"La Chiesa è il luogo dove tutte le verità si incontrano"................. Gilbert Keith Chesterton
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lunedì 17 giugno 2013
Dialogare
Dialogare
***
Dialogare significa essere convinti che l'altro abbia qualcosa
di buono da dire, fare spazio al suo punto di vista, alla sua opinione, alle sue
proposte, senza cadere, ovviamente, nel relativismo. E per dialogare bisogna
abbassare le difese e aprire le porte.PAPA FRANCESCO
domenica 16 giugno 2013
IL SENSO RELIGIOSO DI MONTALE
IL SENSO RELIGIOSO DI MONTALE
***
«Io
sono un poeta che ha scritto un’autobiografia poetica senza cessare
di battere alle porte
dell’impossibile.Nella mia poesia c’è il desiderio d’interrogare la vita. Dopo lo
scetticismo
iniziale, nei miei versi della maturità ho tentato di sperare, di
battere al muro,di vedere ciò che poteva esserci dall’altra parte
della parete, convinto che la vita ha un significato che ci sfugge. Ho
bussato disperatamente come uno che attendeva una
risposta.
C’è nozione di Dio, nella mia poesia: ma a patto di togliere a Dio
ogni attributo
dogmatico.
E io sono un cristiano: ma un cristiano che non appartiene a nessuna chiesa».18
Quello che avviene nel mondo così detto civile a
partire dalla fine dell’Illuminismo (ma ora in sempre più rapida escalation) è il
totale disinteresse per il senso della vita. Ciò non contrasta col darsi daffare, anzi.
Si riempie il vuoto con l’inutile. Il mondo muore di noia, l’impiego del tempo
è letteralmente spaventoso. I giovani che si agitano un po’ dovunque non se ne
rendono forse conto, ma il loro vero problema non è né sociale né economico. A loro non
interessa più nulla, ecco il fatto. Immetteteli in una società più giusta, meglio
pianificata, riempiteli di lauree e di diplomi, trovate per tutti un buon impiego e molto
tempo libero, e il risultato sarà lo stesso: una noia sempre crescente senza nemmeno più
il conforto/sconforto dell’angoscia. Abbiamo provveduto noi anziani, noi balordi
aruspici dei vari futuribili, a svuotarli di tutto. Non ci possono ringraziare, questo è
certo.
E. Montale, Variazioni, in “Corriere della Sera”, 12 gennaio 1969
L'«imprevisto»: risposta all'interrogativo del vivere
Cento anni fa nasceva Montale, maestro
di vita che ha cantato l’effimero delle cose. Tutto urge un rapporto con
l’infinito, «perché tutte le immagini portano scritto: "più in là"».
In un mondo che rende familiare la tentazione, che investe anche noi, di ridurre
l’apparenza della realtà a nulla. La possibilità, estrema punta dell’attesa
della saggezza umana
Ripetutamente, nelle molte dichiarazioni di Montale sulla
sua opera poetica, riaffiora il supremo interesse di "interrogare la vita",
nella speranza di decifrarne il mistero, l’enigma. Consapevole di "non sapere
inventare nulla" e di "partire sempre dal vero", la spinta, la mossa da cui
scaturisce l’intera produzione del poeta coincide con la struggente considerazione
della propria condizione di uomo. Scriveva Contini, uno dei più importanti filologi di
questo secolo, che gli fu anche caro amico: "La differenza costitutiva tra Montale e
i suoi coetanei sta in ciò, che questi sono in pace con la realtà, mentre Montale non ha
certezza del reale".
Forse questa piccola indagine su Montale potrebbe muovere
proprio dalla semplice constatazione che il problema del senso della vita costituisce il
centro da cui si irradia l’intera sua riflessione e opera poetica. In un brano
scritto all’indomani delle agitazioni del Sessantotto, ne è esplicitamente
dichiarata la rilevanza, insieme alla considerazione della irragionevole marginalità ad
esso riservata in tutta l’epoca moderna, non ultima ragione della sua decadenza; come
il prezzo pagato ad una inammissibile evasione:
"Quello che avviene nel mondo così detto civile a
partire dalla fine dell’Illuminismo (ma ora in sempre più rapida escalation) è il
totale disinteresse per il senso della vita. Ciò non contrasta col darsi daffare, anzi.
Si riempie il vuoto con l’inutile. Il mondo muore di noia, l’impiego del tempo
è letteralmente spaventoso. I giovani che si agitano un po’ dovunque non se ne
rendono forse conto, ma il loro vero problema non è né sociale né economico. A loro non
interessa più nulla, ecco il fatto. Immetteteli in una società più giusta, meglio
pianificata, riempiteli di lauree e di diplomi, trovate per tutti un buon impiego e molto
tempo libero, e il risultato sarà lo stesso: una noia sempre crescente senza nemmeno più
il conforto/sconforto dell’angoscia. Abbiamo provveduto noi anziani, noi balordi
aruspici dei vari futuribili, a svuotarli di tutto. Non ci possono ringraziare, questo è
certo.
"Le attuali agitazioni e contestazioni appartengono
dunque a quello che si definisce come eterogenesi dei fini e come tali sono inevitabili.
Esse non sono che un’infima parcella di tutto ciò che sta ribollendo in questo
universo di orrore e di noia".
E a chiarire lo stato d’animo di Montale, stretto
tra l’urgente inevitabilità della Questione ("Ratio ultima rerum... id est
deus") e l’ostentata indifferenza che lo circonda ("gli uomini che non si
voltano") e di cui egli steso si sente preda, sarà forse utile questo breve brano,
tratto da una prosa del 1949:
"Oggi tutti vorrebbero esser contenti ma non
c’è più quasi nessuno che desideri veramente di esser felice; che lo desideri fino
all’impossibile, fino all’annientamento. È troppo tardi per interrogare
l’uomo ch’è passato, bisognerebbe inseguirlo, e poi chissà se ci direbbe la
verità. Se il felice vorrà nascondere il suo segreto; non si divulgano le cose
incomprensibili agli altri".
Il cozzo della ragione
Ed eccoci al secondo passo: l’incomprensibile.
Volendo da se stesso dare una definizione della propria poesia, Montale dichiara che essa
appartiene a una tradizione "non realistica, non romantica e nemmeno strettamente
decadente, che molto all’ingrosso si può definire metafisica", avendo cura di
avvertire che "tutta l’arte che non rinunzia alla ragione, ma nasce dal cozzo
della ragione con qualcosa che non è ragione, può anche dirsi metafisica". La
consapevolezza che il Mistero sorga nella considerazione della realtà operata dalla
ragione sembra essere ben presente a Montale quando, in un’intervista rilasciata nel
1965, esclude che si possa "parlare di mito della mia poesia", ma piuttosto di
"desiderio di interrogare la vita". "Io sono un poeta che ha scritto
un’autobiografia poetica senza cessare di battere alle porte dell’impossibile
convinto che la vita ha un significato che ci sfugge. Ho bussato disperatamente come uno
che attende una risposta". Il motivo stesso che lo ha spinto ad interessarsi
dell’opera di Dante, che ha profondamente influito sulla sua produzione poetica, ha
molto a che vedere proprio con l’incomprensibilità di ciò che "investe le
ragioni ultime dell’uomo", come è detto in questo intervento, ancora del 1965:
"Dante non può essere ripetuto. Fu giudicato quasi
incomprensibile e semibarbaro pochi decenni dopo la sua morte, quando l’invenzione
retorica e religiosa della poesia come dettato d’amore fu dimenticata. Esempio
massimo di oggettivismo e razionalismo poetico, egli resta estraneo ai nostri tempi, a una
civiltà soggettivistica e fondamentalmente irrazionale perché pone i significati nei
fatti e non nelle idee. Ed è proprio la ragione dei fatti che oggi ci sfugge. Poeta
concentrico, Dante non può fornire modelli a un mondo che si allontana progressivamente
dal centro e si dichiara in perenne espansione. Perciò la Commedia è e resterà
l’ultimo miracolo della poesia mondiale. Posso tranquillamente considerare
l’affermazione del Singleton che il poema sacro fu dettato da Dio e il poeta non fu
che lo scriba. Così non mi ha atterrito il carattere miracoloso che fu attribuito a
quella Beatrice storica di cui pensavano di poter fare a meno. E se è vero ch’egli
volle essere poeta e nient’altro che poeta, resta quasi inspiegabile alla nostra
moderna cecità il fatto che quanto più il suo mondo si allontana da noi, di tanto
accresce la nostra volontà di conoscerlo e di farlo conoscere a chi è più cieco di
noi".
L’anello che non tiene
| "Ah crisalide, com’è amara questa |
| tortura senza nome che ci volve |
| e ci porta lontani - e poi non restano |
| neppure le nostre orme sulla polvere; |
| e noi andremo innanzi senza smuovere |
| un sasso solo della gran muraglia; |
| e forse tutto è fisso, tutto è scritto, |
| e non vedremo sorgere per via |
| la libertà, il miracolo, |
| il fatto che non era necessario!" |
Tuttavia il suo itinerario poetico, dalle Occasioni
alla Bufera, da Satura al Diario postumo, si sviluppa nel tentativo
di identificare e precisare la fisionomia di un segno di salvezza, portatore di chiarezza
circa il senso del nostro destino di uomini. Un segno tangibile ("fuggo /
l’iddia che non s’incarna"), che, sfuggendo i canoni della poesia
stilnovista e di Dante, prende forma nella figura della donna, di alcune donne. In primo
luogo Clizia, "Iride, l’ebrea che io chiamo cristofora o portatrice di
Cristo", la donna, Irma Brandeis, che se n’è andata lontano e torna, talvolta,
a illuminare la notte scura in cui vive il poeta:
| "Perché l’opera tua (che della Sua |
| è una forma) fiorisse in altre luci |
| Iri del Canan ti dileguasti |
| in quel nimbo di vischi e pungitopi |
| che il tuo cuore conduce |
| nella notte del mondo, oltre il miraggio |
| dei fiori del deserto, tuoi germani. |
| Se appari, qui mi riporti, sotto la pergola |
| di viti spoglie, accanto all’imbarcadero |
| del nostro fiume - e il burchio non torna indietro, |
| il sole di San Martino si stempera, nero. |
| Ma se ritorni non sei tu, è mutata |
| la tua storia terrena, non attendi |
| al traghetto la prua, |
| non hai sguardi, né ieri né domani; |
| perché l’opera Sua (che nella tua |
| si trasforma) dev’esser continuata". |
E poi la moglie, la mosca, la donna della vita: "Ho
sceso dandoti il braccio, almeno un milione di scale / e ora che non ci sei è il vuoto ad
ogni gradino". Verso di lei è una gratitudine infinita, nata dalla consapevolezza
che "di noi due / le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate, / erano le
tue". Forse anche la presenza umana cui deve il conforto della speranza, la debole e
ferma considerazione di una possibilità:
| "La morte non ti riguardava. |
| Anche i tuoi cani erano morti, anche |
| il medico dei pazzi detto lo zio demente, |
| anche tua madre e la sua "specialità" |
| di riso e rane, trionfo meneghino; |
| e anche tuo padre che da una minieffigie |
| mi sorveglia dal muro sera e mattina. |
| Malgrado ciò la morte non ti riguardava. |
| Ai funerali dovevo andare io, |
| nascosto in un tassì restandone lontano |
| per evitare lacrime e fastidi. E neppure |
| t’importava la vita e le sue fiere |
| di vanità e ingordigie e tanto meno le |
| cancrene universali che trasformano gli uomini in lupi. |
| Una tabula rasa; se non fosse |
| che un punto c’era, per me incomprensibile |
| e questo punto ti riguardava". |
Prima del viaggio
A questa via, umana, di ragione e affetto, in cui il
linguaggio poetico stesso si semplifica, appartiene la categoria dell’imprevisto come
possibilità di salvezza, come in Prima del viaggio ("Un imprevisto / è la
sola speranza. Ma mi dicono / ch’è una stoltezza dirselo"), o come in
quest’altra poesia:
| "L’insonnia fu il mio male e anche il mio bene. |
| Poco amato dal sonno mi rifugiai nella veglia, |
| nel buio che non è poi tanto nero |
| se libera i fantasmi dalla luce |
| che li disgrega. Non sono tanto grati |
| questi ospiti notturni ma ce n’è uno |
| che non è sogno e forse è il solo vero". |
Un’esile realtà, che pure, per quanto fragile,
ammessa con timore o terrore, come sovrastata dalla paura dell’esilio e della follia,
ritorna come motivo ricorrente in altre sue poesie:
| "Forse fra i tanti, fra i milioni c’è |
| quello in cui viso e maschera coincidono |
| e lui solo potrebbe dirci la parola |
| che attendiamo da sempre". |
E anche:
| "Fosse tua vita quella che mi tiene |
| sulle soglie - e potrei prestarti un volto, |
| vaneggiarti figura". |
La soglia ci sembra una parola che può indicare la
posizione di Montale: la soglia non è ancora la dimora, ma il pegno. Anche la Bibbia, che
Montale amava, nomina la soglia, quando fa dire al salmo dello struggimento per il tempio
del Signore:
| "Per me un giorno nei tuoi atri |
| è più che mille altrove, |
| stare sulla soglia della casa del mio Dio |
| è meglio che abitare nelle tende degli empi" (Salmo 83). |
Il viaggio non finisce qui
di Valeria Capelli
Casa sul mare
| Il viaggio finisce qui: |
| nelle cure meschine che dividono |
| l’anima che non sa più dare un grido. |
| Ora i minuti sono eguali e fissi |
| come i giri di ruota della pompa. |
| Un giro: un salir d’acqua che rimbomba. |
| Un altro, altr’acqua, a tratti un cigolio. |
| Il viaggio finisce a questa spiaggia |
| che tentano gli assidui e lenti flussi. |
| Nulla disvela se non pigri fumi |
| la marina che tramano di conche |
| i soffi leni: ed è raro che appaia |
| nella bonaccia muta |
| tra l’isole dell’aria migrabonde |
| la Corsica dorsuta o la Capraia. |
| Tu chiedi se così tutto vanisce |
| in questa poca nebbia di memorie: |
| se nell’ora che torpe o nel sospiro |
| del frangente si compie ogni destino. |
| Vorrei dirti che no, che ti s’appressa |
| l’ora che passerai di là dal tempo: |
| forse solo chi vuole s’infinita, |
| e questo tu potrai, chissà, non io. |
| Penso che per i più non sia salvezza, |
| ma taluno sovverta ogni disegno, |
| passi il varco, qual volle si ritrovi. |
| Vorrei prima di cedere segnarti |
| codesta via di fuga |
| labile come nei sommossi campi |
| del mare spuma o ruga. |
| Ti dono anche l’avara mia speranza. |
| A’ nuovi giorni, stanco, non so crescerla: |
| l’offro in pegno al tuo fato, che ti scampi. |
| Il cammino finisce a queste prode |
| che rode la marea col moto alterno. |
| Il tuo cuore vicino che non m’ode |
| salpa già forse per l’eterno. |
Dopo le immagini marine che oggettivizzano la posizione
interiore di delusione, di non attesa, di non speranza, di torpida immobilità, il poeta
introduce indirettamente un tu personale, una donna, che pone una domanda drammatica sulla
vita, la domanda più grave: "Tu chiedi se così tutto vanisce / in questa poca
nebbia di memorie; / se nell’ora che torpe o nel sospiro / del frangente si compie
ogni destino". C’è in questa richiesta come un ultimo grido soffocato del
cuore, della ragione, che non si rassegnano al fatto che tutto finisca nel nulla, che il
destino di ogni uomo sia vanificarsi come l’onda che lentamente s’infrange sugli
scogli.
Il poeta vorrebbe poterle dire che non è così, che
c’è la salvezza. Forse qualcuno riesce a passare il "varco", a scoprire
certezze per la vita, il senso delle cose, a raggiungere il compimento della sua umanità,
non però lui. Egli vorrebbe tuttavia, prima di abbandonarsi al suo destino, insegnarle
una "via di fuga" dalla dura, insensata necessità, da una realtà
incomprensibile; ma sa che questa ipotesi di salvezza è labile come la spuma o
un’onda sul mare agitato. In uno slancio del cuore offre alla donna, quasi un pegno
per il destino perché la salvi, la sua piccola speranza, quella speranza che lui, stanco,
deluso, non sa più alimentare.
Nella casa sul mare finisce forse l’avventura di due
anime; ma poco importa il dato contingente: ciò che qui drammaticamente si rivela è la
condizione umana in quanto tale.
Il vero tema della lirica è da un lato l’urgenza,
sottesa a ogni immagine, vibrante nel profondo di ogni parola, che la vita sia un viaggio
reale, colmo di significato, che il tempo sia il tempo del ritrovamento di sé, del
compimento; dall’altro la constatazione dolorosa che il viaggio non ha altro esito
che il nulla, perché il tempo tutto distrugge; le cose svaniscono come parvenze, si
perdono anche le aspirazioni, le attese, le memorie, gli incontri, e il cuore, deluso,
sotterra la speranza, diviene incapace anche di un palpito, di un grido. E
l’immobilità è una sofferenza greve (si pensi al "delirio ...
d’immobilità" di Arsenio) perché è il contrario del vivere. Ma è possibile
sfuggire alla tortura dello sbriciolarsi lento, quotidiano delle cose, al sordo tormento
di una vita che non attende più nulla, che si consuma nel sentimento della propria
inutilità, magari in una sterile pietà? Per salvarsi, afferma Montale coniando un verbo
di timbro e vigore dantesco, bisognerebbe poter "infinitarsi"
("trasumanar" direbbe il divino poeta). Solo il rapporto col mistero infinito
potrebbe dare consistenza alla vita, all’istante, potrebbe rendere positivo lo
scorrere del tempo, reale, pieno di senso, il viaggio nell’aldiquà. Ma per il poeta
il viaggio è finito, anzi non è mai cominciato: manca la strada esistenzialmente
concreta per tale rapporto, pure presentito con tanta forza dal cuore.
Montale afferma che solo un miracolo, un fatto che spezzi
le catene della dura necessità, un imprevisto potrebbe salvarci dal non senso, dal nulla.
Qui si ferma il poeta.
Questo fatto, questo evento assolutamente imprevedibile -
noi lo sappiamo - è già accaduto, già ha aperto la strada ed è presente. Dio si è
fatto uomo per trasformare la nostra esistenza, l’esistenza di ogni uomo,
nell’avventura buona in cui il destino si compie. No, carissimo Montale, il viaggio
non finisce qui.
sabato 15 giugno 2013
IL CRISTIANESIMO COME SIGNIFICATO DELLA VITA
IL CRISTIANESIMO COME SIGNIFICATO DELLA VITA ***
« Ciò che veramente mi manca
è di capire chiaramente me stesso,
quello che devo fare,
non quello che devo conoscere. [...]
Trovare una verità che è verità per me, trovare l'idea per la quale devo vivere e morire [...]
A cosa mi servirebbe dimostrare
l'importanza del cristianesimo,
poter chiarire molti singoli fenomeni,
se esso non avesse per me
un significato più profondo? [...]
(Søren Kierkegaard)
venerdì 14 giugno 2013
Perduto l'uomo ora non troviamo Dio
13 giugno 2013
"Perduto l'uomo ora, non troviamo Dio"
***
Roger Scruton è considerato uno dei pensatori più brillanti
e influenti del panorama filosofico contemporaneo.ascrivibile al campo"
conservatore", poiché negli anni Settanta-Ottanta era forte il suo impeto
anticomunista a favore della "dissidenza" Oltre cortina,
l'intellettuale inglese (docente all'Università di .St. Andrews e visiting
professor in diversi centri di ricerca, tra cui la Blackfriars'Hall dei
domenicani di Oxford) si mostra in una dimensione insospettabilmente moderna
nel suo ultimo libro, Il volto di Dio (Vita & Pensiero, pagine 172, euro
18).ln esso si analizza la ragione ultima della sparizione dell'Altissimo
dal dibattito e dalla percezione pubblica contemporanea: l'oggettivizzazione
del mondo (dall'io si è passati alla centralità delle neuroscienze, dal
rispetto del paesaggio alla sua cosificazione, dalla custodia della
terra alla sua deturpazione) ha come conseguenza l'annullamento della
figura di Dio. «Nella cultura attuale, Dio è considerato dalla maggioranza
un segno di Immaturità emotiva e intellettuale. Una delle mie
preoccupazioni è valutare le implicazioni dell'ateismo crescente che ci
circonda», annota il filosofo britannico. E le implicazioni risultano
ascrivibili ad un passaggio fondamentale: «Come lo sposo o la sposa nel
sacramento del matrimonio, Dio è ineludibile, o eludibile solo creando una
voragine, un abisso spalancato davanti a noi quando stravolgiamo non solo il
volto dell'uomo ma il volto del mondo». Esempio di questo stravolgimento
sia esistenziale che concettuale, argomenta Scruton, è appunto il primato che
oggi la scienza rivendica nella conoscenza dell'uomo, in altre parole la
questione delle neuroscienze: «Ho assunto il termine di
"neurofilosofia" dalla studiosa Patricia Churchland, che sostiene
come le neuroscienze ora devono rimpiazzare la filosofia come la vera
capacità di spiegare la mente umana. Mi permetto di criticare questa
posizione perché essa definisce un progetto che può essere realizzato solo
ignorando o distorcendo con forza ciò che è maggiormente importante nella
nostra esperienza, ovvero il fatto profondo, ma altrettanto chiaro, della
nostra autocoscienza. In fin dei conti, è proprio lo smarrimento
dell'autentico senso dell'io" umano il quid che segna l'allontanamento del
pensiero contemporaneo dalla ricerca e dell'incontro con l'Altissimo: «Nessun
tentativo di rintracciare il soggetto nel mondo degli oggetti potrà mai avere
successo.[.. .]Finiremo col descrivere un mondo in cui l'agire umano,
l'intenzione, la libertà e le emozioni sono stati spazzati via; insomma, un
mondo senza volto». «Sono una persona moderna e perciò mi approccio alla questione di Dio,
alla sua natura e al problema della sua esistenza da una prospettiva umana
piuttosto che divina,- spiega Scruton, ad Avvenire – Voglio scoprire i pensieri,
le emozioni che sottostanno all'urgenza religiosa e mostrare il posto
indispensabile delle idee religiose nella interazioni che ogni giorno noi
abbiamo con le altre persone». Ad esempio, quando deve trovare una traccia
divina nel nostro mondo -secolarizzato, il razionale Scruton si trova
d'accordo con la visione teologica di Karl Rahner, il quale ,scriveva di
quei «cristiani anonimi», che senza saperlo vivono nel la propria
carne la pratica cristiana ,della Resurrezione mediante la virtù della carità.
«Concordo anch'io con l'affermazione di Rahner ~- e infatti questa è la
conclusione del mio libro -afferma -.Dio si fa conoscere nei nostri
atti di carità e quando un essere umano sacrifica se stesso per il bene di un altro oppure senza pensare al proprio
guadagno personale». Infatti, nelle ultime righe del testo si legge: «Cos'è
e dove si trova il volto di Dio per chi crede nella sua presenza reale tra noi?
La risposta è che incontriamo questa presenza dovunque, in chiunque soffre e rinuncia per
il bene dell’altro. Quando qualcuno arriva al sacrificio, rinunciando a ciò che
gli è più prezioso, perfino alla vita, per il bene di un altro, lì incontriamo
il dono supremo. In simili atti l'io si mostra completamente; e avviene una
rivelazione».
Ma è proprio l'ipertrofia
dell'io nel mondo attuale, la sua cosificazione e
insieme ipercostruzione egoistica, che rendono Dio un'ipotesi inutile,
apparentemente, secondo l'intellighenzia di oggi. Dice Scruton: «La cultura consumistica è una cultura senza sacrifici;
il divertimento riadattato come oggetto dei nostri desideri ha perso il suo
significato di dono. Lo stravolgimento dell' eros e la scomparsa dei riti di
passaggio cancellano l'antica concezione della vita umana come avventura in
seno alla comunità e offerta agli altri. E' inevitabile, pertanto, che le
manifestazioni di "timore sacro" siano tra noi una rarità. E'
certamente questo, e non gli argomenti degli atei, a causare il declino della
ragione». Paradossalmente è anche dai "nemici" (filosofici) che l'autore
inglese trae e conferma nuova linfa per la sua indagine su Dio: «Sostenendo che
non c'è risposta alla domanda "perché esisto?", Sartre apre la porta al pensiero che la
nostra esistenza sia una specie di assurdità, e da lì è breve il
cammino che porta alla conclusione esistenzialista: che c'è un motivo della
nostra esistenza ma sta a noi, e a noi soltanto, fornirlo. La
risposta esistenzialista rinforza
dunque la domanda, che si impone nelle nostre vite un giorno dopo l'altro».
E dunque, il problema resta Dio: «Il nostro mondo conteneva molte aperture al trascendente, che sono state
ostruite dal ciarpame. Alcuni diranno che non
importa, che l'umanità ne ha abbastanza dei misteri religiosi e dei loro ben
noti pericoli. Ma credo che a nessuno piaccia il risultato. L’uomo ,
postmoderno negherà che il suo disagio abbia un significato religioso. Ma penso
che egli sia in errore».
Pavese, la noia dell'estate, l'attesa di qualcuno
Pavese, la noia dell'estate,
l'attesa di qualcuno
***
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Valerio Capasa
lunedì 25 giugno 2012
In questi giorni afosi, «nell’ora che tutti
dormono, tra pranzo e merenda, quando il sole brucia», può capitare –
come capitò a Cesare Pavese – che qualcuno rimanga
sveglio, e veda spalancarsi davanti a sé il vuoto sterminato
delle ore estive: «è nella noia che toccavo
il fondo della giornata e dell’estate. Nulla accadeva, nemmeno una voce,
nei cortili e sulle coste, e questo vuoto
m’incantava come se il tempo si fermasse nell’aria. Venivo al punto che
ogni cosa era possibile e vigeva; solamente,
non capivo perché in tanto fervore ogni cosa tacesse»
(Storia
segreta).
È un istante vertiginoso: sembra che «qualcosa
d’inaudito è accaduto o accadrà su questo teatro» (La vigna), e
invece, «tolto il fastidio e la vergogna,
niente accade» (La casa in collina). Anzi, «ogni giorno che
spunta ti mette
davanti la stessa fatica e le stesse mancanze»;
e poi «la fatica interminabile, lo sforzo per
star vivi d’ora in ora, la notizia del male degli altri, del male
meschino, fastidioso come le mosche d’estate – quest’è il vivere che taglia le
gambe» (Le Muse).
Il fondo dell’estate si tocca nel fastidio e
nella noia: che è propriamente – osservò Leopardi – «il desiderio puro
della felicità» (Dialogo di Torquato Tasso).
Ossia il momento in cui si cerca qualsiasi cosa pur di «ammazzare il
tempo» (per dirla con Montale) oppure si fa
spazio l’«attesa di un evento che né il ricordo né la fantasia
conoscono» (La vigna) e che riempia
davvero il tempo, e travolga la noia.
Si può far tardi, l’estate: e «la notte,
che il mare svanisce, si ascolta / il gran vuoto ch’è sotto le stelle». In quel
momento «l’uomo, stanco di attesa, / leva gli
occhi alle stelle, che non odono nulla» (Paternità).
Chi ha vissuto
quest’esperienza notturna, conosce il silenzio
delle cose, quelle stelle che si mostrano impassibili all’attesa di cui
l’uomo si è ormai stancato. Tante volte,
infatti, è un silenzio che finisce per spegnere l’attesa fin da quando «il
mattino ferisce»: «Non c’è cosa più amara
che l’alba di un giorno /
in cui nulla accadrà. Non c’è cosa più amara /
in cui nulla accadrà. Non c’è cosa più amara /
che l’inutilità. Pende stanca nel cielo /
una stella verdognola, sorpresa dall’alba».
Quando è così, nel corso della giornata «la lentezza dell’ora /
è spietata, per chi non aspetta più nulla».
E un dubbio corrode l’esistenza: «Val lapena che il sole si levi dal mare /
e la lunga giornata cominci?» (Lo steddazzu).
una stella verdognola, sorpresa dall’alba».
Quando è così, nel corso della giornata «la lentezza dell’ora /
è spietata, per chi non aspetta più nulla».
E un dubbio corrode l’esistenza: «Val lapena che il sole si levi dal mare /
e la lunga giornata cominci?» (Lo steddazzu).
Cosa ci si può aspettare da giornate che così
spietatamente si allungano e rallentano? Magari qualche «incontro
improvviso», che occupi, almeno per poco, il
tempo. Anche se, ha ragione Pavese, «da chi non è pronto – non
dico a sacrificarti il suo sangue, che è cosa
fulminea e facile – ma a legarsi con te per tutta la vita (rinnovare cioè
ad ogni giornata la dedizione) – non dovresti
accettare neanche una sigaretta». Solo
l’«attaccamento che costa
sacrificio», infatti, è umano (Il mestiere
di vivere, 11 giugno 1938).
Cosa permette di «ricominciare» davvero?
Possiamo lanciarci in nuove avventure, viaggi, esperienze: ma, anche
in questo caso, ci tocca ammettere che «c’è
più abitudine nell’esperienza ad ogni costo (cfr. il brutto “viaggiare ad
ogni costo”), che nella normale rotaia
accettata doverosamente e vissuta con trasporto e intelligenza». Non a
caso «il proprio dell’avventura è di
serbare una riserva mentale di difesa; per cui non esistono buone avventure.
È buona quell’avventura cui ci si abbandona: il
matrimonio, insomma, magari di quelli fatti in cielo. Chi non
sente il perenne ricominciare che vivifica
un’esistenza normale e coniugata, è in fondo uno sciocco che,
quantunque dica, non sente nemmeno un vero
ricominciare in ogni avventura». (Il mestiere di
vivere, 23
novembre 1937).
Eppure il desiderio di «ricominciare» – di
«cominciare, sempre, ad ogni istante» – permane sotto ogni strato di
noia, dentro ognuna di quelle avventure in cui
ci si può riservare un’uscita di servizio. Non è mai del tutto vero
che un uomo «non aspetta più nulla».
Paradossalmente, tutta la pesantezza della noia e della fatica non toglie il
guizzare imprevedibile di un’attesa: «Qualcuno
ci ha mai promesso qualcosa? E allora perché attendiamo?»
(Il mestiere di vivere, 27 novembre 1945).
(Il mestiere di vivere, 27 novembre 1945).
Lo ha colto Pavese in un breve ma clamoroso
racconto: «in verità, siamo tutti in attesa». Si intitola Piscina feriale,
ma credo lo si possa immaginare senza
equivocarlo anche fra le acque del mare: «La compagnia che ci facciamo
serve a distrarci dalla varia attesa, dal
vuoto instabile che la tentazione di tacere crea dentro di noi».
Si può stare insieme soltanto per distrarsi: «C’è della gente che strilla e che ride: si direbbe che per loro
l’attesa è finita». Ma basta rimanere per un attimo soli, e guardare il cielo, per accorgersi che
«la nudità del cielo fa appello alla nostra.È difficile nascondere pensieri in questa insolita nudità.
Ci si riscuote appena, ci si sente visibili come ciottoli in fondo all’acqua.
La nostra solitudine è un vuoto, un’immobilità dei pensieri. A volte ce ne dimentichiamo, e
Si può stare insieme soltanto per distrarsi: «C’è della gente che strilla e che ride: si direbbe che per loro
l’attesa è finita». Ma basta rimanere per un attimo soli, e guardare il cielo, per accorgersi che
«la nudità del cielo fa appello alla nostra.È difficile nascondere pensieri in questa insolita nudità.
Ci si riscuote appena, ci si sente visibili come ciottoli in fondo all’acqua.
La nostra solitudine è un vuoto, un’immobilità dei pensieri. A volte ce ne dimentichiamo, e
diciamo a voce alta cose improvvise che subito
suonano superflue, già sapute dagli altri».
Ma per quanto possiamo essere distratti e perderci in chiacchiere da spiaggia, lo sappiamo bene,
in fondo: qualcosa deve accadere.
Ma per quanto possiamo essere distratti e perderci in chiacchiere da spiaggia, lo sappiamo bene,
in fondo: qualcosa deve accadere.
«Che cosa deve dunque accadere? Se ne
parla, di tanto in tanto, quando il gruppo si va ricomponendo. È una
questione che ci appassiona; qualcuno non
capisce subito quando il più vivace di noi la intavola, ma poi gli viene
spiegata e anche lui s’incuriosisce».
Cos’è questa cosa, tanto evidente in ogni piega delle nostre azioni che non c’è
nemmeno bisogno di dirla? «Non era il pane
né il piacere né la cara salute» (Gli dèi): infatti, con o senza
queste
cose, «siamo tutti inquieti, chi seduto e
chi disteso, qualcuno contorto,
e dentro di noi c’è un vuoto, un’attesa, che ci fa trasalire la pelle nuda».
e dentro di noi c’è un vuoto, un’attesa, che ci fa trasalire la pelle nuda».
È possibile scendere a patti con questa
inquietudine, accontentandosi di «accettare l’istante che viene e l’istante
che va» (L’isola)?
Immaginiamo un uomo in una sera d’estate: «Sull’asfalto del viale la luna fa
un lago /
silenzioso e l’amico ricorda altri tempi. /
Gli bastava in quei tempi un incontro improvviso / e non era più solo».
C’è un tempo in cui «l’odore / della donna
incontrata, della breve avventura / per le scale malcerte» può anche
bastare; «poi, sotto la luna, / a gran passi
intontiti tornava, contento». Ma perché queste cose bastino,
occorre
l’ingenuità di chi si fa bastare le briciole,
e si rassegna a doversi intontire. Gli ultimi versi di questa poesia –
Abitudini – segnano una
consapevolezza decisamente più vera: «è invecchiato l’amico e non basta più
a sé. / I
passanti son sempre gli stessi; la pioggia / e
anche il sole, gli stessi; e il mattino, un deserto. / Faticare non vale la
pena. E uscir fuori alla luna, / se nessuno
l’aspetti, non vale la pena».
È qui, mi pare, il vero «fondo della giornata
e dell’estate»: più che la noia di aspettare chissà cosa, la scoperta di
essere aspettati da qualcuno. Ciascuno può
verificare se il ricatto della «lentezza dell’ora», il dogma del tempo che
si può perdere e la condanna alla distrazione
(che alla lunga logorano l’attesa e insinuano il sospetto che non
valga la pena ricominciare) vengono vinti
dall’esperienza di qualcuno per cui vale la pena sia faticare che uscire:
infatti «la vita ha valore solamente se si
vive per qualcosa o per qualcuno»
(La casa in collina).
E allora puòaccadere di andarsene a dormire tranquilli, perché non si vede l’ora di ricominciare:
«È notte, al solito. Provi la gioia che adesso andrai a letto, sparirai e in un attimo sarà domani,
sarà mattino e ricomincerà l’inaudita scoperta, l’apertura alle cose» (Il mestiere di vivere, 5 marzo 1947).
(La casa in collina).
E allora puòaccadere di andarsene a dormire tranquilli, perché non si vede l’ora di ricominciare:
«È notte, al solito. Provi la gioia che adesso andrai a letto, sparirai e in un attimo sarà domani,
sarà mattino e ricomincerà l’inaudita scoperta, l’apertura alle cose» (Il mestiere di vivere, 5 marzo 1947).
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