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domenica 21 settembre 2014

Non opprimere i figli con l'idea della scuola

Non opprimere i figli con l'idea della scuola
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 (di Natalia Ginzburg)
copertinaAl rendimento scolastico dei nostri figli, siamo soliti dare un'importanza che è del tutto infondata. E anche questo non è se non rispetto per la piccola virtù del successo. Dovrebbe bastarci che non restassero troppo indietro agli altri, che non si facessero bocciare agli esami; ma noi non ci accontentiamo di questo; vogliamo, da loro, il successo, vogliamo che diano delle soddisfazioni al nostro orgoglio. Se vanno male a scuola, o semplicemente non così bene come noi pretendiamo, subito innalziamo fra loro e noi la bandiera del malcontento costante; prendiamo con loro il tono di voce imbronciato e piagnucoloso di chi lamenta un'offesa. Allora i nostri figli, tediati, s'allontanano da noi. Oppure li assecondiamo nelle loro proteste contro i maestri che non li hanno capiti, ci atteggiamo, insieme con loro, a vittime d'una ingiustizia. E ogni giorno gli correggiamo i compiti, anzi ci sediamo accanto a loro quando fanno i compiti, studiamo con loro le lezioni.
In verità la scuola dovrebbe essere fin dal principio, per un ragazzo, la prima battaglia da affrontare da solo, senza di noi; fin dal principio dovrebbe esser chiaro che quello è un suo campo di battaglia, dove noi non possiamo dargli che un soccorso del tutto occasionale e illusorio. E se là subisce ingiustizie o viene incompreso, è necessario lasciargli intendere che non c'è nulla di strano, perché nella vita dobbiamo aspettarci d'esser continuamente incompresi e misconosciuti, e di essere vittime d'ingiustizia: e la sola cosa che importa è non commettere ingiustizia noi stessi.
I successi o insuccessi dei nostri figli, noi li dividiamo con loro perché gli vogliamo bene, ma allo stesso modo e in egual misura come essi dividono, a mano a mano che diventano grandi, i nostri successi o insuccessi, le nostre contentezze o preoccupazioni. È falso che essi abbiano il dovere, di fronte a noi, d'esser bravi a scuola e di dare allo studio il meglio del loro ingegno. Il loro dovere di fronte a noi è puramente quello, visto che li abbiamo avviati agli studi, di andare avanti.
Se il meglio del loro ingegno vogliono spenderlo non nella scuola, ma in altra cosa che li appassioni, raccolta di coleotteri o studio della lingua turca, sono fatti loro e non abbiamo nessun diritto di rimproverarli, di mostrarci offesi nell'orgoglio, frustrati d'una soddisfazione.
Se il meglio del loro ingegno non hanno l'aria di volerlo spendere per ora in nulla, e passano le giornate al tavolino masticando una penna, neppure in tal caso abbiamo il diritto di sgridarli molto: chissà, forse quello che a noi sembra ozio è in realtà fantasticheria e riflessione, che, domani, daranno frutti.
Se il meglio delle loro energie e del loro ingegno sembra che lo sprechino, buttati in fondo a un divano a leggere romanzi stupidi, o scatenati in un prato a giocare a football, ancora una volta non possiamo sapere se veramente si tratti di spreco dell'energia e dell'impegno, o se anche questo, domani, in qualche forma che ora ignoriamo, darà frutti. Perché infinite sono le possibilità dello spirito.
Ma non dobbiamo lasciarci prendere, noi, i genitori, dal panico dell'insuccesso. I nostri rimproveri debbono essere come raffiche di vento o di temporale: violenti, ma subito dimenticati; nulla che possa oscurare la natura dei nostri rapporti coi nostri figli, intorbidarne la limpidità e la pace. I nostri figli, noi siamo là per consolarli, se un insuccesso li ha addolorati; siamo là per fargli coraggio, se un insuccesso li ha mortificati. Siamo anche là per fargli abbassare la cresta, se un successo li ha insuperbiti. Siamo per ridurre la scuola nei suoi umili ed angusti confini; nulla che possa ipotecare il futuro; una semplice offerta di strumenti, fra i quali forse è possibile sceglierne uno di cui giovarsi domani.
Quello che deve starci a cuore, nell'educazione, è che nei nostri figli non venga mai meno l'amore per la vita, né oppresso dalla paura di vivere, ma semplicemente in stato d'attesa, intento a preparare se stesso alla propria vocazione. E che cos'è la vocazione di un essere umano, se non la più alta espressione del suo amore per la vita?
(Natalia Ginzburg, Le piccole virtù, pubblicato originariamente su "Nuovi Argomenti" nel 1960)
Tutti i libri di Natalia Ginzburg

venerdì 19 settembre 2014

Cristo, idea personificata della moralità

Immanuel Kant,      Cristo, idea personificata della moralità      
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Elevarci a questo ideale di perfezione morale, cioè al prototipo dell'intenzione morale in tutta la sua purezza è il dovere universale di noi uomini, e a ciò quest'idea stessa, che ci è data dalla ragione come uno scopo da raggiungere, ci può dare la forza necessaria.



La sola cosa che possa fare di un mondo l'oggetto del decreto divino e il fine della creazione, è l’umanità (l'essere razionale in generale del mondo) in tutta la sua perfezione morale, della quale, come sua condizione suprema, la felicità è la conseguenza immediata nella volontà dell'Essere supremo.    

Quest'uomo, il solo che è gradito a Dio, «è in lui fin dall'eternità»; l'idea di lui deriva dall'essere stesso di Dio; egli non è, in questo senso, una cosa creata, ma il suo Figlio unigenito; «il Verbo (il Fiat!) per mezzo del quale tutte le altre cose esistono, e senza del quale nulla esisterebbe di ciò che è stato fatto» [Gv 1,1 ss.] (giacché in vista di lui, cioè dell'essere razionale nel mondo, come lo si può pensare in base alla sua destinazione morale, tutte le cose sono state fatte). «Egli è il riflesso della sua gloria» [Eb 1,3]. «In lui Dio ha amato il mondo» [lGv , 4,10] e solo in lui, e mediante l'adozione delle sue intenzioni noi possiamo sperare «di diventare figli di Dio» [Gv 1,12] ecc.

Elevarci a questo ideale di perfezione morale, cioè al prototipo dell'intenzione morale in tutta la sua purezza è il dovere universale di noi uomini, e a ciò quest'idea stessa, che ci è data dalla ragione come uno scopo da raggiungere, ci può dare la forza necessaria. Ora, appunto perché non siamo gli autori di quest'idea, ma essa ha preso posto nell'uomo senza che noi comprendiamo come la natura umana abbia semplicemente potuto essere capace di riceverla, si può dire meglio che quel prototipo è disceso dal cielo sino a noi, che esso ha assunto l'umanità (giacché è meno possibile rappresentarci come l'uomo, cattivo per natura, possa da sé liberarsi dal male ed elevarsi sino all'ideale della santità, anziché concepire che questo ideale assuma l’umanità [la quale non è cattiva di per sé] e si abbassi sino ad essa).

Quest'unione con noi può dunque essere considerata come uno stato di umiliazione del Figlio di Dio [cfr. Fil 2,6 ss.] se noi ci rappresentiamo quest'uomo dalle intenzioni divine come un nostro modello, il quale, sebbene sia santo da parte sua, e, quindi, in quanto tale, non sia condannato a sopportare dolori, tuttavia, accetta di soffrirli nella massima misura per promuovere il bene del mondo; mentre l'uomo, che non è mai libero da colpa, anche quando anch'egli ha adottato questa stessa intenzione, può considerare come meritati da lui i dolori che, per qualsiasi via, lo possono colpire, e, quindi, si deve ritenere indegno dell'unione della sua intenzione con una tale idea, sebbene essa gli serva da modello.

L'ideale dell'umanità gradita a Dio (e, quindi, l'ideale di una perfezione morale tale quale è possibile ad un essere del mondo dipendente da bisogni e da inclinazioni), noi non potremmo concepirlo se non mediante l'idea di un uomo pronto non solo ad adempiere tutti i doveri umani e, insieme, a diffondere intorno a sé, nella massima misura, il bene con la sua dottrina e col suo esempio, ma anche disposto, sebbene tentato dai più grandi adescamenti, a subire tutti i dolori, sino alla morte più ignominiosa, per il bene del mondo, e anche per il bene dei suoi nemici. Giacché l'uomo non si può fare un'idea del grado e dell'intensità della forza che è propria dell'intenzione morale, se non in quanto egli se la rappresenta in lotta con degli ostacoli e trionfante, ciò nonostante, in mezzo ai più grandi assalti.

Nella fede pratica in questo figlio di Dio (in quanto vien rappresentato come se avesse assunto la natura umana) l'uomo può sperare di rendersi gradito a Dio (e per tal modo di godere anche della beatitudine); cioè l'uomo che ha coscienza di avere un'intenzione morale tale che gli sia possibile credere e possedere in sé una fiducia ben fondata di rimanere, in mezzo a tentazioni e a sofferenze simili (che sono la pietra di paragone di quella idea), immutabilmente attaccato a tale modello dell'umanità e fedele a seguire il suo esempio, quest'uomo e questo soltanto ha il diritto di ritenersi un oggetto non indegno della compiacenza divina.


(Da I. Kant, La religione nei limiti della semplice ragione, tr. it. di Gaetano Durante, in id., Scritti di filosofia della religione, a c. di Giuseppe Riconda, Milano, Mursia, 1989, pp. 107-109)

PERCHE' AMARE GLI ANIMALI?

PERCHE' AMARE GLI ANIMALI?
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Perchè ti danno tutto, senza chiedere niente, Perchè contro il potere dell'uomo con le armi sono indifesi. Perchè sono eterni bambini, perchè non sanno cosa è l'odio né la guerra. Perchè non conoscono il denaro e si consolano solamente con un posto dove rifugiarsi dal freddo. Perchè si fanno capire senza proferire parola, perchè il loro sguardo è puro come la loro anima. Perchè non conoscono l'invidia né il rancore, perchè il perdono è ancora naturale in loro. Perchè sanno amare con lealtà e fedeltà. Perchè vivono senza avere una lussuosa dimora. Perchè non comprano l'amore, semplicemente lo aspettano e perchè sono nostri compagni, eterni amici che niente potrà separare. Perchè sono vivi.

Per questo e altre mille cose meritano il nostro amore. Se impariamo ad amarli come meritano saremo molto vicini a Dio.



Madre Teresa di Calcutta

giovedì 18 settembre 2014

la comunità che guarisce

la comunità che guarisce





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Nella nostra epoca in cui le città sono spersonalizzate e spersonalizzanti, molti ricercano la comunità, soprattutto quando si sentono soli, stanchi, deboli e tristi. Per alcuni essere soli è insopportabile; E' un inizio di morte. La comunità appare allora meravigliosa come luogo di accoglienza e di condivisione.
Ma, da un altro punto di vista, la comunità è un luogo terribile. È il luogo della rivelazione dei nostri limiti e dei nostri egoismi. Quando comincio a vivere per tutto il tempo con altre persone, scopro la mia povertà e le mie debolezze, la mia incapacità di intendermi con alcuni, i miei blocchi, la mia affettività o la mia sessualità turbata, i miei desideri che sembrano insaziabili, le mie frustrazioni, le mie gelosie, i miei odii e le mie voglie di distruggere. 

 Finché ero solo potevo credere di amare tutti; adesso, stando con altri, mi rendo conto di quanto sono incapace di amare, di quanto rifiuto la vita agli altri. E se sono incapace di amare, che resta di buono in me? Non c'è più che tenebra, disperazione e angoscia. L'amore è un'illusione. Io sono condannato alla solitudine e alla morte.
La vita comunitaria è la rivelazione penosissima dei limiti, delle debolezze e delle tenebre del mio essere; è la rivelazione spesso inattesa dei mostri nascosti in me. Ora questa rivelazione è difficile da accettare. Si cerca presto di allontanare questi mostri, o di nasconderli di nuovo, di pretendere che non esistano; oppure si fuggono la vita comunitaria e le relazioni con gli altri; o ancora si accusano loro e i loro mostri.
Ma se si accetta che questi mostri ci siano, si possono lasciare uscire e imparare a domarli. È la crescita verso la liberazione.
Se siamo accolti con i nostri limiti, e anche con le nostre capacità, la comunità diventa a poco a poco il luogo della liberazione; scoprendo di essere accettati e amati dagli altri, ci si accetta e ci si ama meglio. La comunità è allora il luogo in cui si può essere se stessi—senza paura né costrizione. Così la vita comunitaria si approfondisce nella mutua fiducia dei membri.

E' allora che questo luogo terribile diventa luogo di vita e di crescita. Non c'è nulla di più bello di una comunità in cui si cominci ad amarsi realmente e ad avere fiducia gli uni negli altri.
La vita comunitaria è il luogo in cui si scopre la profonda ferita del proprio essere e in cui s'impara ad accettarla. Si può allora cominciare a rinascere. Si, noi siamo nati a partire da questa ferita. Il cuore della vita comunitaria è il perdono. La comunità è il luogo del perdono.
Nonostante tutta la fiducia che possiamo avere gli uni negli altri, ci sono sempre parole che feriscono, atteggiamenti in cui ci si mette davanti agli altri, situazioni in cui le suscettibilità si urtano. E’ per questo che vivere insieme implica una certa croce, uno sforzo costante e un’accettazione che è mutuo perdono di ogni giorno. Troppe persone entrano in comunità per trovare qualcosa, per appartenere ad un gruppo dinamico, per avere uno stile di vita prossimo ad un ideale. Se si entra in una comunità senza sapere che vi si entra per scoprire il mistero del perdono, se ne sarà presto delusi . Ma è possibile accettare se stessi con le proprie tenebre, debolezze, anche colpe, paure, senza la rivelazione che Dio ci ama? Quando si scopre che il Padre ha mandato il suo unico figlio diletto non per giudicarci e condannarci, ma per guarirci, salvarci e guidarci sulla via dell’amore; quando si scopre che egli è venuto a perdonarci perché ci ama nel profondo del nostro essere, allora possiamo accettare noi stessi. C’è una speranza. Non siamo chiusi per sempre in una prigione di egoismi e tenebre. E’ possibile amare. Così diviene possibile accettare gli altri e perdonare. 
(J. Vanier, La Comunità, Jaca Book)

domenica 14 settembre 2014

il matrimonio

il matrimonio
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La verità è che uomo e donna, anche se si scelgono con cura e tutta la convinzione, con discernimento e tutto quello che si voglia, alla fine sono due povertà che si donano l'uria all'altra. Lei con le sue manie di controllo, lui con il suo egoismo - i due principali difetti dell'uomo e della donna - in più tutte le povertà e i difetti di ognuno, tutte le storie personali uniche e imperfette. Alla fine nel matrimonio puoi provare tutte le tecniche che ti pare, ma gratta gratta c'è un male nell'altro (esattamente come in te) che non risolvi se non te lo prendi su di te. Devi assomigliare al Signore e farti carico del male dell'altro, anche nel piccolo, banale male quotidiano. Quando l'altro è di cattivo umore, o scorbutico, o maleducato, o aggressivo, non si può dialogare con lui, o con lei, sullo stesso piano. Rispondere, litigare magari, non lo aiuta. Non serve. Bisogna spezzare la spirale nella quale sta lui (o lei, scusate, è la mia deformazione professionale di moglie, ma vale lo stesso per i mariti: spesso, direi sempre, capita che questo movimento non sia speculare, a volte è la moglie che fa il lavoro grosso, a volte il marito, magari per anni è uno, poi le cose cambiano) e rimandargli come uno specchio positivo la migliore delle immagini possibili che abbiamo visto di lui. Immagini a volte solo intraviste, in potenza, di quello che l'altro potrà essere.
Amare nella speranza, è quello che dico alle mie amiche alle prese con la fase "salita pendenza 85 per cento" (fase a occhio e croce inevitabile). Solo che quando hai partorito da sola il quarto figlio di un uomo che se ne è andato con un'altra, amare nella speranza è essere un agnello estremo: Lucia è il mio agnello acrobatico. Lei dice che basta solamente smettere di ascoltarsi troppo: «Beato colui che fa la volontà del Signore con o senza voglia» è il suo motto, e in effetti lei deve avere imparato a fare le cose senza chiedersi se ne abbia voglia, senza chiedersi come sta, una delle domande più pericolose da fare a se stessi 

(Costanza Miriano, Obbedire è meglio)

L'essenziale del Vangelo è la misericordia

L'essenziale del Vangelo è la misericordia 
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​Saluti ai malati prima dell'Udienza Generale
Vi ringrazio della vostra visita, grazie tante. Vi chiedo di pregare per me, non dimenticare, eh!, perché possa andare avanti col mio lavoro. Io pregherò per tutti voi e per i bambini. E adesso, tutti insieme, preghiamo la Madonna e vi do la benedizione. [Ave Maria] Buona giornata, e avanti, eh! Grazie a voi! Grazie.

La Chiesa
6. La Chiesa è Madre (II): insegna le opere di misericordia
Cari fratelli e sorelle, buongiorno.
Nel nostro itinerario di catechesi sulla Chiesa, ci stiamo soffermando a considerare che la Chiesa è madre. La volta scorsa abbiamo sottolineato come la Chiesa ci fa crescere e, con la luce e la forza della Parola di Dio, ci indica la strada della salvezza, e ci difende dal male. Oggi vorrei sottolineare un aspetto particolare di questa azione educativa della nostra madre Chiesa, cioè come essa ci insegna le opere di misericordia.

Un buon educatore punta all’essenziale. Non si perde nei dettagli, ma vuole trasmettere ciò che veramente conta perché il figlio o l’allievo trovi il senso e la gioia di vivere. E’ la verità. E l’essenziale, secondo il Vangelo, è la misericordia. L’essenziale del Vangelo è la misericordia. Dio ha inviato suo Figlio, Dio si è fatto uomo per salvarci, cioè per darci la sua misericordia. Lo dice chiaramente Gesù, riassumendo il suo insegnamento per i discepoli: «Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso» (Lc 6,36). Può esistere un cristiano che non sia misericordioso? No. Il cristiano necessariamente deve essere misericordioso, perché questo è il centro del Vangelo. E fedele a questo insegnamento, la Chiesa non può che ripetere la stessa cosa ai suoi figli: «Siate misericordiosi», come lo è il Padre, e come lo è stato Gesù. Misericordia.

E allora la Chiesa si comporta come Gesù. Non fa lezioni teoriche sull’amore, sulla misericordia. Non diffonde nel mondo una filosofia, una via di saggezza…. Certo, il Cristianesimo è anche tutto questo, ma per conseguenza, di riflesso. La madre Chiesa, come Gesù, insegna con l’esempio, e le parole servono ad illuminare il significato dei suoi gesti.

La madre Chiesa ci insegna a dare da mangiare e da bere a chi ha fame e sete, a vestire chi è nudo. E come lo fa? Lo fa con l’esempio di tanti santi e sante che hanno fatto questo in modo esemplare; ma lo fa anche con l’esempio di tantissimi papà e mamme, che insegnano ai loro figli che ciò che avanza a noi è per chi manca del necessario. E’ importante sapere questo. Nelle famiglie cristiane più semplici è sempre stata sacra la regola dell’ospitalità: non manca mai un piatto e un letto per chi ne ha bisogno. Una volta una mamma mi raccontava - nell’altra diocesi - che voleva insegnare questo ai suoi figli e diceva loro di aiutare e dare da mangiare a chi ha fame; ne aveva tre. E un giorno a pranzo - il papà era fuori al lavoro, c’era lei con i tre figli, piccolini, 7, 5, 4 anni più o meno - e bussano alla porta: c’era un signore che chiedeva da mangiare. E la mamma gli ha detto: “Aspetta un attimo”. E’ rientrata e ha detto ai figli: “C’è un signore lì che chiede da mangiare, cosa facciamo?” “Gliene diamo, mamma, gliene diamo!”. Ognuno aveva sul piatto una bistecca con le patate fritte. “Benissimo – dice la mamma -, prendiamo la metà di ciascuno di voi, e gli diamo la metà della bistecca di ognuno di voi”. “Ah no, mamma, così non va bene!”. “E’ così, tu devi dare del tuo”. E così questa mamma ha insegnato ai figli a dare da mangiare del proprio. Questo è un bell’esempio che mi ha aiutato tanto. “Ma non mi avanza niente…”. “Da’ del tuo!”. Così ci insegna la madre Chiesa. E voi, tante mamme che siete qui, sapete cosa dovete fare per insegnare ai vostri figli perché condividano le loro cose con chi ha bisogno.

La madre Chiesa insegna a stare vicino a chi è malato. Quanti santi e sante hanno servito Gesù in questo modo! E quanti semplici uomini e donne, ogni giorno, mettono in pratica quest’opera di misericordia in una stanza di ospedale, o di una casa di riposo, o nella propria casa, assistendo una persona malata.

La madre Chiesa insegna a stare vicino a chi è in carcere. “Ma Padre no, è pericoloso questo, è gente cattiva”. Ma ognuno di noi è capace… Sentite bene questo: ognuno di noi è capace di fare lo stesso che ha fatto quell’uomo o quella donna che è in carcere. Tutti abbiamo la capacità di peccare e di fare lo stesso, di sbagliare nella vita. Non è più cattivo di te e di me! La misericordia supera ogni muro, ogni barriera, e ti porta a cercare sempre il volto dell’uomo, della persona. Ed è la misericordia che cambia il cuore e la vita, che può rigenerare una persona e permetterle di inserirsi in modo nuovo nella società.

La madre Chiesa insegna a stare vicino a chi è abbandonato e muore solo. E’ ciò che ha fatto la beata Teresa per le strade di Calcutta; è ciò che hanno fatto e fanno tanti cristiani che non hanno paura di stringere la mano a chi sta per lasciare questo mondo. E anche qui, la misericordia dona la pace a chi parte e a chi resta, facendoci sentire che Dio è più grande della morte, e che rimanendo in Lui anche l’ultimo distacco è un “arrivederci”… Lo aveva capito bene la beata Teresa questo! Le dicevano: “Madre, questo è perdere tempo!”. Trovava gente moribonda sulla strada, gente alla quale incominciavano a mangiare il corpo i topi della strada, e lei li portava a casa perché morissero puliti, tranquilli, carezzati, in pace. Lei dava loro l’”arrivederci”, a tutti questi… E tanti uomini e donne come lei hanno fatto questo. E loro li aspettano, lì [indica il cielo], alla porta, per aprire loro la porta del Cielo. Aiutare a morire la gente bene, in pace.

Cari fratelli e sorelle, così la Chiesa è madre, insegnando ai suoi figli le opere di misericordia. Lei ha imparato da Gesù questa via, ha imparato che questo è l’essenziale per la salvezza. Non basta amare chi ci ama. Gesù dice che questo lo fanno i pagani. Non basta fare il bene a chi ci fa del bene. Per cambiare il mondo in meglio bisogna fare del bene a chi non è in grado di ricambiarci, come ha fatto il Padre con noi, donandoci Gesù. Quanto abbiamo pagato noi per la nostra redenzione? Niente, tutto gratuito! Fare il bene senza aspettare qualcos’altro in cambio. Così ha fatto il Padre con noi e noi dobbiamo fare lo stesso. Fa’ il bene e vai avanti!
Che bello è vivere nella Chiesa, nella nostra madre Chiesa che ci insegna queste cose che ci ha insegnato Gesù. Ringraziamo il Signore, che ci dà la grazia di avere come madre la Chiesa, lei che ci insegna la via della misericordia, che è la via della vita. Ringraziamo il Signore.
 
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sabato 13 settembre 2014

Per sapere chi sono, occorre sapere ciò che amo e come lo amo»

«Per sapere chi sono,
 occorre sapere ciò che amo e come lo amo» 
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 Nell’esperienza amorosa, se non si crede che l’altro può amarci e che noi possiamo amarlo, non cercheremo di conoscerlo. E continueremo a cercare di conoscerlo solo se il nostro amore perdura. Il giorno in cui non si ama più l’altro, non solo non si è più gelosi, ma si smette di conoscerlo, si tende a dimenticarlo. Ciò è fondamentale. Non si tratta affatto di una forma di fanatismo o d’illusione, ma di un modo di manifestazione di determinati fenomeni. Vi sono fenomeni che occorre conoscere per poi approdare all’amore, ovvero generalmente quelli che riguardano l’io in prima persona, come i fenomeni di consumo o di produzione tecnica. L’amore, in questo caso, assomiglia proprio a una forma di consumo. E vi sono poi fenomeni che restano invisibili se non abbiamo prima amato. Dio, certo, ma anche tutta la sfera dei fenomeni erotici. Sant’Agostino spiega ciò in modo perfetto, con una completa chiarezza».
​ «Per sapere chi sono, occorre sapere ciò che amo e come lo amo». Per il grande filosofo francese Jean-Luc Marion, è la lezione centrale, quasi sempre mal compresa, che sant’Agostino e soprattutto le Confessioni continuano a rivelare...
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Marion

ALL’AMORE NON SI RESISTE

ALL’AMORE NON SI RESISTE (Alda Merini)
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All’amore non si resiste perché le mani vogliono possedere la bellezza e non lasciare tramortite anni di silenzio. Perché l’amore è vivere duemila sogni fino al bacio sublime.

giovedì 11 settembre 2014

Che cos'è la bontà?

 Che cos'è la bontà?
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Che cos'è la bontà? Esiste la bontà di tutti i giorni? E' la bontà della vecchia che porta un pezzo di pane a un prigioniero, la bontà del soldato che fa bere dalla sua borraccia un nemico ferito, la bontà della gioventù che ha pietà della vecchiaia, la bontà del contadino che nasconde un vecchio ebreo nel fienile. La bontà delle guardie che, a rischio della propria libertà, fanno avere a mogli e madri le lettere dei prigionieri. La bontà illogica. La bontà degli uomini al di là del bene religioso e sociale. Avendo dubitato del bene umano, sono costretto a dubitare anche della bontà. E' troppo debole. A che serve se non è contagiosa? E' delicata, bella e delicata come la rugiada. Come trasformarla in forza senza inaridirla, senza disperderla. Perchè la bontà è forte sino a quando è priva di forza. Ora conosco la vera forza del male. I cieli sono vuoti. Sulla terra c'è soltanto l'uomo. Eppure quanto più si estendono le tenebre del nazismo, tanto più constato che gli uomini restano - imperterriti - uomini, persino sul ciglio di una fossa sanguinante o sulla soglia di una camera a gas. E ho visto che nella lotta contro il male non è l'uomo a essere impotente: per quanto poderoso, il male non può nulla nella sua guerra contro l'uomo. La bontà è debole, fragile: questo è il segreto della sua immortalità. Essa è invincibile. Più è sciocca, più è illogica e indifesa, tanto più è imponente. Il male non può nulla contro la bontà! Profeti, apostoli, riformatori, leader, capi delle nazioni nulla possono contro di essa. La bontà, amore cieco e muto, è il senso dell'uomo. La storia degli uomini non è dunque la lotta del bene che cerca di sconfiggere il male. La storia dell'uomo è la lotta del grande male che cerca di macinare il piccolo seme dell'umanità. Ma se anche in momenti come questi l'uomo serba qualcosa di umano, il male è destinato a soccombere.

Vasilij Semënovič Grossman Vita e destino

martedì 9 settembre 2014

la materia non può essere eterna e esistente di per sé essa deve essere stata creata

la materia  deve essere stata creata

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"La Scienza è incompetente a ragionare sulla creazione della materia dal nulla. Abbiamo raggiunto i limiti estremi delle nostre capacità di pensiero quando abbiamo ammesso che in quanto la materia non può essere eterna e esistente di per sé essa deve essere stata creata". 


James Clerk Maxwell, fondatore dell'elettromagnetismo