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lunedì 18 maggio 2015

IL CORAGGIO DI VIVERE

IL CORAGGIO DI VIVERE

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Ha 32 anni, è felicemente sposato e da qualche anno è diventato padre. Grazie ai suoi libri e alla carriera di speaker motivazionale ha scalato le vette del successo. Dalla descrizione nessuno immaginerebbe mai che l’uomo di cui stiamo parlando è Nick Vujicic, nato senza gambe e braccia.

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Primogenito di una famiglia cristiana, Nick è venuto alla luce con una rara malattia genetica: la tetramelia. Non ha mai avuto gli arti e tutto ciò che si può contare sono solo due dita deformi che chiama “la mia zampa di gallina”. Alla nascita i dottori non hanno saputo dare alcuna spiegazione medica per questo “difetto” e nella chiesa in cui il padre era pastore molti fedeli cominciarono a chiedere: “Come è possibile che Dio permetta questo?”. La sua vita seppure così piccola ha da subito iniziato a scomodare quanti erano vicini a lui, uno schiaffo a chi crede che la felicità sia solo il frutto del benessere e della perfezione fisica. La sua infanzia però, come è prevedibile, non è stata semplice: ha dovuto sopportare atti di bullismo da parte dei compagni di scuola e spesso nella preghiera ha chiesto a Dio di donargli ciò che la natura gli aveva negato. Vedendo che nulla era cambiato e perdendo le speranze, a 8 anni è caduto in depressone arrivando a pensare di togliersi la vita. E’ stata la paura di far soffrire i genitori che lo ha fermato e da allora molte cose sono gradualmente cambiate. Ha iniziato a sperimentare piccole vittorie quotidiane come quella di imparare a scrivere, lanciare la palla da tennis, rispondere al telefono e versarsi un bicchiere d’acqua.
Conquiste che gli hanno permesso di guadagnare nuovamente fiducia nella vita. Sono stati però due gli eventi che lo hanno segnato definitivamente. Il primo è quando ancora adolescente legge un articolo di giornale che riporta la storia di un uomo e del suo handicap. Scorrendo le grige righe del quotidiano scopre di non essere l’unico a doversi confrontare con questo tipo di difficoltà.
Il secondo e non meno importante evento che lo ha colpito, è stato l’ascolto di una parola. Si tratta di un versetto di San Paolo che esordisce così nella lettera ai Romani: “Ora sappiamo che tutte le cose cooperano al bene di quelli che amano Dio”. “Questa frase – racconta il ragazzo – ha parlato al mio cuore e mi ha convinto che non è certo per caso, fortuna o coincidenza che queste cose brutte avvengono. Ho trovato una pace completa nel sapere che il Signore non lascia che nulla accada nella nostra vita a meno che non ne abbia un buon motivo. Così ho dato tutto me stesso a Cristo all’età di 15 anni, dopo aver letto il capitolo 9 del vangelo di Giovanni in cui si parla dell’uomo nato cieco. Gesù spiegò che era così affinché le opere di Dio si potessero manifestare in lui”.
Nick ha creduto sinceramente che Dio lo avrebbe guarito per manifestare la sua potenza. In seguito, come racconta lo stesso giovane, ha ricevuto la sapienza di comprendere che ciò che aveva bisogno di essere sanato nella sua vita era prima di tutto il suo sguardo, il modo con cui lui si vedeva. Non si trattava del miracolo di un paio di braccia o di gambe, ma di qualcosa di più profondo e rivoluzionario: sperimentare di essere amati così come si è. E’ questa l’esperienza che ha completamente stravolto la sua vita. “Ora vedo una rivelazione della Sua Gloria in come mi sta usando, così come sono, in modi che sarebbero impossibili ad altri”. All’età di 25 anni ha terminato i suoi studi in Economia e Commercio con una specializzazione in Programmazione e Calcoli finanziari. Ha iniziato a girare il mondo portando la sua testimonianza e i suoi libri in 44 Paesi diversi.
Nel 2012 si è sposato con Kanae Miyahara e l’anno seguente è diventato padre del piccolo Kiyoshi James. Nelle sue conferenze spesso conclude così il suo messaggio: “Ringrazio Dio per non avermi dato le braccia e le gambe che chiedevo. Speravo di svegliarmi una mattina trovando gli arti che tanto desideravo. Sarebbe stato un prodigio da mostrare in televisione. Ma oggi ho capito questo: il miracolo sono io. Non sono le circostanze a dover cambiare per renderci vittoriosi, ma è il nostro cuore che ha bisogno di essere riempito con lo Spirito Santo. Coraggio, non scoraggiatevi perché Dio non ci abbandona mai”.

«Mi sono alzato in piedi, ho dato voce al mio silenzio». Io, omosessuale, in piazza con le Sentinelle


«Mi sono alzato in piedi, ho dato voce al mio silenzio». Io, omosessuale, in piazza con le Sentinelle 
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maggio 13, 2015 Giorgio Ponte

«Ecco, ora lo sapete: io esisto. E ora provate a dirlo a me, che sono omofobo». Lettera a tempi.it: «Non ho bisogno né di leggi o di trattamenti privilegiati, ma solo di essere amato in verità»


sentinelle-in-piedi-vegliaHo scritto e riscritto mille volte questo pezzo, ossessionato dal fatto di avere troppo da dire, e forse non abbastanza spazio per farlo, ma alla fine ho deciso di partire dal cuore di ciò che ritengo importante. Per il resto ci sarà tempo.
Mi chiamo Giorgio Ponte, ho trent’anni, sono uno scrittore, ho tendenze omosessuali, e sono stanco di sentire le associazioni gay parlare in mio nome su ciò che ritengono io dovrei pensare.
Oggi scrivo per dire che io non mi ritrovo in nessuno dei pensieri da loro sostenuti.
Il ventitré ottobre 2014 tempi.it pubblicò una mia lettera-testimonianza firmata solo col mio nome, come omosessuale fra le Sentinelle in Piedi, sceso in piazza contro il disegno di legge sulle unioni civili Cirinnà e il ddl Scalfarotto sull’omofobia, che avrebbe introdotto nel nostro ordinamento il reato di opinione (con il rischio per chiunque di finire in galera solo per avere scritto un articolo come quello che state leggendo ora).
In molti dissero che la testimonianza era falsa e il suo autore un invenzione. Qualcuno commentò che non era strano che tutti “questi presunti omosessuali cattolici” fossero sempre anonimi, poiché era ovvio che essi non potessero esistere.
Ecco, ora lo sapete: io esisto.
E ora provate a dirlo a me, che sono omofobo.
Scrivetelo ovunque, gridatelo nelle piazze: io esisto e non mi sento discriminato da chi sostiene la natura fondamentale dell’uomo. Io e i miei fratelli che vivono come me e che hanno il buon senso di riconoscere la realtà delle cose, prima fra tutte che nessun essere umano può essere ridotto a un aspetto di sé, men che meno a ciò che lo attrae o lo fa eccitare. Poiché avere una pulsione non definisce un’identità.
La differenza tra eterosessuali e omosessuali è una menzogna creata per dare risposta al dolore di generazioni intere che non riescono più a riconoscersi come uomini o come donne. Ma non è lì che troveranno la pace. Almeno non è lì che l’ho trovata io.
Esiste un solo mondo e una sola natura cui appartenere: quella umana. E l’unica differenza reale in questa natura è quella tra maschile e femminile. L’unica differenza la cui unione può generare la vita.
Questa non è omofobia.
Dire che due omosessuali non possono avere figli non è omofobia.
Dire che l’omosessualità ha delle cause psicologiche non è omofobia.
Dire che assecondare ogni nostro desiderio non sempre porta alla nostra felicità non è omofobia.
Dire di essere cristiani non è omofobia.
È vero: le persone omosessuali hanno vissuto decenni, qualche secolo a fasi alterne, di torture, persecuzioni e soprusi mostruosi e disumani, e ancora oggi in molti paesi esse rischiano la vita. Questo andava e va combattuto, ed è certamente il merito più grande (se non l’unico) che riconosco alle associazioni gay, soprattutto dei primi anni settanta.
Tuttavia, questo orribile passato non può diventare l’alibi per negare la realtà dell’uomo e impedire a chi la afferma di parlare. Sennò, come spesso accade, le vittime diventeranno carnefici, per assecondare il loro desiderio di vendetta.
Se negli anni cinquanta non avrei potuto dire di provare attrazione per persone del mio stesso sesso, non è ammissibile che oggi io debba avere paura di dire che per me la famiglia può essere formata solo da un uomo e da una donna.
Da quando ho scelto di condividere la mia storia con altre persone ho capito che il novanta per cento delle attività persecutorie nei confronti degli omosessuali sono più nella testa dei gay, che non nei presunti “omofobi”.
Forse, se gli attivisti gay la smettessero di frequentarsi solo tra loro e di andare in giro con il fucile spianato alla ricerca di potenziali nemici, potrebbero rendersene conto. Forse è sulla loro eterofobia che varrebbe la pena di riflettere.
Certo: violenti e stupidi esistono, così come gente che è stata picchiata o discriminata realmente per la sua sessualità.
Ma non è con una legge per tappare la bocca a tutti che ci si tutela dalla violenza e dalla stupidità di alcuni.
Gli stupidi e i violenti si affrontano senza recriminazioni, con la superiorità di chi non ha bisogno di dimostrare niente, che testimonia nella vita di ogni giorno la sua dignità, senza finzioni, ma al tempo stesso senza la pretesa di essere trattato con le stesse cure di un animale in via d’estinzione.
Per questo sono qui oggi e chiedo scusa per avere atteso così a lungo, a chi forse aspettava da tempo una testimonianza del genere.
Sono qui per dire a tutti coloro che vivono la mia condizione che io non mi ritengo né migliore né peggiore di nessuno per le mie pulsioni sessuali e non ho bisogno di organi speciali che mi tutelino, né di leggi a parte o di trattamenti privilegiati, ma solo di essere amato in verità, come ogni altra persona sulla terra. Poiché solo conoscendo la verità su ciò che siamo, potremo sperare di vivere serenamente ciò che ci è dato.
Parlo per quei fratelli che piangono il limite della loro condizione e non vorrebbero rinunciare al desiderio di paternità: non sarà un figlio creato in laboratorio a saziare questo desiderio, ma la consapevolezza che essere padri significa prima di tutto amare da padri. Si diventa padri quando si è capaci di dimenticarsi di sé, di dare la vita per coloro che abbiamo accanto, di trarre gioia dalla gioia altrui.
Se questo lo vivete già, allora siate felici, non piangete per ciò che non potete avere, ma ringraziate di ciò che siete: voi siete già i padri che dovete essere. Oggi, adesso, per coloro che amate.
Parlo per i miei fratelli che si sono sentiti emarginati, additati, ridicolizzati, che hanno creduto che le loro pulsioni fossero un castigo, che non hanno trovato una parola d’accoglienza che fosse accompagnata dalla verità, magari nemmeno all’interno di quella Chiesa che è stata per me madre, e per loro forse matrigna, perché coloro con i quali hanno parlato in suo nome non erano in grado di dirla, quella verità. Forse perché nemmeno loro la conoscevano.
Respirate, rilassatevi, siate felici: la Chiesa non vi odia, Dio non vi odia e nemmeno il mondo. Quantomeno non questa società in cui viviamo. Affermare, infatti, che l’omosessualità non è necessariamente una condizione immutabile e che solo un uomo e una donna possono concepire un figlio non è sintomo di odio, né una minaccia per chi questo amore non riesce a viverlo.
È solo un’evidenza.
Siate felici, perché si può accogliere la propria omosessualità anche senza bisogno di trasformarsi in un cliché da sit-com come fa il mondo gay con i suoi adepti. Ci sono uomini che hanno vissuto per anni nel mondo gay e oggi sono sposati a donne straordinarie con cui hanno costruito una famiglia; così come conosco fratelli che come me, desiderando la castità, cercano di amare senza bisogno di possedere il corpo di altri, né di violare il proprio.
Noi siamo molto di più delle nostre pulsioni e delle ferite della nostra anima e sebbene non sempre abbiamo potere sui nostri istinti, sicuramente lo abbiamo su ciò che scegliamo di fare con essi.
Perché un uomo non si definisce in base alla sua capacità di fare sesso con una donna, né dal numero dei suoi partner sessuali, ma da quanto è capace di prendere in mano la sua esistenza smettendo di piangersi addosso.
Non giudico chi fa scelte diverse dalla mia, non desidera la castità o non è interessato a mettersi in discussione sul proprio orientamento sessuale. Lo capisco, so quanta fatica richieda. Ho amici che da sempre cercano e vivono relazioni con persone dello stesso sesso, animati da desideri buoni, e li rispetto. Così come conosco le dinamiche peggiori del mondo gay, il sesso occasionale, le chat e coloro i quali hanno scelto di fare di quello la loro vita, mettendo a tacere il grido della loro anima. Io stesso ho vissuto tutte queste cose in un passato nemmeno troppo distante. Conosco queste debolezze e potrei ricadervi in ogni momento. In sostanza non giudico chi ha perso la speranza o a questa speranza non è interessato.
Ma chi quella speranza vuole toglierla agli altri, sappia che prima o poi dovrà risponderne davanti alla propria coscienza. Soprattutto se per farlo strumentalizza dei figli che non gli appartengono, privandoli della famiglia cui hanno diritto.
Siamo in molti a pensarla così, molti più di quanti voi crediate. Molti vivono nell’anonimato, spaventati per il clima che si sta respirando in questo mondo “civile e democratico”, dove il prezzo per il comune quieto vivere è diventato il silenzio. Stiamo assistendo all’elogio della follia, senza nessuno che abbia il coraggio di gridare “il re è nudo!”
Bene, se serve qualcuno che gridi perché altri trovino il coraggio di farlo, allora sarò io a gridare.
Altri hanno già iniziato e di certo non sono membri di azione cattolica: Dolce e Gabbana, Aldo Busi, Nino Spirlì.
Altri, lo so, lo faranno ancora.

Non è necessario infatti avere un orientamento eterosessuale, essere cattolici o appartenere a un dato schieramento politico per sostenere l’evidenza della realtà. Basta essere persone di buon senso e riconoscere che una cosa non può cambiare la sua natura solo perché le si cambia nome. Ne sì possono attribuire nomi uguali a cose diverse.
I bambini hanno diritto a una famiglia in cui crescere.
E una famiglia è quella fatta da uomo e donna.
Se dal nostro silenzio dipenderà il passaggio di leggi e ordinamenti che causeranno la sofferenza di migliaia di persone, quel silenzio ci perseguiterà come un marchio d’infamia per il resto della nostra vita.
Non possiamo più voltarci dall’altra parte.
Il ddl Cirinnà è già passato alla Comissione Giustizia al Senato e si propone l’obiettivo di equiparare unioni civili e matrimonio permettendo l’adozione da parte di coppie omogenitoriali, il che, unito all’abolizione della legge 40 e alla conseguente legalizzazione dell’utero in affitto, trasformerà le donne in fornitrici di materiale biologico e incubatrici a pagamento, privando migliaia di bambini di almeno uno dei loro genitori naturali.
Il 23 maggio come Sentinelle in Piedi scenderemo di nuovo in centinaia di piazze per manifestare pacificamente contro chi vuole smembrare la famiglia e privare le nuove generazioni di radici e identità. È tempo di agire, di essere uomini e donne veri, capaci di vivere e morire per questi figli creati già orfani in laboratorio, che un giorno ci chiederanno dove eravamo, mentre si infliggevano loro ferite esistenziali in nome del presunto diritto di qualcuno ad affermare una bugia su se stesso. Perché due persone dello stesso sesso non potranno mai concepire un figlio, e non c’è donatore esterno, né utero in affitto che possano nascondere questa verità.
Oggi siamo chiamati a prendere posizione, a dire che anche avendo tendenze omosessuali si può riconoscere la verità. Oggi siamo chiamati a riprenderci la voce che i movimenti gay ci hanno rubato. Oggi siamo chiamati a dire il nostro sì alla vita, diventando veri padri e madri delle generazioni future.
Mi chiamo Giorgio Ponte, ho tendenze omosessuali, sono amato da Dio e amo l’essere umano.
Mi sono alzato in piedi, ho dato voce al mio silenzio.
Io esisto.
E tu? Cosa stai aspettando?

venerdì 15 maggio 2015

Le persone oneste

 Le persone oneste
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«Le persone oneste non presentano quella apertura prodotta da una spaventosa ferita, da un’indimenticabile miseria, da un invincibile rimpianto, da un punto di sutura eternamente mal legato, da una mortale inquietudine, da un’invisibile recondita ansietà, da una segreta amarezza, da un precipitare perpetuamente mascherato, da una cicatrice eternamente mal rimarginata. Non presentano quella apertura alla grazia che è essenzialmente il peccato. [...] Le “persone oneste” non si lasciano bagnare dalla grazia».
 Péguy,

La strana "coppia" Maria e Giuseppe

.La strana "coppia" Maria e Giuseppe
 Federico Pichetto sabato 28 dicembre 2013  
Strana "coppia" Maria e Giuseppe. Lei desiderosa di essere tutta di Dio e chiamata invece a essere madre, e Lui, volendo solo un matrimonio giusto – secondo la Legge di Mosè –, spinto al contrario ad assumersi una paternità irregolare e, per quel tempo, sconveniente. Entrambi hanno dovuto imparare, senza ombra di dubbio, che il compimento della propria vita non consisteva in un loro progetto, ma nel rapporto con un Altro. La festa della Santa Famiglia ci porta quindi a chiederci che cosa veramente tenga in piedi un matrimonio o un rapporto, per quanto controverso o problematico sia. Maria e Giuseppe, in questo senso, ci appaiono adulti non perché "bravi" o "santi", ma per il fatto di non essere per niente protesi a cercare l'uno dall'altro il compimento della vita. In loro il matrimonio appare veramente come la strada scelta per camminare verso il destino e non come un'istituzione dove cercare rifugio, pace o tranquillità. Quanti matrimoni, e quanti rapporti, vivono con la sottile pretesa che l'altro possa rispondere a tutto il dramma che ciascuno ha nel cuore, trasformando quel legame in una relazione sottilmente violenta, frustrante, piena di paura. Ma il problema non è mai nel rapporto, bensì all'origine, nell'Io. Costruire un "noi" senza che ci sia un "io" risulta infatti un'impresa disastrosa e raccogliticcia, piena di sogni e fantasie, ma povera di realtà e di profondità. Quando a venticinque o a trent'anni uno crede che il problema della vita sia accasarsi, significa che ha già perso il punto della questione: non tanto cercare qualcuno da sposare quanto fare tutta la strada – tutto il cammino – per sposare sé, la propria umanità, e giungere così ad ammettere, magari fra le lacrime, che il nostro cuore ha bisogno soltanto di Cristo. Come sono sterili, per inciso, i dibattiti su omo ed eterosessualità quando eludono il vero problema, che è quello della vocazione. Per che cosa sono fatto io? Che cosa ci sto a fare al mondo? 
 Quando dall'orizzonte della vita sparisce la dimensione del "compito" resta solo l'adempimento borghese dei propri doveri coniugali o, peggio, la soddisfazione reciproca degli istinti e dei bisogni insiti in ognuno di noi. E tutto diventa un ricatto, un'obiezione, un baratro in cui cadere. Abbiamo davvero bisogno, sempre, di riscoprire per che cosa è fatta tutta l'ampiezza del nostro cuore. E il mio cuore non è fatto per te – amore mio – ma è fatto per Cristo. Ma se questo è vero, allora chi è l'altro? Solo uno strumento per arrivare a Dio? L'altro non è mai un attrezzo, un mezzo da usare (anche religiosamente), ma l'altro è il luogo dove continuamente si riaccende la mia domanda sulla vita: i suoi limiti, la sua bellezza, il suo dolore o la sua forza fanno domandare di più a me per che cosa la è fatta la mia vita. L'altro è il Santuario dove continuamente la mia umanità è provocata, sfidata, rilanciata a domandare tutto. Un matrimonio, pertanto, non è in crisi quando c'è un problema, un matrimonio è in crisi quando l'altro non mi fa nemmeno più arrabbiare, quando non esiste più nella mia coscienza. La moglie e il marito sono, in questo sensi, il segno più grande della Misericordia di Dio che non ha voluto che il nostro cuore dormisse in eterno, ma che continuamente fosse ridestato dal volto dell'altro. Come avvenne a Giuseppe con Maria e come avvenne a Maria con Giuseppe: l'altro è la mia possibilità di vita tutti i giorni, l'altro è sempre una proposta di Dio. Una proposta che io sono chiamato ad accogliere in ogni istante. Nel silenzio della notte, come nel fragore del giorno, pronto ad amare al di là di tutto. Anche nel giorno in cui l'altro decidesse di lasciarmi. Perché su questa terra noi non siamo l'esito delle nostre considerazioni, ma – in forza del sacramento – partecipiamo alla fedeltà di Dio e alla Sua capacità di dire, sempre e comunque, "Io ti amo".

da: La strana "coppia" Maria e Giuseppe - Ilsussidiario.net

domenica 10 maggio 2015

Lettere sulla creatività



Lettere sulla creatività
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Si tratta di una raccolta di lettere scritte durante la sua vita, in cui si evincono, oltre alla genesi di alcuni suoi romanzi, alcuni suoi pensieri attorno a temi cruciali dell'esistenza. In questo, l'ho sentito davvero molto amico. Riporto qui alcuni stralci, consigliando a tutti la lettura dell'intero libro, edito da Feltrinelli.

La vita è vita dappertutto; la vita è dentro noi stessi, e non in ciò che ci circonda all'esterno.
Intorno a me ci saranno sempre degli uomini, ed essere un uomo tra gli uomini, e rimanerlo per sempre, in qualsiasi sventura, non abbattersi e non perdersi d'animo, ecco in che cosa sta la vita, e in che cosa consiste il suo compito.

Non ho mai sentito ribollire dentro di me delle riserve così sane e abbondanti
di vita spirituale come adesso. Ma il corpo riuscirà a resistere?

Quando mi volto indietro a guardare il passato e penso a tutto il tempo inutilmente sprecato, a tutto quello che ho perduto in traviamenti, in errori, nell'ozio, nell'incapacità di vivere, a quanto poco ho saputo apprezzarlo, a quante volte ho peccato contro il cuore e contro lo spirito, il cuore mi sanguina.
La vita è un dono, la vita è felicità. Si jeunesse savait! E adesso, cambiando vita, io rinasco in una nuova forma.

Del resto, gli uomini sono uomini ovunque. Perfino in questi quattro anni di deportazione, in mezzo ai briganti, alla fine sono riuscito a trovare degli uomini veri. Tu forse non ci crederai ma c'erano dei caratteri profondi, forti, stupendi, e che gioia mi dava scoprire l'oro sotto la rude scorza.

Di me Le dirò che sono figlio del mio secolo, figlio della miscredenza e del dubbio, e non solo fino ad oggi, ma tale resterò fino alla tomba. Quali terribili sofferenze mi è costata - e mi costa tuttora - questa sete di credere, che tanto più fortemente si fa sentire nelle mia anima quanto più forti mi appaiono gli argomenti ad essa contrari! Ciononostante Iddio mi manda talora degl'istanti in cui mi sento perfettamente sereno; in quegli istanti io scopro di amare e di essere amato dagli altri, e appunto in questi istanti io ho concepito un simbolo della fede, un Credo, in cui tutto per me è chiaro e santo. Questo Credo è molto semplice, e suona così: credere che non c'è nulla di più bello, di più profondo, più simpatico, più ragionevole, più virile e più perfetto di Cristo; anzi non soltanto non c'è, ma addirittura, con geloso amore, mi dico che non ci può essere. Non solo, ma arrivo a dire che se qualcuno mi dimostrsse che Cristo è fuori della verità e se fosse effettivamente vero che la verità non è Cristo, ebbene io preferirei restare con Cristo piuttosto che con la verità.
Ma è meglio smettere di parlare di questo. Del resto, non so perchè certi argomenti vengano di solito rigidamente esclusi dalla conversazione in società, e se qualcuno comincia a parlarne gli altri se ne sentono in certo modo urtati e offesi.

Io sono sempre in attesa di qualcosa

Si può sbagliare nelle idee, ma non è possibile sbagliarsi con il cuore

Non si rinchiuda nel mondo esclusivo del Suo io, si affidi alla natura, si apra al mondo esteriore e alle sollecitazioni che Le giungono dall'esterno. La vita esteriore, la vita reale fa straordinariamente evolvere la nostra natura umana ed è proprio quella che ci offre il materiale per vivere...Non sprechi la Sua vita, abbia cura di essa, creda nella verità. Ma la cerchi costantemente per tutta la vita, altrimenti è terribilmente facile perdersi.

Ma guardi un pò Parigi e la Comune. Lei non sarà mica uno di quelli che dicono che l'esperimento non è riuscito per insufficienza degli uomini, per colpa delle circostanze, e così via? Per tutto il secolo XIX questo movimento non ha fatto altro che sognare il paradiso in terra, ma poi, quando si arrivava al fatto (nel '48, nel '49 e adesso) dimostrava un'umiliante impotenza di dire qualcosa di positivo. In sostanza non c'è altro che il solito Rousseau e il sogno di rifare daccapo il mondo fondandosi sulla ragione e sull'esperienza (positivismo). ..Essi desiderano la felicità dell'uomo, ma nel definire il concetto di felicità si attengono a Rousseau, e cioè ad una fantasia che non è neppure giustificata dall'esperienza.

Il fondamento morale della società (derivato dal positivismo) non solo non dà nessun risultato, ma non riesce neppure a definire se stesso, smarrendosi dietro pii desideri e ideali

Insultando Cristo, lui non si è mai chiesto: ma cosa metteremo al suo posto? Non possiamo mica mettere noi stessi, che siamo così spregevoli. No, lui non ha mai rflettuto sul fatto di essere egli stesso spregevole.

Non cerchi di placare la Sua inquietudine, continui a cercare e alla fine può darsi che troverà


Fedor Dovstoevskij

venerdì 8 maggio 2015

La cultura dello “scarto”

  La cultura dello “scarto” 
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Così come il comandamento “non uccidere” pone un limite chiaro per assicurare il valore della vita umana, oggi dobbiamo dire “no a un’economia dell’esclusione e della inequità”. Questa economia uccide. Non è possibile che non faccia notizia il fatto che muoia assiderato un anziano ridotto a vivere per strada, mentre lo sia il ribasso di due punti in borsa. Questo è esclusione. Non si può più tollerare il fatto che si getti il cibo, quando c’è gente che soffre la fame. Questo è inequità. Oggi tutto entra nel gioco della competitività e della legge del più forte, dove il potente mangia il più debole. Come conseguenza di questa situazione, grandi masse di popolazione si vedono escluse ed emarginate: senza lavoro, senza prospettive, senza vie di uscita. Si considera l’essere umano in se stesso come un bene di consumo, che si può usare e poi gettare. Abbiamo dato inizio alla cultura dello “scarto” che, addirittura, viene promossa. Non si tratta più semplicemente del fenomeno dello sfruttamento e dell’oppressione, ma  di qualcosa di nuovo: con l’esclusione resta colpita, nella sua stessa radice, l’appartenenza alla società in cui si vive, dal momento che in essa non si sta nei bassifondi, nella periferia, o senza potere, bensì si sta fuori. Gli esclusi non sono “sfruttati” ma rifiuti, “avanzi”.

lunedì 27 aprile 2015

Microbiota intestinale: il lato nascosto della salute

Microbiota intestinale: il lato nascosto della salute

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Considerato un prezioso organo “nascosto”, il microbiota intestinale del corpo umano è un super-organismo dalle qualità preziose per la salute e la vita. La ricerca scientifica italiana individua le “3 R” della formula perfetta per il buon funzionamento di questo sistema

La salute dell'intero organismo dipende anche dalla salute del microbiota intestinale. Gli scienziati hanno individuato le 3 Erre per favorire questo benessere. Foto: ©Shutterstock.com


Esiste proprio dentro noi uno dei più complessi ecosistemi di Natura: è il microbiota dell’apparato gastrointestinale, ossia l’insieme dei microorganismi presenti nel tubo digerente dell’uomo che hanno un ruolo fondamentale per la vita umana.

Definito dagli scienziati un “super-organismo”, il microbiota è composto da un numero di batteri pari a 6 volte il totale delle cellule che compongono l’intero corpo umano e da almeno quattro milioni di tipi di batteri diversi.  Questi coinquilini vivono in stretto e mutualistico contatto con la mucosa intestinale (a tale proposito di può guardare il video: http://goo.gl/Y4hWVJ).

I principali batteri che popolano l’apparato sono i Bifidobatteri, i Lattobacilli e gli Eubacterium, ma ve ne sono di numerose altre specie, e tutti insieme svolgono funzioni per noi essenziali. Per esempio, favoriscono la biodisponibilità di alcuni nutrienti, e la metabolizzazione delle calorie; sintetizzano diverse vitamine; regolano l’espressione del sistema immunitario nella mucosa intestinale; sostengono la peristalsi intestinale e infine proteggono la mucosa intestinale – e dunque l’intero organismo – dalle aggressioni di microrganismi patogeni, prevenendo così la comparsa di molte infezioni.

Diversi recenti studi dimostrano che i batteri possono addirittura incidere sugli stati d’animo e i comportamenti umani, stimolando a livello intestinale la produzione di sostanze che raggiungono e condizionano il Sistema Nervoso Centrale. Per esempio, al fine di proteggere i delicati equilibri del proprio ecosistema, alcuni tipi di batteri inducono l’individuo a desistere inconsciamente dall’esplorare nuovi ambienti: in questo modo, il microbiota si garantisce una riduzione del rischio che la persona entri in contatto con nuove specie batteriche che potrebbero colonizzarne l’intestino. Il risultato può tuttavia essere un comportamento che induce l’individuo a chiudersi in se stesso, rinunciando a una sana socialità.

La composizione del microbiota è fortemente influenzata dall’alimentazione. E questa influenza inizia già fin dai primi giorni di vita e con l’allattamento, che ha effetti diversi se al seno o artificiale. Continuando poi con lo svezzamento, e in seguito dalla condotta alimentare quotidiana. Fattori interni ed esterni possono determinare Disbiosi, ovvero alterazioni anche importanti del microbiota. Fra questi fattori vi sono squilibri dietetici, stress psico-fisici, stili di vita non equilibrati e un uso incongruo di farmaci.
Alimentazione e stili di vita corretti, integrati con una Nutraceutica Fisiologica di Regolazione specifica e mirata, possono tuttavia garantire la presenza di un microbiota fisiologico sano e funzionale a mantenere in buona salute l’intero organismo umano.

In particolare, la soluzione consigliata dalla Nutraceutica Fisiologica di Regolazione, vanto della più avanzata ricerca scientifica italiana sui protocolli di origine biologica, si basa sui principi sintetizzabili nella formula cosiddetta delle “3 Erre”: Ripulire, Riparare e Ripopolare.
Per ognuno di questi principi esistono alcuni dispositivi medici e integratori consigliati:
Per “Ripulire”, si può per esempio utilizzare l’Enterosgel, un potente disintossicante gastrointestinale sotto forma di gel inodore e insapore, privo di glutine, aromi e conservanti; capace di legare selettivamente le sostanze tossiche e rimuoverle naturalmente entro 12 ore dall’assunzione. Grazie alla sua struttura globulare porosa a base di Silicio, facilita l’eliminazione delle sostanze tossiche esogene ed endogene favorendo la normalizzazione della mucosa intestinale, senza intaccare il delicato equilibrio della flora batterica.

Per “Riparare”, invece, ci si può rivolgere a soluzioni come il Colostro Noni, un integratore alimentare a base di Colostro bovino liofilizzato, puro al 100%, senza additivi e a basso contenuto di grassi, e di Morinda citrifolia (Noni). E’ particolarmente indicato per la protezione e il riequilibrio della struttura della mucosa grazie all’attività sinergica dei suoi principi attivi naturali. Il Colostro Bovino è ricco di immunoglobuline e altri componenti immunomodulatori, ormoni e fattori di crescita, aminoacidi, vitamine e altre sostanze ad attività antiossidante, minerali. La Morinda citrifolia è nota per le sue proprietà antinfiammatorie e stimolanti le difese immunitarie dell’organismo. Colostro Noni è una formulazione orosolubile innovativa a rapida azione, i cui componenti attivi sono altamente biodisponibili per l’organismo, indicato sia negli adulti che nei bambini nei casi di ridotta o alterata funzionalità intestinale, dovuti a infezioni (gastroenteriti) sia di origine batterica che virale e che si manifestano con diarrea, inappetenza, dolori addominali. E’ indicato anche nei casi di disbiosi intestinali secondarie all’uso protratto di antibiotici, cattiva alimentazione, malattie infettive, stress psichici, stili di vita sregolati eccetera.
In tutti questi casi risulta utile grazie alla sua spiccata attività naturale di protezione e di riequilibrio della struttura della mucosa.

Per “Ripopolare”, ci si può rivolgere per esempio a Proflora, un integratore alimentare simbiotico costituito da 6 diversi ceppi probiotici, in forma microincapsulata gastroprotetta, associati con fibra prebiotica allo scopo di riequilibrare l’ecosistema intestinale. La microincapsulazione migliora decisamente la capacità di sopravvivenza di tutti i ceppi probiotici durante il transito gastroduodenale, consentendo in tal modo il raggiungimento dell’intestino da parte di un elevato numero di microrganismi vivi e vitali. La componente probiotica appartiene sia al genere Bifidobacterium che Lactobacillus e ha caratteristiche metaboliche tali da creare un effetto sinergico che assicura una pronta colonizzazione dei diversi segmenti intestinali. La componente prebiotica è costituita da frutto-oligosaccaridi (FOS), in grado di stimolare selettivamente lo sviluppo dei ceppi probiotici di tutti i gruppi microbici “benefici” della microflora intestinale autoctona. Non essendo idrolizzati dagli enzimi digestivi, né assorbiti dalla mucosa del piccolo intestino, i FOS riescono a giungere intatti nel colon dove vengono fermentati selettivamente dalla componente benefica della microflora intestinale, in particolare dai Lattobacilli e Bifidobatteri, aumentando l’effetto “barriera” della mucosa intestinale e favoriscono l’assorbimento di alcuni minerali, in particolare calcio e magnesio.
Insomma, il microbiota è davvero importante e fondamentale per la vita e la salute di tutti, così come lo è che esso sia in forma e si seguano i dettami delle 3 Erre.

domenica 26 aprile 2015

Da pornodivo gay a testimone della fede

Da pornodivo gay a testimone della fede  
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di Marco Respinti25-04-2015
Napa, capoluogo dell’omonima valle della California famosa per il buon vino, ha dato i natali, 45 anni fa, a Joseph C. Sciambra, uno dei più noti porno-attori della galassia omosessuale. Oggi però è un ex, amaramente pentito e attivissimo sul fronte opposto, un vero apostolo della fede da che, nel 1999, avendo seriamente rischiato la vita, si è convertito, anzi riconvertito al cattolicesimo. 
Cattolico Sciambra ci è infatti nato, allevato in una solida famiglia cattolica, allievo di scuole cattoliche dall’asilo alle medie, insomma nulla poteva far presagire ciò che sarebbe successo. Apparentemente. Perché segretamente Joseph dubitava di tutto, dalla fede alla vita. A 18 anni, dice oggi raccontandosi a Jim Graves sulle pagine di The Catholic World Report si sentiva completamente disorientato. «La pornografia dà dipendenza, ed è progressiva», spiega lucidamente. «La si può paragonare alla droga. Quando cominci ad assumerla, non inizi con l’eroina, ma con l’alcool o con la marijuana. Poi perdi il senso di ciò che stai facendo e passi a droghe più pesanti». Uguale con il porno. «Cerchi le cose soft. Per la mia generazione era la rivista Playboy». Sciambra la vide in mano al fratello maggiore e poi la ritrovò “normalmente” sfogliabile dal barbiere o nei posti più impensabili. Adesso, dice, c’è Internet, e tutto è più rapido. I video, le cantanti, la pubblicità ammiccano disinvoltamente alla sessualità e instillano nei giovanissimi l’idea che il sesso facile sia bello, desiderabile. Questo «ricodifica il modo in cui gli adolescenti pensano alla sessualità».
Appena maggiorenne, Joseph lasciò la famiglia e, forse senza nemmeno sapere come, si trovò catapultato dalle ridenti colline delle provincia californiana alla babele di Castro, il torbido e torrido quartiere cuore del mondo Lgbt di una delle città a più altra concentrazione omosessuale del mondo, San Francisco. Un posto, insomma, dove il lunario lo sbarchi solo se sei del giro: Sciambra lo capì sulla propria pelle subito e per 11 anni ne è rimasto schiavo, passando dalle prostitute dei sex club e dei bordelli legali della non lontana Las Vegas al fiele della vita gay e del suo corollario di set pornografici. «Quando sono entrato a far parte della cultura omosessuale, ho scoperto che è una società fondata sul porno. Nel mondo gay il porno era il collante che ci teneva uniti». Una esistenza, spiega adesso, di mestizia e tristezza, in cui il naturale desiderio umano di essere accolto e amato veniva invece costantemente frustrato da un’agghiacciante realtà quotidiana di miseria. A chi gli ribatte che ciò che gli mancava era solo un rapporto omosessuale stabile, risponde secco: «Nei miei 11 anni di vita gay, e oggi nell’attività di apostolato che svolgo verso quel mondo, non ho mai incontrato una coppia gay felice. Le relazioni sono passeggere, fluttuanti e basate sul rapporto fisico».
I giorni scorrevano uguali a se stessi, e i giorni diventavano settimane, mesi e anni di una routine sordina e deludente. «Molto dei amici morirono di aids, suicidio o droga». Lui stesso era sempre ammalato, avendo nella sua vita contratto tutta la gamma delle malattie veneree. Per colmare il vuoto del cuore si gettò persino nel New Age e da lì approdò a culti neopagani, talvolta addirittura satanisti. Senza fondo. Ma il fondo invece c’era, bastava volerlo, avere la capacità di riconoscerlo, d’invertire la marcia. Certo, pressoché impossibile a farsi da soli. Ed è stato qui che è entrata in gioco Courage (clicca qui) , l’organizzazione cattolica che ha sede centrale a Norfolk, nel Connecticut, e che privilegia l’apostolato verso chi si sente attratto da persone del proprio sesso. «Il giorno che decisi di mutare vita ero impegnato in un film porno. Mi sentii male e mi trovai in ospedale, sicuro di morire. Ma mi resi conto che la morte mi avrebbe portato all’inferno. E io all’inferno non volevo andarci. Volevo uscire da quella vita». Quando ancora faticava a tornare pienamente nella Chiesa, fu persino aiutato da un sacerdote la cui preghiera lo fece «sentire liberato da molteplici influssi demoniaci».
Con gli amici di Courage Sciambra ha dunque finalmente scoperto un altro se stesso; uno Sciambra vero, che in qualche modo era sopravvissuto. Oggi è tornato a casa, vive a Napa e si guadagna modestamente da vivere mandando avanti un piccola libreria cattolica. La sua lunga prigionia non l’ha però scordata. «C’è tutta una vita oltre l’essere gay», dice, e per mostrarlo concretamente si è impegnato in una crociata di testimonianza e di apostolato ? forte anche di un’autobiografia, Swallowed by Satan (SOS Publishing/Next Century Publishing, Las Vegas 2013) ? per aiutare chi ancora non se ne rende conto a smettere di buttarsi terribilmente via. Sì, se ne può uscire: Joseph Sciambra ne è un’altra, ennesima prova vivente.

la beata sicurezza del bambino sorretto da un braccio forte

la beata sicurezza del bambino sorretto da un braccio forte 
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Pur essendo innegabile che il mio essere è un essere fugace e prorogato di attimo in attimo, esposto all’eventualità del non essere, questo fatto corrisponde ad un altro, altrettanto innegabile: malgrado la mia fugacità, io sono e sono mantenuta in vita di attimo in attimo, e nel mio essere fugace contengo un essere duraturo. So di essere sostenuta e qui sta il mio riposo e la mia sicurezza – non la sicurezza dell’uomo maturo che sta su un terreno che è solido in virtù delle proprie forze, ma la beata sicurezza del bambino sorretto da un braccio forte –, che in pratica è una sicurezza non meno ragionevole. Sarebbe forse 'ragionevole' quel bambino che vivesse costantemente nell’angoscia che la mamma lo lasci cadere? No. Quindi: Se per bocca del profeta Dio mi dice che mi è più fedele del padre e della madre, anzi che Egli è lo stesso Amore, allora devo ammettere che la mia fiducia nel braccio che mi sostiene è ragionevole e, al contrario, è stolta la mia paura di cadere nel nulla, a meno che non sia io stessa a staccarmi dal braccio che mi protegge Edith Stein

Tutti i numeri di Dio

Tutti i numeri di Dio

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Che cosa c’entra la matematica con la verità, la morale, il cielo stellato di Kant e la poesia di Dante? Chiacchierata con Enrico Bombieri, scienziato esploratore

di Francesco Agnoli | 26 Aprile 2015 

Ci sono matematici che non calcano la scena pubblica, non frequentano il teatrino dei media, e rimangono sconosciuti al vasto pubblico. Sono i grandi matematici, tutti intenti al loro lavoro, come Enrico Bombieri. Così scriveva nel 2000 Piergiorgio Odifreddi, nel suo “Il Computer di Dio”. Bombieri è, effettivamente, uno dei grandi della matematica contemporanea. Nato a Milano nel 1940, è l’unico italiano ad aver vinto, nel 1974, la medaglia Fields, che corrisponde al Nobel dei matematici, e anche di più: viene infatti attribuita solo ogni 4 anni. Insegna a Princeton, negli Stati Uniti, nell’niversità che fu di John von Neumann, Albert Einstein e Kurt Gödel.

Lo abbiamo incontrato, chiedendogli innanzitutto da dove nasce la sua passione per la matematica. “Non so, fino alla terza elementare avevo difficoltà con i numeri. La mia bravissima insegnante della seconda elementare scrisse in un rapporto trimestrale a mia mamma: ‘Ottimo in condotta, ma scarso in aritmetica’. La scoperta, a casa, di un volumetto dell’ingegnere Italo Ghersi, intitolato ‘Matematica dilettevole e curiosa’, del 1913, oggi giunto alla quinta edizione, contribuì a svegliare il mio interesse alla matematica. Per me fu la scoperta di un mondo interamente nuovo, bellissimo, ben più ampio del noioso far di conto”. Che cos’è la matematica? Un’ invenzione umana, una scoperta, o entrambe? Pitagora, Platone, san Bonaventura (per il quale “il numero è il modello principale nella mente del Creatore e il principale vestigio che, nelle cose, conduce alla Sapienza”) hanno ancora qualcosa da dire, a riguardo. “Per me la matematica è un modello della verità – spiega Bombieri – sia pure un modello assai ristretto da chiare regole di consistenza, che ci dice che una Verità assoluta (con la V maiuscola) deve esistere anche se non possiamo comprenderla. La matematica moderna, assai più evoluta oggi rispetto a quella di san Bonaventura, dopo i lavori di Tarski sulla natura della verità matematica e della sua consistenza logica, ci dice anche che la verità matematica non è assoluta e la nozione di verità si applica solamente ad una parte del mondo logico-matematico. Tuttavia, la matematica non è un’ opinione e la ricerca della verità matematica non è soltanto un inutile gioco logico. Le idee di Platone, con varie modifiche, e la logica matematica hanno oggi un ruolo importante nella filosofia moderna”.

Alfred Russell Wallace, co-scopritore con Charles Darwin della selezione naturale, sosteneva che la matematica, insieme alla musica e il senso morale, è una facoltà tipicamente e solamente umana, non spiegabile alla luce di un’ipotesi utilitaristica. “Al giorno d’oggi, la selezione naturale è ampiamente confermata da serissimi dati scientifici. Semplici modelli matematici astratti di selezione naturale, basati su: fabbisogno di energia per sopravvivere, uso di risorse disponibili, necessità della riproduzione della specie (che però avviene ogni volta con piccole differenze e raramente con grandi differenze), indicano che la selezione naturale ha un’enorme importanza e determina l’evoluzione della specie, sia in senso positivo che negativo. Questo non significa che l’evoluzione naturale spieghi tutto, il sostenerlo è quello che io chiamo ‘il calza-scarpe mentale’, cioè forzare tutto quanto nella ben ristretta teoria personale di uno scienziato o di un filosofo. Oggi, ritengo che Wallace rivedrebbe le sue vedute sulla musica e sul senso morale. La musica dei delfini e delle balene apparentemente non sembra essere solo un linguaggio per indicare ad esempio la posizione relativa del gruppo, la presenza di cibo, o di pericolo; a volte potrebbe essere l’equivalente di un canto che esprime uno stato d’animo come soddisfazione, amore. E il senso morale? La mia cagnetta Zeta, una volta che mia moglie ed io eravamo andati al cinema avendo lasciato una bistecca sul tavolo di cucina per scongelarla e cucinarla al nostro ritorno, riuscì destramente ad agguantarla e se la mangiò tutta quanta. Al ritorno a casa, Zeta era sparita! Si era nascosta sotto il letto, non per la paura di punizioni, che non aveva mai avuto in vita sua, ma per la vergogna. Uscì dal suo nascondiglio con la coda fra le gambe e a testa bassa, certamente chiedendo scusa! Più complicato è il sacrificio che un individuo fa per motivi morali, chiaramente al di sopra di una funzione utilitaristica. E la matematica? O le arti in genere? Van Gogh faceva la sua arte perché sentiva di doverla fare a quel modo, anche se non riuscì mai a vendere un quadro. Questo tipo di comportamento è eccezionale, ma ne esistono altri esempi. Un buon matematico, anche se non è al livello di Van Gogh, fa la matematica perché vuole sapere come è fatto il mondo matematico e non per ottenere gloria e fama”.

Non pochi grandi matematici si sono cimentati in opere molto ardue: Cartesio, Leibnitz, Godel hanno scritto “dimostrazioni”, a loro dire, dell’esistenza di Dio, mentre altri, come Ruffini, hanno provato a dare dimostrazioni logiche dell’esistenza dell’anima immateriale. In generale, se pensiamo ad altri matematici molto religiosi, come Pascal, Eulero o Cauchy, pare che i matematici abbiano una particolare propensione per la metafisica. “Cercare di giustificare l’esistenza di Dio con la matematica mi rammenta la storia che si racconta di sant’Agostino – dice Bombieri – ancor che passeggiando in riva al mare meditando sul mistero della Trinità vide un fanciullo con un piccolo cucchiaio con il quale raccoglieva l’acqua del mare e la versava con cura nel suo secchiello. Sant’Agostino chiese: ‘Bimbo, cosa stai facendo?’ e il fanciullo rispose: ‘Sto contando quanta acqua c’è nel mare’. ‘Ma questo e impossibile!’, replicò sant’Agostino. E il fanciullo: ‘Comprendere il mistero della Trinità è più difficile’. La matematica, che è la scienza della verità logica, certamente ci aiuta a comprendere le cose ed è naturale per un matematico che crede in Dio, qualunque sia la sua denominazione, di riconciliare il concetto dell’esistenza di Dio con la sia pure limitata verità che proviene dalla matematica. Per me, è sufficiente il Metastasio, quando dice: ‘Ovunque il guardo giro, immenso Dio ti vedo’. Guardare l’universo, nel nostro piccolo, nel grande al limite dell’incomprensibile, e anche nell’astratto della matematica, mi basta per giustificare Dio”.

Secondo Gauss, il principe dei matematici, “il mondo sarebbe un non-senso, l’intera creazione una assurdità, senza immortalità dell’anima e senza Dio. “Il Dio che viene dal pensiero di Gauss, così come il riferimento ‘il cielo stellato sopra di me’ di Kant, che pur non essendo un riferimento a Dio rappresenta un pensiero di umiltà, presi da soli e non in un contesto più grande, ci danno solo un Dio astratto. Il problema dell’origine dell’universo, che chiaramente è di natura dinamica e non statica, appare in ogni cultura fin dalle origini dell’umanità. Il Big Bang dell’astrofisica moderna non solo ci fa pensare alla creazione biblica, ci dice anche che il tempo è stato creato insieme all’universo, un concetto che risale alla metafisica di sant’Agostino. La matematica è essenziale per dare consistenza a tutto questo, ma da sola non basta per dire che questa visione dell’origine dell’universo stellato di Kant sia esatta al 100 per cento. Il Dio dell’amore non c’è”.

Bombieri è stato discepolo, tra gli altri, del grande matematico italiano Ennio De Giorgi il quale sosteneva: “All’inizio e alla fine abbiamo il mistero. Potremmo dire che abbiamo il disegno di Dio. A questo mistero la matematica si avvicina, senza penetrarlo”. Un altro matematico italiano, Antonio Ambrosetti, ricorda che il De Giorgi amava molto leggere le Sacre Scritture ed era pieno di carità per gli umili e i sofferenti. Un interessamento concreto, non teorico, che si esplicava in aiuti, anche economici: “Alcuni poveri che De Giorgi cercava di aiutare con assiduità, avevano imparato i suoi orari e si facevano trovare quando arrivava in piazza dei Cavalieri ai piedi della scalinata che porta all’ ingresso della Scuola Normale. Lui aveva sempre qualcosa da dare loro, senza farlo mai pesare, senza avere mai un gesto di insofferenza o, ancora meno, di fastidio. E io rimanevo colpito da questi slanci di generosità e mi sembrava che davvero la bontà di Dio si manifestasse in lui in modo sublime”. E’ dunque vero quello che diceva Pascal, secondo cui Dio non è solo l’autore delle verità geometriche, ma anche un Dio di amore e di consolazione, “un Dio che fa internamente sentire a ognuno la propria miseria e la Sua misericordia infinita, che si unisce con l’intimo della loro anima, che la inonda di umiltà, di gioia, di confidenza, di amore”? A questa domanda Bombieri risponde che “Pascal e De Giorgi avevano compreso che Dio non è solo un Dio platonico, astratto, geometrico, aritmetico, o semplicemente creatore di un universo lasciato a se stesso. Essi avevano la visione di un Dio che è più difficile da comprendere, un Dio che è fatto non solo di potenza ma anche di amore infinito. Solamente così diventa possibile, con umiltà, accettare il concetto cristiano della Redenzione”. Bombieri ama molto Dante e ne cita spesso i versi. “Dante è un grandissimo poeta – spiega – la sua poesia viene da un’eccezionale comprensione del linguaggio e della musicalità della parola, con una spontaneità quasi unica. Lo spiega Dante stesso, nella ‘Vita Nova’: ‘Allora dico che la mia lingua parlò quasi come per se stessa mossa, e disse: ‘Donne, che avete intelletto d’amore’’. Questa lingua da se stessa mossa la ritroviamo nella Commedia, quando la fiamma di Ulisse, “come fosse la lingua che parlasse”, racconta a Dante il suo ultimo viaggio. La profondità del pensiero di Dante si rivela quando Ulisse dice: “Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza’. Dante è un profondo conoscitore dell’animo umano e ci presenta come il mondo della natura, il mondo delle forze che guidano la vita umana, e il mondo trascendente che appartiene a Dio, sono intrecciati tra loro”.


Cosa risponde, un matematico, alla domanda sul senso del dolore e del male? “Suppongo che la matematica possa servire a misurare l’intensità del dolore fisico o le conseguenze negative del male, e anche quelle positive del bene. Dottori ed economisti adesso usano modelli matematici per quantificare gli effetti positivi o negativi di farmaci o di misure economiche. Tuttavia questa è una risposta di tipo utilitario che considera il dolore, il male, e anche il bene, solo come una reazione del corpo fisico, o come una cosa misurabile. Da un punto di vista filosofico il male e il dolore sono un negativo del bene, ma resta difficile per me considerare una scala assoluta matematica che pone un ordinamento a tutto questo. Il detto: ‘Mors tua, vita mea’ è valido oggi come era valido al tempo dei romani. L’ordinamento è relativo. Possiamo trovare il bene anche nella povertà, così come una persona con gravissimi handicap, che dal punto di vista economico potrebbe sembrare solo un peso per la società, può avere invece un effetto benefico per tutti attraverso il lavoro dei medici e assistenti sociali, anche favorendo nuove scoperte e il ritrovamento di nuovi metodi di trattare i pazienti. E’ la ricchezza un male? Dipende dall’uso che se ne fa; l’accumulare la ricchezza al solo scopo di accumulare ricchezza è, a mio parere, un male. Male e bene sono pieni di contraddizioni e Dante riesce a risolvere queste contraddizioni portandole ad un livello metafisico e religioso. Anche in matematica troviamo paradossi che a prima vista sono impossibili, ma che con un’analisi matematica, a livello più elevato di una primitiva intuizione, si risolvono in modo positivo, aumentando la nostra conoscenza del mondo matematico. Esiste il male nella matematica? Se la matematica è la scienza della verità, che è il bene, il male si può paragonare all’introdurre la falsità dentro la matematica. Di per sé, la matematica è un bene. Tuttavia, esiste la possibilità di un uso pericoloso della matematica. Al giorno d’oggi, esso consiste nel controllo dell’informazione a livello individuale al punto che tutto quello che facciamo viene schedato, catalogato, e vagliato per farne buono o cattivo uso. Ma questo è un altro discorso che ha più a che fare con la politica che con la matematica”.
Il 19 ottobre 2006 Benedetto XVI disse: “Riflettiamo ora su cos’è la matematica: di per sé è un sistema astratto, un’invenzione dello spirito umano, che come tale nella sua purezza non esiste. E’ sempre realizzato approssimativamente, ma – come tale – è un sistema intellettuale, è una grande, geniale invenzione dello spirito umano. La cosa sorprendente è che questa invenzione della nostra mente umana è veramente la chiave per comprendere la natura, che la natura è realmente strutturata in modo matematico e che la nostra matematica, inventata dal nostro spirito, è realmente lo strumento per poter lavorare con la natura, per metterla al nostro servizio, per strumentalizzarla attraverso la tecnica. Mi sembra una cosa quasi incredibile che una invenzione dell’intelletto umano e la struttura dell’universo coincidano: la matematica inventata da noi ci dà realmente accesso alla natura dell’universo e lo rende utilizzabile per noi. Quindi la struttura intellettuale del soggetto umano e la struttura oggettiva della realtà coincidono: la ragione soggettiva e la ragione oggettivata nella natura sono identiche. Penso che questa coincidenza tra quanto noi abbiamo pensato e il come si realizza e si comporta la natura, siano un enigma e una sfida grandi, perché vediamo che, alla fine, è ‘una’ la ragione che le collega ambedue: la nostra ragione non potrebbe scoprire quest’altra, se non vi fosse un’identica ragione a monte di ambedue. In questo senso mi sembra proprio che la matematica – nella quale come tale Dio non può apparire – ci mostri la struttura intelligente dell’universo…”. Così lo commenta Bombieri: “La dichiarazione del Papa Benedetto XVI, che sembra ampliare il punto di vista di san Bonaventura, indica che la matematica è una cosa astratta, una geniale invenzione dello spirito umano, il cui scopo è limitato ad essere uno strumento per lavorare con la natura, metterla al nostro servizio, per strumentalizzarla attraverso la tecnica. Questo punto di vista, cioè la motivazione utilitaristica della matematica, mi rammenta Lancelot Hogben quando scriveva sulla matematica, rivolto al grande pubblico. Il mio punto di vista è diverso e, come ho detto in precedenza, considero la matematica come la scienza della verità logica in cui gli oggetti matematici, solo in apparenza creati dal matematico, in realtà sono ordinati tra loro attraverso il grado di complicazione con cui possono apparire, formando grandi costruzioni. L’ordinamento è fatto dall’uomo, ma gli oggetti matematici esistono di per sé, precisamente per la loro consistenza logica. Di conseguenza, il matematico ha sempre due facce distinte, quella di costruttore e quella di esploratore. Il matematico costruttore è il matematico di Benedetto XVI, ma per me il vero matematico è il matematico esploratore. La consistenza matematica del nostro universo è certamente una ragione per vedere il Dio creatore dell'universo, come ben espresso dal papa Benedetto XVI nel suo discorso. Tuttavia, c’è qualcosa di più. La matematica astratta, in quanto coerente scienza della verità logica, ci rinforza nella certezza della verità assoluta che è Dio. Dio è Creatore, Amore infinito, e Verità infinita”.