COME SONO LE CARCERI CINESI: Testimonianza diretta di Don Pietro sacerdote cinese,in esclusiva.
di Gianni-Taeshin Da Valle | 3 dicembre 2013 10:49
Noi della Laogai Research
Foundation abbiamo fatto conoscenza con un sacerdote cinese ora
ultraottantenne, don Pietro, che vive in Italia. E’ molto riservato e
desidera mantenere l’anonimato, ma ci ha permesso di pubblicare alcuni
ricordi agghiaccianti che hanno segnato la sua vita.
Proponiamo ai nostri
lettori questa testimonianza di prima mano: perdoneranno qualche
imprecisione stilistica a una persona che non ha piena padronanza della
lingua. A noi sembra una “profanazione” toccare o correggere qualche
cosa di forma, di fronte a tale sostanza…
Quando ero bambino, ogni attività
religiosa in Cina era proibita. L’intera Cina era come avvolta dalla
brutalità e dalla repressione che il governo esercitava verso ogni forma
di religione. Tutte le chiese e i templi erano stati chiusi; i
missionari stranieri erano stati espulsi; i sacerdoti, i monaci buddisti
e gli imam erano sotto stretto controllo e molti capi religiosi furono
condannati a morte con pretesti falsi di reati inventati ad arte per
poterli accusare. La maggior parte degli esponenti religiosi del tempo
fu incarcerata e mandata ai lavori forzati.
Appena cominciai ad avere l’uso della
ragione, mia nonna di nascosto iniziò a insegnarmi le preghiere
fondamentali del cristiano, come il Padre Nostro, l’Ave Maria ecc. Mio
padre mi faceva imparare a memoria il catechismo “a domande e risposte”.
Vedevo che mia nonna tutte le sere
usciva di casa portando con sé una lampada a cherosene. Allora io non
comprendevo, anzi scherzando con lei dicevo: ”Nonna, la prossima volta
che vai a divertirti la sera, porta anche me!”. Solo dopo ho saputo che
per convincere i miei genitori e mia nonna a rinnegare la fede, il
governo li costringeva a frequentare le sessioni di correzione del
pensiero, il cosiddetto lavaggio del cervello, e se non rinunciavano a
professarsi cattolici venivano anche sottoposti a pene corporali.
Nonostante ciò, noncuranti delle
pressioni ricevute, quando tornavano a casa dalla scuola del governo,
mia nonna e i miei genitori riprendevano a insegnarci le preghiere e a
trasmetterci la fede.
Crescendo ho cominciato ad andare a
scuola e a conoscere, a poco a poco, la società in cui vivevo, e a tale
proposito mi torna in mente un altro episodio: quando conobbi il nostro
parroco; ma non in chiesa, bensì in un bagno. Il governo aveva dato
ordine al parroco di venire tutti i giorni nella nostra scuola per
pulire i bagni; non pensate però ai bagni come sono in Occidente, erano
latrine e bisognava spalare lo sterco, un lavoro che nessuno voleva
svolgere perché era sia sporco, sia faticoso, ed era considerato
umiliante.
Fu allora che tra i miei compagni di
scuola cominciò a circolare la voce che quello era un “prete”. Da quel
momento e non so per quanti anni, ho pensato che fare il prete
significava spalare lo sterco.
Una sera mia nonna prima di addormentarsi, mi disse che sperava che io da grande potessi fare il prete; io immediatamente sobbalzai affermando che non avevo proprio nessuna intenzione di spalare lo sterco per tutta la vita!
Una sera mia nonna prima di addormentarsi, mi disse che sperava che io da grande potessi fare il prete; io immediatamente sobbalzai affermando che non avevo proprio nessuna intenzione di spalare lo sterco per tutta la vita!
In decenni di persecuzione, molti
sacerdoti e fedeli per difendere la propria fede hanno pagato con il
prezzo della vita; non si sa quanti vescovi, sacerdoti, suore e fedeli
laici morirono per la fede; fino ad ora nessuno ha potuto fare
statistiche e resoconti dettagliati. Però come dice Tertulliano, “il
sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani” e queste parole si sono
avverate in Cina.
Nel 1979 la Cina cominciò ad aprirsi
verso l’esterno e il governo alleggerì il suo controllo sulla Chiesa;
sacerdoti che erano stati in carcere furono liberati e dichiarati
innocenti; riaprirono le chiese che erano state chiuse per tanti anni.
Ci fu un periodo di grande fioritura, di battesimi e di vocazioni.
Mi ricordo della prima Messa a cui
assistetti, nel 1980. Nella Chiesa universale già da tempo si usavano le
lingue locali per la celebrazione eucaristica, ma noi non lo sapevamo e
comunque non esistevano messali in cinese. I nostri sacerdoti, anziani,
avevano sempre detto la Messa in latino e così fecero anche nel 1980 e,
benché noi non capivamo assolutamente nulla, una folla immensa
partecipava alla Messa quotidiana; ci riunivamo in piazza ed eravamo
così stipati l’uno all’atro che non potevamo neanche farci il segno
della croce: se si alzava il braccio per tracciare il segno di croce,
poi non c’era lo spazio per riportarlo giù!
Una volta il sacerdote nella predica
sottolineò particolarmente la frase del Vangelo “La messe è molta, ma
gli operai sono pochi” ed io mi sentii commosso. La mia terza sorella
maggiore stava entrando in una congregazione religiosa per farsi suora e
mi consigliò di andare in seminario per diventare sacerdote.
Però anche in quell’epoca essere prete
voleva dire avere sicuramente molti problemi, come essere arrestato e
messo in carcere, e sapevo chiaramente che in prigione avrei sofferto
molto; dico la verità, avevo molta paura. Ero preoccupato che, una volta
arrivato il momento, non avrei saputo sopportare la durezza del carcere
e sarei stato occasione di vergogna per la Chiesa. Fin da piccolo nella
mia famiglia non avevo mai sofferto e non sapevo quanto avrei
resistito.
Alla fine comunque decisi di entrare in
seminario e, dopo 6 anni, fui ordinato sacerdote. Poiché appartenevo
alla Chiesa fedele al Papa, in pochi anni di servizio ministeriale fui
arrestato e rilasciato più volte e in totale sono stato in prigione 8
anni (l’ultima volta, la più lunga, per 7 anni consecutivi).
Condividerò con voi qualcosa della mia
vita in prigione per farvi comprendere di più la grandezza di quei santi
che hanno dato la vita per Cristo.
Forse potreste domandarvi: “Come saranno le carceri cinesi? Come viene trattato un prete in carcere?”
Vi descriverò l’ambiente del carcere e le mie impressioni a partire dalla vista, dall’udito, dal gusto e dall’olfatto.
Prima vi dico cosa ho visto. Ogni
persona nuova che entrava in carcere, nei primi giorni veniva picchiata e
oltraggiata dai prigionieri “più anziani”; inoltre, ogni giorno vedevo i
prigionieri con il corpo martoriato dalle botte della polizia. Per un
prete come me, che tutto il giorno era abituato a parlare di amore e di
pace, assistere a queste azioni malvage senza poterle fermare era una
fonte di grande dolore. Tutto il giorno ero costretto a vedere
poliziotti feroci, prigionieri come barbari, la cella lurida, e tutto
questo generava una grande ansia.
Ogni giorno dovevamo sentire i canti
patriottici che venivano sparati dagli altoparlanti. Non immaginate che
fosse una bella musica, piacevole per le orecchie; era rumore assordante
urlato con le trombe che non era possibile spegnere o sfuggire.
Sentivo inoltre gli improperi, il rumore
delle percosse, gli insulti, le parolacce, oltre alle notizie di tante
ingiustizie che venivano compiute. Potete immaginare cosa provasse il
mio cuore, io che ero abituato al rispetto e alla buona educazione.
Ancor più difficile descrivere il cibo.
Anche gli alimenti di base erano del tutto insufficienti, per non
parlare poi dell’igiene! La verdura non è mai stata lavata e nei cibi
che ci portavano c’era terra e larve e insetti. La più forte sensazione
che provavo ogni giorno era la fame.
La cosa più insopportabile però era la puzza.
In una stanza di pochi metri quadrati
erano sistemati 8 uomini; ci davano un breve momento “d’aria” e poi
tutto il resto del tempo eravamo rinchiusi dentro alla cella dove tutti
fumavano eccetto me.
Appena arrivato in prigione, poiché il
mio fisico non riusciva a contrastare tutto questo improvviso fumo
passivo, caddi privo di sensi per giorni. Mi ricordo che una volta, per
un certo tempo, nella nostra cella di 8 persone ne vennero sistemate
altre 15 tutte insieme: a questo punto l’aria non si muoveva più e ci
fecero anche dormire a turno: a mezzanotte quando avevi cominciato a
prendere sonno, venivi svegliato e dovevi lasciare il turno di sonno a
un altro.
In questo tipo di ambiente io ero quasi impazzito.
Il mio spirito non trovava un equilibrio
e questo non faceva altro che accrescere la sofferenza. Se avessi
compiuto qualche delitto, come i miei compagni di prigionia, forse
sarebbe stato più facile per me accettare questo ambiente, ma io non
avevo fatto nulla contro la legge.
In quel momento non riuscivo ad accettare la grande frustrazione e lo spaventoso ambiente di vita in cui mi trovavo (anche se molto spesso sognavo la Passione di Gesù). Pensavo alla morte e d’altra parte pregavo per avere la grazia di poter vivere. Suicidarmi era contrario al comandamento di Dio e neanche il governo mi dava occasione di morire. Veramente si compiva un detto cinese: “Implori la vita e non riesci a vivere, implori la morte e non la ottieni”.
In quel momento non riuscivo ad accettare la grande frustrazione e lo spaventoso ambiente di vita in cui mi trovavo (anche se molto spesso sognavo la Passione di Gesù). Pensavo alla morte e d’altra parte pregavo per avere la grazia di poter vivere. Suicidarmi era contrario al comandamento di Dio e neanche il governo mi dava occasione di morire. Veramente si compiva un detto cinese: “Implori la vita e non riesci a vivere, implori la morte e non la ottieni”.
Dopo un periodo di sofferenza e di
lotta, mi offrii di nuovo interamente al Signore, senza serbare nulla.
Con ancora più fermezza rispetto al giorno della mia ordinazione potei
sentire nel mio spirito che “se muoio è per testimoniare il Vangelo, se
vivo è per esaltare la gloria di Dio”.
Dopo aver pregato profondamente, il mio
cuore a poco a poco si pacificò; l’idea di morire sparì e lentamente
cominciai a cercare occasioni per parlare ai compagni di cella della
fede, di Gesù, del senso della vita e della morte. Essi man mano furono
impressionati da questo “narratore di storie” che ero diventato e dalla
saggezza del Vangelo che non avevano mai ascoltato prima. Dopo pochi
mesi il nostro ambiente di vita era cambiato; non si vedeva più che i
prigionieri anziani picchiassero i nuovi arrivati e poiché i nuovi
venivano rispettati, anche loro stessi iniziarono a rispettare quelli
che erano arrivati da più tempo.
Cominciarono tutti ad avere cura l’uno dell’altro e a fare le pulizie
della cella; i prigionieri fumatori, per quanto possibile fumavano solo
all’aperto durante l’ora d’aria; il cambiamento stupiva anche le guardie
che ci sorvegliavano.
Predicare il Vangelo nelle prigioni
cinesi è contrario alle leggi del carcere e si prevedevano delle pene
corporali. In questa situazione di pericolo, ogni giorno, mentre
predicavo il Vangelo, c’era sempre uno dei carcerati di turno per
osservare e ascoltare i movimenti, se ci fossero poliziotti che venivano
a fare un controllo e, non appena sentiva qualche rumore,
immediatamente faceva un segnale per farmi smettere.
Pur di ascoltare i Vangelo tutti
cooperavano con un grande spirito di corpo. Dopo pochi mesi molti di
loro chiesero di essere battezzati per entrare nella Chiesa e
successivamente, secondo le circostanze, una volta usciti li indirizzavo
a cercare il loro parroco per approfondire e proseguire il
catecumenato.
Predicare il Vangelo in prigione mi ha
dato una grande gioia e mi ha fatto anche trovare la missione che Dio mi
aveva affidata: mi aveva inviato in carcere per lavorare per questi
uomini che non avevano mai ascoltato il Vangelo di Gesù Cristo e che ne
avevano estremo bisogno; essi con l’aiuto del Vangelo cambiarono
profondamente la loro vita e anche io avevo ottenuto una forza
straordinaria dal Cielo.
Quando l’uomo è profondamente disperato,
nella sofferenza e senza nessun aiuto umano, naturalmente può
rafforzare la propria fiducia in Dio. La mia esperienza mi ha dato un
grande insegnamento e convinzione: se si confida in Dio nel momento
della difficoltà, questa può attenuarsi moltissimo, consegnarsi
completamente al Signore nel momento della difficoltà può ottenere la
vera pace in Dio.
Posso anche dire che se non mi avesse
sostenuto la fede, non sarei uscito vivo dal carcere. Invece così, non
solo ho passato 8 anni in un carcere terrificante, ma con il sostegno
della fede posso dire anche di aver trascorso felicemente 8 anni di
“ritiro spirituale”.
Nella Chiesa cinese di oggi, abbiamo
moltissimi santi che arrivano fino al sacrificio della vita; la
sofferenza che essi sopportano è molto più forte della mia, ma quello
che noi celebriamo è che, nella loro morte, essi hanno ottenuto una
corona di gloria. Rimpiango di non aver avuto la grazia di morire per
Cristo, ma spero che, attraverso la preghiera, il Signore me la conceda
in futuro, a gloria del Suo nome.
Don Pietro
Laogai Research Foundation, 03/12/2013
URL Fonte:
http://www.laogai.it/persecuzione-religiosa/come-sono-le-carceri-cinesi-testimonianza-diretta-di-don-pietro-sacerdote-cinesein-esclusiva/
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