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domenica 29 dicembre 2013

Harry Wu, il Solgenitsyn cinese

Harry Wu, il Solgenitsyn cinese


Controrivoluzionario, cattolico, reazionario, revisionista: con queste etichette, con queste genericissime accuse, che ricordano le condanne giacobine della rivoluzione francese, e l’articolo 58 del codice penale sovietico, milioni di uomini sono stati e sono rinchiusi a tutt’oggi nei campi di concentramento cinesi, senza processo alcuno.
Il regime li chiama “campi per la rieducazione attraverso il lavoro”, utilizzando la stessa terminologia ingannatrice dei nazionalsocialisti e dei sovietici.
L’unica differenza, scrive Harry Wu, è che i lager sono stati chiusi nel 1945, i gulag hanno continuato per altri decenni, mentre i lager cinesi, sono ancora in perfetta salute, cinquant’anni dopo l’ascesa al potere di Mao. Morirò contento, scrive Harry Wu nella prefazione alle sue straordinarie e imperdibili memorie[1], quando la parola laogai apparirà sui dizionari di tutte le lingue del mondo”; quando l’Occidente non fingerà più di non vedere, per interessi economici e per l’astuta propaganda di quei “nostalgici comunisti di tutti i paesi” che, ancora “occupati a occultare tenacemente il gulag sovietico”, non possono tollerare “l’ulteriore conoscenza della realtà concentrazionaria socialista in veste cinese”.
La storia di Harry Wu è quella di un ragazzo di buona famiglia, il cui padre, banchiere a Shanghai, ha studiato in una scuola cristiana e appartiene alla “classe medio alta occidentalizzata”. Allo scoppio della rivoluzione maoista il padre di Harry non vuole scappare, ma pensa che continuerà a servire il nuovo governo, da fedele patriota. Non sa che la semplice appartenenza alla borghesia costituisce per Mao un peccato originale incancellabile, da pagare tutta la vita con l’emarginazione e la persecuzione. Harry frequenta le scuole dei Gesuiti con grande entusiasmo: “Ciò che più mi affascinava di quella religione straniera -ricorda- era la gentilezza, l’onestà e la serenità dei preti”. Ma ben presto i sacerdoti come padre Capolito, che ha introdotto Wu all’amore per le materie scientifiche, vengono scacciati dal paese, e nelle scuole prendono il sopravvento “due nuovi corsi: uno sulla teoria di Darwin e l’altro sulla teoria di sviluppo sociale marxista”.
Per eliminare i missionari cristiani, per cancellare il buon ricordo che il popolo aveva di loro, il governo comunista provvede a spargere a piene mani calunnie, spiegando che nella chiese della città i sacerdoti, “lupi in abiti religiosi” , ammassavano armi, segno evidente del loro essere “spie ed agenti degli imperialisti”; che negli orfanotrofi gestiti da religiosi i bambini non venivano affatto curati, ma lasciati morire di fame; e, infine, che esistevano “relazioni intime tra preti stranieri e donne cinesi”.
Mentre il mondo intorno a lui cambia vertiginosamente, Wu decide di iscriversi all’Istituto di Geologia di Pechino. Il suo interesse è lo studio, ma ben presto si rende conto che il Partito vuole prendersi la vita dei giovani: le sedute per studiare i documenti del partito si alternano ai saggi autobiografici che ognuno deve scrivere periodicamente per svelare le sue idee, i suoi pensieri e la storia della sua famiglia. Tutto può essere usato contro di te, o perché hai omesso di denunciare il padre “capitalista”, o semplicemente perché non lo deplori abbastanza, o perché non hai ancora una coscienza sufficientemente rivoluzionaria e conservi residui di “mentalità borghese”. In un modo o nell’altro il povero Wu, durante la Campagna dei Cento Fiori, in cui Mao  ha chiesto ai cinesi di esprimersi liberamente sui suoi primi anni di governo, si permette qualche piccola critica all’operato del Partito. Diventa così un “controrivoluzionario di destra”, ed è chiamato a scrivere un’autocritica dietro l’altra, da presentare ai suoi superiori, a partecipare a “sessioni di lotta” in cui deve auto-accusarsi dinanzi ai compagni – ammettendo di essere cresciuto in una famiglia ricca, di aver condotto una vita agiata, di aver dedicato tempo allo sport, inutile per i bisogni delle masse-, e in cui i compagni fanno a gara ad inveire contro la vittima designata di turno.
Il suo destino è dunque segnato: viene inviato in campi di lavoro forzati, senza sapere bene né il perché né la durata della condanna.  Per ben 19 anni vivrà in luoghi dalle condizioni di vita impossibili, aziende agricole e miniere di stato, senza alcun diritto, soffrendo la fame, le percosse, le umiliazioni più terribili, sempre nel terrore di nuove condanne.  Il sistema fa infatti in modo che nei laogai tutti diventino nemici: non si può parlare con gli altri detenuti, formando piccoli gruppetti, altrimenti si viene etichettati come “cricca rivoluzionaria”, con pene durissime; i capi invitano alla delazione, e i prigionieri si accusano a vicenda per dimostrarsi ligi al partito e meritare un boccone in più. Molti muoiono di fame, altri di diarrea, dissanguati, altri si suicidano. Si vive in mezzo ai propri escrementi, spesso rinchiusi in celle piccolissime, dove si sta a malapena, rannicchiati su se stessi. Intere pagine sono dedicate ai tentativi di procurarsi un cavolo o una vecchia carota, di nascosto; agli scavi per rubare i depositi di cibo dei topi; alla descrizione di compagni di prigionia ormai incapaci di controllare gli sfinteri e morti, nelle latrine, di dissenteria. Vi sono descrizioni struggenti di prigionieri che si siedono e iniziano a descrivere e ad immaginare cibi succulenti, vivande saporite, fingendo di assaggiarle, di gustarle veramente.
Eppure, in mezzo a questa disperazione, alla lotta di tutti contro tutti, Wu non si arrende, non si rassegna a perdere ogni umanità, a divenire un bruto attento solo alla sua sopravvivenza: il suo diario è pieno di domande, sul perché di tanto dolore (“Qualcosa dentro di me gridava: dove è il mo Dio, mio Padre? Aiutami. Guidami. Benedicimi”), ma anche di tentativi di alleviare la sofferenza dei compagni, di combattere il proprio egoismo, di rendere più umano il rapporto con gli altri detenuti, di non perdere del tutto generosità e compassione. Ogni volta che acquista una posizione all’interno del campo, e riceve un ruolo di qualche importanza, si accende nel suo animo una lotta immensa: mantenere i privilegi raggiunti, magari a scapito degli altri, oppure rispettare la giustizia? “Avevo perduto i miei privilegi, scrive ad un certo punto, riferendosi proprio ad un gesto di generosità che gli era costato la fiducia del suo superiore, ma avevo riconquistato il rispetto di me stesso”.
Leggere la vita di Wu, non è analizzare la storia della lotta politica allo schiavismo, impossibile in certe condizioni, ma osservare e contemplare la lotta umana, spirituale, di un uomo, in questo caso di un cristiano, che non vuole perdere la Speranza, di fronte al dolore, all’assurdità, all’egoismo che inevitabilmente si rafforza quando si è in condizioni disperate, e che nello stesso tempo vuole contrastare con la sua visione religiosa dell’uomo e della sua dignità, quella concezione materialistica che è all’origine dei Laogai e dello sfruttamento sistematico dell’uomo sull’uomo.  La vita umana qui non ha valore -pensa Wu-, non è più importante della cenere di sigaretta sparsa nel vento. Ma se la vita di una persona non ha valore, allora anche la società che foggia questa vita non ha valore. Se la gente non è altro che polvere (secondo il materialismo marxista, ndr), allora la società non vale nulla e non merita di continuare. E se la società rischia di non continuare, tocca a me fare qualcosa per impedirlo. In quel momento seppi che non potevo morire. Ad un certo punto Wu riporta un interessante diaologo con un suo carceriere di nome Yang:
“ ‘Bene’, replicò…Poi il suo tono cambiò. “Ho letto il tuo fascicolo. Sei cattolico?”…Secondo la dottrina comunista si poteva diventare un vero marxista soltanto dopo aver rinunciato a qualsiasi fede in Dio. A partire dal 1950, cristiani, buddisti e musulmani erano stati ferocemente attaccati in una serie di movimenti politici nazionali. Avevo visto alcuni dei miei insegnanti criticati e condannati per aver diffuso il veleno di una fede straniera. Ci si aspettava che i comunisti fossero materialisti e atei, e io sapevo che il capitano Yang mi stava sfidando a ripudiare la mia fede dell’infanzia. “Quando ero piccolo, risposi cauto, sono stato battezzato a scuola”. “Che cosa è il battesimo?”, replicò con sarcasmo. “Non è come un bagno o una doccia?”. Yang era una persona ignorante, ma ora stava giocando con me al gatto e al topo. Anche se ero un suo favorito, percepivo la sua crudeltà. Scuotendo le spalle risposi con noncuranza. “Non ne sono sicuro, ma penso sia una cerimonia seria”. “I cattolici dicono che l’essere umano è stato creato da Dio. Come ha fatto? Ha preso semplicemente della terra in mano e vi ha soffiato sopra, come una specie di magia?”. Per quanto remote fossero ormai le mie credenze cattoliche, mi sentii assalire dalla rabbia e decisi che dovevo mettere fine a quella conversazione. “Lei è un membro del partito”, cominciai, rispettosamente. “Deve per forza essere materialista”. Annuì. “Mi direbbe da dove vengono gli esseri umani?”. Sicuro di sé, sembrò soddisfatto dell’opportunità per educarmi. “Gli uomini, sentenziò, si sono evoluti dalle scimmie”. Mi finsi ignorante. “Allora significa che la scimmia era un nostro antenato?”. “Credo di sì”. “Allora quando vado allo zoo, posso vedere i suoi progenitori?”. La faccia di Yang si rannuvolò. “Una scimmia è una scimmia; i miei antenati sono i miei antenati. C’è qualche collegamento. Non sono esattamente sicuro…”. Anch’io assunsi un’espressione confusa, ma dentro di me mi ritenevo soddisfatto…L’unica differenza tra quest’uomo e le scimmie, pensai, è che le scimmie non fumano sigarette. Per la prima volta riconobbi pienamente i miei sentimenti di disprezzo verso il mio padrone. “Comunque, continuò Yang, il tuo Dio non ti è d’aiuto qui”. “Come lo sai?”, chiesi. “Non può tirarti fuori di qui e non può procurarti del cibo”, riprese Yang. “E’ vero, ripresi cauto, ma non mi ha realmente lasciato solo. E mi offre un altro tipo di cibo”. “A che serve?”, insistette Yang. “Penso che prima o poi lo abbandonerai”. “Un giorno abbandonerò la mia vita corporale, ma non quella spirituale”, affermai serenamente. In quel momento di prova, sentivo la mia  fede in Dio rafforzarsi e riaffermarsi. “Sei molto testardo! Hai una lunga strada da fare per riformarti…”, conclude il capitano Yang.
Nella barbarie più cupa, un uomo che mantiene il senso del divino e della dignità umana, e che, una volta libero, continua a lottare per la giustizia e per la liberazione dei fratelli, è un miracolo di cui stupirsi e di cui ringraziare. Un miracolo che la fede, in questo caso ed in moltissimi altri, ha reso possibile.

[1] Harry Wu, “Controrivoluzionario. I miei anni nei lager cinesi”, San Paolo, Milano, 2008.
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