore di Comunione e Liberazione, ha coltivato l’amarezza a lungo: l’amarezza di non essere riuscito a stabilire un legame con Pier Paolo Pasolini, il poeta che – secondo lui – aveva Cristo scritto in corpo e non sapeva più leggerlo. Si è reso conto troppo tardi, Giussani, che lo scrittore icona dello scandalo era immerso in una religiosità naturale e tenerissima, dentro cui tutto diventava sacro, anche il profano. Anzi, soprattutto il profano.
Per alcuni dei discepoli di Giussani – le ragazze e i ragazzi di CL e dintorni –, il dolore che il teologo provava per non aver trovato in tempo le parole che avrebbero potuto tendere una mano a Pasolini, si è tramandato come un’ossessione, uno scherzo del destino che non fa ridere, un appuntamento mancato con la testimonianza.
Nella sua biografia di Don Giussani, Alberto Savorana racconta che «la mattina del 3 novembre 1975, nel suo studio di via Martinengo Giussani apprende dal “Corriere della Sera” dell’uccisione di Pier Paolo Pasolini. Con lui c’è Laura Cioni, che scorge sulla scrivania una lettera indirizzata allo scrittore, che non sarà mai completata: “Esprimeva una totale consonanza con le posizioni da lui sostenute in tanti articoli sul ‘Corriere della Sera’”» 3.
La lettera non è stata mai inviata e nemmeno ritrovata. È una realtà affidata al ricordo. Vero è che Giussani si accorge di Pasolini come qualcosa d’altro e di più dello scrittore che vuole scandalizzare i borghesi. Leggerlo sul «Corriere della Sera» ha la forza di una rivelazione. L’entusiasmo con cui aveva accolto l’articolo del 24 giugno 1974, Il vuoto di potere, lo ricorda Lucio Brunelli: «Mi vede passare e ballando letteralmente sulla sedia mi chiama: “Vieni Lucio, leggi qua, è l’unico intellettuale cattolico, l’unico…”»4.
Ma cosa mai potevano avere in comune Don Giussani e Pasolini? L’uno capo carismatico di CL, l’altro marxista eretico e omosessuale. Sono due mondi diversi, in teoria alieni. Eppure Giussani vede nello scrittore una possibilità di dialogo. Il leader di CL – spiega il filosofo Massimo Borghesi – era colpito dalla «critica pasoliniana all’omologazione, alla distruzione del popolo ad opera di un nuovo potere, conservatore e dissacrante ad un tempo, per il quale l’unico Dio era la merce, il consumo come forma di vita»5. È una sintonia che appartiene al mondo delle idee, delle analisi razionali della realtà, alle spiegazioni dell’esistente. L’opera-vita di Pasolini non importa granché a Giussani, anzi in essa rintraccia un vuoto. «Pasolini diverrà per Giussani – scrive Borghesi – il paradigma di un dramma, quello di un uomo cresciuto nella tradizione cattolica, ricevuta dalla madre, abbandonata perché non confortata dall’esperienza di un nuovo incontro»6. Giussani stimava sinceramente Pasolini. Ma allo stesso tempo gli appariva incompiuto. Un uomo a cui lui, buon pastore, non ha fatto in tempo a indicare la strada del ritorno a casa. Per Giussani, Pasolini è uno che «la tradizione cristiana genuina» l’aveva scritta nel corpo, «avendola succhiata dal seno di sua madre». Il guaio è stato che Pasolini «ha incontrato un gruppo di persone che si ponevano contro la società di allora» e ha «cercato una strada sbagliata: ha detto che la verità non c’è – meglio che la verità non si sa cosa sia –. Ma lentamente, nella sua vita si è sentito riecheggiare quello che diceva sua madre sulla vita, sulla verità e sulla strada da battere. Se avesse incontrato uno con la nostra passione, se fosse venuto ad un gesto della nostra comunità, soprattutto a certi momenti, Pasolini avrebbe pianto»7.
Quella del pianto non è un’immagine usata a caso. Le lacrime significano qualcosa, qualcosa di molto preciso. Perché quando Giussani parla così di Pasolini ha già incontrato e avviato un rapporto con un altro autore irregolare, protagonista dell’Italia culturale del dopoguerra: Giovanni Testori, l’intellettuale che prenderà sul «Corriere della Sera» il posto che era stato di Pasolini. Dopo aver letto l’articolo che Testori scrive sul rapimento Moro – un articolo ricco di pietas – Don Giussani cerca e incontra Testori nel 1978, in un ristorante di piazzale Aquileia, a Milano.
Appena lo vide, si alzò per andargli incontro. Giovanni era totalmente commosso, sino alle lacrime. Don Giussani, anche lui commosso, lo abbracciò. Testori, piangendo, continuava a dire che lui – che aveva rinnegato e bestemmiato Dio – non era degno di stare di fronte a don Giussani. E poi spiegò come avesse passato la vita a cercare di togliere dalla sua fronte quella croce che nel battesimo gli era stata impressa. E più si sforzava di eliminarla più prepotentemente veniva fuori sino a quando, con la morte di sua madre, era stato rigenerato alla vita. Disse che era come se sua madre, morendo, l’avesse partorito di nuovo8.
Ecco le lacrime che Don Giussani ha in mente quando dice che se Pasolini lo avesse incontrato avrebbe pianto. Quello che non dice, è ciò che è stato dedotto e che lascia intendere. Cioè, che se Pasolini avesse incontrato Giussani, avrebbe seguito lo stesso percorso di Testori, ossia quello di riscoprire il cattolicesimo materno – come se i due fossero la stessa cosa. Entrambi omosessuali, dotati di un’intelligenza libera e mai chiusa negli schieramenti, i due autori, pur avendo più di un punto in comune, sono finiti schiacciati in una sovrapposizione.
Testori torna più volte e con condiscendenza sulle opere di Pasolini9. E la sua rilettura, più che una meditazione, viene scambiata per un’interpretazione autentica, come se il Pasolini di Testori fosse più vero di Pasolini stesso. Stiamo parlando di una lettura intessuta di cattolicesimo, condotta con uno sguardo intimo e sofferto, dove l’omosessualità è colpa e l’eredità religiosa materna diventa una verità che Pasolini ha rifiutato, condannandosi. «L’aver ridotto a una considerazione sociale il problema della mutazione antropologica», scrive Testori, è un limite che «probabilmente gli deriva dalla sua volontà di essere marxista» benché «non era in Gramsci o in Marx che la sua invettiva poteva innalzarsi in modo lacerante e definitivo». Il peccato di Pasolini è non aver rivolto il suo sguardo alla Chiesa, che «non è certo un Palazzo» (cioè l’opprimente immagine del potere secondo Pasolini), «ma una casa, un grembo, un camino»10. Ciò che «gli mancò» – secondo Testori – è anche «il padre»11, una figura della norma e dell’ordine che desse un centro al suo caos.
Ecco così disegnata la figura del Pasolini privo della Sacra famiglia, sordo ai richiami religiosi della madre e privato di un padre, perfettamente in balia di sé stesso: come se la solitudine fosse una condanna, e non una scelta. La sua forza, pure.
Dentro il mondo di CL Pasolini arriva così attraverso un gioco di specchi, in cui l’intuizione di Giussani passa attraverso l’elaborazione di Testori, disegnando un’immagine dello scrittore particolarissima e originale. Un Pasolini mondato degli aspetti più imprendibili e chiamato in causa nella dimensione terrena della religione. Un Pasolini testoriano: cattolico più che marxista. Ed è questo Pasolini che va per la maggiore sulle pagine del «Sabato», che dal 1986 diventa il settimanale di riferimento di CL a Roma. Undici anni dopo la morte dell’autore, gli Scritti corsari e le Lettere luterane vengono rievocate dal «Sabato» come premessa necessaria per capire il presente. «Un giorno sì e l’altro pure lo citavamo nei nostri editoriali», mi racconta Giuseppe Frangi, sino al 1986 responsabile delle pagine culturali del settimanale e successivamente direttore. «“Il Sabato” voleva dare un giudizio storico della secolarizzazione italiana e su tutto ciò che stava accadendo nel Paese. Per farlo, Pasolini era un passaggio essenziale, che permetteva di prendere delle posizioni non banali, nei nostri articoli tornava in continuazione».
«Il Sabato» riprende l’osservazione di Don Giussani e la sviluppa sino a farne una lente privilegiata per scandagliare la società italiana. «Ci interessava – continua Frangi – tutto il tema antropologico di Pasolini, la lettura delle mode e del mondo giovanile». Ma è lì dove la riflessione di Pasolini incontra la Chiesa che avvertivano una sintonia feconda.
Sentivamo giustissima l’analisi che Pasolini fa della Chiesa, cioè la Chiesa messa ai margini e priva ormai di potere. Pasolini percepisce che la Chiesa non conta più nulla, che è un giullare nelle mani di altri poteri. È un tema che Giussani negli anni ’70 aveva intuito benissimo, si rendeva conto che era ciò che stava accadendo, mentre la gerarchia ecclesiastica voltava la testa dall’altra parte. Per Giussani il tema del potere era importantissimo: la Chiesa doveva smettere di sentirsi complessata rispetto al potere, cioè di viverlo come qualcosa da tener nascosto, oppure – come fa il cattolicesimo del dissenso – rifiutandolo come un male. Con il potere, secondo Giussani, bisognava realisticamente fare i conti: perché essere nella storia significa accettare che ci sia.
Il fatto è che Pier Paolo Pasolini odiava il potere. Qualsiasi potere, anche il suo. Il rifiuto ossessivo dell’autorità lo spingeva sino a identificar ogni potere con il fascismo. Pensate al film Salò. Oppure, per restare nei temi cristiani, alla sceneggiatura per un film su San Paolo, dove arriva a spezzare Paolo in due: l’uomo di Chiesa, detentore di un’autorità, disprezzato; e l’uomo piegato dalla sofferenza, che spinge la sua umanità sino alla santità, che invece ammira. Il tema del potere è un tema centrale per Pasolini. Anzi, è proprio il fatto che la Chiesa abbia perso il potere nel mondo ciò che gliela rende sorella e vicina. È in ragione di quella perdita che Pasolini arriva a schierare la Chiesa dalla parte degli esclusi, consigliandole di riprendere «una lotta che per altro è nelle sue tradizioni (la lotta del Papato contro l’Impero), ma non – attenzione a questo inciso – per la conquista del potere: la Chiesa potrebbe essere la guida, grandiosa ma non autoritaria, di tutti coloro che rifiutano (e parla un marxista proprio in quanto marxista) il nuovo potere consumistico che è completamente irreligioso, totalitario, violento, falsamente tollerante, anzi più aggressivo che mai»12.
I militanti di CL e i giornalisti del «Sabato» – più che dal tema del rifiuto del potere – sono attratti dal Pasolini che vede l’Apocalisse che si sta abbattendo sul mondo e rischia di travolgere la Chiesa. È su questo brandello di Pasolini che insistono e che – a furia di tornarci – espandono sino a ricomprendere – nel frammento – tutto l’autore.
È questo, d’altronde, il tema dell’opera pasoliniana che incrocia anche un intellettuale cattolico come il filosofo Augusto del Noce, che il primo febbraio 1975 annota sul suo diario: «Le cose che Pasolini diceva erano veramente giuste: l’emergere dopo il ’60 del “potere reale” e la relativa sconfitta dei politici.
Comincia il totalitarismo […] quel totalitarismo che il fascismo non riuscì a realizzare perché si trovò davanti la vecchia Chiesa»13. Avete notato la data di quest’appunto? È il febbraio 1975. Del Noce, cioè, sente una sintonia con Pasolini quando ancora era vivo, al contrario di moltissimi altri che se accorgeranno magicamente solo post mortem. E la sente nonostante che la vita di Pasolini gli procuri più di un problema morale ed etico. Per lui, l’omosessualità dello scrittore è davvero inaccettabile.
Ma, come mi spiega Massimo Borghesi, studioso del filosofo,
Del Noce accantona la questione morale perché negli Scritti corsari coglie una diagnosi lucidissima e totalmente realistica della transizione della società italiana dagli anni ’60 agli anni ’70. La famosa rivoluzione antropologica diagnosticata da Pasolini ha più di una coincidenza con l’analisi che Del Noce aveva fatto della società opulenta, il passaggio a una società totalmente irreligiosa. È questo elemento teorico il centro dell’incontro tra Del Noce e Pasolini: entrambi, per vie diverse, capiscono che il nuovo capitalismo non ha più bisogno della religione14.
Contrariamente al luogo comune, continua Borghesi, è
l’elemento nostalgico e conservatore di Pasolini che Del Noce critica e rifiuta: egli non approva affatto il Pasolini che guarda al mondo pre-industriale come il luogo di un mondo ancora intatto e salvo. Per Del Noce, Pasolini è l’uomo di sinistra che permette di far capire la rilevanza della questione cattolica, della Chiesa minacciata dal nuovo potere che avanza, è l’autore che fornisce una conferma spettacolare delle diagnosi che lui, negli stessi anni, stava portando avanti.
Però, vedete? Nella riflessione che Del Noce fa su Pasolini manca la percezione che ogni cosa che Pasolini scrive, dice e fa è indissolubilmente legata alla sua carne, al suo essere diverso, in virtù della relazione strettissima che l’opera intrattiene con la vita, sino al punto che le due cose non si possono distinguere15. È questa la vera dimensione cristologica di Pasolini: Verbo che si fa Carne. E, ancora una volta – anche se in maniera più alta e certo molto più colta – Pasolini è un mezzo, non un fine. Non importa cosa di preciso egli avesse da dire, ma è più urgente capire cosa, usando lui, il suo successo, la sua icona, la sua notorietà, si possa dire. Pasolini è come un taxi che si prende per percorrere un breve tragitto: non un treno per fare un lungo viaggio. Si sale, si arriva a destinazione, si scende. Del Noce saluta Pasolini definendolo un «ribelle incompiuto», riconoscendo che «ha avuto il coraggio di opporsi a quell’orribile dittatura culturale» della secolarizzazione, ma contestandogli di non aver «veramente criticato le ragioni per cui questo fenomeno ha potuto prodursi, è rimasto ancora, per usare una espressione consueta, un ribelle entro il sistema»16.
  1. Alberto Savorana, Vita di Don Giussani, Rizzoli, Milano 2013, p. 537.
  2. Ivi.
  3. Ivi, 535-536.
  4. Vedi Massimo Borghesi, Don Giussani e l’incontro con Pasolini e Testori, «Il sussidiario.net», 4 novembre 2014.
  5. Ivi.
  6. Ivi.
  7. Savorana, Vita di Don Giussani, p. 537.
  8. Ivi.
  9. Sono quattro i pezzi che Giovanni Testori dedica a Pasolini. Uno nei giorni della morte (A rischio della vita, «l’Espresso», n. 45, 9 novembre 1975); uno in occasione di Salò (Salò. Film antipornografico, «Corriere della Sera», 10 dicembre 1975); uno nel quarto anniversario della morte (Testori ricorda Pasolini, «Il Sabato», n. 44, 3 novembre 1979); e uno a commento di alcuni articoli pasoliniani sul tema dell’aborto (Solo, braccato, sincero: gli mancò il centro, il Padre, «Il Sabato», n. 20, 16 maggio 1981)
  10. Giovanni Testori, Le magnifiche sorti? Tutta roba da buttare, «Il Sabato», 26 ottobre-1 novembre 1985.
  11. È il titolo dell’articolo che dedicò a Pasolini su «Il Sabato», ricordato alla nota 9.
  12. Pier Paolo Pasolini, Scritti corsari, Garzanti, Milano 2006, p. 80.
  13. Augusto Del Noce, Pensieri di un uomo libero, allegato a «Il Sabato», n. 13, 30 marzo 1991, p. 15 (ora in Cristianità e laicità, Giuffrè, Milano 1998, p. 305).
  14. Vedi Massimo Borghesi, Augusto Del Noce. La legittimazione critica del moderno, Marietti, Genova 2011.
  15. Vedi, a proposito, il capitolo che Roberto Esposito dedica a Pasolini in Pensiero vivente. Origine e attualità della filosofia italiana, Einaudi, Torino 2010, pp. 192-206.
  16. Del Noce, Cristianità e laicità, p. 190.




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lunedì 7 marzo 2016

Agostino: un grande amore per una donna misteriosa



Agostino: un grande amore per una donna misteriosa

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Uno studioso rivela alcuni aspetti inediti della sua vita
di Renzo Allegri

ROMA, martedì, 26 gennaio 2010 (ZENIT.org).- La vita di Sant’Agostino in tv, in due puntate. Una produzione della Lux Vide, con Alessandro Preziosi, Monica Guerritore, Franco Nero, Andrea Giordana, Serena Rossi, diretti dal regista canadese Christiane Duguay.
La fiction è piaciuta molto a Benedetto XVI, che l’ha vista in anteprima il 2 settembre scorso. “E’ un viaggio spirituale per scoprire che la Verità è più forte di ogni sconvolgimento umano”, ha detto il Papa.
Nato a Tagaste, nell’attuale Algeria, nel 354 e morto a Ippona nel 430, Sant’Agostino è uno dei più grandi personaggi della storia del Cristianesimo. Da tutti gli studiosi, anche dai non credenti, è ritenuto filosofo, teologo, mistico, scrittore, oratore e polemista sommo, il cui pensiero ha superato le barriere del tempo e conserva una incredibile e straordinaria attualità.
La “fiction”, che già nel nome racchiude il significato di un “racconto libero”, non strettamente storico, aiuta molto a capire chi fosse questo straordinario personaggio. Ma per avere dettagli sicuri su di lui,e approfondirne la conoscenza vera, abbiamo parlato con uno dei massimi esperti dell’opera e della vita di Sant’Agostino, padre Vittorino Grossi, religioso agostiniano, appartenente quindi all’ordine fondato da Sant’Agostino.
Teologo e scrittore, direttore della rivista di studi patristici “Augustinianum”, membro del Pontificio comitato di Scienze storiche, professore di Patrologia e Patristica alla Pontificia Università Lateranense e all’Istituto Patristico Augustinianum, Vittorino Grossi ha praticamente dedicato la vita al Santo di Ippona e in questa intervista rivela alcuni particolari storici dell’esistenza di Agostino, che si possono definire inediti perché difficilmente presenti nelle biografie ufficiali.
“Nel filmato – dice padre Vittorino -, si racconta che Agostino, quando era giovane, ebbe un figlio da una schiava etiope che per un certo periodo fu la sua concubina e che poi egli abbandonò per la carriera ecclesiastica. Questa storia, così riferita da quasi tutti i biografi, non corrisponde al vero. Agostino ebbe, in gioventù, un figlio ma non da una schiava. La ragazza di cui si innamorò era ‘molto speciale’. Per suo amore Agostino cambiò profondamente la propria condotta. Purtroppo, quel grande amore non potè mai sfociare in un matrimonio regolare”.
Perché?
Ecco il giallo, il mistero, l’arcano che i biografi non sono mai riusciti a chiarire. Comunque, facendo ricerche meticolose, utilizzando tutti gli accenni che Agostino fa, nei suoi scritti, su questa sua vicenda personale, si arriva a ricostruire una storia che è molto affascinante: romantica, bella, anche se con un finale, da un punto di vista umano, un po’ triste.
Ce la può raccontare?
Agostino ebbe una giovinezza traviata. Lui stesso riferisce, nel suo libro autobiografico “le Confessioni”, che per un certo periodo fu un libertino scatenato: amava le feste, i piaceri, la bella vita, le donne, il sesso, le prostitute, il gioco, le compagnie dissolute. E questo suo comportamento era una specie di ribellione dovuta anche al fatto che non poteva realizzare i propri sogni.
Apparteneva a una famiglia di modeste condizioni economiche. Suo padre, Patrizio, consigliere municipale, era addetto alla riscossione delle tasse, ma Tagaste era un piccolo centro e quel lavoro rendeva poco. La madre, Monica, cristiana e donna molto pia, infatti, dopo la morte, fu proclamata santa, diede al figlio piccolo una educazione religiosa, che Agostino, nell’adolescenza, dimenticò completamente.
Primogenito di tre fratelli, era un ragazzo intelligentissimo. A scuola era sempre tra i migliori. Amava soprattutto la letteratura, in particolare i poeti. Conosceva a memoria Virgilio e recitando brani dell’Eneide si commuoveva fino alle lacrime. Sognava di poter andare a Cartagine, per continuare gli studi e diventare un famoso retore, cioè un letterato. Ma la famiglia non aveva i mezzi economici necessari. Così, finite le scuole locali, il ragazzo si sentiva frustrato. Si dice che, ogni giorno, salisse su una collinetta e stesse ore a guardare nella direzione di Cartagine sognando. E fu in quel periodo che, per tristezza e disperazione, si abbandonò a tutti i vizi: era ribelle, litigioso, giocava d’azzardo, rubava, molestava le ragazze, perfino le amiche di sua madre. Era lo scandalo di Tagaste e sua madre piangeva addolorata.
Un amico di famiglia, Romaniano, un uomo molto ricco, stimava Agostino e cercò di toglierlo da quello stato, offrendogli di fare da precettore ai propri figli. “Accetto ma solo se mi paghi un anno di lavoro in anticipo”, disse Agostino. Romaniano accettò. Agostino intascò i soldi e sparì. Fuggì di casa, se ne andò a Cartagine e con i soldi di Romaniano si iscrisse a quella che era l’Università del tempo.
Cambiò vita?
Non subito. Cartagine era una città corrotta, piena di divertimenti di ogni genere. Agostino si sentiva a proprio agio. Era estroverso, bello, affascinante, colto, scriveva poesie, divenne subito il “re” delle feste e l’idolo delle donne. Ma poi incontrò quella misteriosa ragazza e tutto cambiò.
Cosa si sa di quella ragazza?
Poco. Non si conosce neppure il nome, ma non era una schiava. Come Agostino stesso racconta, la incontrò in una comunità cristiana, e questo dettaglio è molto importante per capire chi fosse. Alle riunioni delle comunità cristiane di allora, le donne partecipavano solo accompagnate dei genitori o dai mariti e nessuno poteva intrattenersi con loro. Vi erano però anche tre “ordini” femminili tenuti in grande considerazione nella struttura sociale e liturgica della chiesa primitiva: le “Vedove”, le “Diaconesse” e le “Vergini consacrate”. Le Vedove e le Diaconesse erano in genere donne di una certa età. Le “Vergini consacrate”, invece, potevano essere anche molto giovani e sceglievano di dedicare la loro vita a Cristo attraverso una cerimonia di consacrazione. Erano le migliori ragazze delle comunità, ricche di qualità umane e intellettuali.
Tutto fa pensare che Agostino si sia innamorato di una di quelle fanciulle e che con il suo irresistibile fascino l’abbia sedotta. La ragazza rimase incinta e andò a convivere con l’innamorato, creando un grave scandalo. Ma quel loro amore, che era profondo e grande, provocò un cambiamento drastico nella vita di Agostino. Fu, per lui, la salvezza, l’inizio di quella che poi divenne la sua conversione. Ma, come ho già detto, non potè essere legalizzato con il matrimonio. C’erano allora delle leggi ecclesiastiche che, dopo l’editto di Costantino del 312 e sotto Giustiniano, erano state recepite anche nel Codice civile. Una di quelle leggi riguardava le “Vergini consacrate”. Queste non potevano mai abbandonare il loro stato e quindi non avrebbero mai potuto sposarsi legalmente.
Come vissero Agostino e la sua compagna?
Da concubini. Il “concubinato” era uno stato civilmente “tollerato” in quel tempo. Finiti gli studi, Agostino tornò a Tagaste, con la compagna e il figlio, al quale aveva dato il nome di Adeodato, che significa “dono di Dio”. A Tegaste voleva aprire una scuola ma non aveva mezzi. La famiglia non gli diede alcun aiuto. La madre considerava Agostino un “sacrilego” perchè conviveva con una “vergine consacrata” e non volle neppure ospitarlo in casa. Fu ancora Romaniano a venirgli in aiuto. Gli fece un generoso prestito e con quei soldi Agostino aprì una sua scuola. Ma a Tagaste non si trovò bene. Gli allievi non lo pagavano.
Tornò, quindi, a Cartagine, e aprì una nuova scuola. Ma anche a Cartagine non ebbe fortuna. Emigrò a Roma. Nel frattempo continuava a studiare. Era assetato di verità. Per cercarla, aderì via via a tutte le varie ideologie e correnti filosofico-religiose del tempo: dal materialismo passò allo stoicismo, al movimento dei platonici, al pelagianesimo e infine al manicheismo. Furono i manichei a capire quanto intelligente e bravo fosse quel giovane. Erano molto influenti nella politica e decisero di valorizzarlo. Attraverso Simmaco, prefetto di Roma, sostennero la candidatura di Agostino alla cattedra di Retorica di Milano, posto di grande prestigio perché Milano era diventata la sede ufficiale dell’Impero, e la candidatura fu accettata. Nel 384, quando aveva solo 30 anni, Agostino fu nominato “Retore imperiale”, e si trasferì a Milano con la famiglia.
Vescovo di Milano era Sant’Ambrogio. Agostino lo stimava molto e cominciò ad andare alle sue prediche per “ragioni estetiche”, come scrisse lui stesso, cioè perché Ambrogio era uomo colto e raffinato. Ma in quelle prediche trovò la Verità che inseguiva da anni. Dio si rivelò a lui e il cuore di Agostino ne fu infiammato. Si iscrisse nell’elenco dei catecumeni e si preparò al battesimo che avrebbe ricevuto la notte del Sabato santo del 387, impartito da Sant’Ambrogio, ma sorse subito un grave impedimento.
La Chiesa imponeva ai catecumeni di mettere ordine nella loro vita prima di ricevere il battesimo. Chi aveva l’amante, doveva lasciarla. Chi conviveva, doveva sposarsi. Agostino, quindi, avrebbe dovuto sposarsi, ma non lo fece. Alcuni biografi affermano che egli, quando decise di ricevere il battesimo, mandò via la sua compagna, tenendo invece con sé il figlio Adeodato, che aveva 15 anni. E’ una versione non documentata, e che io ritengo non vera. Agostino, era molto innamorato della sua compagna. Per lei aveva cambiato vita. Nelle “Confessioni” racconta che in quindici anni non l’aveva mai tradita e questo dimostra il suo grande amore e quindi non l’avrebbe mai abbandonata in quel modo. Allora, al tempo del battesimo, Agostino non pensava assolutamente di intraprendere la carriera ecclesiastica, e non c’erano ragioni plausibili perché non dovesse sposare la mamma di suo figlio.
Io penso che Agostino non sposò la propria compagna perché “non poteva farlo”. E non poteva farlo perché la legge non gli permetteva di sposare una “Vergine consacrata”. Avrebbe dovuto mandarla via. Ma si sentiva morire per il dolore al solo pensiero. E fu lei, la donna a risolvere la questione, sacrificando se stessa. Se ne tornò a Roma, lasciando ad Agostino anche il figlio. Una separazione dolorosissima, come dimostra il fatto che Agostino non dimenticò mai quella sua compagna. Sua madre, Monica, cercò invano di consolarlo, presentandogli varie donne, con ottima posizione, perché potesse rifarsi una vita. Ma rifiutò sempre. Egli era una grande autorità a Milano e le migliori famiglie desideravano imparentarsi con lui. Ma Agostino era sempre innamorato della madre di suo figlio e rifiutò tutte le proposte.
Cosa fece dopo il Battesimo?
Rinunciò all’incarico di Retore imperiale perché non si trovava bene in quell’ambiente. Decise di tornare a Tagaste e dedicarsi allo studio, alla preghiera, insieme a sua madre e ai suoi amici. Lasciò Milano e raggiunse Civitavecchia per imbarcarsi verso l’Africa. Ma a Civitavecchia Monica prese la malaria e morì. Agostino allora si trasferì a Roma, dove si fermò per otto mesi. Era attratto dalle comunità monacali che si stavano diffondendo. A Roma ce n’erano diverse e volle conoscerle. Erano comunità di persone che desideravano vivere come i primi cristiani.
Nel 388 tornò a Tagaste, vendette i pochi beni che aveva, distribuì il ricavato ai poveri e si ritirò con pochi amici alla periferia del paese. Il suo nuovo ideale di vita era quello del nascondimento, della preghiera e dello studio insieme agli amici che condividevano le sue idee. Ma Agostino era molto noto a Tagaste. Tutti ammiravano la sua gentilezza, la sua bontà, la sua sapienza e ogni giorno c’erano persone che andavano a trovarlo per chiedergli consigli, favori, aiuti e lui non riusciva a dire di no a nessuno.
In questo modo la sua vita di studio e di preghiera veniva continuamente disturbata e allora decise di lasciare Tagaste. Trasferì la sua dimora in una cittadina vicina al mar Mediterraneo, Ippona, nei pressi dell’attuale Annaba. Ma la fama lo aveva preceduto. Un giorno entrò nella chiesa di Ippona mentre era in corso una riunione. Il vescovo, Valerio, ormai anziano, stava esponendo ai fedeli la necessità di avere un sacerdote che lo aiutasse. I fedeli, vedendo Agostino, cominciarono a fare con entusiasmo il suo nome, egli si scherniva, perché mai aveva pensato di diventare sacerdote. Ma, allora, la voce del popolo era voce di Dio, “vox populi vox Dei”, e il vescovo lo chiamò e gli disse che quella era la volontà di Dio e non poteva rifiutarla. Così Agostino venne ordinato sacerdote.
Che la scelta fosse stata ottima, lo si capì subito. Agostino organizzò una tale attività religiosa che a Ippona e nelle zone circostanti ci fu un rifiorire straordinario di fede, di opere, di studi. Tutti accorrevano alle prediche di Agostino. I sacerdoti e anche i vescovi andavo per avere consigli. Ippona, grazie ad Agostino, divenne un punto di riferimento per tutte le chiese d’Africa. Il vescovo Valerio, temendo che Agostino fosse inviato ad altre sede, lo consacrò vescovo nominandolo suo successore. La consacrazione avvenne intorno al 396 e Agostino così non si mosse più da Ippona.
Agostino morì nel 430, il suo episcopato quindi durò molto.
Durò 34 anni. Un tempo lungo e intensissimo di attività. Agostino si dedicò a questa sua nuova missione anima e corpo. Fu un pastore premuroso, attento alle necessità dei suoi fedeli, in particolare i poveri, gli umili, gli ammalati. Curò molto la predicazione, anche se gli costava sacrifici grandi perché aveva problemi di polmoni e parlare era un tormento. Spesso andava a predicare anche in altre località e fu pure a Cartagine. Insieme alla predicazione curò molto lo scrivere. Dove non poteva arrivare con la parola, voleva arrivare con i suoi scritti. A Ippona aveva realizzato uno straordinario Laboratorio. Con lui lavoravano diverse persone che prendevano nota di tutto quello che usciva dalla bocca di Agostino: conversazioni, dispute, dialoghi, prediche e poi lo ordinavano in una forma compiuta. Agostino rielaborava il tutto preparando libri e trattati. Altri scrivani facevano copie che venivano inviate alle chiese, ai vescovi, e anche a persone che chiedevano aiuti e consigli. Agostino contribuiva alla produzione di libri, con elaborati che scriveva direttamente. Soffriva di insonnia, ma non si lamentava perché in quel modo poteva trascorrere gran parte delle notti a scrivere. La produzione letteraria lasciata da Agostino è semplicemente immensa e ancora oggi è fonte straordinaria di “sapienza” teologica, mistica, filosofica per studiosi di ogni genere, compresi i Papi.
Quando morì?
Nella notte tra il 28 e il 29 agosto del 430. Aveva 76 anni. Fu colpito da febbri e, dopo breve malattia, se ne andò in Cielo. Il suo corpo fu sepolto a Ippona. In seguito, venne trasferito in Sardegna e poi a Pavia, dove ancora si trova nella Chiesa di San Pietro in Ciel d’oro.
Dalla lettura dei suoi libri e dalle testimonianze di chi lo conobbe, si riesce ad avere una descrizione di com’era fisicamente Sant’Agostino?
Si, ci sono cenni e dati che ci permettono di farcene un’immagine abbastanza attendibile. Non doveva essere molto alto. Un episodio riferito dallo stesso Agostino, induce a questa conclusione. Tutti i romani erano di statura medio-bassa. Quando nelle catacombe si trova qualche scheletro di persona alta, significa che non era romano. Una signora romana aveva un figlio che doveva essere consacrato diacono e per quella circostanza gli aveva comperato un bel vestito nuovo. Ma il giovane morì e la signora regalò il vestito ad Agostino, che la ringraziò del dono, ma le disse che “non poteva metterlo perché era troppo grande per lui”. Da questo dettaglio si ricava che Agostino doveva essere più piccolo di un normale romano del tempo. Sarà stato alto un metro e 60 centimetri circa. Apparteneva alla popolazione della costa mediterranea e aveva quindi i caratteri somatici degli attuali algerini: carnagione scura, capelli neri.
E da un punto di vista del temperamento, come era?
Era un tipo affabile, gentile, cordiale, bisognoso di affetto. Desiderava essere sempre attorniato da amici, anche da anziano, e soffriva dovendo allontanarsi da loro. Lui stesso dice di sé: “Io sono di animo gentile”. Risultava simpatico, e tutti volevano stare con lui. Possedeva una nobiltà d’animo innata. Da giovane, quando frequentava compagnie poco raccomandabili, non scese mai a comportamenti volgari, rozzi, violenti. Voleva essere sempre “elegante e fine”. Era un parlatore raffinato. Incantava con i suoi discorsi.
Agostino è vissuto 1600 anni fa, ma sembra un uomo del nostro tempo. Conobbe tutte le difficoltà che assillano le persone di oggi. Prima di incontrare Dio e vivere per Lui, fu vittima di passioni sfrenate. Cercava la verità, ma attraverso strade che erano lontane da quella fede cristiana che da bambino aveva appreso dalla madre. E ad un certo momento divenne addirittura un nemico della religione cristiana che giudicava falsa. Poi si convertì diventando per il resto della sua vita un innamoratissimo seguace di Gesù e un appassionato divulgatore del Vangelo.

MAGNESIO CLORURO e CANCRO

♥ MAGNESIO CLORURO e CANCRO  ♥
***

  *Prof. PIERRE DELBET *
           1861 - 1957

Se si fosse seguito il pensiero
del Prof.Pierre DELBET 
molti e molti anni fa, si sarebbe guadagnato un sacco
di tempo nella PREVENZIONE
se non di tutti i CANCRI, almeno degli EPITELIOMI...
Rispetto agli Epiteliomi infatti, il Cloruro di Magnesio ha efficacia 
non solamente preventiva, ma anche curativa; se non nei Cancri in piena evoluzione, almeno  negli stati Precancerosi  e Cancerosi,
gli stati INFIAMMATORI delle MUCOSE che evolvono con cheratinizzazione dell'Epitelio, stati chiamati 
* LEUCOPLACHIE *.
Questa  precancerizzazione si   localizza sulla LINGUA,
sul versante interno delle GUANCE, sulle LABBRA, 
sulla LARINGE, sugli ORGANI GENITALI...
★Numerose persone colpite da *LEUCOPLACHIA* scrive P.Delbet, mi hanno segnalato per lettera la loro GUARIGIONE; ma io, prosegue non ho potuto seguire  che due soli casi.
Un uomo di 45 anni circa mi fece visita per mostrarmi la guarigione della sua Leucoplachia per opera dei Sali 
di Magnesio. Egli era guarito così bene che la sua Mucosa orale non presentava alcuna traccia di lesione.
Questo Paziente mi citò i vari Medici Chirurghi che avevano diagnosticato 
la LEUCOPLACHIA... Poi il Paziente, come molti altri,  sospese il trattamento.
In capo a qualche mese  la LEUCOPLACHIA riapparve 
ed il trattamento MAGNESIACO la fece scomparire, questa volta sotto i miei occhi .★
Il secondo caso, descritto  dettagliamente da P. Delbet,
riguarda una Leucoplachia
LINGUALE PAPILLARE E VEGETANTE, GUARITA  totalmente in meno 
di 7 mesi.. Il Prof. P. DELBET è
anche Autore di numerose comunicazioni circa il Trattamento di INFIAMMAZIONI CRONICHE del SENO con NODULI MULTIPLI O MASTOSI NODULARE...
Questo grande ricercatore ha condotto esperienze  sugli Animali, tanto dal punto 
di vista della Prevenzione che da quello dell'Evoluzione  di CANCRI SPERIMENTALI...
Egli ha posto gli Animali 
in condizioni Cancerogenetiche: escludendo un lotto di animali di controllo, ha sottoposto 
gli altri a IPERMAGNESIEMIA per mezzo di iniezioni sottocutanee.
Tra i primi soggetti comparvero diversi EPITELIOMI nentre tra gli Animali trattati non se ne ebbe ALCUNO..
Riguardo ai Cancri già impiantati, Delbet scrive:
★ I Tumori si sono sviluppati molto più lentamente negli animali sottoposti a Terapia Magnesiaca che negli animali 
di controllo; questo prova che è possibile rallentare l'Evoluzione dei Tumori saturando l'Organismo di SALI alogenati  di MAGNESIO.
Inoltre, impiantando in serie piccoli Tumori ormai sviluppati su animali sittoposti a MAGNESIO, ho constatato che ad ogni passaggio la capacità del trapianto diminuiva; 
ciò prova che i sali alogenati 
di Magnesio hanno un'azione sulla CELLULA CANCEROSA...
Quando pensiamo che queste righe sono state scritte più 
di 60 anni fa, e le avviciniamo all'ultimo  importante lavoro  ( molto più recente) 
dello scienziato sovietico  K.L. Bazikian, non possiamo che rammaricarci ancor più
del fatto che non siano  state tratte le debite conseguenze dai lavori
di P..DELBET...
Con questo non si pretende di concludere affermando che il CLORURO DI MAGNESIO sia un mezzo per guarire i CARCINOMI.
Questo no: sembra infatti che i SALI MAGNESIACI  siano invece inefficaci sui SARCOMI (Tumori Maligni di Tessuti Connettivi, come quello Osseo, Cartiligineo, Adiposo e Muscolare ).
Ma fortunatamente i Sarcomi sono  di gran lunga meno frequenti, dell'ordine del 5 o 6% di tutti i Tumori...
Si conferma tuttavia che il MAGNESIO è idoneo
a PREVENIRLI, e che possiede un'azione Citofilattica , ossia di  *PROTEZIONE DELLA CELLULA*
Esso previene la formazione
di Cellule CANCEROSE 
ed aumenta la RESISTENZA  
e l'attività delle Cellule normali.
Abbassa l'ALCALINITÀ del SANGUE che negli Stati Precancerosi e Cancerosi 
è TROPPO ELEVATA.
Sembra inoltre che l'INSUFFICIENZA  o la caduta del livello di MAGNESIO CELLULARE (intracellulare) favoriscano la CARCINOGENESI. Il MAGNESIO EXTRACELLULARE rappresenta infatti all'incirca l'1% del Magnesio totale contenuto nell'Organismo:
resta, per il Magnesio INTRACELLULARE, il 99% e lo scheletro contiene, da solo, dal 65 al 70% del totale , ossia all'incirca 12 grammi.
La concentrazione del Magnesio nel tessuto Osseo dipende strettamente da quella del sangue, o più esattamente nel plasma sanguigno.
Per completare questa panoramica sul Magnesio
il lavoro effettuato dallo scienziato russo sopracitato, Bazikian era basato su un'analisi minuziosa di 24.557 TUMORI MALIGNI, e in particolare dei CASI di CANCRO allo STOMACO, documentati presso le Istituzioni Oncologiche della Repubblica dell'Armenia, nell'URSS.
Gli studi furono compiuti
in collaborazione con Studiosi del Suolo (Pedologi) e Igienisti. 
Il suolo, l'acqua potabile e l'acqua di irrigazione  in Armenia sono ricchi di Sali di Magnesio:nel lago di Sevan, le cui acque irrigano il 30% del suolo dell'Armenia, la salinità raggiunge i 60 mg per litro d'acqua. Il lago Sevan è uno dei 3 laghi più ricchi di MAGNESIO nel mondo.
Come si supponeva si è dimostrato che, nelle regioni in cui l'incidenza del Cancro allo STOMACO è ALTA, il suolo e l'acqua potabile contengono una SCARSA  QUANTITÀ DI SALI DI MAGNESIO(meno 27 mg di magnesio per kg di suoloe meno di 15 mg di magnesio per litro di Acqua potabile); al contrario, nelle regioni in cui la frequenza del Cancro GASTRICO è BASSA, il Suolo e l'acqua potabile sono RICCHI di Sali  Magnesiaci (55 mg di magnesio per kg di Suolo e 49 mg per litro di Acqua). Le esperienze di 
Bazikian fatte poi in studi 
ben precisi con i Topi...
misero in EVIDENZA le potenzialità anti Tumorali dei Sali di Magnesio e del Cloruro di Magnesio nell"ostacolare specie i Tumori Sottocutanei...     
Fonte - Frank MIRCE


* MAGNESIO  E  CANCRO  * 

Fonte-raffaelebini.files.wordpress.c

Fu di nuovo il caso a far pensare
a Pierre DELBET che il CLORURO DI MAGNESIO potesse avere un ruolo nella
PREVENZIONE del CANCRO. 
Egli aveva due noduli ipercheratosici (l’ipercheratosi è una lesione precancerosa) sulle orecchie e, discendendo da una famiglia in cui il cancro era assai frequente, decise di farsi asportare chirurgicamente il più grosso dei due noduli, quello dell’orecchio destro. Poco tempo dopo fu costretto a togliere anche il sinistro, che stava aumentando di dimensioni. L’orecchio destro fu ben presto sede di una recidiva e fu di nuovo operato; la recidiva si presentò poi sull’orecchio sinistro. Non potendo continuare ad operarsi all’infinito, il Prof. Delbet si rassegnò e decise di dimenticarsi della faccenda. Quando iniziò a prendere regolarmente il cloruro di magnesio per il suo effetto tonico, egli aveva la recidiva sull’orecchio sinistro, e il nodulo destro che iniziava a proliferare per la terza volta. Ben presto il prurito e le punture che queste lesioni provocavano, diminuirono, cosicché Delbet si dimenticò della loro presenza. Qualche mese dopo, un suo assistente, nel fissargli la maschera chirurgica, notò che i noduli erano completamente scomparsi, le orecchie erano perfettamente sane. Delbet restò piacevolmente meravigliato e, da allora, non cessò più di prendere quotidianamente la soluzione di magnesio. Dopo ben 22 anni, al suo Novantesimo anno di vita, egli non aveva ancora avuto la minima recidiva. 
Fra le relazioni di guarigione che gli giungevano regolarmente da ogni parte, Delbet trovò anche altri casi 
di precancerosi, ed alcuni 
li seguì personalmente. Diversi casi di Leucoplasia(come riferito sopra) guarirono in pochi mesi ma, una volta sospeso il trattamento, le lesioni riapparvero. Riprendendo il Cloruro di Magnesio queste Leucoplasie scomparvero di nuovo. Questa successione di fatti, da una lato confermava che il MgCl2 era da considerarsi non un medicinale, ma un alimento e, dall’altro, eliminava ogni possibilità di pura coincidenza fra la guarigione e l’assunzione di Magnesio. Delbet si interessò poi a casi di Mastiti Croniche, Mastopatie fibrocistiche, Mastiti nodose ecc.., oramai riconosciute in rapporto col Cancro della Mammella. Egli esaminò quindi malate, delle quali non solo nessuna si aggravò durante il trattamento Magnesiaco, ma tutte migliorarono e ben dodici guarirono completamente. Due di queste ultime interruppero il trattamento e, nel giro di qualche mese, i Noduli riapparvero. Ripresero la terapia e, come era successo per le Leucoplasie, essi scomparvero di nuovo.
2) Studi sperimentali
Questi fatti clinici permettevano di attribuire al Cloruro di Magnesio una certa azione, preventiva nei confronti del Cancro, ma da soli non bastavano a dimostrarlo in modo incontestabile. Delbet intraprese allora degli studi sperimentali sugli animali di laboratorio... 
Un primo gruppo di esperimenti consisteva nel sottomettere a trattamenti che producevano tumori {pennellature di catrame nell’orecchio di conigli e piccoli sassolini introdotti nella vescicola biliare di cavie) animali testimoni ed animali ipermagnesizzati tramite iniezioni sottocutanee di MqCl2. I risultati furono molto netti in favore della protezione esercitata dal Magnesio; infatti nessuno degli animali ipermagnesizzati sviluppò Tumori Maligni cosa che invece fecero regolarmente i testimoni. Questo prova che si può diminuire la frequenza dei Tumori con l’uso regolare dei Sali alogeni di Magnesio. Un altro gruppo di studi consisteva nel trapiantare tumori di varia natura (epiteliomi, sarcomi, carcinomi) su cavie e topolini ipermagnesizzati e testimoni, per notare eventuali differenze. I risultati mostrarono non solo che i Tumori trapiantati si sviluppavano molto meno sugli animali magnetizzati , rispetto ai testimoni (e questo prova che è possibile rallentare l’evoluzione dei Tumori saturando l’organismo di Sali alogeni di Magnesio), ma che era addirittura impossibile mantenere una linea di tumori trapiantati sugli animali magnetizzati. 
Ad ogni passaggio la capacità di attecchire diminuiva, cosicché dopo 1 o 2 passaggi, il trapianto diventava impossibile; nei testimoni, invece, il trapianto si poteva trasferire all’infinito. Questo prova che i sali alogeni di Mg hanno una azione sulla cellula cancerosa. Inoltre, alcuni tumori trapiantati furono asportati chirurgicamente, nei testimoni si ebbero recidive, nei magnesizzati, no. Questo trattamento sembra quindi in grado di impedire, in una certa misura, le recidive post-operatorie. 
L’azione dei sali di magnesio sulla cellula cancerosa non è certamente di tipo tossico (tutte le cellule hanno bisogno di Magnesio, le sane come le Cancerose) ma è di tipo Citofilattico. Esso aumenta la resistenza e l’attività delle cellule, secondo Delbet (raddrizzerebbe l’evoluzione patologicamente iniziata) di queste cellule. Dimostrando che l’applicazione locale dei sali di Mg stabiliva la pigmentazione in peli e capelli imbiancati da tempo, egli pensava di aver fornito un esempio di questo raddrizzamento, di una funzione alterata. Riguardo al modo di azione del Cloruro di Magnesio, egli fece un’altra constatazione; paradossalmente un eccesso di SOSTANZE ACIDE comporta la modifica del PH del SANGUE IN SENSO *ALCALINO*! Questa situazione  che si presenta in CASI COMPROMESSI, come ad esempio nei MALATI di CANCRO è corretta da un apporto di ALCALINI,  e AGGRAVATA da un  APPORTO di ACIDI, che sembrerebbero invece 
i più indicati... 
Ammesso quindi che i Tumori si sviluppano in soggetti il cui SANGUE è più ALCALINO di un PH 7.45 il Prof.Delbet adoperando i sali alogeni di Magnesio per portare normale il Sangue Alcalino, 
non ha mai preteso che la saturazione dei Sali
alogeni di Magnesio sopprima definitivamente il CANCRO; ma fu convinto che ne diminuisce la frequenza...
A questo proposito egli ha scritto: 
★che il magnesio ad alte dosi possa rallentare I’evoluzione 
di certi Cancri, 
ritardare I’apparizione 
di certe recidive è indubbio; 
che possa guarire 
non lo credo.★
La questione del Cancro, dal punto di vista sociale, non è di ordine terapeutico, ma di ordine profilattico. Senza dubbio le cause della resistenza al cancro sono molte, ma Delbet sosteneva che fra queste 
ve ne è una della quale sarebbe facile fare beneficiare tutta l’umanità, e diceva 
con sicurezza: “I’aumento del tenore in Magnesio dell’alimentazione diminuirà 
il numero dei Cancerrosi.
★Delbet sapeva che un’affermazione simile era coraggiosa, e che richiedeva ulteriori conferme. Egli le cercò in studi epidemiologici, geografici, e pensò che, se era possibile dimostrare i punti seguenti:
●che il numero di tumori maligni nei paesi civilizzati cresce in rapporto alla diminuzione della razione di Magnesio...
●che in questi stessi paesi le regioni più colpite sono quelle dove il magnesio alimentare è più deficiente...
●Che i popoli non civilizzati fra 
i quali il Cancro è pressoché sconosciuto, hanno una alimentazione particolarmente ricca in Magnesio e, come prova che questa Immunità è la conseguenza dell’alimentazione e non della razza, si può constatare che queste razze sono colpite come i bianchi se ne adottano lo stesso regime alimentare, sembrava logico poter concludere che una Carenza di magnesio era non una causa di Cancro fra le tante, ma la causa principale, e che sarebbe stata sufficiente una alimentazione più ricca in Magnesio per ridurre notevolmente il numero dei tumori.
Vediamo come Delbet riuscì a dimostrare tutte e tre le suddette ipotesi:
●il fatto che il cancro sia in continuo aumento è noto a tutti e non necessita di dimostrazione. 
Ma l’alimentazione odierna è meno ricca in Magnesio 
di quella del periodo in cuii tumori erano più rari?
Certamente si, e vi sono tre motivi principali:
● la raffinazione del sale che lo lascia Cloruro di Sodio pressoché puro;
l’eccessivo abburattamento delle farine, che ha per conseguenza un pane completamente demineralizzato;gli errori dell’agricoltura: errori nella scelta delle varietà, errori nella utilizzazione dei concimi che provocano enormi squilibri nella composizione minerale dei vegetali coltivati e particolarmente: aumentano il Potassio diminuiscono il Magnesio e diminuiscono il Sodio. Oggi giorno ci cibiamo di vegetali che sono simili solo nell’aspetto a quelli di 80 o 100 anni fa, la loro composizione minerale é talmente alterata che non ha nessun senso riferirsi alle tabelle sulla composizione degli alimenti pubblicate qualche decennio fa, per stabilire la razione quotidiana di minerali.
● Nel 1928 Robinet ha stabilito per la Francia due carte; una geologica e l’altra cancerologia. E’ stupefacente notare la pressoché perfetta corrispondenza fra le regioni il cui terreno è povero di magnesio e quelle più colpite dal cancro. Robinet ha fatto lo stesso studio per l’Alsazia, la Lorena e l’Inghilterra; i risultati sono gli stessi. Studi che hanno dato risposte analoghe sono stati fatti anche per l’Algeria, l’Egitto e l’Indocina. In Italia, Carlo Marci pubblicò nel 1930 negli “Scritti Biologici” uno studio in cui confronta le mortalità per Cancro nelle varie province e la quantità di Magnesio presente nel sale utilizzato nelle stesse province. Anche qui i risultati sono i medesimi, più Magnesio, MENO CANCRO. Si va dai 14 casi per mille decessi di Cagliari (il cui sale contiene 0,25% di MgCl2) ai 96,77 casi, sempre per mille decessi, della provincia di Ravenna /il cui sale non contiene affatto Cloruro di Magnesio).
● i paesi civilizzati hanno una razione media di Magnesio di 350 -400 mg/die. I contadini Egiziani degli anni ‘30 che, secondo Schrumpf-Pierron avevano una mortalità da 10 a 50 volte minore, per Cancro, dei paesi più civilizzati, avevano una alimentazione 4 o 5 volte più ricca in Magnesio della nostra attuale (1.500-1.800 mg/die). Lo stesso vale per i negri che vivono in paesi primitivi dell’Africa. Ma questi stessi negri, una volta trasferiti in America o in Europa, e adottando la nostra stessa alimentazione, si ammalano di Cancro alla stessa stregua dei bianchi, dimostrando così che la loro immunità non è dovuta alla razza. Dimostrati i tre punti precedenti è evidente la conclusione che un aumento della razione quotidiana di Magnesio è auspicabile per evitare l’insorgenza non solo del Cancro, ma di tutta una serie di disturbi che possiamo avere in rapporto con una carenza di questo elemento. Ci sarà certamente chi, per contestare quanto più sopra dimostrato, sosterrà che i dati utilizzati sono oramai vecchi di 50 anni; ma a costoro vogliamo far notare che la prima edizione del libro di Delbet: “Politique Préventive du Cancer”, risale al 1944 e che, comunque, la verità non cambia, ciò che era vero 50 anni fa lo è certamente anche oggi, tanto più che le cause di Carenza di Magnesio denunciate da Delbet non hanno fatto che aumentare, dal 1944 in poi.
★ Cosa fare; come si può ottenere l’aumento della razione quotidiana di Magnesio auspicato da Delbet? Ci sono due possibilità:
Il metodo artificiale: consiste nell’ingerire il Cloruro di Magnesio., sotto forma di soluzione, in dosi sufficiente per contrastare la carenza. Questo método non è pienamente soddisfacente, e perché coloro che ne beneficeranno saranno sempre una minoranza, e perché è assurdo doversi procurare dal farmacista, come rimedi, sostanze che ognuno dovrebbe assorbire semplicemente con i prodotti di cui si nutre.
Il metodo naturale: è quello auspicato da Pierre Delbet. Poiché la carenza di Magnesio è dovuta ad errori della civilizzazione, si dovranno correggere questi errori... Bisognerà avere un Pane convenientemente mineralizzato; utilizzando grano ricco in MgO (almeno 2 gr /Kg) , e relativamente povero in potassio e sodio...Si dovrà vietare un abburattamento al di sotto dell’80%. Si tornerà integralmente al processo di panificazione di un tempo, cioè macine di pietra, lievito naturale di frumento e, possibilmente, forni a legna.
La riforma del pane dovrà essere completata dalla riforma dell’agricoltura. Analisi di vari prodotti vegetali hanno dimostrato che le quantità di minerali presenti variano in maniera enorme a seconda del terreno su cui crescono e dei concimi somministrati. Inoltre tutti i concimi attualmente usati provocano una perturbazione pericolosa dell’equilibrio minerale, alterando profondamente i rapporti K/Mg e K/Ca. E’ necessario creare concimi che invertano questa tendenza. A. Vilain ci ha dimostrato che questo è possibile...
Inoltre, poiché non tutte le varietà, di ogni vegetale fissano allo stesso modo i minerali, sarà opportuno scegliere quelle più utili allo scopo che si vuole ottenere. Infine sarà necessario tornare al sale Marino di un tempo, Integrale e non Lavato, particolarmente ricco in Magnesio, malgrado il leggero inconveniente della sua igroscopicità. Attendendo queste modifiche potremmo correggere parzialmente lo squilibrio con il CLORURO di Magnesio; ma a questo proposito il Prof. Delbet scrisse: “la somministrazione di sali alogeni di Mg non corrisponde affatto a ciò che speravo. È un mezzo individuale utile transitoriamente, ma non è la soluzione sociale della profilassi del Cancro, ed è !a soluzione sociale quella a cui io ho sempre mirato. Ho detto e ripetuto all’Accademia di Medicina che il Ministero dell’Agricoltura dovrebbe essere unito a quello della Sanità; poiché è evidente che nessuna attività umana ha tanta influenza sulla salute quanto quella il cui scopo è di fornire degli alimenti”. ★ Ed è proprio per la soluzione sociale che sognava, che Píerre Delbet, ad oltre 80 anni di età, scrisse il suo “Politique Préventive du Cancer” e l’opuscolo “L’agricolture et la Santé”. Quest’ultimo è indirizzato al grande pubblico affinché tutti sappiano che “la frequenza e la gravità di molte malattie è aumentata da una agricoltura mal diretta …questa nozione è triste, ma anche consolante, perché è facile rimediare ai difetti dell’agricoltura” cosa che non esiterà a fare “quando agricoltori e consumatori capiranno che i loro interessi sono comuni”. E termina scrivendo: “se il rimedio non fosse stato vicino al male, non avrei scritto questo libro".... 
Ma è veramente cosi facile mettere in pratica questi insegnamenti? Indubbiamente in teoria è facile; “tuttavia, scrive Delbet – nella pratica ci si troverà di fronte a delle difficoltà considerevoli, che non sono certo di ordine igienico”. Ma egli custodisce la speranza che venga un giorno in cui, 
★la salute di tutti non sia più sacrificata all’interesse di qualcuno★, ed è rinnovando questa speranza, purtroppo ancora delusa dopo 40 anni, che terminiamo questo capitolo.

EFFETTO ANTITUMORALE DEL LIMONE


EFFETTO ANTITUMORALE DEL LIMONE
***
27 maggio 2015 alle ore 17:15

E’ probabile che lo spiccato effetto antitumorale del limone sia da imputarsi agli innumerevoli prodotti che contiene, molti dei quali non conosciamo ancora il meccanismo di azione. Il sito che ho citato :

http://www.amoyoga.it/cancro-ecco-come-il-limone-aiuta/

lo da 10.000 volte più potente, come antitumorale della chemioterapia con Adriamicina (o Doxorubicina) che è uno dei più potenti antitumorali attualmente usati. Paradossalmente la Doxorubicina è nata come antibiotico isolato nel 1960 dallo Streptomices Peucetius, ma si è dimostrata subito utile anche come antitumorale nel carcinoma mammario, dell’endometrio, delle ovaie, dei testicoli, della tiroide e dei polmoni, anche se la sua maggiore efficacia si manifesta nella leucemia acuta, nel mieloma multiplo, nel Linfoma di Hodgkin e nel Linfoma non Hodgkin. Ma poi, paradossalmente il foglietto illustrativo dice che la Doxorubicina è risultata cancerogena, mutagena, genotossicha, teratogena sia nei ratti che nell'uomo, pur essendo utilizzata nella chemioterapia. Alla Adriamicina è associata anche un alta incidenza di cardiomiopatie acute e croniche. La Commissione Oncologica Nazionale ha emanato delle linee guida, riprese dalla Conferenza permanente Stato-regioni, per gli operatori di settore a contatto con farmaci chemioterapici. Essa è almeno tanto cancerogena quanto il cisplatino, e se poche gocce escono dalla flebo durante la chemioterapia provocano un ustione sul braccio. Questi sarebbero i più potenti antitumorali attualmente usati!! Come fanno a dirlo visto che non ci sono studi in merito sull’aumento di sopravvivenza a lungo termine paragonati a sudi con placebo?? Farmaci altamente cancerogeni vengono usati nella chemioterapia, farmaci che anche a distanza di anni possono dare metastasi a distanza (anche dopo 20 anni). Allora si capisce perché il limone sia 10.000 volte più potente di questi farmaci. Anche non far nessuna chemioterapia porterebbe a dei livelli di miglioramento molto superiori. E’ paradossale che la chemioterapia si avvalga di farmaci cancerogeni per curare i tumori; sono farmaci che provocano un infiammazione cronica di tutto l’organismo e quindi predispongono al cancro. Ma torniamo un po al limone e vediamo i sui principi attivi, sono innumerevoli. Il limone con la buccia, non contiene solo acido citrico (che è alcalinizzante), Vit C naturale, Vit P, Bioflavonoidi, ma anche limonene, bisabolone, cardirene, numerose aldeidi, metileptenone, alcoli triterpenici, alfa-terpinolo, acido acetico, caprico e laurico, antanilato di metile, ed un citropene, l’isopinpinellina presente sia nella buccia che nel frutto. Ebbene pare sia proprio questa sostanza che ha una spiccata azione antitumorale. Infatti l’isopinpinellina inibisce fortemente l’angiogenesi nel tumore, cioè impedisce che il tumore formi nuovi vasi. Il tumore è molto irrorato ed ha un estremo bisogno di formare in continuazione vasi sanguigni, se gli togliamo questa possibilità il tumore si retrae e muore. C’è un altro aspetto interessante dovuto soprattutto ai bioflavonoidi, e cioè la capacità di questi di rendere attivo l’ergocalciferolo anche se questo è presente in quantità bassissime (sotto i 5 ng/ml). Tutti questi meccanismi rendono il limone uno dei più potenti antitumorali in natura, è sufficiente bere tre-quattro limoni al giorno per avere un effetto spiccatamente antitumorale. Non è neppure paragonabile ai chemioterapici di sintesi perché questi sono cancerogeni mentre il limone è spiccatamente anticancerogeno. Perché queste notizie avvalate da numerosi studi non sono state rese pubbliche??? Perché i Centri Oncologici sembrano ignorare la cosa??? Ve lo lascio immaginare.

DAL TESTO: PIANTE MEDICINALI, CHIMICA FARMACOLOGICA E TERAPIA DI R. Benigni, C. Capra, E. Catturino

domenica 6 marzo 2016



Fedor Dostoevskij 3. "Sonja, la domanda sul dolore si fa fede" di Giovanni MoleriPDFStampaE-mail
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Fedor Dostoevskij 3. "Sonja, la domanda sul dolore si fa fede" di Giovanni Moleri
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altNei romanzi di Dostoevskij, Dio parla attraverso gli avvenimenti, i fatti, le situazioni, che si fanno parola e Provvidenza per chi li vive e per chi li legge. Nell’opera di Dostoevskij c’è una figura rilevante che mostra quanto il silenzio di Dio sia la voce dell’uomo. Voce che, se parlasse apertamente, schiaccerebbe all’istante ed in ogni attimo la possibilità umana di libertà. In particolare c’è una donna, tra le altre, che lambisce in modo iconico alla Theotokos, la Madre di Dio, la Madre di tutti gli uomini. Il suo nome è Sonja Semjonova Marmeladova.
È l’icona della santità che supera il bieco sentimento moralistico del pensiero comune perbenista su cosa sia moralmente buono.
Figlia di un fallito e alcolizzato, Semion Marmeladov, alla morte di questi, come unica eredità, ella assume su di sé la sopravvivenza dei fratelli e della matrigna, Katerina Ivanovna, ormai consunta dalla tisi. Rimasta orfana, infatti, si prostituisce per dare un “tozzo” di pane ai suoi fratelli. 
Il suo destino si lega a quello dell’omicida Raskòlnikov, studente squattrinato che si è macchiato della colpa di aver ucciso un’usuraia in nome di un potenziale mondo nuovo, da realizzarsi con le possibilità economiche raggiunte attraverso tale delitto.

Ma chi è in verità Sonja? Quali sono i suoi tratti caratteristici? Ed infine, quale immagine metaforica esprime nel tracciato Dostoevskiano?
Innanzitutto ecco come gli occhi di Raskòlnikov la incontrano la prima volta: "… era una ragazza modestamente, quasi poveramente, vestita … sembrava una bambina, modesta e serena nei modi, con un viso sereno, ma come un po’ spaurito … non la si poteva neppure dire bellina ma i suoi occhi celesti erano così limpidi e, quando si animavano, l’espressione del viso diventava così buona e semplice che involontariamente ci si sentiva attirati”.
Molti sostengono che, protopaticamente, qui Dostoevskji tracci, secondo il metodo dell’icona, il volto e la figura di questa donna. Se ciò fosse vero ci sarebbe l’intenzione di porci dinnanzi ad una rappresentazione sacra di questa figura di donna. Il romanzo, apparentemente in contraddizione con tale ipotesi, ci dice che ella svolge il lavoro di prostituta, cioè un lavoro di peccato, di cui ella, non solo è accusata, ma del quale è oltremodo consapevole. Ma questa condizione disonorevole sembra non toccare una certa sua purezza, il suo offrirsi per i "suoi piccoli".
"Ma dimmi dunque, una volta per tutte – proferì Raskolnikòv – come mai una simile vergogna e tanta bassezza possono trovare posto in te accanto ad altri opposti e sacri sentimenti? Sarebbe più giusto, vedi, mille volte più giusto e più ragionevole gettarsi a capofitto nell’acqua e finirla di colpo”. La risposta di Sonja è semplice, lapidaria, altruista: “E di loro (dei miei piccoli) che sarebbe?”. Forse parecchie volte è stata colta dalla tentazione di farlo ma ha deciso sempre per gli altri, con estremo realismo: la sua morte sarebbe costata altra sofferenza. Così accetta su di sé, almeno in parte, la sofferenza altrui. 
Questa condivisione del destino altrui, questo farsi carico dell’altrui croce, fino a morirne (poiché ella sembra apparentemente soccombere nell’identità e nell’amore), nel suo lavoro quotidiano ha una forza che la redime, che la fa risorgere, che non l’abbandona mai, anzi che la muove senza risparmio a pietà del volto umano scaraventato nel sottosuolo. 
Raskòlnikov le confessa il suo delitto e lei, di pari punto “… balzò su e, torcendosi le mani, andò fino al mezzo della stanza ma poi tornò a sedersi sul letto, spalla a spalla con quella di Raskòlnikov. D’improvviso mandò un grido e si buttò dinnanzi a lui in ginocchio: - che avete fatto? Che avete fatto di voi? – disse disperatamente e, balzata in piedi, gli si gettò al collo, lo abbracciò e lo strinse forte forte con le mani … - No, ora non c’è uomo al mondo più infelice di te - … ed ad un tratto si mise a piangere … Raskòlnikov sentì un sentimento che egli da tempo più non conosceva che affluì in un’ondata nella sua anima e di colpo si riaddolcì“.
E più in là ancora, quando Raskòlnikov racconta la teoria che giustifica il suo omicidio, Sonja, senza turbamento e con grande decisione, gli grida: “Tacete, tacete! Vi siete allontanato da Dio e Dio vi ha colpito, vi ha abbandonato al Demonio”. C’è in Sonja un riferimento preciso che dà i termini del limite al potere dell’uomo, che dà i termini della perdita del senso vero dell’umanità, che sa guardare, oltre l’apparenza, la realtà umana: il riferimento a Dio.
“- Tu dunque preghi molto Dio, Sonja? – le domandò. Sonja stava in piedi, taceva, accanto a lui che aspettava una risposta. – Che sarei mai senza Dio? – sussurrò ella rapida, alzando gli occhi su di lui tutto d’un tratto scintillanti, e gli serrò forte la mano nella propria. – E Dio cosa fa per te? – domandò ancora egli. – Tacete! Non fatemi domande. Voi non siete degno. – gridò ad un tratto, guardandolo severamente e con collera. – Tutto fa! – ella sussurrò abbassando gli occhi. (È la stessa risposta che il capitano dà nel romanzo “I Demoni”: "Se Dio non esiste come potrei io essere capitano?”). 
Vi è ancora un tratto della natura di Sonja che emerge da tutto il romanzo di Dostoevskji. Ella sembra avere un forte ascendente, oserei dire una seduzione su chi l’avvicina. Un fascino che disarma chi la incontra, ma la sua bellezza è il suo Dio. Dice P. Evdokimov: “Il mondo non esiste se non perché è amato e la sua esistenza testimonia del Padre che ha tanto amato il mondo" (come è scritto in Giovanni 3,16). Potremmo dire di Sonja altrettanto. Nel romanzo, lei ha tanto amato il mondo al punto di essere dove la vita le chiede di essere. 
Dice Romano Guardini: “Ella è là, dove, secondo la parola di Cristo, si trovano gli umili e i reietti, i pubblicani e i peccatori. Tra lei e Cristo c’è un’intesa, essi hanno un segreto comune. Questo gli conferisce autorità, di questo ella vive. Di qui le viene quella chiarezza interiore che le vieta di lasciarsi andare a Raskòlnikov, quantunque ella ora lo ami”. Così, con questa forza, ella parte, quasi rifiutata da Raskòlnikov, con lui per la Siberia, dove diviene madre dei carcerati (“… rammendava loro i calzini”). E là, nel silenzio in cui Raskòlnikov la lascia e in cui lei discretamente si mette, ella pone un seme, un inizio in cui la libertà di Raskolnikov si possa trasformare in conversione: una bibbia, che egli non ha ancora aperto perché troppo convinto di sé. Ciò che le parole di Sonja ci dicono, l’immagine ce lo mostra silenziosamente. Così Sonja diviene testimone annunciatrice del suo credo, dell’amore che ha nel cuore, che sa dare luce e rendere buono ciò che era buio e nel male.
Chi legge il romanzo, davanti a Sonja prova un senso di profonda meraviglia: ella trasfigura, sa cogliere la verità nel cuore dell’uomo perché di essa si nutre, come Miskin ne “L’idiota”. Luce, Verità, Dolcezza, Bontà, Compassione e Carità, rendono bello ciò che lei è e ciò che è la sua vita. Sonja si piega sul mondo per servirlo e per dare in tal modo gloria a colui che per lei fa tutto. Sonja sembra essere agli occhi di Dostoievkij la Bellezza sofianica del senso, cioè ella è la personificazione della Carità. Guardando Sonja Marmeladova si comprende l’affermazione di Dostoevskji: "La Bellezza della donna salverà il mondo”.
A volte Sonja ci appare talmente limpida nella sua personalità e nella donazione gratuita di sé che ci sembra rasentare la follia, quella dei Santi in Dio, nonostante la contraddizione. “Che sarei io se Dio non ci fosse? Lui che fa tutto per me!”. In questa frase Sonja raggiunge i vertici della sua vera natura, della sua grande Bontà, infine della sua incredibile Bellezza, che la rende collaboratrice del lavoro di Dio: essere madre, nella stessa forma in cui lo è la Chiesa, generatrice (Raskòlnikov rinasce a vita nuova grazie a lei), unificatrice (i carcerati sembrano essere dei bambini intorno alla gonna della madre), paziente nella carità (Sonja attende nel silenzio la conversione di Raskòlnikov, confidando nella Provvidenza: “Ma io non posso conoscere la Provvidenza Divina e perché domandate quello che non si può domandare? Perché queste domande vuote?”), semplicemente essere pronta.
Che ci stiamo a fare qui? Che senso ha essere? Che vale soffrire e amare? Queste domande poste sin dall’inizio, in Sonja prendono e spalancano ad una visione altra da quella che in Ivan Karamazov genera la “rivolta contro Dio”. In Sonja si fanno fede. (La Nuova Bussola quotidiana del 6-3-2

mercoledì 2 marzo 2016

L'ostensione di Johnny Cash



L'ostensione di Johnny Cash

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Il volto è gonfio, i capelli radi. La camera “fissa” impietosa l’insulto del tempo. La voce è ridotta a un sussurro, le dita nodose si muovono lentamente sulla chitarra. Il video di Hurt - brano dei Nine Inch Nails che Johnny Cash ha inserito nel ciclo degli American Recordings – a distanza di anni conserva una forza ipnotica. Cash è piegato dagli anni, dalla malattia. Vulnerato da una vita di abusi.La sua sembra un’ostensione: ostensione della vecchiaia, della fragilità, della decadenza fisica di un uomo che ha conosciuto i fasti (e gli eccessi) del successo e che ora fa i conti con “il suo impero di polvere”. Un uomo pronto a salire “sul treno della sera”. Le parole scandite da Cash arrivano come un pugno: “mi sono ferito oggi/ per vedere se sono ancora in grado di sentire qualcosa/ mi concentro sul dolore/ l’unica cosa reale”. Nel video, a rendere più “scandalosa” la vecchiaia di Cash, sono le immagini – ritmate – della sua giovinezza: Cash che guida una locomotiva, Cash con chitarra a tracolla davanti a un pubblico, Cash che salta su un treno in corsa, Cash. 


Il culmine del pathos è raggiunto mentre Cash intona le ultime strofe del brano: “Ho portato questa corona di spine/sulla sedia di coloro che mentono/ pieno di pensieri interrotti/(che) non posso riparare// sotto le macchie del tempo/i sentimenti scompaiono”. Il crescendo musicale è accompagnato da una più rapida successione di immagini: fanno capolinea "visioni" di Cristo, la corona di spine, un chiodo che si conficca – ripetutamente - nella carne. Cash è ripreso davanti a un banchetto (figura dell’ultima cena?), sparge un bicchiere di vino (figura del sangue di Cristo?). Il video si chiude con un’immagine che ha il sapore (e l’intenzione) di un congedo: Cash chiude il pianoforte sul quale ha battuto ossessivamente un’unica nota. La musica termina. Il sipario cala. Cash morirà dopo poco, il 12 settembre 2003. Con gli American recording, sotto la sapiente regia del produttore-mago Rick Rubin, il cantante figlio del Sud degli States - l’uomo che amava saltare sui treni ed esibirsi nelle prigioni, che aveva celebrato la giovinezza incuneandosi nella musica che più la esaltava, il rock’n roll - ha consegnato alla musica americana un testamento di rara forza poetica, di un’intensità a tratti straziante. Come ha scritto Steve Turner, suo attento (e commosso) biografo, Cash “con grande dignità, era alla testa di un’altra rivoluzione, contro le devastazioni portate dall’età: era il primo della sua generazione a cantare lo spegnersi della luce”. Cash aveva cantato la giovinezza con sfrontatezza, ora non occultava la vecchiaia. Non la esibiva, la viveva. CheThe man in black – come amava farsi chiamare: mi vesto di nero, ripeteva, per testimoniare la mia vicinanza agli affitti, agli ultimi, agli outlaw, ai rifiutati -  fosse uno destinato a infrangere le regole, lo testimonia l’intera sua biografia. Ma più che gli eccessi (a partire dalla dipendenza dalla droga), ci interessa il suo rifiuto di imporre steccati o barriere o filtri o ideologie alla musica.

Nato e cresciuto nel Sud degli States, Cash respirò il country sin da bambino ma amò (e cantò) anche il gospel, sfidando le regole della musica (e dell’establishment) più conservatrice degli Usa. Non solo, non si accontentò dei palcoscenici: si esibì nelle prigioni, entrò nella Casa Bianca, lavorò in tv, recitò, sfiorò l’idea sceneggiatura di un film sulla vita di Cristo, scrisse un libro (The man in white) dedicato all’apostolo Paolo. Una passione che si tradusse sempre in musica, e che roteò sempre attorno a un punto fisso: la Bibbia. “Quasi un quarto delle canzoni scritte da Cash – ha notato Turner – parlano in qualche modo della sua fede e della Bibbia. Molte altre, anche se non trattano specificamente questo argomento, sono influenzate dalla sua visione del mondo cristiano. I walk the line, con la sua dichiarazione di fedeltà coniugale, conteneva un inconscio impulso cristiano, così come molte sue canzoni sulla giustizia e la povertà. Quando scriveva di lavoro lo faceva da un’ottica biblica”. 
Dove sta allora il segreto di questo pugno di canzoni, contenute negli American recordings, alcune delle quali hanno accompagnato l’intera carriera di Cash, altre pescate dai repertori più disparati (e disperati): da Down by the train di Tom Waits alla già citata Hurt a Personal Jesus interpretata dai Depeche mode, da Further up of the road di Springsteen a One degli u2? Rubin scarnifica i brani consegnati alla voce di Cash. Riduce gli arrangiamenti all’osso. Libera i brani da inutile orpelli. La parola d’ordine è semplicità. E rigore. C’è la verità – sangue, ossa, paura, angoscia, gioia - da cantare. C’è tutto Cash – la sua biografia e la sua arte - in queste canzoni. I suoi conflitti, i suoi demoni, l'inesauribile volontà di riscatto. C’è un’intera vita – riscatta dalla musica – e sempre giocata sull’orlo, quel margine scivoloso che separa la dannazione dalla salvezza, la bestemmia dalla preghiera, l’insensatezza dalla Grazia, la cecità dalla luce. C’è l’invocazione a Dio che si alza dalle tenebre della consunzione: “Non avrei mai pensato di aver bisogno di aiuto/ pensavo che ce l’avrei fatta da solo/ ma ora so che non è vero/ con il cuore tremante le ginocchia piegate/ ti prego Signore aiutami” - Help me. C’è la coscienza (la compiacenza?) del male, della sua prossimità: “la bestia in me è chiusa da sbarre sottile e fragili” - The best in me. “La prima volta le ho sparato in un fianco/ era dura vederla agonizzare/ ma con il secondo colpo è morta/ Delia morta”- Delia's gone. C’è lo scintillare della salvezza: “So che nuvole scure incomberanno su di me/ so che la mia strada è accidentata / eppure vedo splendidi campi/ dove vegliano i salvati da Dio” - Wayfaring Stranger. C’è il senso dell’impegno e della volontà di “rigare diritti”: “ Come un soldato che cerca di dimenticare la guerra/ come un ragazzo che mette la testa a posto/ come un bandito che torna sulla retta via” – Like a soldier.  C’è il dolore della perdita: “Prego Dio che mi dia coraggio/ di andare avanti finché non ci rincontreremo di nuovo/ è dura rendersi conto che lei è scomparsa per sempre/ che tornando a casa sul treno della sera” – The evening train.  C’è ancora la speranza/certezza della resurrezione: “ci incontreremo di nuovo/non so come né quando/ ma so che ci incontreremo di nuovo”. C’è infine la prefigurazione dell’apocalisse: “ – The man comes aroud.

Il genio americano di Cash è qui: nell’aver abitato la contraddizione americana. La contraddizione di un popolo che ha esaltato, come nessuno aveva fatto prima, la libertà. Praticando però la schiavitù. Che elegge l’individualismo a valore fondativo e si strugge nel segno della comunità perduta. Che pratica l’edonismo ma si sente perseguitato dal peccato. Che ha canonizzato la ricerca della felicità come diritto costituzionale di ogni cittadino ma ha messo in scena continuamente il suo smacco. Che “canta” l’eterna risorgenza del Sogno, e praticato la sua sconfitta. Cash si è inabissato nell’unica trama che avvolge vita e morte, nell’infinita oscillazione tra salvezza e dannazione. Ma in quale direzione pendeva il pendolo di Cash, il cantante lo aveva sempre bene in mente:“So cantare canzoni di morte. Ne ho vista tanta ma sono ossessionato dalla vita”.