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venerdì 4 settembre 2020

Perché resto nella Chiesa?

 Perché resto nella Chiesa?

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Marco Tosatti

Carissimi Stilumcuriali, un amico del nostro sito, Antonio Cafazzo, ha trovato su un sito spagnolo, e l’ha tradotto, questo documento di Joseph Ratzinger, giovane teologo, qualche anno dopo il Concilio Vaticano II. Lo ringraziamo per la fortunata scoperta, e il suo lavoro, e pensiamo che sia interessante leggerlo oggi, scoprendo come già cinquant’anni fa confusione, turbamenti e perplessità non mancassero. Buona lettura. 

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Perché resto nella Chiesa?

 

Oggi ci sono molte ragioni opposte per non rimanere nella Chiesa. Sono tentati di voltare le spalle alla Chiesa non solo quelli a cui la fede appare troppo retrograda, troppo medievale, troppo ostile al mondo e alla vita, ma anche chi ha amato l’immagine storica della Chiesa, la sua liturgia, la sua indipendenza dalle mode passeggere, il riflesso dell’eterno visibile sul suo volto. Costoro hanno l’impressione che la Chiesa stia per tradire la sua specificità, per vendersi alla moda del tempo e quindi perdere la sua anima. Sono disillusi come l’amante tradito e quindi pensano seriamente di voltargli le spalle.

D’altra parte, ci sono anche motivi contraddittori per rimanere nella Chiesa.

Vi rimangono non solo coloro che credono fermamente nella loro missione o che non vogliono abbandonare una vecchia e amata usanza anche se ne fanno poco uso, ma soprattutto e specialmente coloro che rifiutano tutta la sua realtà storica e lottano apertamente contro i contenuti che i loro ministri cercano di dare e conservare. Nonostante vogliano eliminare ciò che la Chiesa era ed è, non cercano di uscire da essa, perché sperano di trasformarla in ciò che pensano dovrebbe essere.

 

1- Riflessioni preliminari sulla situazione della Chiesa.

 

Confusione.

La Chiesa si trova in una situazione di confusione, in cui i motivi pro o contro non solo si mescolano nel modo più strano, ma sembra impossibile raggiungere un’intesa. La diffidenza regna soprattutto perché la permanenza nella Chiesa non ha più il carattere chiaro e inequivocabile che aveva una volta e nessuno crede nella sincerità degli altri.

Le parole piene di speranza di Romano Guardini del 1921 – “è iniziato un evento di grande importanza: la Chiesa si sta risvegliando nelle anime” – appaiono anacronistiche. Oggi, al contrario, la frase dovrebbe essere cambiata in: “è iniziato un evento di grande importanza: la Chiesa si spegne nelle anime e si disintegra nelle comunità”. In mezzo a un mondo che tende all’unità, la Chiesa è dispersa in risentimenti nazionalistici, nell’esaltazione di ciò che è suo e nella denigrazione di ciò che non lo è. Tra i difensori della laicità e la reazione di chi è troppo attaccato al passato e all’esterno, tra il disprezzo della tradizione e l’esagerata fedeltà alla lettera, non sembra esserci possibilità di equilibrio; l’opinione pubblica assegna inesorabilmente a ciascuno il proprio posto; ha bisogno di posizioni chiare e precise e non può intrattenere alcun tipo di sfumatura: chi non è a favore del progresso è contrario; o si è conservatori o progressisti.

Grazie a Dio, la realtà è diversa: tra questi due estremi ci sono anche oggi credenti silenziosi e quasi senza voce, che in tutta semplicità compiono la vera missione della Chiesa anche in questo momento di confusione: l’adorazione e la pazienza nella vita quotidiana, la parola di Dio. Ma nell’immagine che si ha della Chiesa questi non hanno posto; quella vera Chiesa non è visibile, ma è profondamente nascosta dalle manovre degli uomini.

Questo dà una prima indicazione del contesto in cui si pone la domanda: perché rimango nella Chiesa?

Per dare una risposta adeguata dobbiamo prima analizzare quel contesto, in cui la parola “oggi” entra a pieno titolo nell’argomento, e poi approfondire le ragioni della situazione attuale.

Come è stato possibile raggiungere una situazione così strana di confusione nel momento in cui ci si aspettava una nuova Pentecoste? Come è stato possibile che proprio quando il Concilio sembrava raccogliere i frutti maturi degli ultimi decenni, questa pienezza abbia improvvisamente lasciato il posto a un vuoto sconcertante? Cosa è successo perché dal grande impulso verso l’unità sia emersa la disintegrazione?

Vorrei cercare di rispondere utilizzando un confronto che possa farci scoprire qual’è il nostro compito e, allo stesso tempo, dare un’idea delle ragioni che rendono possibile un sì o un no.

Sembra che nel nostro sforzo di raggiungere una comprensione della Chiesa, seguendo le orme del Concilio che ha lottato così duramente per essa, siamo diventati così vicini alla Chiesa che non siamo più in grado di vederla nel suo insieme; come se i primi edifici ci impedissero di vedere la città e i primi alberi ci impedissero di abbracciare con lo sguardo l’intera foresta. La situazione alla quale la scienza ci ha portato rispetto a molti aspetti della realtà, si ripete ora anche con la Chiesa. Vediamo i dettagli così da vicino e minuziosamente che non siamo in grado di contemplare il tutto. Quello che abbiamo guadagnato in precisione l’abbiamo perso nella verità.

 

Quando guardiamo un pezzo di albero al microscopio, ciò che vediamo è indubbiamente esatto, ma la verità potrebbe essere nascosta se dimentichiamo che un dettaglio non è solo un dettaglio, ma che esiste in un insieme, che, sebbene non visibile al microscopio, è ugualmente vero, anche più vero del dettaglio preso isolatamente.

 

Riforme.

Ma mettiamo da parte i paragoni. La prospettiva contemporanea ha determinato la nostra visione della Chiesa, tanto che oggi vediamo la Chiesa praticamente solo dal punto di vista dell’efficacia, preoccupati di scoprire cosa possiamo far con lei. I prolungati sforzi per riformare la Chiesa ci hanno fatto dimenticare tutto il resto.

Per noi oggi non è altro che un’organizzazione che può essere trasformata e il nostro grande problema è determinare quali cambiamenti la renderanno “più efficace” per i particolari obiettivi che ciascuno propone.

 

Mettendo le cose in questo modo, il concetto di riforma ha subito una profonda degenerazione nella coscienza collettiva privandolo del suo nucleo centrale. La riforma, infatti, nel suo significato originario, è un processo spirituale, totalmente vicino a un cambiamento di vita e di conversione, che entra pienamente nel cuore del fenomeno cristiano: solo attraverso la conversione si diventa cristiani; questo vale sia per la propria vita che per la storia di tutta la Chiesa. Vive come Chiesa nella misura in cui rinnova incessantemente la sua conversione al Signore, evitando di chiudersi in se stessa e nei suoi costumi più cari, così facilmente in contrasto con la verità.

Quando la Riforma si sradica da questo contesto, dallo sforzo e dal desiderio di conversione, quando la salvezza è attesa solo dal cambiamento degli altri, dalla trasformazione delle strutture, da forme sempre nuove di adattamento ai tempi, forse si raggiunge una certa utilità immediata per il momento, ma nel complesso la Riforma diventa una caricatura di se stessa, capace di cambiare solo le realtà secondarie e meno importanti della Chiesa.

Non sorprende, quindi, che la Chiesa stessa appaia alla fine come qualcosa di secondario. Tutto ciò ci aiuta a comprendere il paradosso che nasce dai tentativi di rinnovamento che sono caratteristici del nostro tempo: gli sforzi per ammorbidire la rigidità delle strutture, per correggere le forme dell’apparato ecclesiastico che hanno avuto origine nel Medioevo o ancor più nei tempi dell’assolutismo, per liberare la Chiesa da tali interferenze e per consentirle di servire in modo più semplice e conforme allo spirito del Vangelo, hanno infatti portato a una sopravvalutazione dell’elemento istituzionale della Chiesa che non ha precedenti nella sua storia.

Le istituzioni e gli apparati ecclesiastici sono certamente oggetto di critiche radicali come mai prima d’ora, ma assorbono anche l’attenzione con un’esclusività più accentuata di prima, tanto che per molti la Chiesa si riduce a questa realtà istituzionale. La questione della Chiesa si pone in termini di organizzazione. Non si vuole che un meccanismo così ben organizzato non abbia successo, ma si ritiene per molti versi inadeguato a raggiungere gli obiettivi che gli sono stati assegnati.

Dietro a tutto questo c’è il problema centrale della crisi della fede. Con il suo raggio d’azione la Chiesa esercita la sua influenza sociologicamente al di fuori della cerchia dei suoi fedeli, e l’istituzionalizzazione di questa falsa situazione la allontana profondamente dalla sua vera natura. La pubblicità derivata dal Concilio e la prospettiva di un possibile riavvicinamento tra credenti e non credenti, che ha dato fatalmente l’impressione di realtà, ha radicalizzato al massimo questa alienazione.

Molte volte il Concilio è stato applaudito anche da coloro che non intendevano diventare credenti nel senso della tradizione cristiana, ma che hanno accolto questo “progresso” della Chiesa come una conferma delle proprie scelte e dei percorsi da loro intrapresi.

Allo stesso tempo bisogna riconoscere che all’interno della Chiesa la fede è entrata in una fase agitata di effervescenza. Il problema della mediazione storica pone l’antico credo in una luce incerta e ambigua, con la quale le verità perdono i loro contorni; d’altra parte, le obiezioni delle scienze naturali e ancor più della concezione moderna del mondo animano questo processo. I limiti tra l’interpretazione e la negazione delle principali verità diventano sempre più difficili da riconoscere.

Ad esempio, cosa significa veramente “risorto dai morti”? Chi sono quelli che credono, interpretano o negano? E mentre si discutono i limiti dell’interpretazione, il volto di Dio diventa sempre più offuscato. La “morte di Dio” è un processo del tutto reale, che si installa oggi nel cuore stesso della Chiesa. Dio muore nel cristianesimo, così sembra. Infatti, dove la Risurrezione passa da evento di una missione vivida a immagine obsoleta, Dio non agisce più. Ma Dio agisce davvero? Questa è la domanda che sorge immediatamente. Ma può esserci qualcuno così reazionario da accettare letteralmente l’affermazione “è risorto”?

In questo modo, ciò che per uno è solo progresso, è per un altro incredulità e ciò che prima era inconcepibile, oggi è qualcosa di normale; persone che molto tempo fa avevano abbandonato il credo della Chiesa, si considerano in buona fede come autentici cristiani progressisti. Secondo loro l’unico criterio per giudicare la Chiesa è la sua efficienza.

Ciò che resta da stabilire, tuttavia, è quale sia la vera efficienza e per quali scopi debba essere utilizzata: per criticare la società, per aiutare lo sviluppo, per incoraggiare la rivoluzione, o forse per le celebrazioni della comunità? In ogni caso dobbiamo partire dalle fondamenta, perché inizialmente la Chiesa non è stata progettata per questo e infatti nella sua forma attuale non è preparata per questi obiettivi.

 

E così il disagio aumenta sia nei credenti che nei non credenti. Il diritto di cittadinanza che l’incredulità ha acquisito nella Chiesa rende la situazione sempre più insopportabile per entrambi. Particolarmente tragico è il fatto che tutto ciò ha posto il programma di riforma in una straordinaria ambiguità e per molti irrisolvibile.

Naturalmente, si può obiettare che non tutto il panorama si presenta con tali nubi nere. Negli ultimi anni sono nate e maturate molte realtà positive che non è giusto mettere a tacere: la nuova liturgia più accessibile alla gente, la sensibilità ai problemi sociali, una migliore comprensione tra i cristiani separati, meno paura per una falsa concezione letterale della fede e molte altre cose.

Questo è certamente vero e non può essere minimizzato; ma non riflette esattamente l’atmosfera generale della Chiesa. Al contrario, anche tutto questo è stato inficiato dall’ambiguità dovuta alla scomparsa dei confini precisi tra fede e incredulità. Solo all’inizio sembrava che la conseguenza di questa scomparsa potesse essere considerata come qualcosa di liberatorio. Oggi è chiaro che da un tale processo, nonostante tutti i segni di speranza, invece di una Chiesa moderna ne è emersa una profondamente lacerata e problematica.

Dobbiamo ammetterlo senza restrizioni: il Vaticano I aveva descritto la Chiesa come il signum levatum in nationes, come lo stendardo escatologico visibile da lontano che convocava e riuniva gli uomini. Secondo il Concilio del 1870, era il segno atteso da Isaia (11, 12), il segno che anche da lontano tutti potevano riconoscere e che indicava chiaramente tutta la strada da percorrere. Con la sua meravigliosa propagazione, la sua eminente santità, la sua fecondità per tutto ciò che è stato buono e la sua profonda stabilità, ha rappresentato il vero miracolo del cristianesimo, la migliore prova della sua credibilità di fronte alla storia (1).

Oggi sembra vero il contrario: non una comunità meravigliosamente diffusa, ma un’associazione stagnante, che non è riuscita a superare i confini dello spirito europeo e medievale; non più una profonda santità, ma un insieme di debolezze umane, una storia vergognosa e umiliante, in cui non sono mancati gli scandali, dalla persecuzione degli eretici e dai processi alle streghe, dalla persecuzione degli ebrei e dal servilismo delle coscienze all’autodogmatismo e alla resistenza alle prove scientifiche, cosicché chi appartiene a quella storia non può che coprirsi vergognosamente il volto; in conclusione non più una stabilità indistruttibile, ma la condiscendenza verso tutte le correnti della storia, verso il colonialismo, il nazionalismo e recentemente i tentativi di fare pace con il marxismo e persino di identificarsi con esso…

In questo modo la Chiesa non appare più come il segno che invita alla fede, ma proprio come il principale ostacolo alla sua accettazione. Dà l’impressione che la vera teologia consista solo nell’eliminare i predicati teologici della Chiesa, per considerarla e trattarla sotto un aspetto puramente politico. Non è più vista come una realtà di fede, ma come un’organizzazione di credenti, puramente casuale e poco accessibile, che deve essere rimodellata al più presto secondo i più moderni criteri della sociologia.

“La fiducia è bene, il controllo è meglio”, tale è lo slogan che dopo tante delusioni si preferisce adottare in relazione alla struttura ecclesiastica. Il principio sacramentale non è più sufficientemente chiaro, solo il controllo democratico appare degno di fede (2): insomma, lo Spirito Santo è totalmente ineffabile. Chi non ha paura di guardare al passato sa bene che le umiliazioni della storia derivano proprio dal fatto che in un dato momento l’uomo ha pensato di dover assumere il pieno potere e considerare come unica vera realtà solo le proprie imprese.

 

2- La natura della Chiesa simbolizzata in un’immagine

Una Chiesa che contro tutta la sua storia e la sua natura è considerata solo da un punto di vista politico, non ha senso e la decisione di rimanervi, se è puramente politica, non è leale, anche se si presenta come tale. Data la situazione attuale, come si può giustificare il fatto di rimanere nella Chiesa? In altre parole: l’opzione per la Chiesa, per avere un senso, deve essere spirituale, ma su cosa può basarsi un’opzione spirituale?

 

Vorrei dare una prima risposta usando un’immagine e tornare poi ai termini che abbiamo usato all’inizio per descrivere la situazione. Abbiamo detto che nei nostri studi siamo diventati così vicini alla Chiesa che non siamo in grado di vederla nel suo insieme. Approfondiremo questo pensiero prendendo un’immagine con cui i padri hanno alimentato la loro meditazione simbolica sul mondo e sulla Chiesa. I Padri dicevano che nel mondo cosmico la luna era l’immagine di ciò che la Chiesa rappresentava per la salvezza del mondo spirituale.

Hanno così ripreso un antico simbolismo costantemente presente nella storia delle religioni – i padri non hanno mai parlato di “teologia delle religioni”, ma l’hanno attuata concretamente – in cui la luna era il simbolo della fertilità e della fragilità, della morte e della caducità delle cose, ma anche della speranza nella rinascita e nella resurrezione, era l’immagine “patetica e al tempo stesso consolante” (3) dell’esistenza umana.

Simbolismo lunare e tellurico sono spesso mescolati. Con la sua transitività e la sua ricomparsa la luna rappresenta il mondo degli uomini, il mondo terreno caratterizzato dal bisogno di ricevere e dalla sua miseria, e che ottiene la propria fertilità da un altro, cioè dal sole. In questo modo il simbolismo diventa simbolo dell’uomo e della natura umana, come si manifesta nella donna che concepisce ed è feconda in virtù del seme che riceve.

I Padri hanno applicato il simbolismo della luna alla Chiesa principalmente per due motivi: per il rapporto luna-donna (madre) e per il fatto che la luna non ha una luce propria, ma la riceve dal sole, senza il quale sarebbe una completa oscurità. La luna splende, ma la sua luce non è la sua, ma quella di qualcun altro (4). È buio e luce allo stesso tempo. Sebbene sia l’oscurità stessa, essa dà luce in virtù di un altro da cui riflette la luce.

Proprio per questo simboleggia la Chiesa, che brilla anche se è oscura in se stessa; non è luminosa in virtù della sua luce, ma del vero sole, Gesù Cristo, così che essendo solo terra – la luna è anche solo un’altra terra – è in grado di illuminare la notte della nostra lontananza da Dio: “la luna racconta il mistero di Cristo” (5).

Ma non dobbiamo forzare i simboli; la loro efficacia sta nell’immediatezza plastica che non può essere inquadrata in schemi logici. Tuttavia, in quest’epoca di viaggi lunari, appare spontaneo approfondire questo confronto che, confrontando il pensiero fisico con quello simbolico, evidenzia meglio la nostra specifica situazione rispetto alla realtà della Chiesa. La sonda lunare e gli astronauti scoprono la luna solo come una steppa rocciosa e desertica, come montagne e sabbia, non come luce. E infatti la luna è essa stessa e di per sé solo deserto, sabbia e rocce. Tuttavia, anche se non da essa, da un altro e in funzione di un altro, è anche luce e come tale rimane anche nel tempo del volo spaziale. È ciò che non è in sé. Ma questo altro, che non è proprio, è anche la sua realtà. Esiste una verità fisica e una verità simbolico-poetica che non si escludono a vicenda.

Questo è il momento di porsi la domanda: non è questa un’immagine esatta della Chiesa? Chi la esplora e la scava con la sonda, come la luna, scoprirà solo deserto, sabbia e pietre, le debolezze dell’uomo e della sua storia attraverso la polvere, i deserti e le montagne. Tutto questo è suo, ma la sua realtà specifica non è ancora rappresentata. Il fatto decisivo è che, pur essendo solo sabbia e rocce, è anche luce in virtù di un altro, del Signore: ciò che non è suo è veramente suo, la sua realtà più profonda, anzi la sua natura è proprio quella di non valere in sé ma solo per ciò che non è suo; esiste in un continuo non-proprio; ha una luce che non è sua e che tuttavia costituisce tutta la sua essenza. È luna -mysterium luna – e come tale interessa i credenti perché proprio in questo modo richiede una costante scelta spirituale.

Poiché il significato contenuto in questa immagine mi sembra di importanza decisiva, prima di tradurlo in affermazioni di principio, preferisco chiarirlo meglio con un’altra osservazione.

Dopo l’uso della propria lingua nella liturgia della Messa, prima dell’ultima riforma, ho sempre trovato una difficoltà con un testo che ho trovato illuminante per quello che stiamo trattando. Nella traduzione del suscipiat si dice: “Che il Signore riceva questo sacrificio dalle tue mani… per il nostro bene e quello di tutta la sua santa Chiesa”. Sono sempre stato tentato di dire “e quella di tutta la nostra santa Chiesa”.

L’intero problema e il cambiamento portato in quest’ultimo periodo riappare qui. Al posto della “sua” Chiesa abbiamo messo la nostra, e con essa migliaia di chiese, ognuno la sua. Le chiese sono diventate le nostre imprese, di cui siamo orgogliosi o ci vergogniamo, piccole e innumerevoli proprietà private, affiancate, chiese solamente nostre, il nostro lavoro e le nostre proprietà, che conserviamo o trasformiamo a nostro piacimento. Dietro “la nostra Chiesa” o anche “la vostra Chiesa”, “la sua Chiesa” è scomparsa. Ma questo è l’unico che conta davvero; se non esiste più, anche la “nostra” Chiesa deve scomparire. Se fosse solo nostra, la Chiesa sarebbe un castello nella sabbia.

3- Perché resto nella Chiesa?

Implicita in questo è la risposta alla domanda che ci siamo posti all’inizio: sono nella Chiesa perché credo che oggi, come ieri, e indipendentemente da noi, dietro la “nostra Chiesa” viva la “sua Chiesa” e non posso essergli vicino se non rimanendo nella sua Chiesa. Sono nella Chiesa perché nonostante tutto credo che non sia fondamentalmente nostra ma “sua”.

 

I-NO-SI:

In termini molto concreti: è la Chiesa che, nonostante tutte le debolezze umane che esistono in essa, ci dà Gesù Cristo; solo attraverso di essa posso riceverlo come una realtà viva e potente che mi interpella qui e ora.

Henri De Lubac ha espresso questa verità in questo modo: “Anche coloro che la disprezzano (la Chiesa), se ammettono ancora Gesù, sanno da chi lo ricevono? … Gesù è vivo per noi. Ma in mezzo a quali sabbie mobili si sarebbero persi la sua memoria e il suo nome, la sua influenza vivente, l’azione del suo Vangelo e la fede nella sua persona divina, senza la continuità visibile della sua Chiesa … “. Senza la Chiesa, Cristo evapora, si sgretola, si annulla. E l’umanità cosa sarebbe se privata di Cristo?” (6)

Il primo e più elementare principio che dobbiamo stabilire è che qualunque sia il grado di infedeltà della Chiesa, così come è vero che la Chiesa ha un continuo bisogno di confrontarsi con Cristo, così è anche vero che tra Cristo e la Chiesa non c’è un contrasto decisivo. Attraverso la Chiesa Egli, superando le distanze della storia, diventa vivo, ci parla e rimane in mezzo a noi come maestro e Signore, come fratello che ci riunisce in fratellanza. Dandoci Gesù Cristo, rendendolo vivo e presente in mezzo a noi, rigenerandolo continuamente nella fede e nella preghiera degli uomini, la Chiesa dà all’umanità una luce, un sostegno e una norma senza la quale non potremmo comprendere il mondo. Chi desidera la presenza di Cristo nell’umanità non può trovarla contro la Chiesa, ma solo in essa.

Tutto questo ci porta alla conclusione che se sono nella Chiesa è per le stesse ragioni, perché sono cristiano. Non si può credere da soli. La fede è possibile solo nella comunione con gli altri credenti. La fede per sua stessa natura è una forza che unisce. Il suo vero modello è la realtà della Pentecoste, il miracolo della comprensione che si instaura tra uomini di origini e storia diverse. Questa fede è o ecclesiale o non lo è.

Inoltre, come non si può credere da soli, ma solo in comunione con gli altri, così non si può avere fede per propria iniziativa o invenzione, ma solo se c’è qualcuno che mi comunica questa capacità, che non è in mio potere ma mi precede e mi trascende. Una fede che fosse il frutto della mia invenzione sarebbe una contraddizione in termini, perché potrebbe dirmi e garantirmi solo ciò che già sono e so, ma non potrebbe mai andare oltre i limiti del mio io. Ecco perché una Chiesa, una comunità che si è fatta da sé, fondata solo sulla grazia stessa, sarebbe una contraddizione in termini. La fede esige una comunità che sia potente e superiore a me e non una mia creazione o lo strumento dei miei desideri.

Tutto questo può essere formulato anche da un punto di vista più storico: o Gesù era un essere superiore all’uomo, dotato di un potere che non era frutto della sua volontà, ma capace di estendersi a tutti i secoli, oppure non aveva tale potere e non poteva quindi lasciarlo in eredità ad altri. In tal caso io sarei arbitro delle mie ricostruzioni mentali e lui non sarebbe altro che un grande fondatore, che si rende presente attraverso un pensiero rinnovato. Se invece Gesù è qualcosa di più, non dipende dalle mie ricostruzioni mentali, ma il suo potere è valido ancora oggi.

Ma torniamo al pensiero precedente secondo il quale si può essere cristiani solo all’interno della Chiesa, non fuori e non accanto ad essa. Non temiamo di porci in tutta obiettività questa dolorosa domanda: cosa sarebbe il mondo senza Cristo, senza un Dio che parla e si manifesta, che conosce l’uomo e che l’uomo può conoscere?

La risposta è data in modo chiaro e nitido da coloro che con grande tenacia cercano di costruire efficacemente un mondo senza Dio. I loro sforzi si riducono a un assurdo esperimento, senza prospettive e senza criteri di azione. Anche se nella sua lunga storia il cristianesimo ha fallito concretamente – e ha sempre fallito in modo sconcertante – nell’annunciare il messaggio in esso contenuto, non ha mai smesso di proclamare i criteri di giustizia e di amore, spesso contro la Chiesa stessa e mai senza il potere segreto che in essa si deposita.

In altre parole: resto nella Chiesa perché credo che la fede, realizzabile solo in essa e mai contro di essa, sia una vera necessità per l’uomo e per il mondo. Il mondo vive di fede anche dove non la condivide. Infatti, dove non c’è più Dio – e un Dio che tace non è Dio – non c’è nemmeno la verità, che è anteriore al mondo e all’uomo. Ma in un mondo senza verità non si può vivere a lungo. Dove si rinuncia alla verità, si continua a vivere perché la verità non si è ancora completamente spenta, così come la luce del sole continua a splendere per qualche tempo, prima che la notte chiusa copra il mondo.

 

Tentativi falliti

Lo stesso pensiero può essere espresso in un altro modo: io resto nella Chiesa perché solo la fede della Chiesa salva l’uomo. Può sembrare una frase molto tradizionale, dogmatica e irrealistica, ma invece è totalmente oggettiva e realistica. Nel nostro mondo pieno di inibizioni e frustrazioni il desiderio di salvezza è riapparso in tutta la sua primordiale veemenza. Gli sforzi di Freud e di C.G. Jung non sono altro che tentativi di salvare coloro che non si sentono redenti.

Partendo da altre premesse, Marcuse, Adorno, Habermas, continuano a cercare e annunciare la salvezza a modo loro. Anche il problema di Marx è fondamentalmente un problema di salvezza. Più l’uomo diventa libero, più luminoso e più potente, più il desiderio di salvezza lo tormenterà e più sarà schiavo. Marx, Freud, Marcuse, hanno tutti in comune la ricerca della salvezza, l’aspirazione verso un mondo senza dolore, malattia e miseria.

Il grande ideale della nostra generazione è una società libera dalla tirannia, dal dolore e dall’ingiustizia; questo è ciò che indicano le turbolente esplosioni dei giovani e il risentimento dei vecchi quando vedono che la tirannia, l’ingiustizia e il dolore continuano come al solito. La lotta contro il dolore e l’ingiustizia nasce da un impulso fondamentalmente cristiano, ma pensare che attraverso le riforme sociali e l’eliminazione del dominio e del sistema giuridico si possa realizzare qui e ora un mondo libero dal dolore è una dottrina sbagliata, profondamente ignorante della natura umana.

In questo mondo il dolore non deriva solo dalla disuguaglianza di ricchezza e di potere. La sofferenza non è l’unico peso che l’uomo deve scaricare dalle sue spalle. Chi la pensa così deve rifugiarsi nel mondo illusorio della droga, per poi ritrovarsi più depresso dopo, in contrasto con la realtà. Solo sopportando se stesso e liberandosi dalla tirannia del proprio egoismo l’uomo trova se stesso, la propria verità, la propria gioia e la propria felicità.

La crisi del nostro tempo dipende soprattutto dal fatto che ci viene fatto credere che è possibile diventare uomini senza autocontrollo, senza la pazienza della rinuncia e la fatica del superamento, che non è necessario il sacrificio di mantenere gli impegni assunti, né lo sforzo di soffrire con pazienza la tensione di ciò che si dovrebbe essere e di ciò che si è realmente.

Un uomo che viene privato di ogni fatica e trasportato nella terra promessa dei suoi sogni perde la sua autenticità e la sua autostima. In realtà, l’uomo si salva solo attraverso la croce e l’accettazione delle proprie sofferenze e delle sofferenze del mondo, che trovano il loro significato liberatorio nella passione di Dio. Solo così l’uomo diventerà libero. Tutte le altre offerte ad un prezzo migliore sono destinate a fallire. La speranza del cristianesimo e il destino della fede dipendono da qualcosa di molto semplice, dalla sua capacità di dire la verità. La sorte della fede è la sorte della verità; essa può essere oscurata e calpestata, ma mai distrutta.

 

Siamo arrivati all’ultimo punto. Un uomo vede solo fintanto che ama. Certamente c’è anche la chiaroveggenza della negazione e dell’odio. Ma possono vedere solo ciò che è alla loro portata, cioè ciò che è negativo. Senza dubbio possono preservare l’amore da una cecità che gli fa dimenticare i suoi limiti e i pericoli che corre, ma non sono in grado di costruire qualcosa di positivo. Senza una certa dose di amore non si trova nulla.

 

Chi non si impegna un po’ a vivere l’esperienza di fede e l’esperienza della Chiesa e non si assume il rischio di guardarla con occhi d’amore, non scoprirà altro che delusioni. Il rischio dell’amore è una condizione preliminare per arrivare alla fede. Chi osa rischiare non ha bisogno di nascondere nessuna delle debolezze della Chiesa, perché scopre che la Chiesa non si riduce solo ad esse; scopre che, insieme alla storia degli scandali, c’è anche la storia di una fede forte e intrepida, che ha portato frutti nei secoli in grandi figure come Agostino, Francesco d’Assisi, il domenicano Bartolomé de las Casas con la sua appassionata lotta per gli indiani, Vincenzo de Paoli, Giovanni XXIII.

Chi affronta questo rischio d’amore scopre che la Chiesa ha proiettato nella storia un tale fascio di luce che non può essere spento. Anche la bellezza che nasce sotto l’impulso del suo messaggio, e che vediamo espressa ancora oggi in opere d’arte incomparabili, diventa per lui una testimonianza di verità: ciò che si traduce in espressioni così nobili non può essere solo oscurità.

La bellezza delle grandi cattedrali, la bellezza della musica nata dal calore della fede, la magnificenza della liturgia ecclesiastica, soprattutto la realtà della festa che uno da solo non può fare ma solo accogliere (7), l’organizzazione dell’anno liturgico, in cui ieri e oggi, tempo ed eternità, si fondono in un tutto, tutte queste cose non sono, a mio avviso, qualcosa di casuale. La bellezza è la radiosità della verità, diceva Tommaso d’Aquino, e potremmo aggiungere che l’offesa alla bellezza è l’autoironia della verità perduta. Le espressioni in cui la fede ha saputo darsi nel corso della storia sono testimonianza e conferma della sua verità.

Vorrei comunque aggiungere un’osservazione, anche se può sembrare molto soggettiva. Se si tengono gli occhi aperti, si possono trovare anche oggi persone che sono una testimonianza viva della forza liberatrice della fede cristiana. E non c’è da vergognarsi di essere e rimanere cristiani in virtù di queste persone, che vivendo un cristianesimo autentico, lo rendono degno di fede e di amore.

In definitiva, l’uomo è vittima di un’illusione quando cerca di fare di se stesso una sorta di soggetto trascendentale che considera valido solo ciò che non è fortuito. È certamente un dovere riflettere su tali esperienze, esaminare il loro grado di responsabilità, purificarle e dare loro una nuova pienezza. Ma nel corso di questo necessario processo di oggettivazione, il fatto che il cristianesimo renda le persone più umane nel momento stesso in cui le unisce a Dio non ne costituisce una prova rilevante? Questo elemento soggettivo non è forse anche un fatto oggettivo di cui non dobbiamo vergognarci davanti a nessuno?

Concludiamo con un ultimo pensiero. Quando, come qui, si dice che senza amore non si può vedere e quindi per conoscere la Chiesa è anche necessario amarla, molte persone diventano inquiete. L’amore non è forse il contrario della critica? Non è forse questa la scusa a cui ricorre volentieri chi ha il potere nelle proprie mani per eliminare le critiche e mantenere a proprio favore la situazione di fatto? L’aiuto alle persone viene dato cercando di rassicurarle e di alleviare la realtà, o forse intervenendo a loro favore contro le solite ingiustizie o contro il predominio delle strutture? Si tratta certamente di questioni molto importanti, ma non possiamo affrontarle ora. Una cosa è certa, però, che l’amore non è statico o acritico. L’unica possibilità che abbiamo di cambiare un uomo in modo positivo è amarlo, trasformandolo lentamente da ciò che è in ciò che può essere. Succederà diversamente con la Chiesa?

Basta guardare alla storia recente: durante il rinnovamento liturgico e teologico della prima metà di questo secolo è maturato un vero e proprio movimento di riforma che ha portato a trasformazioni positive. Ciò è stato possibile solo perché gli uomini sono emersi con il dono del discernimento, che hanno amato la Chiesa con cuore attento e vigile, con spirito critico, e disposti a soffrire per lei. Se oggi non siamo in grado di realizzare qualcosa, è perché siamo troppo impegnati ad affermare solo noi stessi. Non varrebbe la pena di rimanere in una Chiesa che, per essere accogliente e degna di essere abitata, ha bisogno di essere fatta da noi; sarebbe una contraddizione in termini.

Rimanere nella Chiesa perché essa stessa è degna di rimanere nel mondo, degna di essere amata e trasformata dall’amore in ciò che dovrebbe essere, è la strada che anche oggi ci insegna la responsabilità della fede.

 

Ratzinger Joseph

 

Note.

1 Denzinger-Schonmetzer, Enchiridion symbolorum, Freiburg 1963, n. 3013 s.

2 Questa esigenza contiene certamente elementi giustificabili e per molti versi coerenti con il carattere sacramentale della gerarchia ecclesiastica. Tutto questo è esposto con la dovuta distinzione e chiarificazione in J. Ratzinger-H. Maier, Democracia en la iglesia, Madrid 1972.

3 M. Eliade, Die Religionen und das Heilige, Salzburg 1954, 215; cf. anche il capítolo «Mond und Mondmystik», 180-216.

4 Cf. H. Rahner, Griechische Mythen in christlicher Deutung, Darmstadt 1957, 200-224; Id., Symbole der Kirche, Salzburg 1964, 89-173. È interessante notare che la scienza antica ha discusso a lungo se la luna avesse o meno una luce propria. I Padri sostennero la tesi negativa, poi comune, e la interpretarono in senso teologico-simbolico (cfr. soprattutto pagina 100).

5 Ambrogio, Exameron IV 8, 23: CSEL 32, 1, página 137, Z 27 s.; H. Rahner, Griechische Mythen, 201.

6 H. de Lubac, Paradoja y misterio de la iglesia, Salamanca 1967, 20 s.; cf. 16 s.

7 Cfr. su questo tema soprattutto J. Pieper, Musse und Kult, Monaco 1948.

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