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giovedì 11 aprile 2019

METODO DI BELLA / 20 ANNI FA, CONTRO IL POTERE DI BIG PHARMA


La copertina della Voce di febbraio 1998
Oltre vent’anni fa scoppiava il caso Di Bella, ossia il metodo anticancro studiato da un medico di vecchio stampo, geniale, scrupoloso e riservato, Luigi Di Bella.
Fu ovviamente linciato, soprattutto sotto il profilo mediatico, proprio perché osò, all’epoca, lottare contro i colossi farmaceutici, Big Pharma, solo contro tutti, Davide contro Golia.
La Voce scrisse alcune inchieste, in particolare una cover story a febbraio 1998. Dove cercavamo di dettagliare quanto il metodo Di Bella potesse dar fastidio a quella medicina ufficiale che vedeva nel cancro e del dolore una inesauribile fonte di danari. Guai a tutti quelli che cercano di curare in modo umano, scientificamente valido (nonostante i pareri dei soloni), senza svenare pazienti e famiglie!
E così Di Bella finì prima sulla graticola, poi in naftalina. Anche se ancor oggi lavorano in Italia non pochi medici che si rifanno alle sue teorie e ai suoi metodi terapeutici.
Abbiamo ricevuto da un lettore un lungo intervento che parte dal libro scritto nel 2012 dal figlio, Giuseppe Di Bella, intitolato “Il poeta della scienza – Vita del professor Luigi Di Bella”: ricordi, documenti, narrazioni, ricostruzioni ed anche un epistolario, come ad esempio attesta lo scambio di lettere con Guglielmo Marconi.
Ecco, di seguito, l’intervento di Luca Iezzi.
(nella foto Luigi Di Bella)

IL POETA DELLA SCIENZA – Vita del professore Luigi Di Bella

Il volume, minuziosamente documentato e ricco di indicazioni delle fonti, dipana la
complessa figura del Prof. Luigi Di Bella esaminandola sotto il profilo scientifico,
morale, intellettuale e umano. Difficile non giungere alla conclusione che sono state
proprio queste qualità e virtù a procurargli, per buona parte della vita, un’ostilità
incessante che non di rado si è fatta autentica persecuzione. Il lettore rimane, oltre
che indignato e amareggiato, anche stupefatto per la capacità dell’uomo di non farsi
annichilire da un’opposizione tanto indiscriminata e violenta e di riuscire a compiere
egualmente la sua opera.
Luigi Di Bella, siciliano, classe 1912, era nato in una famiglia numerosa e di assai
disagiate condizioni economiche, non in grado quindi di sostenere le spese per fare
studiare quel ragazzo, nonostante avesse precocemente dimostrato rare doti
d’ingegno e di forza di volontà. Luigi sopportò sacrifici di ogni genere per soddisfare la
sua sete di sapere e superare le ristrettezze della povertà, arrivando anche a studiare
la sera in piedi, sotto la luce del lampione della strada, per sopperire alla penuria di
petrolio per la lampada.
Fornisce ben presto le prove di un ingegno straordinario: avendo frequentato le scuole
complementari che, non contemplando l’insegnamento del latino, non consentivano
l’accesso al liceo scientifico, in due mesi apprende il latino, lasciando increduli i
commissari durante la prova di idoneità prescritta. Per rendersi economicamente
indipendente ed aiutare i fratelli, parteciperà anche ai concorsi nazionali riservati agli
studenti poveri e meritevoli, vincendo tutti quelli che affronta.
Divenuto studente della facoltà di medicina a Messina, la sua abitudine di studiare
oltre che sui libri di testo anche su ponderose ed ostiche monografie (oltre ovviamente
alle sue rare capacità di assimilazione), gli procura un ”pubblico” di docenti
universitari che corrono ad assistere ai suoi esami. Viene notato dal prof. Pietro Tullio,
considerato il più autorevole fisiologo del tempo – due volte candidato al Nobel per la
medicina nel 1930 e nel 1932 (1) – che gli propone di diventare allievo interno presso
l’Istituto di Fisiologia. Attraverso il suo maestro, Luigi Di Bella si forma nell’ambito di
quella scuola medica che il mondo ci invidiava, annoverando luminari come Augusto
Murri e Pietro Albertoni, considerati i più grandi medici dei tempi moderni. Non
potendo soffermarci troppo su queste due figure di medici e professori universitari, ci
limitiamo a riferire che raggiungevano percentuali elevatissime di diagnosi esatte,
92% Murri e 98% Albertoni (2), in un’epoca nella quale gli esami ematochimici erano
ben più rudimentali di quelli odierni, e non esistevano TAC e risonanze magnetiche. A
quel tempo l’insegnamento e la ricerca nell’ambito della medicina non erano disgiunti
dalla pratica clinica, l’eccessiva specializzazione non aveva ancora contaminato ogni
settore, e la fisiologia era ancora considerata la materia cardine di tutto il sapere
medico, non essendo altrimenti possibile comprendere ed applicare razionalmente
tutte le altre. Questo consentiva il raggiungimento di livelli di eccellenza diagnostica
attualmente inarrivabili.
Se pensiamo ai pazienti che oggi sono costretti a peregrinare tra specialisti e ospedali,
spesso orfani di diagnosi – e quindi di efficace terapia – nonostante l’elefantiasi di
esami di ogni genere, non si può rimanere che sconcertati.
Luigi Di Bella è stato senza dubbio l’epigono di quella mentalità e cultura medicoscientifica
che ha annoverato eccellenze quali Antonio Cardarelli, Pietro Lussana,
Giuseppe Moscati, oltre che i luminari prima citati. E’ a quest’ultimo, il medico santo di
Napoli, che Luigi Di Bella più si avvicina, oltre che per mentalità clinica, per umanità e
condotta di vita cristiana.
Il primo lavoro scientifico che riporta il nome di Luigi Di Bella (oltre ovviamente a
quello del maestro) risale all’inizio del 1932, quando è ancora diciannovenne e
studente del secondo anno di università. Lo stesso Tullio, qualche anno dopo,
dichiarerà in un attestato di essersi limitato a curarne la bibliografia. Nel luglio 1936 si
laurea in medicina con 110 e lode, dopo aver sostenuto 12 esami in più rispetto a
quelli regolamentari.
Subito dopo la laurea riceve una proposta di assunzione da parte di Guglielmo Marconi
– allora presidente del CNR – perché continui le ricerche in campo chimico che gli
erano valse l’ultimo premio nazionale (è ancora disponibile il carteggio intercorso).
Luigi Di Bella declina l’invito, dichiarando che desidera continuare le sue ricerche
nell’ambito della medicina. Riceverà dal grande fisico una borsa di studio.
Quando nel 1938 consegue le lauree in Farmacia ed in Chimica, già da due anni, dopo
avere superato brillantemente il previsto concorso, è incaricato dell’insegnamento
della Fisiologia e della Chimica Organica presso l’Università di Parma. Durante questo
periodo pubblica un libro di chimica organica.
Il 3 settembre 1939 sposa Francesca Costa, e prende servizio nel ruolo di aiuto
incaricato presso l’Università di Modena, città nella quale si trasferisce con la famiglia.
Dall’unione nasceranno Giuseppe (maggio 1941) che intraprenderà anche lui la
professione di medico, e Adolfo (dicembre 1947).
Il 3 settembre 1941, con il grado di Capitano Medico, viene inviato in Grecia, dove
dirigerà due ospedali militari. Qui si sottopone ad ogni sacrificio pur di aiutare i malati,
arrivando a donare loro il suo pasto da ufficiale ed a dormire in piedi, appoggiato ad
una colonna, per poter accorrere più velocemente alle richieste d’aiuto. Raccontando
anni dopo questi particolari, si limiterà a commentare: “Dopo un po’ ci si abitua”. Alla
fine, le immani fatiche sostenute presenteranno il conto: la salute degrada sempre più
e all’inizio del 1943 rientra in Italia per una breve licenza. Le condizioni però
peggiorano ulteriormente e viene ricoverato all’ospedale militare di Bologna per
epatite, anemia e malaria. Posto in “licenza speciale in attesa di trattamento di
quiescenza”, si riprende gradualmente e riesce ad iniziare l’insegnamento per l’anno
accademico 1943-44. A seguito dei bombardamenti alleati su Modena della prima
metà del 1944, la famiglia Di Bella trova ospitalità in una casa colonica a Bastiglia,
paese ad una dozzina di chilometri dalla città. Anche qui non sta con le mani in mano:
visita gli abitanti dei dintorni che hanno bisogno e, nonostante i pericoli, si reca
quotidianamente all’università in bicicletta.
Nell’immediato dopoguerra iniziano a delinearsi le prime ricerche che lo porteranno
anni dopo all’ideazione del suo metodo di cura per i tumori. In questo periodo si
scatena una persecuzione durissima da parte dell’ambiente accademico, quantomeno
nella facoltà di medicina, che non gli perdona limpidezza morale, superiorità
d’intelletto e di cultura che lo caratterizzano. Gli studenti al contrario lo idolatrano,
affollando le sue lezioni, a tal punto che durante l’occupazione studentesca del 1968
Luigi Di Bella sarà l’unico professore che gli studenti autorizzeranno ad entrare
nell’università per svolgere le lezioni.
Inizia a diffondersi anche la sua fama di medico capace di fare diagnosi di
un’esattezza inarrivabile, e di risolvere situazioni ritenute senza speranza dai medici
più blasonati. Anche questo contribuirà ad alimentare quelle invidie e quella
persecuzione che non gli daranno tregua fino all’ultimo dei suoi giorni. Dirà un giorno:
A questo mondo, è rigorosamente proibito fare del bene”. I malati, che per tutta la
vita visiterà gratis arrivando a regalare loro le medicine, giungono sempre più
numerosi, grazie al “meccanismo di passaparola”. Spesso sarà costretto a visitarli la
sera – già sfinito da una intera giornata di lavoro – o la domenica presso la propria
abitazione. Intervistato nel 1998 per la RAI da Don Giovanni D’Ercole, alla domanda
“Ma lei non si fa pagare?” risponderà: “No, mi ripugna: uno viene qui perché ha
bisogno, e io dovrei guadagnare sul bisogno di un altro?” (3)
Inflessibile con se stesso, fa dell’umiltà e dell’autocritica una regola di vita,
chiedendosi sempre se ha davvero fatto tutto ciò che era nelle sue possibilità ed il
proprio dovere di medico e di uomo (3). Così come il denaro, anche il lusso gli
ripugna: “La povertà e l’essenzialità sono più vicine alla realtà di tutto. Il lusso per me
è una sovrapposizione all’essenziale, e quindi il mezzo migliore per deviare dalla retta
via……la rinuncia è la dote essenziale di un uomo per progredire e per realizzare.
Bisogna saper rinunciare a tutto quello che non è essenziale” (3). Quando, decenni
dopo, durante una intervista gli verrà chiesto come ha fatto a trovare la cura per il
cancro senza avere dietro un’università o un centro di ricerca iperfinanziato,
risponderà: “In una maniera semplice: rinunciando a tutto quello che non è necessario
per vivere. In questa maniera le spese le ho ridotte al minimo, e tutto quello che
potevo risparmiare l’ho dedicato alla ricerca” (4).
I “baroni” dell’università di Modena lo relegano in un’angusta stanzetta dell’istituto di
Fisiologia e gli impediscono, di fatto, di compiere ricerche, negandogli i fondi
accademici a cui avrebbe diritto ad accedere. Lo scienziato sarà per questo costretto
ad indebitarsi per costruirsi un suo laboratorio privato che, una volta portato a
termine nel 1952, gli consentirà di proseguire la sua attività di ricercatore. Intensifica
anche la partecipazione a congressi medici e scientifici in Italia e all’estero, mentre
continua a pubblicare i risultati delle sue ricerche. Al termine della sua vita, si
conteranno 215 pubblicazioni e un centinaio di comunicazioni in congressi.
Al rigore scientifico unisce sempre la sensibilità per il bello. Per lui queste due
dimensioni sono inscindibili. Non c’è solo la bellezza delle arti figurative e della
musica, che ama profondamente, ma anche l’infinita bellezza del Creato e degli intimi
meccanismi che rendono possibile la vita. Ogni volta che, da ricercatore qual è, riesce
a far luce su qualcuno di questi meccanismi, prova un profondo rapimento spirituale
per la bellezza e la perfezione che vi intravede. In altre parole, è la meraviglia e lo
stupore di chi giunge a scorgere quella particella di eternità che l’uomo incorpora in
sé.
Soltanto un poeta della scienza può arrivare a dire: “Un medico può considerarsi tale
solo se ama l’ammalato ed è affascinato dall’ignoto, se cerca di far luce sui misteri del
Creato e di confrontarsi con questi”. E agli ammalati dona tutto se stesso, prendendo
parte alle loro sofferenze: “Lei non immagina la sofferenza che mi viene ad ascoltare
le sofferenze del prossimo, ad essere incapace di togliere queste sofferenze, almeno
subito” (3). Quando visita, veste i panni di sacerdote in camice bianco. Molti pazienti
avvertono istintivamente il bisogno di confidargli le loro pene interiori o i loro problemi
familiari, e non pochi escono dalla visita letteralmente sconvolti nell’anima. Riportiamo
per brevità solo un paio di esempi. Una signora, afflitta nel corpo e nello spirito,
afferma: “E’ come se mi avessero messo una telecamera dentro al cuore e all’anima.
Ha letto in me cose che non sa e non capisce nessun altro, e addirittura mi ha
spiegato cose di me stessa che non riuscivo a comprendere. Un’esperienza
sconvolgente che non dimenticherò finché avrò vita”. Un’altra, arrivata in uno stato di
prostrazione profonda, esce trasformata: “Mi ha ridato la voglia di vivere. Non me ne
frega niente se mi salvo o se muoio tra un mese o una settimana….Avere conosciuto
un uomo così vale la vita. Sono serena”.
Nel 1963 Maria Teresa Rossi, una sua studentessa, gli si avvicina al termine di una
lezione per chiedergli un consiglio sulla grave malattia che la affligge, il lupus
eritematosus, a causa del quale i medici le hanno prospettato al massimo due anni di
vita. Lo scienziato la visita e le prescrive una terapia. La ragazza, da tutti chiamata
Deda, ne ricava presto netti benefici e in pochi anni diventerà una valida collaboratrice
nelle ricerche del professore, il quale arriverà ad amarla come una figlia. E i due anni
di vita residua, grazie a Luigi Di Bella, diventeranno ventiquattro.
Dopo un complesso e faticoso iter sperimentale, il 6 dicembre 1973, invitato a tenere
una conferenza presso la sede della Società Medico Chirurgica di Bologna dal Prof.
Domenico Campanacci, il più illustre clinico italiano del dopoguerra, presenta il
razionale e i primi risultati clinici della metodologia messa a punto per patologie
ematologiche (successivamente perfezionata ed estesa ai tumori solidi). Riceve
l’appoggio e la considerazione, oltre che del Prof. Domenico Campanacci, dell’illustre
ematologo Edoardo Storti, del fisiologo Giuseppe Moruzzi, e di Emilio Trabucchi,
famoso farmacologo. Ma neanche costoro, dall’alto della loro autorevolezza, possono
vincere il montante potere delle aziende farmaceutiche e l’ostilità di un’oncoematologia
che, invece di offrire collaborazione, si sente scavalcata e surclassata da
quello scienziato che aveva osato dare concrete possibilità di salvezza a malati
altrimenti condannati. Vale ricordare che nel 1973 si conoscevano solo 500 casi di
leucemia in tutto il mondo sopravvissuti per più di 5 anni. Gli unici interessamenti
genuini gli arrivano dall’estero: medici ed istituzioni ospedaliere di ogni parte del
mondo lo contattano e si informano sui princìpi della sua cura. Il numero dei pazienti
che accorrono da lui, grazie anche alle testimonianze dei malati curati e ad alcuni
articoli pubblicati su diversi periodici, aumenta fino a livelli insostenibili. Anche perché
non cura solo i tumori: la sua impostazione squisitamente fisiologica della medicina,
unita ad un raro ingegno ed alla conoscenza profonda di tutte le branche della scienza
medica, gli consentono di curare con successo diverse patologie, specialmente
neurologiche e neuromotorie.
Vale la pena soffermarsi brevemente sul valore delle ricerche che lo hanno condotto a
formulare il suo Metodo di cura dei tumori. Già nel 1969 aveva relazionato (Alghero,
congresso della Società Italiana di Biologia Sperimentale) sugli esperimenti con cui
aveva dimostrato l’influenza del sistema nervoso centrale sulla crasi ematica (si
trattava della stimolazione, nei ratti, di una determinata zona del cervello vicina alla
ghiandola pineale, che portava a forti aumenti delle piastrine in circolo). Fino a quel
momento nessuno aveva intuito che il sangue, e quindi le concentrazioni delle sue
componenti, potessero essere influenzate e determinate a livello cerebrale. Già solo
tale scoperta, che porterà lo scienziato ad introdurre la melatonina (prodotta
principalmente dalla ghiandola pineale) come uno dei cardini della sua cura, avrebbe
meritato, come osservarono alcuni studiosi, il premio Nobel per la Medicina.
L’estensione della cura ai tumori solidi risale alla metà degli anni ’70, quando nel suo
Metodo introduce la somatostatina. E’ il primo al mondo a proporre l’uso di questa
sostanza per le patologie tumorali. Ancora oggi il suo impiego terapeutico in oncologia
è limitato ai soli tumori neuroendocrini, nonostante migliaia di pubblicazioni, tra le
quali quelle di premi Nobel come V. Schally (5), che ne dimostrano l’efficacia in
un’amplissima varietà di patologie neoplastiche.
Nel frattempo, già un anno dopo la presentazione della sua cura, era stato vittima,
mentre era nell’istituto di Fisiologia, di un tentativo di avvelenamento da cui riuscì a
salvarsi intuendo la causa dei gravi sintomi che avvertiva e prendendo le opportune
contromisure.
Poco tempo dopo subirà diversi inspiegabili incidenti per le strade di Modena, mentre
era in sella alla sua inseparabile bicicletta. L’ultimo attentato avverrà nel 1996
mentre, ormai ottantaquattrenne, si reca in bici al suo laboratorio per visitare i malati:
colpito alle spalle con un sacco di sabbia, finirà a terra e si risveglierà in ospedale con
un trauma cranico, una commozione cerebrale e la compromissione dell’udito ad un
orecchio. Nonostante ciò, appena riavutosi ha un’unica preoccupazione: chiede di
essere dimesso, si fa accompagnare in laboratorio e, con ancora le bende macchiate di
sangue, inizia a visitare i malati che lo attendevano all’ingresso.
Intervistato negli anni ’90 da un canale televisivo, lascia a bocca aperta la giornalista
che gli chiedeva, viste le mille difficoltà attuali e quelle incontrate nella sua vita, quali
fossero le sue gratificazioni: Non ho bisogno di gratificazioni. Sono arrivato ad una
semplice morale che a volte meraviglia anche i miei figli: ringrazio il Padreterno per la
sofferenza che m’ha dato, perché attraverso la sofferenza ho imparato cos’è la vita
(6).
La famigerata sperimentazione del 1998 richiederebbe una trattazione troppo lunga.
Quello che è importante sottolineare è che non fu Luigi Di Bella a chiederla, ritenendo
egli che l’ampia letteratura scientifica disponibile e la casistica raccolta avrebbero da
tempo dovuto consentirne l’adozione. Il Ministero dalla Sanità preferì ignorare tali
pubblicazioni, decidendo di organizzare una sperimentazione che, per i presupposti di
partenza e poi per la sua conduzione, aveva l’esito già scritto. Basandosi
esclusivamente su documenti ufficiali (Rapporti Istisan 98/17 e 98/24), si rileva infatti
che condizione fondamentale per l’arruolamento fosse “essere non suscettibili, o non più suscettibili di trattamento”: in parole semplici, dovevano essere malati tanto gravi
da far considerare inattuabile qualsiasi tentativo terapeutico (chirurgia, radioterapia,
ormonoterapia, chemioterapia). La sopravvivenza stimata dagli sperimentatori andava da un minimo di 11 giorni (!) ad un massimo di 90. E’ un ben curioso criterio quello di ritenere efficace una terapia solo se riesce a replicare il miracolo di Lazzaro, salvando
malati terminali e candidati all’assistenza domiciliare! Sempre sulla base della
documentazione ufficiale si rileva un altro inquietante “mistero”: ad onta della
reiterata affermazione che il Prof. Di Bella avesse accettato queste condizioni ostative,
non esiste un documento ufficiale che attesti dove e quando lo scienziato avrebbe
firmato i protocolli della sperimentazione; ed anzi risulta agli atti uno schema
autografo e da lui firmato il 31 gennaio 1998, totalmente incompatibile con gli schemi
terapeutici praticati.
L’esito così precostituito venne ulteriormente presidiato con numerose altre anomalie,
costituenti obiettivamente e autonomamente cause di invalidazione (7): 3-4 farmaci
previsti sui 10 del sopra richiamato schema autografo; interruzione del trattamento
nell’86% dei casi; galenici somministrati dopo la data di scadenza o resi tossici dalla
presenza di acetone (soluzione di retinoidi); somatostatina somministrata senza
indispensabile impiego di siringa temporizzata, ecc. Ma, a parte quanto sopra, la
demolizione della validità di questo studio fu fatta da uno scioccante Editoriale
comparso su quella che dai più è ritenuta la più autorevole rivista scientifica del
mondo (BRITISH MEDICAL JOURNAL – Marcus Mullner: “Di Bella’s therapy: the last
word?” – BMJ, 1999, 318, 208). L’editoriale, dopo alcune severe critiche (mancanza di
randomizzazione e di gruppo di controllo), conclude: “…è proprio il progetto scadente
di questo studio a non essere etico…..Il progetto di questa sperimentazione è
fallace..”.
Il vero miracolo (mai comunicato all’opinione pubblica) fu che, nonostante quanto
osservato, il 48% dei pazienti risultava in vita al termine della sperimentazione
(Rapporti Istisan: 167 pazienti in vita al 31 ottobre 1998 su 347 pazienti ‘valutabili’),
nonostante che la prognosi di massimo 90 giorni (la prova iniziò nel marzo 1998 e si
concluse il 31 ottobre dello stesso anno) facesse prevedere il decesso di tutti i 347
pazienti arruolati. Nel follow-up del giugno 1999 risultavano ancora in vita 88 arruolati
(25%).
Malgrado le amarezze, le perfidie subìte e le delusioni, Luigi Di Bella continuerà la sua
attività di medico fino al termine della sua vita, vincendo la stanchezza ed i crescenti
problemi di salute. A chi tenta di farlo desistere almeno dalle visite ai malati che si
presentano senza appuntamento, lui risponde con semplicità disarmante: “Se vengono
qui, è perché hanno bisogno”. Per tutta l’esistenza ha combattuto la “buona battaglia”
ed ai figli che, in uno dei momenti di maggiore ostilità e attacchi crescenti, gli avevano
chiesto se non fosse il caso di ritirarsi cercando di badare alla sua salute, aveva
risposto: “Non capite che io sono sempre stato un lottatore?” Lascerà questo mondo il
1° luglio 2003, a pochi giorni dal suo 91° compleanno. Qualche mese prima aveva
scritto: “Sono degno? Lo diranno gli altri. L’animo mi dice tuttavia che non sono
vissuto inutilmente, perché ho fatto del bene ed ho gioito per il bene fatto”.
Infine, qualche osservazione sul Metodo Di Bella: si tratta di una cura squisitamente
fisiologica, impostata cioè sui princìpi della fisiologia, la disciplina che studia il
funzionamento degli organismi viventi, dai fenomeni macroscopici fino ai più piccoli
legami molecolari. Per dirla in breve, è la scienza che studia la vita e i meccanismi con
cui essa si esprime. E’ una materia fondamentale e alla base di tutte le altre discipline
mediche, e non a caso, nel degrado voluto e pianificato della medicina attuale che va
di pari passo col degrado di tutta la civiltà, essa è stata ridotta e svilita nei programmi
universitari a tal punto che lo studente arriva a laurearsi in medicina capendone poco
o nulla. Il tumore, inoltre, è una malattia sistemica e multifattoriale, per cui non potrà
mai essere guarita da un unico rimedio. Non a caso, il metodo Di Bella comprende un
numero ben nutrito di diverse sostanze fisiologiche, farmaci e princìpi vitaminici, la cui
composizione è stata studiata per avere azione sinergica e fattoriale, per cui l’effetto
di ognuno è impressionato e potenziato dall’assunzione di tutti gli altri. Per ciascuna di
queste componenti sono comparsi negli anni un’infinità di studi sulle riviste
scientifiche (attualmente ammontano a qualche decina di migliaia) che ne dimostrano
l’efficacia antitumorale.
Un altro fatto significativo sono i circa 1000 casi documentati di efficacia del metodo
Di Bella pubblicati su riviste scientifiche accreditate e peer review, rintracciabili
agevolmente sul portale www.pubmed.gov . Tra le pubblicazioni più recenti, quelle sui
pazienti con tumore alla prostata e alla mammella, molti dei quali hanno avuto
remissione della malattia senza chirurgia, senza radioterapia e senza chemioterapia,
ma unicamente con il Metodo Di Bella. Si tratta peraltro di casi documentati nella
maniera più scrupolosa, con diagnosi e successivi accertamenti strumentali effettuati
in strutture pubbliche o private. Per comprendere l’eccezionalità della pubblicazione,
occorre evidenziare che in tutta la letteratura scientifica mondiale non esiste un solo
caso pubblicato di tumore solido guarito con qualsivoglia strumento farmacologico o
radiante. Considerando che circa 180.000 persone in Italia muoiono ogni anno a causa
di patologie tumorali, quante vite si sarebbero potute salvare se la sperimentazione
del 1998 fosse stata condotta in maniera corretta ?
Tanti altri aspetti del Metodo, della pseudo-sperimentazione e della vita dello
scienziato, oltre ad una ricca documentazione fotografica, sono riportati nel volume “Il
poeta della scienza” scritto da Adolfo Di Bella, che ha voluto affidare a questa
biografia una testimonianza unica: quella di una vita trascorsa accanto ad un genio e
benefattore dell’umanità.
Note:
(1) I dettagli delle candidature al Nobel del Prof. Pietro Tullio sono disponibili sul sito
ufficiale del prestigioso premio:
https://www.nobelprize.org/nomination/archive/show_people.php?id=9395
(2) Dal libro Si può guarire? La mia vita. Il mio metodo. La mia verità (Luigi Di Bella e
Bruno Vespa, ediz. Mondadori, 1998, pag.34)
(3) Intervista di Mons. Don Giovanni D’Ercole a Luigi Di Bella, trasmessa il 14 marzo
1998 su Raidue nel programma “Prossimo tuo”:

mercoledì 10 aprile 2019

IMPRESSIONANTI Benefici per la salute dell’Avocado

🥑 15 IMPRESSIONANTI Benefici per la salute dell’Avocado 

Cos'è l’Avocado? 

Sembra che non ci sia fine alla lunga lista di benefici per la salute che l'avocado è in grado di fornire, rendendolo davvero uno dei migliori frutti del pianeta. possono beneficiare di aumentare il loro consumo di avocado. 

Sapevi che la parola Avocado in realtà è originata dalla lingua Nahuatl parlata dagli Aztechi e significava testicolo? Se ti fermi a pensarci, c'è una ragione per questo, come accenneremo qui sotto. 

1. L'avocado può funzionare come afrodisiaco 

Sì, come accennato brevemente sopra, la parola avocado proveniva dal popolo azteco e significava testicolo. La ragione di questo? Si pensava che gli avocado fossero forti afrodisiaci. 

Gli avocado sono ricchi di grassi saturi, che è importante nella sintesi del testosterone. 

Non è una coincidenza che le diete moderne che cercano di limitare attivamente l'assunzione di grassi coincidano con i livelli più bassi di testosterone e, con esso, il basso desiderio sessuale. 

💝 Quindi, indirettamente, gli avocado sono davvero afrodisiaci. 

2. Aiuta nel trattamento dell'artrite 

L' artrosi cronica e l'artrite reumatoide sono entrambe malattie debilitanti che causano estremo disagio alle persone che ne soffrono. 

Anche se i farmaci antidolorifici possono offrire sollievo a breve termine dai sintomi, difficilmente possono essere considerati una soluzione permanente. Inserisci l'avocado sempre disponibile, in cui è stato trovato un composto che potrebbe contribuire a offrire sollievo dal dolore e dall'infiammazione delle condizioni artritiche. 

Anche se non è chiaro quanto sia necessario consumare per vedere questi effetti, avere un avocado 🥑 al giorno potrebbe anche supportare i tuoi sforzi per alleviare il dolore, poiché il grasso può aiutare a tamponare il tessuto tra le articolazioni. 

3. Aiuta con la gestione del diabete 

Il controllo del diabete è difficile, con non molti alimenti che offrono un sostegno decente. 
Molte persone cercano di trovare fonti di carboidrati migliori, ma spesso questo da solo non è sufficiente. 

Gli avocado contengono un sacco di grasso buono, che agisce per rallentare l'assorbimento di zucchero nel flusso sanguigno. 

Poiché i diabetici di tipo 2 hanno anche una scarsa sensibilità all'insulina, è un buon modo di agire per rallentare la velocità di assorbimento per consentire all'insulina un tempo maggiore per elaborare i carboidrati. 

4. Promuove la salute della pelle 

Se pensi di soffrire di pelle secca, o pensi che la tua salute della pelle potrebbe essere migliore, gli avocado possono diventare i tuoi migliori amici. 

Gli avocado sono ricchi di grassi sensibili alla pelle e di vitamina C e vitamina E antiossidante. 

La vitamina C è anche coinvolta nella sintesi del collagene, assicurando che la pelle sia mantenuta sana ed elastica negli anni a venire. 

Il grasso dell’ avocado aiuta a rinforzare la barriera strutturale della pelle, in modo che l'umidità non vada perduta a un ritmo veloce. 

5. Gli avocado possono aiutarti a perdere peso 

Quando si tratta di grasso, molte persone sono spaventate e disinformate. 

I grassi non ti faranno necessariamente ingrassare, anche se producono più calorie per grammo rispetto agli altri macronutrienti. 

Gli avocado, tuttavia, possono aiutare a ridurre l'appetito e sopprimere l'apporto calorico complessivo nel corso della giornata. 

Inoltre, quando è incluso nei pasti, è probabile che tu sia soddisfatto per molto tempo, evitando di fare un pasto senza abbondante grasso. 

6. Gli avocado sono ricchi di fibre 

Molte persone non riescono ad assumere abbastanza fibra oggi, per una ragione o per l'altra. 

Frequentemente, si verifica a causa del consumo di troppi alimenti trasformati e non consumando abbastanza cibi integrali. 

Se non ti piacciono le verdure 🥗, c'è ancora speranza. 
Gli avocado contengono entrambe le fibre essenziali; solubili e insolubili. 

La fibra solubile gioca un ruolo importante nel sostenere il microbioma del nostro intestino, mentre la fibra insolubile aiuta a mantenere la regolarità. 

Entrambi hanno ruoli importanti da interpretare, quindi è importante che tu li assuma entrambi tutti i giorni. 

7. Può migliorare i profili del colesterolo 

Non tutti i grassi sono cattivi. 

Infatti, i grassi sono essenziali e necessari per una buona salute, inclusa la salute del cuore, e mantenere i valori di colesterolo normali. 💔

Il consumo regolare di avocado aiuta a migliorare il buon aspetto del colesterolo, noto come HDL, e riduce gli aspetti che si desidera mantenere bassi, come LDL e trigliceridi. 

Se soffri di iperlipidemia, è una buona idea consumare grassi sani come gli avocado e contemporaneamente ridurre grassi e carboidrati artificiali per ottenere il massimo beneficio. 

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8. Rafforzare l'assorbimento di sostanze nutritive vegetali 

Anche se frutta e verdura 🍉🥗 sono estremamente ricche di sostanze nutritive, sapevate che possono essere sabotati? 

Sì, in effetti hanno un meccanismo di sabotaggio incorporato, sotto forma di fibra. 

Anche se la fibra è una parte importante della dieta, può diventare fastidiosa quando altera l'assorbimento dei numerosi fitochimici presenti negli alimenti vegetali. 

Il modo migliore per contrastare questo? Consumare un buon grasso. 

Facendo così, il grasso agisce come una molecola portante, aiutando a trasportare nutrienti liposolubili che altrimenti sarebbero andati sprecati. 

Questo spiega lo scenario molto comune di carenza di nutrienti che si verifica nelle persone che limitano l'assunzione di grassi o sono a dieta, anche vegana.

9. Buono per migliorare la salute degli occhi

Gli avocado aumentano l'assorbimento dei nutrienti che sono importanti per una buona salute, ma sono anche ricchi di antiossidanti, luteina e zeaxantina preferiti dagli occhi. 👓

Questi antiossidanti hanno dimostrato la capacità di ridurre lo sviluppo della cataratta, rallentare la degenerazione dei muscoli e dei nervi degli occhi e migliorare la visione notturna. 

10. Contenere l'acido folico essenziale 

L'acido folico è importante per la replicazione del DNA in tutti gli esseri umani, ma è ancora più importante durante la gravidanza. 

Si consiglia a tutte le donne di assumere un integratore potenziato con acido folico, ma gli avocado sono un'ottima fonte. 

L'acido folico aiuta a prevenire lo sviluppo di deformità nell'utero, come una condizione chiamata spina bifida. 

11. Promuovere la funzione sana del fegato 

Il fegato è uno dei tuoi organi più importanti. Anche se è autorigenerante, ciò non significa che puoi darlo per scontato. 

Il modo migliore per supportare il fegato che lavora sodo è di aiutarlo a funzionare in modo ottimale. 

Gli avocado possono aiutare a ridurre i sintomi della malattia del fegato grasso, causati anche da elevati livelli di colesterolo e trigliceridi nel sangue. 

Inoltre, gli avocado possono potenziare la sintesi del più potente glutatione anti-ossidante del corpo per proteggervi dai radicali liberi. 

12. Gli avocado possono prevenire l'alitosi 

Gli avocado contengono flavonoidi che combattono la proliferazione batterica e fungina in bocca, riducendo efficacemente la probabilità che si verifichi alitosi. 

Allo stesso modo, possono anche aiutare a prevenire l'insorgenza di ulcere della bocca. 

13. Promuovere la guarigione delle ferite 
Gli avocado possono aiutare ad accelerare la guarigione delle ferite, modulando l'attività del sistema immunitario. 

14. L'avocado può favorire un buon umore 😂

Grazie ancora una volta alla sua densità di acido folico, gli avocado possono contrastare gli effetti dell'omocisteina composta. 

L'omocisteina esaurisce la produzione di dopamina e serotonina, neurotrasmettitori che promuovono il senso di benessere. 

15. Promuovere la salute delle ossa 

Il tessuto osseo richiede i minerali calcio, zinco , magnesio , potassio e vitamina D e vitamina K per una corretta formazione. 

Gli avocado contengono tutti questi nutrienti, ma in particolare la vitamina K, che non si trova in molti alimenti. 

Il consumo regolare di avocado, insieme all'esercizio fisico, promuoverà una buona densità ossea. 

Dan Chiarelli

martedì 9 aprile 2019

Nascita Università

Nascita Università 
***

All'inizio fu Bologna (1088). Poi vennero Parigi e Salerno. Nel sec. XIII fu la volta di Roma, Napoli, Pavia, Tolosa, Salamanca, Lisbona... Nel Trecento erano una quarantina in tutta Europa. Sono le Università, nate come compagnie di docenti o di studenti, o di entrambe, come naturali evoluzioni delle scuole cattedrali (fondate dai vescovi) o monastiche dell'alto medioevo.
Nacquero dal basso e portarono questa caratteristica nel loro stesso nome, che indica un "insieme" di persone costituitesi in libera associazione; poi ricevettero l'aiuto dei Papi (le prime), dei vari sovrani o delle città stesse (come Firenze).
L'università è una delle invenzioni più significative e importanti del Medioevo, contribuisce al rinnovamento e alla diffusione delle conoscenze e non ha paragoni nelle civiltà coeve come la Cina o l'Islam (dove le istituzioni culturali dipendevano dal potere religioso e politico).
Vi si studiava come materia propedeutica la filosofia naturale (la nostra scienza) aprendosi agli apporti della civiltà greco-araba, e poi medicina, diritto, filosofia...
Le Università sono l'apice della fioritura di un pensiero ordinato e razionale, il terreno fertile su cui nei secoli a venire si svilupperà tutto il progresso culturale dell'Occidente.
Roba da Medioevo!
Gianluca Zappa 

domenica 7 aprile 2019

Richard of Wallingford, abate di St. Albans in Inghilterra


Richard of Wallingford, abate di St. Albans in Inghilterra


Richard of Wallingford, abate di St. Albans in Inghilterra, realizzò intorno al 1330 un complicato orologio astronomico, una sorta di planetario, capace di indicare la posizione del sole, della luna, delle stelle e il flusso e riflusso delle maree.
È un fatto che dalla fine del secolo. XIII in poi si diffondono rapidamente in Europa gli orologi meccanici, prima sui campanili poi sulle torri civiche. L'orologio meccanico, un'altra geniale invenzione di un anonimo medievale,  andava a sostituire clessidre, meridiane e svegliarini ad acqua, sistemi antichi ed imprecisi.
Il medioevo ci ha dato anche questo: la misurazione scientifica, esatta del tempo, frutto di una ricerca nata dall'esigenza di dare regolarità alla giornata. Un'esigenza sentita inizialmente nei monasteri, che si diffuse poi nel mondo laico.
La misurazione esatta del tempo sconvolgerà la scienza osservativa, la vita quotidiana, il commercio, la tecnologia.
Roba da Medioevo!

Il virologo Giulio Tarro: «L’obbligo vaccinale è operazione da Big Pharma

Il virologo Giulio Tarro: «L’obbligo vaccinale è operazione da Big Pharma»

di REDAZIONE | 03/04/2018

Giulio Tarro
Non le manda a dire il virologo Giulio Tarro, nella recente intervista per il portale Affaritaliani.it. Il medico, che afferma di essere stato candidato al premio Nobel, ha voluto criticare aspramente l’obbligo vaccinale e l’immunologo Roberto Burioni. Il tutto in vista dell’uscita del volume 10 cose da sapere sui vaccini, che sarà in libreria tra qualche giorno. Secondo il medico, l’obbligatorietà non sarebbe efficace e, anzi, rappresenterebbe una sorta di manovra delle grandi case farmaceutiche ai danni dei cittadini.

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GIULIO TARRO, L’OPINIONE SULL’OBBLIGO VACCINALE

«L’obbligo vaccinale di massa non ha alcun senso – ha affermato Giulio Tarro -. È controproducente. È chiaro che la vaccinazione è un fatto positivo per la saluta delle popolazioni ma bisognerebbe fare un anamnesi di ogni caso, capire quale è la storia di ogni paziente. Siamo invece al cospetto di campagne di masse e medici che per principio dicono che i vaccini non hanno effetti collaterali. Ma è assurdo. Il vaccino è di per sé un farmaco e può avere effetti collaterali, anche gravi».

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Giulio Tarro ha affermato che l’estensione dell’obbligo vaccinale anche in altri Paesi d’Europa (anche la Francia sta per portare il numero di vaccini obbligatori a 11) è «una manovra da Big Pharma». «Probabilmente – dice – l’Italia è stata scelta come pacemaker dei vaccini per dare il passo alle altre nazioni. Di recente in Francia ne hanno resi obbligatori 11. Una bella vaccinazione totale di massa».

GIULIO TARRO E LO SCONTRO CON ROBERTO BURIONI

Inoltre, il virologo è molto critico nei confronti del suo collega Roberto Burioni con il quale ha avuto più di un confronto pubblico: «Penso che Burioni capisca poco. Ovvio che i vaccini possono essere utili in alcuni soggetti, inutili in altri e dannosi in altri ancora. Ma non penso ci possa essere un colloquio con persone del genere». In più ha raccontato l’aneddoto in base al quale lo stesso Tarro – secondo Burioni – non avrebbe potuto parlare, vista la sua età avanzata. Lo scontro ci fu all’epoca delle feroci critiche al convegno organizzato dall’Ordine del biologi da parte di Burioni che lo accusò di essere schierato contro i vaccini.
Giulio Tarro, infine, chiude parlando dei forti interessi economici dietro alla produzione dei vaccini. Secondo lui, in passato, ci fu un forte calo nella realizzazione di questo tipo di farmaco perché, in seguito ad alcuni danni subiti, si potevano citare in giudizio i produttori. Ora, invece, dopo che sono iniziati gli incontri del mondo economico a Davos, i vaccini tornano a essere un prodotto interessante dal punto di vista del mercato: «I vaccini – dice – sono diventati il motore dell’industria farmaceutica».

sabato 6 aprile 2019

SIAMO AL DISASTRO PERCHÉ CI SIAMO ILLUSI DI INTEGRARE L'ISLAM

"SIAMO AL DISASTRO PERCHÉ CI SIAMO ILLUSI DI INTEGRARE L'ISLAM"
Giovanni Sartori 

Ieri è morto il professor Giovanni Sartori considerato tra i massimi esperti di scienza politica a livello internazionale. Riporto una sua intervista di un anno fa molto schietta e più che mai attuale. Non condivido tutto, ma credo sia utile ad una riflessione comune su temi approfonditi da uno studioso del campo . 

Professore su queste parole [immigrazione, Islam, Europa] si gioca il nostro futuro.

«Su queste parole si dicono molte sciocchezze».

Su queste parole, in Francia, intellettuali di sinistra ora cominciano a parlare come la destra. Dicono che il multiculturalismo è fallito, che i flussi migratori dai Paesi musulmani sono insostenibili, che l'Islam non può integrarsi con l'Europa democratica...

«Sono cose che dico da decenni».

Anche lei parla come la destra?
«Non mi importa nulla di destra e sinistra, a me importa il buonsenso. Io parlo per esperienza delle cose, perché studio questi argomenti da tanti anni, perché provo a capire i meccanismi politici, etici e economici che regolano i rapporti tra Islam e Europa, per proporre soluzioni al disastro in cui ci siamo cacciati».

Quale disastro?

«Illudersi che si possa integrare pacificamente un'ampia comunità musulmana, fedele a un monoteismo teocratico che non accetta di distinguere il potere politico da quello religioso, con la società occidentale democratica. Su questo equivoco si è scatenata la guerra in cui siamo».

Perché?

«Perché l'Islam che negli ultimi venti-trent'anni si è risvegliato in forma acuta - infiammato, pronto a farsi esplodere e assistito da nuove tecnologie sempre più pericolose - è un Islam incapace di evolversi. È un monoteismo teocratico fermo al nostro Medioevo. Ed è un Islam incompatibile con il monoteismo occidentale. Per molto tempo, dalla battaglia di Vienna in poi, queste due realtà si sono ignorate. Ora si scontrano di nuovo».

Perché non possono convivere?

«Perché le società libere, come l'Occidente, sono fondate sulla democrazia, cioè sulla sovranità popolare. L'Islam invece si fonda sulla sovranità di Allah. E se i musulmani pretendono di applicare tale principio nei Paesi occidentali il conflitto è inevitabile».

Sta dicendo che l'integrazione per l'islamico è impossibile?

«Sto dicendo che dal 630 d.C. in avanti la Storia non ricorda casi in cui l'integrazione di islamici all'interno di società non-islamiche sia riuscita. Pensi all'India o all'Indonesia».

Quindi se nei loro Paesi i musulmani vivono sotto la sovranità di Allah va tutto bene, se invece...

«...se invece l'immigrato arriva da noi e continua ad accettare tale principio e a rifiutare i nostri valori etico-politici significa che non potrà mai integrarsi. Infatti in Inghilterra e Francia ci ritroviamo una terza generazione di giovani islamici più fanatici e incattiviti che mai».

Ma il multiculturalismo...

«Cos'è il multiculturalismo? Cosa significa? Il multiculturalismo non esiste. La sinistra che brandisce la parola multiculturalismo non sa cosa sia l'Islam, fa discorsi da ignoranti. Ci pensi. I cinesi continuano a essere cinesi anche dopo duemila anni, e convivono tranquillamente con le loro tradizioni e usanze nelle nostre città. Così gli ebrei. Ma i musulmani no. Nel privato possono e devono continuare a professare la propria religione, ma politicamente devono accettare la nostra regola della sovranità popolare, altrimenti devono andarsene».

Se la sente un benpensante di sinistra le dà dello xenofobo.

«La sinistra è vergognosa. Non ha il coraggio di affrontare il problema. Ha perso la sua ideologia e per fare la sua bella figura progressista si aggrappa alla causa deleteria delle porte aperte a tutti. La solidarietà va bene. Ma non basta».

Cosa serve?

«Regole. L'immigrazione verso l'Europa ha numeri insostenibili. Chi entra, chiunque sia, deve avere un visto, documenti regolari, un'identità certa. I clandestini, come persone che vivono in un Paese illegalmente, devono essere espulsi. E chi rimane non può avere diritto di voto, altrimenti i musulmani fondano un partito politico e con i loro tassi di natalità micidiali fra 30 anni hanno la maggioranza assoluta. E noi ci troviamo a vivere sotto la legge di Allah. Ho vissuto trent'anni negli Usa. Avevo tutti i diritti, non quello di voto. E stavo benissimo».

E gli sbarchi massicci di immigrati sulle nostre coste?

«Ogni emergenza ha diversi stadi di crisi. Ora siamo all'ultimo, lo stadio della guerra - noi siamo gli aggrediti, sia chiaro - e in guerra ci si difende con tutte le armi a disposizione, dai droni ai siluramenti».

Cosa sta dicendo?

«Sto dicendo che nello stadio di guerra non si rispettano le acque territoriali. Si mandano gli aerei verso le coste libiche e si affondano i barconi prima che partano. Ovviamente senza la gente sopra. È l'unico deterrente all'assalto all'Europa. Due-tre affondamenti e rinunceranno. Così se vogliono entrare in Europa saranno costretti a cercare altre vie ordinarie, più controllabili».

Se la sente uno di quegli intellettuali per i quali la colpa è sempre dell'Occidente...

«Intellettuali stupidi e autolesionisti. Lo so anch'io che l'Inquisizione è stata un orrore. Ma quella fase di fanatismo l'Occidente l'ha superata da secoli. L'Islam no. L'Islam non ha capacità di evoluzione. È, e sarà sempre, ciò che era dieci secoli fa. È un mondo immobile, che non è mai entrato nella società industriale. Neppure i Paesi più ricchi, come l'Arabia Saudita. Hanno il petrolio e tantissimi soldi, ma non fabbricano nulla, acquistano da fuori qualsiasi prodotto finito. Il simbolo della loro civiltà, infatti, non è l'industria, ma il mercato, il suq».

Si dice che il contatto tra civiltà diverse sia un arricchimento per entrambe.

«Se c'è rispetto reciproco e la volontà di convivere sì. Altrimenti non è un arricchimento, è una guerra. Guerra dove l'arma più potente è quella demografica, tutta a loro favore».

E l'Europa cosa fa?

«L'Europa non esiste. Non si è mai visto un edificio politico più stupido di questa Europa. È un mostro. Non è neppure in grado di fermare l'immigrazione di persone che lavorano al 10 per cento del costo della manodopera europea, devastando l'economia continentale. Non è questa la mia Europa».

Qual è la sua Europa?

«Un'Europa confederale, composta solo dai primi sei/sette stati membri, il cui presidente dev'essere anche capo della Banca europea così da avere sia il potere politico sia quello economico-finanziario, e una sola Suprema corte come negli Usa. L'Europa di Bruxelles con 28 Paesi e 28 lingue diverse è un'entità morta. Un'Europa che vuole estendersi fino all'Ucraina... Ridicolo. Non sa neanche difenderci dal fanatismo islamico».

Come finirà con l'Islam?

«Quando si arriva all'uomo-bomba, al martire per la fede che si fa esplodere in mezzo ai civili, significa che lo scontro è arrivato all'entità massima».

* * *

“Giuridicamente parlando, la cittadinanza italiana è fondata sullo ius sanguinis: siamo cittadini italiani se siamo nati in Italia da cittadini italiani”.

Lo ius soli, la “soluzione opposta”, prevede che “si diventa cittadini del Paese nel quale entriamo e ci insediamo”. Una soluzione adottata storicamente, ricorda, “dai Paesi sotto-popolati”, che “adottano lo ius soli perché hanno bisogno di popolazione”. Per Sartori la “distinzione in questione è logica e storicamente giustificata”. Secondo le statistiche “i Paesi che adottano il criterio dello ius sanguinis sono ancora una maggioranza. Ma molti Paesi – sottolinea – sono oggi piccole isole sperdute nei vari oceani”.

 “Lo ius soli è un errore gravissimo.  Sarebbe un disastro in un paese con altissima disoccupazione. Aumenterebbe le file dei lavoratori sottopagati e la delinquenza per le strade.  Io non sono mai stato di destra ma non sto con una sinistra che pensa a quote riservate agli immigrati nella società. Siamo alla demenza. La gente ormai ha paura ad uscire la sera e si vuole favorire la negritudine come in Francia. Ma noi possiamo farne a meno”. 

“Tutti meticci? Mai” – Sartori ricorda poi alla Kyenge che “integrare non è lo stesso che assimilare, e che la integrazione in questione è soltanto l’integrazione etico-politica”. Per esempio, “per i musulmani tutto è deciso dal volere di Allah, dal volere di Dio. Qui il potere discende soltanto dall’alto. Per le nostre democrazie, invece, il potere deriva dalla volontà popolare, e quindi nasce dal basso, deve essere legittimato dal demos”. Infine l’ultima bordata: “L’ex ministro Kyenge ha dichiarato che siamo tutti meticci. Si sbaglia. Qualsiasi buon dizionario glielo può spiegare”.

http://chiesaepostconcilio.blogspot.it/2017/04/siamo-al-disastro-perche-ci-siamo_5.html?m=1

venerdì 5 aprile 2019

SUL MONTE ATHOS, A INCONTRARE L’UOMO PIÙ FELICE DEL M

SUL MONTE ATHOS, A INCONTRARE L’UOMO PIÙ FELICE DEL MONDO

Padre Ioanikios è un monaco ortodosso del monastero di Simonopetra, uno dei 20 che si ergono sul Monte Athos in Grecia. Ed è anche «l’uomo più felice» che Simon Critchley abbia mai conosciuto, quello che gli ha fatto scoprire che il cristianesimo è «un’esperienza vivente» e che la Grazia è qualche cosa di reale.
L’incontro tra i due è uno di quelli che non ti aspetti. Critchley è un docente di filosofia ateo, inviato dal New York Times ad Atene per realizzare una serie di articoli sulla capitale greca. Ottenendo un permesso speciale concesso a pochi, ha passato tre giorni nel monastero di Simonopetra per toccare con mano l’epicentro della spiritualità ortodossa, «la cosa più vicina a un’esperienza religiosa che abbia mai avuto nella mia vita».

DA MANHATTAN AL MONASTERO
Padre Ioanikios invece è diventato un monaco nel 1987. Greco, ma anche cittadino americano, aveva studiato Ingegneria meccanica alla New York University negli anni Settanta e dopo aver conseguito un master in Economia, si era stabilito nella metropoli americana. Viveva in una bella casa a Manhattan, facendo avanti e indietro dal New Jersey, dove lavorava per la compagnia petrolifera Mobil Oil. Le sue serate le passava sempre nella nota discoteca Studio 54, per poi tornare a casa alticcio e accennare una preghiera davanti all’icona della Vergine Maria che teneva appesa sul muro dietro al letto, prima di sprofondare nel sonno.

La sua vita cambiò nei primi anni Ottanta, quando durante una visita in Grecia alla sua famiglia visitò il monastero di Simonopetra, dove il fratello di sua nonna viveva come monaco ed era ormai in fin di vita. Durante il loro breve incontro non si scambiarono neanche una parola ma «negli occhi di quel vecchio monaco c’era così tanta vita, così tanto amore». Quegli occhi non riuscivano a uscirgli dalla mente, neanche durante le serate allo Studio 54 una volta tornato a New York, e così, pochi anni dopo, tornò a Simonopetra per farsi monaco.

«È IL GIARDINO DELL’EDEN»
Padre Ioanikios ha fatto da guida all’inviato del New York Times Critchley durante la sua visita al Monte Athos, considerato sacro dagli ortodossi e dove si può accedere solo via mare con speciale permesso. Si tratta infatti di una Repubblica monastica autonoma, con il proprio parlamento e la propria giurisdizione, come il Vaticano. Secondo la tradizione, la Vergine Maria avrebbe viaggiato con san Giovanni fino al Monte Athos e colpita dalla sua bellezza avrebbe chiesto a Gesù di farne il suo giardino. Nessuna donna può mettere piede sul Monte: «La madre di Dio è l’unica donna a poter entrare nel suo giardino».

Per tre giorni Critchley ha vissuto con i 65 monaci di Simonopetra, costruito nel XIV secolo dall’anacoreta Simone: si è alzato alle 4 del mattino (anche se la vita dei 2.000 monaci comincia tre ore prima), ha partecipato a funzioni della durata di tre ore e mezza, alle orazioni, ai pasti, ai lavori manuali e alle visite dentro le meravigliose foreste del Monte Athos, accerchiato dal mare: «È il giardino dell’Eden».

NIENTE FERIE O «ABBUFFATE DI NETFLIX»
Al contrario dei monaci, non ha fatto un’ora di lettura della Bibbia, un’ora di recitazione della preghiera di Gesù («Signore Gesù Cristo, abbi pietà di me» ripetuta per migliaia di volte) e un’ora di prostrazioni (da un minimo di 120 a un massimo di 2.000, che «mi hanno fatto ridimensionare il mio corso di Pilates»). Ha però approfittato del pisolino a metà mattina, dei vespri, della cena e delle due ore di tempo libero prima di andare a letto con gli altri monaci. «Il tutto ripetuto ogni giorno, variazioni rituali a parte, senza ferie, senza pause, senza abbuffate di Netflix, fino al termine della propria vita. Come diceva il monaco Evagrio Pontico, il monaco deve sempre vivere come se dovesse morire il giorno seguente».

L’inviato del New York Times è colpito sopratutto da due cose: «L’enfasi sul monachesimo come un’esperienza vivente» e la «gioia» che traspare dal volto e dalle parole dei monaci. Critchley riporta soprattutto queste parole della sua guida: «Io mi sono sentito chiamato da Dio e ho risposto. Ma è difficile essere un monaco. L’uomo è fatto per qualcos’altro, per mettere su famiglia. Noi abbiamo scelto un’altra vita, che è possibile solo con l’energia che viene da Dio». «Che cos’è questa energia?». «È difficile da descrivere, ma si può chiamare Grazia. Quando ne fai esperienza, è come se non avessi nemici. Gesù ha detto di amare i propri nemici ed è una cosa da pazzi. Come può essere? Ma quando sei sostenuto da quella energia, diventa la cosa più ovvia. Provi solo gioia e felicità. Per me questa vita è dura, ma questa gioia la provo ad esempio quando canto».

«LA CHIESA DIVENTA TUTTA CANTO E ORO»
I canti dei monaci nella cappella sono forse la cosa più «bella» a cui Critchley ha assistito durante la sua visita, ancora più delle foreste, dei monti e del mare. Il profumo della mirra che fuoriesce lentamente dai turiboli che roteano, il canto «serissimo» e coordinato dei monaci, il sole che illumina le vetrate così che la chiesa, «non ne ho mai vista una così viva», diventa «tutta canto e oro». Alla fine di una funzione speciale durata cinque ore, intorno a mezzanotte, l’inviato racconta che i monaci sono svegli da «almeno 24 ore», non bevono da cinque, non mangiano dal mattino, «ma sembrano freschi come rose, mentre io sono a pezzi, affamato e assetato. Eppure provo una tale leggerezza!».

Al termine dei tre giorni padre Ioanikios mette attorno al collo di Critchley  una cordicina con un piccolo crocifisso di legno fatto a mano e gli dice: «Non dimenticarci e torna ogni anno. Sei nostro amico ora. E non scordare: ogni volta che hai una preoccupazione, ripeti “Signore Gesù Cristo, abbi pietà di me”». Conclude l’inviato del New York Times: «Appena tornato ad Atene mi sono tolto il crocifisso. Ero di nuovo nel mondo profano con la mia stupida distanza filosofica e la mia arroganza intellettuale. Mi domando se vivrò mai più una simile esperienza religiosa».

https://www.tempi.it/io-ateo-ho-incontrato-luomo-piu-felice-del-mondo-un-monaco-del-monte-athos/

mercoledì 3 aprile 2019

Si chiamava Roswitha. Visse nel X secolo. Per i redeschi è la prima poetessa della loro storia. Era colta e dotata di capacità artistiche. Leggeva Terenzio e scrisse otto dialoghi teatrali, dei drammi e dei poemetti agiografici in onore dell'imperatore Ottone I.
A proposito di Terenzio scrisse: "non ho avuto alcuno scrupolo di imitarlo nelle mie composizioni, perché nello stesso genere di composizione in cui venivano rappresentate
oscene sconcezze di donne senza pudore, venisse esaltata, in base alle modeste capacità del mio ingegno, l’encomiabile illibatezza di vergini cristiane".
Una giovane monaca cristiana faceva rinascere, in modo del tutto nuovo, il teatro in Occidente.
Roba da Medioevo.