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giovedì 28 marzo 2019

RASTELLI. IL GRANDE CUORE DEL DOTTOR GIAN

RASTELLI. IL GRANDE CUORE DEL DOTTOR GIAN

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La manovra cardiochirurgica che porta il suo nome ha fatto il giro del mondo. E salvato tanti bambini. Ma il giovane medico non era conosciuto solo per la sua abilità medica. Ecco come è nata la mostra su di lui, presentata al Meeting 2018
Anna Leonardi
«Rimboccati le maniche e vieni, ragazzo, qui c’è pane e gloria per tutti». La calligrafia che affolla il retro di una cartolina datata marzo ‘68 lascia indovinare la tensione elettrizzante con cui il giovane cardiochirurgo italiano, Giancarlo Rastelli, stava affrontando la sua avventura americana. Niente, invece, in quelle righe inviate a un vecchio compagno di studi in Italia, fa sospettare la malattia: una grave forma di linfoma che lo affliggeva da tempo, e che lo porterà alla morte nel 1970, a soli 36 anni. 

Oggi il suo nome è ancora noto perché la “Rastelli procedure”, la manovra correttiva per alcune cardiopatie congenite, è presente nei manuali di cardiochirurgia pediatrica e sono molti gli ospedali a praticare questo tipo di intervento
. Ma per scoprirne lo spessore umano c’è voluta una mostra realizzata nel 2017 da quattro studenti di Medicina di Bologna e ospitata quest’anno dal Meeting di Rimini all’interno dell’area Salute, di cui è diventata subito il catalizzatore principale. È una mostra che con video, foto e manoscritti, riesce a restituire per intero il volto di un uomo che viveva una profonda unità tra “sapere” e “sapere amare”. Non sorprende che anche gli Stati Uniti siano interessati a portarla Oltreoceano: la Mayo Clinic di Rochester, tra i più prestigiosi ospedali d’America, quello che accolse Rastelli nel ‘61 con una borsa di studio e se lo tenne stretto fino alla fine, vorrebbe esporla già nel prossimo anno. 

L’entusiasmo, che oggi da Rimini migra in direzione Stati Uniti, ha la stessa radice della curiosità che nel 2016 fa breccia nelle vite ben organizzate di Giovanni, Gerardo, Andrea e Veronica, gli studenti di Bologna, quando a lezione sentono parlare di Rastelli per la prima volta. «Il prof. fece un accenno al fatto che con la sua invenzione, Rastelli aveva salvato la vita a tantissimi bambini e che per lui si era aperta la causa di beatificazione», racconta Giovanni. «È scattato qualcosa in noi. E abbiamo iniziato a cercare informazioni». Trovano un libro, scritto dalla sorella Rosangela: «In quel libro biografico abbiamo incontrato l’uomo e il medico che desideriamo diventare. La sua vita ha iniziato a contagiarci». Ne parlano tra di loro e capiscono che non poteva rimanere una cosa solo loro. «Così, spinti da questo fascino, e contro ogni calcolo realistico, pensando alle nostre giornate fatte di corsi, esami e tirocini, con alcuni amici ci siamo lanciati nel progetto di una mostra per la nostra università», racconta Gerardo.
Giancarlo Rastelli (1933-1970)Giancarlo Rastelli (1933-1970)
La mostra al Meeting di Rimini 2018 (1:29)
Il lavoro inizia con una telefonata alla Gazzetta di Parma: «Cercavamo qualcuno che potesse metterci in contatto con la sorella di Rastelli». Tramite un redattore che la conosceva riescono a incontrarla. «Poi attraverso di lei siamo riusciti a raggiungere i compagni di corso, chi l’aveva conosciuto a Parma e anche la figlia Antonella, che ora vive a Padova ed è medico». Interviste, lettere, articoli di giornale: la ricostruzione della vita di Rastelli passa da fonti storiche che i ragazzi raccolgono e mettono in fila con precisione. «È stato impressionante accorgerci di come al nome di Rastelli tutti ci aprivano le porte di casa. Si commuovevano all’idea che, dopo cinquant’anni, dei giovani si interessassero alla vita del loro amico. Avevano foto e aneddoti da consegnarci, come se ci avessero aspettato da sempre». È così che anche per i quattro studenti, Giancarlo Rastelli diventa semplicemente “Gian”. «È diventato un amico. La sua vita è come una lente di ingrandimento con cui guardiamo quello che ci accade nei reparti, nello studio, a casa».

I pannelli della mostra ripercorrono gli snodi principali della vita del cardiochirurgo. Dalla gioventù trascorsa all’oratorio di San Rocco a Parma fino agli ultimi giorni prima di morire a Rochester, si è accompagnati dalle voci narranti di testimoni oculari. Il loro racconto, capace di riportare alla luce i dettagli, rende possibile immedesimarsi con un’esistenza che nella sua ordinarietà si è lasciata investire da un grande ideale. Come i compagni di università che raccontano di quando Gian, dopo una giornata di studio frenetica, fermava tutti e diceva: «Andiamo fuori a vedere quella cosa! Dai, che dopo torniamo e recuperiamo!». Oppure prima di ripetere Anatomia, esordiva: «“Ti ricordi l’Inno alla carità di san Paolo?”. Lo recitava a memoria e restavo a bocca aperta». O quando nel tempo libero andava a pescare nel Polesine. Lì i barcaioli del Po lo chiamavano “Signor dottore”. E lui, tra un pesce e l’altro, si era messo a spiegare loro gli autori italiani, la storia, la geografia. «In tre o quattro presero il diploma. Da tutti fu considerato il “Miracul del Gian”».
La cartolina di Rastelli dall'America a un compagno di studiLa cartolina di Rastelli dall'America a un compagno di studi
Appena laureato, nel ‘57, iniziò a lavorare alla Clinica chirurgica di Parma. Il rapporto coi pazienti era definito da una carità che stupiva tutti. «Si ammalava con gli ammalati e guariva con loro», ricorda una di loro. Come accadde la notte di Capodanno con il signor Menapace. Era un paziente che aveva subìto un’amputazione a entrambe le gambe. In quella notte Rastelli fu raggiunto da una telefonata da parte della moglie: il marito era caduto in un forte stato depressivo, non mangiava né beveva più. E voleva morire. Gian non esitò ad abbandonare «la cena dell’abbondanza parmigiana» e a raggiungere il suo paziente insieme agli amici. Parlò con lui per più di un’ora. «Non si sa cosa si dissero, ma il risultato fu che a un certo punto Armando Menapace chiamò tutti dentro e fece aprire il Lambrusco delle sue viti e tagliare il culatello dei suoi maiali. Pianse. Rise. Mangiò. Ricominciò a vivere da quel giorno». Quando Gian partì per l’America, gli amici che quella sera erano con lui continuarono ad andare a trovare Armando.
Mariella Enoc, presidente del Bambin Gesù, alla mostra allestita nell'ospedaleMariella Enoc, presidente del Bambin Gesù, alla mostra allestita nell'ospedale
Anche il racconto degli anni negli Stati Uniti è affidato alle testimonianze dirette di tanti colleghi medici e infermieri. La sua gratuità non passava inosservata: «Aveva un materassino che usava di nascosto, perché era proibito, quando voleva fermarsi in reparto di notte per seguire i pazienti più gravi. Non era tranquillo ad andarsene a casa». E poi ci sono le centinaia di bambini italiani affetti da cardiopatie congenite che con le loro famiglie hanno attraversato l’oceano per farsi operare da lui. Era diventato il “chirurgo del possibile”. Li visitava gratis in Italia e poi faceva in modo che potessero affrontare il costoso viaggio fino alla Mayo Clinic. Molti li ospitò a casa sua.
Giancarlo Rastelli all'ospedale di Parma nel 1958Giancarlo Rastelli all'ospedale di Parma nel 1958
In tutta questa attività, l’uomo Rastelli era sostenuto dalla presenza della moglie Anna. Si erano conosciuti sulle piste da sci di Bormio e dopo le nozze, nel 1964, lei lo seguì negli Stati Uniti, dove nei mesi seguenti appresero la notizia della malattia di Gian. Il modo in cui la affrontarono è documentabile nelle lettere che i due sposi scrissero in quegli anni. E anche in alcuni ricordi che la figlia Antonella, nata nel ‘66, conserva e racconta nella mostra. «La sera della diagnosi torna a casa con una rosa rossa per la moglie Anna, mette sul grammofono un disco di Vivaldi e dice: “Ho fatto degli esami che non sono andati molto bene. Io sono felice. Ho avuto tanto dalla vita e ora con te ho avuto tutto». E dopo pochi giorni: «Mi è stato concesso dell’altro tempo, grazie a Dio. Non ne parliamo più. Viviamo una vita normale». E così fu per sei anni. In quel periodo pubblicò le scoperte per cui oggi viene ricordato. E nacque Antonella. «Riuscì a rimanere se stesso», ricorda la sorella nella sua biografia. Morì il 2 febbraio 1970. Alla moglie, poco prima dell’agonia, disse: «Paga tu il conto del nostro amore. Ci rivedremo». Poi guardò fuori dalla finestra e aggiunse: «Il sole, come è bello».

Prima del Meeting di Rimini, la mostra è stata allestita al Bambin Gesù di Roma, all’Università di Parma e in quella di Padova. In quest’ultima, è stata parte integrante di un convegno e corso di aggiornamento per i medici. Ovunque, incontrare il cammino umano e scientifico di Rastelli provoca una sorta di contagio. Come è accaduto al professore Gaetano Thiene, massimo esperto di cardiopatie congenite in Italia, che, contattato dai ragazzi e avendo letto una prima stesura, si è reso disponibile ad aiutarli coi capitoli scientifici della mostra.
Rastelli sulle DolomitiRastelli sulle Dolomiti
Ma Rastelli non è solo per gli addetti al mestiere. Al manutentore del Sant’Orsola di Bologna è successa più o meno la stessa cosa. È mattino presto, quando, appena finito di eseguire una riparazione all’interno dei locali della mostra, decide di farsi un giro tra i pannelli. Dal titolo, “La prima carità al malato è la scienza”, intuisce che è «roba da medici». Ma quella foto di Rastelli lo cattura: è in cima alle Dolomiti, indossa gli scarponi e una camicia scozzese. È affaticato, probabilmente per la salita, ma il suo sguardo rimane teso a una meta invisibile. «L’avete fatta voi tutta ‘sta roba?», chiede appena arrivano i ragazzi per i turni delle visite guidate. «Non ho mai letto una storia del genere. Guardate che io sono ateo, ma qui vedo qualcosa di più». Si china a rimettere a posto gli attrezzi nella cassetta da lavoro. «Sapete, mio figlio deve essere operato al cuore fra poco. Spero di incontrare qualcuno come questo Gian…». Li saluta. Dopo poco lo vedono tornare fischiettando. Si avvicina ai ragazzi mentre con la mano sventola uno scontrino: «Ho pagato la colazione a tutti. Dai, andate al bar. Che oggi sono contento».

lunedì 25 marzo 2019

K2, la vitamina che libera le arterie dal Calcio e lo fissa nelle ossa

K2, la vitamina che libera le arterie dal Calcio e lo fissa nelle ossa

La ricerca del dottor Gianluigi Rosi, medico perugino che la studia da oltre cinque anni

Ultimo aggiornamento il 14 marzo 2019 alle 21:57


ANGIOLOGO Il dottor Gianluigi Rosi
ANGIOLOGO Il dottor Gianluigi Rosi
Perugia 14 marzo 2019- Riduce il calcio nelle arterie e contemporaneamente aumenta quello nelle ossa. È la vitamina K2 (menachinone, MK7), nutriente fondamentale che fa parte del gruppo delle Vitamine K, conosciute fin dal 1929 quando venne individuata come supporto importante per gli effetti sulla coagulazione del sangue K1. Fu poi nel 1975 che alla Harvard Medical School si scoprì che l’osteocalcina era una proteina vitamina K2 dipendente. Nel 1997 si iniziò a pensare che la K2 evitava che il Calcio si depositasse nelle arterie “dirottandolo” invece nelle ossa. Nel XX secolo la vitamina K2 divenne la vitamina fondamentale per eliminare e ridurre le calcificazioni a livello dell’aorta addominale e quindi giocare un ruolo fondamentale nell’ambito delle patologie cardiovascolari (aterosclerosi) ed ossee (osteoporosi). A sperimentarlo lo scienziato Vermeer dell’Università di Maastricht. Venne così decretata la scoperta di questo vero e proprio “spazzino delle arterie”. Nonostante ciò l’suo in tal senso della vitamina K2 è ancora sconosciuta ai più. Ora, grazie a un medico perugino, angiologo di chiara fama, il dottor Gianluigi Rosi che da 5 anni porta avanti delle specifiche ricerche in tal senso, verrà presto messo a punto un prodotto con una triplice azione: allontanare il calcio dalle arterie, depositarlo nelle ossa con la collaborazione della vitamina D e vasodilatazione arteriosa dovuta alla Vitexina.
«Un primo protocollo di studio su 40 persone – spiega il dottor Rosi – ha dimostrato un miglioramento dei sintomi nella claudicatio intermittens nei soggetti con dolore al polpaccio durante il cammino. Il ruolo fondamentale della vitamina K2 è quello di avere un’attività antiaterosclerotica attraverso un meccanismo d’azione, a livello cardiovascolare, con un effetto protettivo dovuto alla capacità di attivare la “Matrix Gla Protein” prodotta dalle cellule muscolari lisce della tunica dell’arteria che, carbossilata, lega il calcio circolante nel sangue, e ne impedisce la precipitazione sotto forma di cristalli nella parete arteriosa. A livello osseo, successivamente svolge un’azione opposta».
D.Mil.

martedì 19 marzo 2019

Quando i tiranni sabaudi rasero al suolo la Sardegna

Quando i tiranni sabaudi rasero al suolo la Sardegna

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Di Francesco Casula
L’Isola del «grande verde», che fra il XIV e XII secolo avanti Cristo fonti egizie, accadiche e ittite dipingevano come patria dei Sardi shardana è sempre più solo un ricordo. La storia documenta che l’Isola verde, densa di vegetazione, foreste e boschi, nel giro di un paio di secoli fu drasticamente rasata, per fornire carbone alla industrie e traversine alle strade ferrate, specie del Nord d’Italia. Certo, il dissipamento era iniziato già con Fenici Cartaginesi e Romani, che abbatterono le foreste nelle pianure per rubare il legname e per dedicare il terreno alle piantagioni di grano e nei monti le bruciarono per stanare ribelli e fuggitivi, ma è con i Piemontesi che il ritmo distruttivo viene accelerato.
Iniziarono presto: 20 anni dopo avere preso possesso dell’Isola, nel 1740 il re Carlo Emanuele III di Savoia aveva concesso al nobile svedese Carlo Gustavo Mandell il diritto di sfruttare tutte le miniere di Parte d’Ispi (Villacidro) in cambio di un’esigua percentuale sul minerale raffinato; e gli aveva permesso di prelevare nelle circostanti foreste il carbone e la legna per le fonderie, costringendo i comuni a vere e proprie corvè e distruggendo così il patrimonio forestale della regione.
Lo scempio era continuato anche quando miniere e fonderie, scaduto il contratto trentennale di Mandell, furono gestite direttamente dal regio governo. Anzi da allora la situazione si era aggravata, perché le richieste di combustibile si erano fatte più pressanti e perentorie. Furono bruciati persino i boschi della piana di Oristano per incenerire i covi dei banditi mentre i toscani li bruciarono per fare carbone e amici e parenti di Cavour, come quel tal conte Beltrami devastatore di boschi quale mai ebbe la Sardegna, mandò in fumo il patrimonio silvano di Fluminimaggiore e dell’Iglesiente.
Con l’Unità d’Italia infine si chiude la partita con una mostruosa accelerazione del ritmo delle distruzioni, specie con il regno di Umberto I a fine Ottocento. Scriverà Eliseo Spiga :” lo stato italiano promosse e autorizzò nel cinquantennio tra il 1863 e il 1910 la distruzione di splendide e primordiali foreste per l’estensione incredibile di ben 586.000 ettari, circa un quarto dell’intera superficie della Sardegna, città comprese” 6.
Mentre il poeta Peppino Mereu, a fine Ottocento, mette a nudo la “colonizzazione” operata dal regno piemontese e dai continentali, cui è sottoposta la Sardegna, proprio in merito alla deforestazione: Sos vandalos chi cun briga e cuntierra/benint dae lontanu a si partire/sos fruttos da chi si brujant sa terra, (I vandali con liti e contese/ vengono da lontano/a spartirsi i frutti/dopo aver bruciato la terra). E ancora: Vile su chi sas jannas hat apertu/a s’istranzu pro benner cun sa serra/a fagher de custu logu unu desertu (Vile chi ha aperto la porta al forestiero /perché venisse con la sega/e facesse di questo posto un deserto).
E Giuseppe Dessì, nel suo romanzo Paese d’ombre scrive: La salvaguardia delle foreste sarde non interessava ai governi piemontesi, la Sardegna continuava ad essere tenuta nel conto di una colonia da sfruttare, specialmente dopo l’unificazione del regno. Mentre  Carlo Corbetta, (scrittore lombardo  della seconda metà del secolo XIX), in seguito a un viaggio in Sardegna, (e in Corsica) scrisse un’opera in due volumi Sardegna e Corsica. E a proposito della distruzione dei boschi e della deforestazione, scrive che la si deve in  massima parte agli speculatori e trafficanti di scorza che col loro coltello scorticatore ne denudano i tronchi  e grossi rami delle elci e quercie marine e delle quercie comuni e la spediscono in continente ad estrarne tannino per la conceria delle pelli e per le tinture.
Si tratta di un’analisi gravemente deficitaria. E’ vero che le sugherete erano preda subito dopo l’Unità d’Italia (a partire soprattutto dal 1865) di gruppi di commercianti che cercavano il tannino e la potassa. Ma i veri responsabili che Corbetta non individua, sono ben altri: i re sabaudi e i loro governi. Probabilmente Corbetta  non voleva nè poteva individuarli, essendo essi amici e contigui ai suoi sostenitori, Quintino Sella in primis. Il suo viaggio in Sardegna era stato possibile proprio grazie  all’appoggio proprio di Quintino Sella. Questi, più volte Ministro delle Finanze nel 1869 soggiornerà due volte in Sardegna in qualità di componente della Commissione Parlamentare d’Inchiesta sulle condizioni dell’isola.
Ma è soprattutto Gramsci, in un articolo sull’Avanti (Edizione piemontese) del 23 ottobre 1918, censurato e riscoperto 60 anni dopo, a denunciare la devastazione ambientale e climatica, frutto della spoliazione e distruzione dei boschi. Nell’articolo – intitolato significativamente “Gli spogliatoi di cadaveri”, individua fra questi gli industriali del carbone. Essi scendono dalla Toscana e stavolta, il lascito perla Sardegna è la degradazione catastrofica del suo territorio. L’Isola è ancora tutta boschi. Gli industriali toscani ne ottengono lo sfruttamento per pochi soldi.: a un popolo in ginocchio anche questi pochi soldi paiono la salvezza, scrive ancora Gramsci.
Così – continua l’intellettuale di Ales – L’Isola di Sardegna fu letteralmente rasa suolo come per un’invasione barbarica. Caddero le foreste. Che ne regolavano il clima e la media delle precipitazioni atmosferiche. La Sardegna d’oggi alternanza di lunghe stagioni aride e di rovesci alluvionanti, l’abbiamo ereditata allora, concluderà.

Mi sento come quel bambino che ha vinto una confezione di caramelle

Ho contato i miei anni ed ho scoperto che ho meno tempo da vivere da qui in avanti 
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“Ho contato i miei anni ed ho scoperto che ho meno tempo da vivere da qui in avanti di quanto non ne abbia già vissuto.

Mi sento come quel bambino che ha vinto una confezione di caramelle e le prime le ha mangiate velocemente, ma quando si è accorto che ne rimanevano poche ha iniziato ad assaporarle con calma.

Ormai non ho tempo per riunioni interminabili, dove si discute di statuti, norme, procedure e regole interne, sapendo che non si combinerà niente…

Ormai non ho tempo per sopportare persone assurde che nonostante la loro età anagrafica, non sono cresciute.

Ormai non ho tempo per trattare con la mediocrità. Non voglio esserci in riunioni dove sfilano persone gonfie di ego.

Non tollero i manipolatori e gli opportunisti. Mi danno fastidio gli invidiosi, che cercano di screditare quelli più capaci, per appropriarsi dei loro posti, talenti e risultati.

Odio, se mi capita di assistere, i difetti che genera la lotta per un incarico maestoso. Le persone non discutono di contenuti, a malapena dei titoli.

Il mio tempo è troppo scarso per discutere di titoli.

Voglio l’essenza, la mia anima ha fretta…

Senza troppe caramelle nella confezione…

Voglio vivere accanto a della gente umana, molto umana.

Che sappia sorridere dei propri errori.

Che non si gonfi di vittorie.

Che non si consideri eletta, prima ancora di esserlo.

Che non sfugga alle proprie responsabilità.

Che difenda la dignità umana e che desideri soltanto essere dalla parte della verità e l’onestà.

L’essenziale è ciò che fa sì che la vita valga la pena di essere vissuta.

Voglio circondarmi di gente che sappia arrivare al cuore delle persone…

Gente alla quale i duri colpi della vita, hanno insegnato a crescere con sottili tocchi nell’anima.

Sì… ho fretta… di vivere con intensità, che solo la maturità mi può dare.

Pretendo di non sprecare nemmeno una caramella di quelle che mi rimangono…

Sono sicuro che saranno più squisite di quelle che ho mangiato finora.

Il mio obiettivo è arrivare alla fine soddisfatto e in pace con i miei cari e con la mia coscienza. Spero che anche il tuo lo sia, perché in un modo o nell’altro ci arriverai…”

MARIO ANDRADE – Poeta, romanziere, saggista e musicologo brasiliano

giovedì 14 marzo 2019

Noi non vogliamo sudiceria

Noi non vogliamo sudiceria
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Noi non vogliamo sudiceria,
acqua e sapone la porta via, 
acqua e sapone in gran quantità 
finché la pelle pulita sarà. 

Unghiette corte, bianchi i dentini,
orecchie, collo, testa e piedini.
Tutto si lava, lisci i capelli,
allora i bimbi sono più belli.
Ci dà salute ci da allegria,
 si fa più bene la pulizia .

Insegnatami da:
signora Gavina Fiori 
anni 95 di Pattada ( SS )

Venuta la sera ritorno a casa ed entro nel mio scrittoio



Niccolò Machiavelli - Venuta la sera ritorno a casa ed entro nel mio scrittoio

Niccolò Machiavelli - Venuta la sera ritorno a casa ed entro nel mio scrittoio
Brani scelti: NICCOLÒ MACHIAVELLI, Lettera a Francesco Vettori  (10 Dicembre 1513).
Venuta la sera, mi ritorno a casa ed entro nel mio scrittoio; e in sull'uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali; e rivestito condecentemente, entro nelle antique corti delli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio e ch'io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e domandarli della ragione delle loro azioni; e quelli per loro humanità mi rispondono; e non sento per quattro hore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tutto mi transferisco in loro.

martedì 12 marzo 2019

La mia avventura ascorbica”




giugno 2011



«Beh, il suo tumore non è aumentato», mi dice il medico di base dopo aver esaminato la PET che mi hanno fatto fare il 15 maggio. Me lo dice come incidentalmente, perchè anche lui era per la chemio preventiva e quando gli ho detto un mese fa che non l’avrei mai fatta, ha subito replicato: «Lei è libero di … ma non si aspetti che le faccia ricette per cure tipo Di Bella». La PET precedente risale al 2 febbraio; sono dunque più di tre mesi da che il mio microcitoma (operato precocemente) tace.
Non mi faccio illusioni, s’intende. Il microcitoma è coralmente definito «molto aggressivo», la recidiva post-operatoria altissima e rapidissima, tanto da far ritenere che sia proprio l’intervento ad accelerare il processo.
Semplicemente, mi godo una libertà provvisoria: e calcolo che non avendo dato ascolto all’oncologa, secondo cui avrei dovuto cominciare la chemio preventiva (cisplatino, cortisone, radiazioni e non so che altro) «subito, immediatamente dopo l’operazione», mi son goduto due mesi di relativa buona salute soggettiva, risparmiandomi le devastazioni inutili dei farmaci neoplastici. Bisogna accontentarsi, e nelle mie condizioni le settimane risparmiate dalla sofferenza diventano preziose come gioielli.
Del resto, assumo che la malattia sia incurabile. Lo afferma lo stesso National Cancer Institute, il serissimo istituto governativo americano che riporta con minuziosa precisione lo stato dell’arte e tutte le informazioni che possono saziare la curiosità, riguardo ad ogni specie di tumore. In calce al capitolo «Informazioni generali sul cancro a piccole cellule» (microcitoma significa appunto a piccole cellule, ma suona più scientifico, e dà l’impressione che i dottori sappiano con che cosa hanno a che fare) è posta, in grassetto, questa avvertenza:
«Per la massima parte dei pazienti con tumore a piccole cellule, i trattamenti correnti non costituiscono cura del cancro» (For most patients with small cell lung cancer, current treatments do not cure the cancer). (General Information About Small Cell Lung Cancer)
La chemioterapia, vien detto chiaro, non cura nulla. Altrove vien ripetuto che «gli attuali trattamenti sono insoddisfacenti per quasi tutti i pazienti» con questo cancro. Ma questa avvertenza in grassetto è replicata in calce alla descrizione di praticamente ogni tipo di neoplasia, salvo forse per certo linfomi.
A quanto pare, la frase è stata inserita non su suggerimento dei medici ma dagli avvocati; in USA si rischiano cause miliardarie per promesse terapeutiche infondate; solo in Italia si può proclamare in TV che « siamo a un passo dal debellare i tumori», o «abbiamo migliorato di molto la sopravvivenza» o «disponiamo oggi di chemioterapie mirate e meno invasive» (balla assoluta: nel mio caso mi hanno proposto, a scopo preventivo, il solito bombardamento pesante e indiscriminato di sostanze tossiche e cancerogene) nel chiedere il 5 per mille da parte dello IEO, l’istituto privato-convenzionato di Veronesi.
La chemio viene dunque proposta (imposta) come risposta alla domanda psicologica dei pazienti spaventati dalla diagnosi («Dottore, mi salvi») da esperti che ne conoscono perfettamente l’inefficacia; e che esercitano questo trattamento come un vero esercizio della crudeltà, crudeltà per cui hanno mano libera (ho ricevuto resoconti di calvarii individuali che fanno rizzare i capelli in testa …), e che un giorno, spero, porterà l’intera oncologia ad essere definita come crimine contro l’umanità.
Personalmente, mi sforzo di adottare un altro atteggiamento; anzichè l’inane ansia di sfuggire alla morte, buttarmici a capofitto; una volta in grazia di Dio, non c’è più motivo di aver paura.
Ma allora, Blondet, non stai facendo alcuna cura?
Me lo chiedono diversi amici. Una cura la sto facendo. A scarico di coscienza, sto sottoponendomi ad iniezioni in dosi crescenti di acido ascorbico (vitamina C) in vena, dosi che dovrebbero diventare molto alte (30-50 grammi a infusione) sotto il controllo di un medico di cui non faccio il nome, perchè ha già (naturalmente …) i suoi guai giudiziari per questa colpa, aggravata dal fatto che non cerca di farci soldi.
È, con qualche miglioramento, la vecchia cura proposta mezzo secolo fa da Linus Pauling, che lì per lì ricevette per questo persino il Nobel. La terapia fu poi liquidata da sperimentazioni cliniche condotte dalla clinica Mayo del Minnesota, che smentì le speranze sollevate. Il fatto è che alla Mayo si trattarono i pazienti della sperimentazione con acido ascorbico in alte dosi per via orale, credendo (o fingendo di credere) che l’assorbimento intestinale della sostanza presa per bocca fosse così alto, da equivalere all’assorbimento in vena … i risultati furono provvidenzialmente deludenti.
Attualmente, però, il trattamento con IVC (Intra-venous C vitamin) in megadosi di pazienti cancerosi è tornato in auge in diverse cliniche americane e britanniche: anzi, è vista come una terapia legittima « per i pazienti che deliberatamente rifiutano la chemio» (così il dottor Julian Kenyon, direttore medico della Dove Clinic for Integrated Medicine, London e Winchester).
Una seria rivista scientifica, il “Proceedings of National Academy of Sciences”, ha pubblicato i risultati di un lavoro di vari scienziati che hanno comprovato come «dosi farmacologiche (cioè altissime) di ascorbato» siano riuscite a produrre «una riduzione di un aggressivo glioblastoma nel topo», ed anche tumori delle ovaie e del pancreas. I ricercatori non si peritano di raccomandare questa terapia su pazienti umani «con prognosi infausta e opzioni terapeutiche limitate». (Pharmacologic doses of ascorbate act) Qui il testo completo dello studio: Pharmacologic doses of ascorbate act as a prooxidant and decrease growth of aggressive tumor xenografts in mice
Il lavoro spiega anche il meccanismo d’azione della vitamina C.
Normalmente, anche in alte dosi, essa è un potente anti-ossidante, e in quanto tale un sostegno del sistema immunitario. In dosi ancora più alte, però, diventa un pro-ossidante: converte i radicali liberi in perossido di idrogeno, una sostanza (è l’acqua ossigenata, H2O2, in cui il secondo atomo di ossigeno facilmente si libera bruciando i tessuti) fortemente tossica per le cellule, in quanto ne danneggia la membrana. Senonchè, le cellule normali del corpo sono in grado di neutralizzare il perossido di idrogeno, grazie a un importantissimo enzima chiamato catalasi, che le cellule sane producono, anzi che è ubiquitario in tutti gli organismi animali e vegetali. (Catalasi)
Le cellule tumorali invece non sono capaci di produrre la catalasi, sicchè sono senza difesa davanti all’azione tossica del perossido, il prodotto di scarto della vitamica C in altissime dosi; le cellule cancerose verrebbero dunque uccise in modo selettivo, tanto più che l’acido ascorbico si concentra, com’è stato comprovato dagli esami del siero, preferenzialmente attorno ai tumori solidi piuttosto che nei tessuti sani, a causa della somiglianza chimica della vitamina C col glucosio, di cui le cellule tumorali sono ghiotte.
Se questo è vero, il trattamento con dosi altissime di acido ascorbico endovena otterrebbe quello che la chemioterapia promette e non mantiene: uccidere selettivamente le cellule cancerose, risparmiando invece i tessuti sani.
Vedo anche, spigolando qua e là, allusioni dei medici favorevoli a questo tipo di cura ad un « protocollo del Kansas», con precise linee guida indicate da una dottoressa Jeanne Drisko, che all’università del Kansas dirige il Programma di Medicina Integrata.
Dosi crescenti di vitamina C infuse in flebo « due volte la settimana» è il metodo seguito dal dottor Thomas Cowan, con il controllo della concentrazione della vitamina nel sangue immediatamente dopo l’infusione; «una volta raggiunti i livelli ottimali, si continua fino a quando constati una remissione (dell’avanzata della neoplasia); se la remissione si verifica, la terapia è continuata per sei mesi fino a un massimo di due anni, nello sforzo di cambiare l’intero corso della patologia».
La rivelazione del meccanismo d’azione dell’acido ascorbico in dosi farmacologiche non solo vendica Linus Pauling (che del meccanismo per cui la vitamina C aveva azione anti-tumorale non seppe dare ragione); ma anche, mi pare, in qualche modo rafforza la posizione dei credenti nella terapia alternativa a base di ascorbato di potassio. Come forse è noto a molti lettori, l’idea venne a un chimico fiorentino di nome Gianfranco Valsè Pantellini nel 1947, dopo aver fatto visita ad un amico orefice con cancro gastrico terminale. Trovò che il malato riusciva ormai a nutrirsi solo con limonate rese effervescenti dal bicarbonato; i medici gli davano poche settimane di vita. Invece, mesi dopo, il canceroso appariva guarito (morirà otto anni più tardi, di infarto). Pantellini vide che, per un errore del farmacista, il bicarbonato con cui l’orefice mescolava il suo succo di limone non era comune bicarbonato di sodio, ma di potassio. Errore felice: come intuì il chimico, mentre il sodio resta nei tessuti liquidi esterni alla cellula, sangue e siero, il potassio svolge un ruolo essenziale nei processi metabolici intra-cellulari, portando (per semplificare) la vitamina C direttamente all’interno delle cellule.
Gli effetti collaterali della terapia con acido ascorbico (frequenza di urinare, a volte lieve diarrea) non sono nemmeno paragonabili con gli effetti collaterali della chemio. Del resto, l’acido ascorbico è la sola vitamina che non provochi iper-vitaminosi, quasi che la natura (Dio?) l’avesse predisposta per le alte dosi prescritte dal Kansas Protocol.
La vitamina C ad alte dosi ha anche un costo incredibilmente modesto rispetto alla chemio. Una confezione con 5 fiale (5 cc.) costa 3,6 euro. Il costo diventa però ragguardevole quando si giunge ad infusioni quotidiane di 30 o 50 o 75 cc., sostenute per mesi.
E qui entra di nuovo in causa il mio medico di base che «non fa ricette di cure alternative». Ho provato a portargli lo studio sopra citato col meccanismo d’azione spiegato (l’esistenza della catalasi, penso, sarà una scoperta anche per molti dottori), ma ho commesso l’errore di portargli il testo inglese dello studio pubblicato dalla rivista dell’Accademia delle Science USA. Lui l’ha sventolato allontanandolo da sè come fosse un insetto molesto: «Sono sicuro che posso trovare decine di articoli che dicono il contrario». Il fatto è che non ci sono …
Ciò mi ha fatto meditare sulla formazione dei medici di base. Dopo la laurea, oberati dal lavoro per lo più burocratico, tutto il loro aggiornamento lo ricevono dagli informatori scientifici, ossia dai propagandisti e piazzisti delle aziende farmaceutiche, da esse pagati e sguinzagliati negli ambulatori con le borse di cuoio piene del nuovo farmaco brevettato da raccomandare, piccoli e grandi omaggi, offerte di partecipare a seminari sul nuovo farmaco a Portofino o a Lanzarote, pranzo cena e pernottamento, con signora.
Questa non è solo corruzione. La pratica propagandistica deforma la mentalità dei medici nel senso di rafforzare in loro una preferenza assoluta per i farmaci confezionati; per i farmaci di «grandi case farmaceutiche»; per i farmaci «nuovi» rispetto a farmaci vecchi, parimenti efficaci e spesso meno pericolosi (esempio in cardiologia: il Clopdigrel, o Plavix della Sanofi-Aventis, è un fluidificante del sangue più o meno efficace quanto l’aspirina, ma va controllato accuratamente perchè provoca danni al … midollo spinale).
Non esistono più medici – ma ho fatto a tempo a conoscerne almeno un paio – che compongono o propongono galenici. Per esempio, ci sono donne a Rimini che hanno gratitudine eterna per il mio ex suocero, un burbero medico croato che le salvò dallo sfiguramento di gravi ustioni, senza bisogno di ricorrere al chirurgo plastico, con una pomata di sua composizione (ne aveva ottenuto la formula da una zingara, diceva): una pomata per comporre la quale, però, il dottor Minak andava ogni mattina al macello a raccogliere midollo di bue fresco, cosa che la Sanofi-Aventis certo non fa.
Ho conosciuto medici che ancora prescrivevano pillole di calcio che altro non erano che polvere d’ossa, altro sottoprodotto di macelleria – fino a quando le pillole non sono scomparse dalle farmacie, perchè costavano troppo poco per fare profitto. Ho conosciuto ancora medici che curavano l’acne o altre foruncolosi con l’Ittiolo, tratto da scisti bituminosi, dal caratteristico odore di pesce affumicato; o prescrivevano, non ricordo per quale affezione, acido ursinico, tratto dal grasso d’orso. Erano cure efficaci; ma non conviene più produrle. Anche l’acido ascorbico iniettabile viene fabbricato da qualche piccola ditta praticamente su ordinazione.
Il mio medico sa solo che la vitamina C endovena «era un’idea di Pauling, ma superata». I nuovi studi non lo raggiungono, se non gliene parla il promotore scientifico della Merck o della Squibb.
Proverò a tornare alla carica, assicurandolo che non metterò la vitamina a carico della ASL – l’ente previdenziale dei giornalisti rimborsa persino l’omeopatia e gli integrativi, purchè li prescriva il medico curante – ma non ho molte speranze. La mia cura, presto o tardi, dovrà fermarsi per impossibilità dello scrivente ad avere la prescrizione firmata dal medico, di cui necessito. Confido più che mai nelle preghiere di tutti, e nella volontà di Cristo.
P.S.: Secondo le ultime notizie, la FDA (Food and Drug Administration) si appresta a vietare la somministrazione di acido ascorbico in vena, fra le proteste di diverse cliniche americane che già l’hanno adottata. Sarà curioso vedere quale scusa troveranno stavolta: effetti collaterali dell’unica vitamina che non produca iper-vitaminosi? A quando una valutazione degli effetti collaterali della Ciclofosfamide, la mostarda azotata vescicante che cominciò la sua carriera nelle trincee per avvelenare i soldati a migliaia?