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mercoledì 15 maggio 2013

DON PUGLISI

DON PUGLISI 

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Testimone dell’amicizia di Dio
(dagli scritti e interventi archiviati presso il Centro Padre Pino Puglisi)

Nessun uomo è lontano dal Signore. Il Signore ama la libertà, non impone il suo amore. Non forza il cuore di nessuno di noi. Ogni cuore ha i suoi tempi, che neppure noi riusciamo a comprendere. Lui bussa e sta alla porta. Quando il cuore è pronto si aprirà.

Ognuno di noi sente dentro di sé una inclinazione, un carisma. Un progetto che rende ogni uomo unico e irripetibile. Questa chiamata, questa vocazione è il segno dello Spirito Santo in noi. Solo ascoltare questa voce può dare senso alla nostra vita.


Bisogna cercare di seguire la nostra vocazione, il nostro progetto d'amore. Ma non possiamo mai considerarci seduti al capolinea, già arrivati. Si riparte ogni volta. Dobbiamo avere umiltà, coscienza di avere accolto l'invito del Signore, camminare, poi presentare quanto è stato costruito per poter dire: sì, ho fatto del mio meglio.

Pensiamo a quel ritratto di Gesù raffigurato nel Duomo di Monreale. Ciascuno di noi è come una tessera di questo grande mosaico. Quindi tutti quanti dobbiamo capire qual è il nostro posto e aiutare gli altri a capire qual è il proprio, perché si formi l'unico volto del Cristo.

L'amore per Dio purifica e libera. Ciò non vuol dire che veniamo spersonalizzati ma, anzi, la nostra personalità viene esaltata e potenziata, cioè viene data una nuova potenzialità alle nostre facoltà naturali, alla nostra intelligenza. Viene data una luce nuova alla nostra volontà.

Le nostre iniziative e quelle dei volontari devono essere un segno. Non è qualcosa che può trasformare Brancaccio. Questa è un'illusione che non possiamo permetterci. È soltanto un segno per fornire altri modelli, soprattutto ai giovani. Lo facciamo per poter dire: dato che non c'è niente, noi vogliamo rimboccarci le maniche e costruire qualche cosa. E se ognuno fa qualche cosa, allora si può fare molto...

Il discepolo di Cristo è un testimone. La testimonianza cristiana va incontro a difficoltà, può diventare martirio. Il passo è breve, anzi è proprio il martirio che dà valore alla testimonianza. Ricordate san Paolo: «Desidero ardentemente persino morire per essere con Cristo». Ecco, questo desiderio diventa desiderio di comunione che trascende persino la vita.

Giova meditare spesso sulla morte e sul giudizio; dobbiamo tenerci sempre pronti a questo momento che faceva tremare anche i santi; Dio ci giudicherà anche dalle parole oziose, di tutto, di tutto. Non disperazione, però, ma santo e salutare timore della morte. Tutta la vita una continua preparazione alla morte: dobbiamo farci santi - a tutti i costi -, ma santi sul serio, non mediocri.

Il testimone della speranza è colui che testimonia l’amicizia di Dio; colui che testimonia proprio un’amicizia fedele e a tutta prova di Dio stesso. Certo testimone della speranza è uno che esercita, potremmo dire, la vigilanza: la speranza è vigilante; vigilanza significa essere attenti, stare attenti, come la sentinella che sulla torre sta attenta. Gesù parla veramente di attenzione alla presenza di Lui, alla Sua venuta; ma i Vangeli ci dicono che Gesù è venuto, è presente; testimonianza della speranza è proprio una testimonianza vigilante, attenta alla presenza di Gesù.

Il testimone è testimone dell’attenzione alla presenza del Signore, attenzione a Cristo che è presente anche dentro di sé. Il testimone è testimone di una presenza del Cristo presente dentro di sé, anzi dovrebbe diventare trasparenza di questa presenza; e testimonia la presenza di Cristo attraverso la sua vita vissuta proprio con il desiderio costante di vivere in una comunione sempre più perfetta con Lui, sempre più profonda con Lui, in una fame e in una sete di Lui. Desiderio di comunione che trascende persino la vita, che va al di là della vita stessa.

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