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TESTIMONIANZA
DI CLEUZA E MARCOS ZERBINI
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testimonianza,
offerta la sera di sabato 10 maggio, durante gli Esercizi spirituali
dei lavoratori di Comunione e Liberazione, che si sono svolti a Rimini
dal 9 all’11 maggio 2008.
Marcos Zerbini. Perché possiate capire il contesto della nostra storia, voglio raccontarvi alcuni fatti.La
nostra origine sono le pastorali sociali della Chiesa cattolica in
Brasile. Nel 1986 la Chiesa, che tutti gli anni in occasione della
Quaresima fa la campagna della fraternità, lanciò come tema «Terra di
Dio, terra dei fratelli», ponendoci una domanda: voi fate qualcosa
perché la gente abbia la terra o semplicemente pregate perché il Signore
risponda a questa situazione?
Questa
provocazione ci ha fatto invitare gente di una parrocchia della
periferia di San Paolo per discutere il problema della casa.
In quindici giorni avevamo radunato duecento persone, in due mesi erano
diventate duemila. L’unica cosa che sapevamo fare era fare pressione
sui governi (quello della città e quello nazionale) perché rispondessero
a questa situazione.Passati due anni, non è successo niente. Allora ci
siamo organizzati con altri movimenti sociali della città di San Paolo
ed è venuta fuori una proposta comune: fare occupazione di terra in
tutta la città.Abbiamo parlato alla gente del movimento di cui noi
eravamo i responsabili, abbiamo spiegato i problemi che avrebbe potuto
implicare e loro hanno deciso di non partecipare all’occupazione. Però
il movimento sociale vicino alla nostra regione ha fatto cinque
occupazioni di terra, e siccome eravamo leader di un movimento sociale
siamo andati ad appoggiarli: erano in tutto ottocento famiglie. Il
proprietario di queste aree è andato dai giudici e pochi mesi dopo la
giustizia ha sfrattato queste famiglie. Metà di loro non avevano
più dove andare e allora quattrocento di queste famiglie sono state
accolte nei saloni parrocchiali delle chiese. Abbiamo domandato loro: «Perché
avete partecipato a una cosa così pericolosa?». Ci hanno
risposto:«Abbiamo partecipato perché il nostro leader ci ha spiegato che
se avessimo fatto questa occupazione di terra, il proprietario ce
l’avrebbe venduta a un prezzo più basso». Questo non è successo, quel
leader è scomparso, però tutto questo ci ha fatto venire un’idea che
sembrava come l’uovo di Colombo: abbiamo cominciato a cercare gente che volesse vendere la terra. Così abbiamo
trovato una donna a cui abbiamo raccontato la storia, lei si è
commossa, ci ha fatto un prezzo a buon mercato e diciotto famiglie hanno
comprato il pezzo di terra;subito ognuno nel suo terreno ha costruito
una baracca e progressivamente ha cominciato a costruirsi la casa.
Allora abbiamo pensato: se questo ha
funzionato con questo gruppetto che non aveva dove abitare, perché non
farlo anche con quelli che già vivono in affitto e che partecipano ai
nostri gruppi?Così abbiamo incominciato a riprodurre questa esperienza. Abbiamo comprato una, due, tre… oggi sono ventisei le aree, dove abitano17.500 famiglie.
Però il problema non finiva con l’acquisto della terra: dovevano farsi
la casa e subito dopo c’era il problema dell’acqua, delle fogne,
dell’elettricità… c’era sempre un nuovo problema che si poneva, e così
il nostro movimento è incominciato a crescere.
Cleuza Ramos.
Grazie per l’accoglienza che ci avete fatto. Sono felice di essere qui
con voi e di condividere con voi questo momento di gioia.
La
lotta che abbiamo fatto nel movimento, negli anni, ci ha insegnato come
organizzarci per acquistare le case. Gli anni sono passati e le cose
andavano avanti. Nell’anno
2000 i quartieri erano pronti, c’era acqua, luce, c’erano le scuole,
però io non ero felice, non riuscivo a vedere la gente felice. Io
pensavo che chi non aveva una casa, quando fosse riuscito ad averla,
sarebbe stato felice. E invece vedevamo le famiglie che facevano mura
sempre più alte per non guardare il proprio vicino, e questo mi lasciava
sempre più triste. Mi ponevo la questione che forse era arrivato il
momento di non lavorare più, di fermare tutto, di smettere quel lavoro.
Però io fin da piccola ho sempre pregato e allora chiedevo: «Signore,
fammi capire la strada».A quel punto è successo un
fatto: dei nostri amici ci hanno detto che volevano un pezzo di terra,
che apparteneva alla scuola dell’Università di Medicina, perché volevano
costruire lì una parrocchia. Io non volevo andare, non ne avevo alcuna
voglia, ma Marcos insisteva: «Andiamo, andiamo», e alla fine sono
andata. Abbiamo parlato col Rettore, gli abbiamo spiegato il problema e
lui ha detto: «Va bene, facciamo un contratto, io vi concedo il
terreno», però ha insistito con me: «Ma chiedimi qualcos’altro, chiedimi
una cosa in più». C’era un fattore che mi lasciava un po’ triste:
abitavamo lontani dall’ospedale. Allora ho domandato: «Questa è una
scuola di Medicina, ci saranno tanti medici; lei potrebbe darci un
medico?», e lui: «Sì,ho tanti medici». Ci ha destinato un medico, ma il
medico in verità non è venuto, e allora ne ha mandato un altro,
Alexandre (che ci sta traducendo), che è arrivato e ci ha detto: «Io
voglio conoscere i vostri quartieri». Gli ho fatto conoscere tutti i
nostri quartieri. Ogni nostro quartiere ha un centro comunitario,
Alexandre chiedeva e io domandavo a lui: «Dove vuoi restare?». E lui:
«Voglio restare nella scuola».
Così abbiamo organizzato nella nostra scuola uno spazio per lui:
«Questa
è la sua sala, troveremo anche un lettino per lei». Non aveva uno
stetoscopio, non aveva niente, e io mi domandavo: ma è veramente un
medico?! Andavo nella scuola e lo vedevo parlare coi professori; allora
ho pensato: non ho trovato una soluzione, ho trovato un problema in più!
Marcos mi diceva: «Il tuo strano amico ha già incominciato a
lavorare?». Tutti i giorni Alexandre parlava con la gente, parlava con
la gente… Dopo un po’ di tempo ho capito che nella scuola c’era un
grande problema: tante ragazze con la gravidanza durante l’adolescenza, e
lui stava facendo un lavoro di coscientizzazione dei professori. Era il
2001 e ancora oggi questo programma continua nelle nostre scuole.
È
stato in questa occasione che ho conosciuto il movimento di Comunione e
Liberazione. Io, che in quel momento non avevo animo e pensavo che la
lotta forse non valeva la pena, vedevo dentro il nostro movimento tante
cose, tanti problemi risolti, però anche tanti giovani che, finita la
scuola, dovevano lavorare, però senza grandi prospettive future.
Marcos.
Poco tempo dopo siamo stati invitati tutti e due al primo incontro
della Compagnia delle Opere, che ci sarebbe stato nella città di Rio de
Janeiro; esattamente in
quegli stessi giorni un gruppo di giovani dei nostri quartieri ci ha
cercati dicendo: «Abbiamo un grande desiderio di studiare, di fare
l’università». In Brasile l’università pubblica ha pochi posti e per
entrare è necessario sostenere un esame, che superano solo i figli dei
ricchi perché studiano in scuole private molto buone. Il povero in
Brasile può fare solo un’università privata, che costa tanto. I ragazzi
ci hanno cercato per questo e ci hanno detto: «Il movimento ci ha
aiutato ad avere delle case. Adesso vorremmo essere aiutati a studiare
in università».
Nell’incontro
della CdO a Rio de Janeiro abbiamo ascoltato due esperienze che ci
hanno colpiti. In una di queste, Oliva, un amico del Cile, ci raccontava
di un’università popolare che il movimento di CL aveva contribuito a
costruire in Perù e che costava molto di meno, perché il motivo non era
solo economico – fare soldi –, e dove tanti giovani della periferia di
Lima potevano studiare. Allora abbiamo pensato: se siamo stati capaci di
costruire dei quartieri, perché non dovremmo essere capaci di costruire
anche un’università?
Quell’incontro
della CdO è finito la domenica e già il lunedì ci stavamo informando su
che cosa si doveva fare per costruire un’università. Abbiamo scoperto
che era un processo molto lento, che ci sarebbe voluto molto tempo, però
abbiamo
anche scoperto che nelle università private a San Paolo almeno il 45
per cento dei posti non erano occupati dopo gli esami di ammissione.
Abbiamo pensato: quando ci organizziamo riusciamo a comprare terra più a
buon mercato; allora forse, organizzandoci, potremo avere anche borse
di studio in università. Abbiamo cercato un’università e il Rettore ci
ha detto: «Se voi mi portate cinquecento studenti, io vi faccio degli
sconti dal30 al 50 per cento». Abbiamo chiamato tutti i nostri giovani:
al primo test di ingresso ne sono entrati 1.800. Allora
abbiamo pensato: per ora abbiamo risolto il problema, al resto pensiamo
il prossimo anno, quando ci sarà un’altra generazione da aiutare. Era
un’illusione, perché dopo una settimana tanta gente ha incominciato a
dirci: «Senti, la mia fidanzata non appartiene alla nostra associazione,
però anche lei vuole fare l’università»; «Mio cugino non è
dell’associazione, ma anche lui vuole fare l’università»; «Il mio amico
non è dell’associazione, però anche lui…». Allora abbiamo deciso di fare
il movimento dei «senza università». Oggi abbiamo quarantamila studenti
in dodici università con cui abbiamo una convenzione.
Cleuza. Nel 2005 avevamo cinquemila universitari.
Io sono stata invitata a La Thuile, all’incontro dei responsabili del
movimento,dove ho domandato a Cesana: «Come si fa Scuola di comunità in
cinquemila?», e lui mi ha detto: «Tu troverai una risposta». Tornando in
Brasile ci domandavamo: «Come si può fare?», perché la Scuola di
comunità è con un gruppo più piccolo. Quello che avevo incontrato a La
Tulle, che mi faceva così felice, dovevo dirlo agli altri. Così ci è
venuta l’idea di fare un volantino: in quello dell’ultimo mese c’è un
riassunto del primo capitolo
sulla fede di Si può vivere così?, che è quello su cui stiamo lavorando a
Scuola di comunità; nell’ultima pagina c’è un giudizio culturale su un
fatto di cui oggi in Brasile si discute molto: la votazione in
parlamento sulle ricerche con le cellule staminali.
Abbiamo
quarantamila universitari che sono divisi in gruppi di duemila, i
raduni durano due ore, li facciamo in fretta e dobbiamo essere molto
oggettivi, perché mentre siamo con un gruppo c’è fuori già la coda per
l’incontro successivo. Alla fine ci sono gli avvisi sull’associazione,
sull’università. All’inizio presentiamo il testo; dopo la presentazione e
la lettura del testo, la gente si raduna a gruppetti di dieci persone,
discutono tra di loro il tema e dopo si apre un’assemblea, in cui la
gente viene spontaneamente davanti per parlare. E noi ci domandiamo
sempre: ma capiscono? Cosa capiscono?Sono quarantamila: come parlare con
ognuno di loro per domandargli che cosa ha capito? Questo
mi riempiva sempre di tristezza. Nella nostra associazione, come
organizzazione, tutti hanno una tesserina, e sia quelli dei “senza casa”
sia quelli dei “senza università” erano obbligati a venire ai nostri
raduni, alle assemblee: venivano perché li obbligavo, venivano solo
perché avevano paura di perdere il beneficio che ricevevano.
L’anno
scorso ci hanno invitato un’altra volta all’incontro di La Thuile. Dopo
cinque minuti di incontro, Carrón nella sua presentazione ci ha detto
così: «Cristo ci ha amato tanto che ha numerato tutti i capelli del nostro capo». Ho detto: «Marcos, possiamo andarcene perché ci è già stato detto tutto».
Marcos. Tornando a San Paolo ci siamo detti: «Dobbiamo,
come don Giussani diceva, scommettere sulla libertà della gente». Così
abbiamo detto a tutti: «Non è più un obbligo la presenza a questi nostri
raduni. Avete la garanzia che il beneficio sarà mantenuto, non siete
più obbligati a venire ai raduni, perché vogliamo che partecipino solo
quelli che veramente intendono fare una strada con noi». Questo è stato
fatto quando avevamo venticinquemila giovani, oltre anche a quelli delle
case. Dei venticinquemila giovani otto hanno deciso di andarsene , ma
dopo una settimana cinque di questi otto sono tornati e ci hanno
spiegato: «Vogliamo essere ricevuti nuovamente tra voi, perché abbiamo
capito che da soli non saremo capaci di finire l’università».
Perché, qual è la realtà dei nostri giovani? Loro lavorano tutto il
giorno e di sera vanno in università; la stragrande maggioranza dorme
quattro-cinque ore per notte e spende praticamente tutto lo stipendio
per pagarsi l’università, anche se ha lo sconto. Senza una compagnia non sono capaci di arrivare fino alla fine.
Cleuza.
Dopo questo ho pensato: d’ora in poi il movimento ha un’altra faccia,
ha un’altra strada. L’associazione ha imparato a fare grandi cose, come
una cooperativa. La salute pubblica in Brasile non va bene: abbiamo
fatto convenzioni con imprese private di salute, di servizio clinico;
convenzioni con scuole di lingue… tutte le scuole ora vengono
dall’associazione perché vogliono fare la convenzione. Però quello che
ha cambiato la gente non è stato l’aiutarli ad avere casa o servizio
medico; quello
che ha aiutato me, in primo luogo, è stato l’incontro che abbiamo fatto
con Comunione e Liberazione. E noi questo incontro lo abbiamo proposto a
loro e loro hanno detto di sì.
Per questo oggi non avrebbe senso che l’associazione non avesse come unico cammino la strada di Comunione e Liberazione. L’associazione
è nata per rispondere alla realtà e oggi la realtà, le persone hanno
fretta di incontrare Cristo. E noi abbiamo avuto il privilegio di
incontrarLo.
Io sono felice di poter portare queste cose a questi giovani. In dicembre abbiamo fatto questa proposta a loro: «L’associazione
ha i suoi servizi, questi sono cose nostre, ma il destino del movimento
vogliamo consegnarlo a Carrón. Andiamo in piazza, voglio farvi vedere
chi è quello che seguo io». Allora abbiamo fissato il giorno e l’invito è
stato fatto così: «Quelli che tra voi si sentono appartenenti a questa
storia, vengano in piazza con noi; quelli che non si sentono
appartenenti a questa storia, non vengano». Abbiamo preparato una bella
festa, abbiamo preparato tante cose: cantanti, striscioni, un mega show,
ma ha cominciato a piovere, e pioveva; c’è stata un’inondazione. Ho
pensato: è finito, non succederà niente. L’evento doveva cominciare alle
cinque del pomeriggio: c’erano palloni, cantanti, ma non smetteva di
piovere. La gente cominciava ad arrivare,arrivavano da ovunque, la
polizia ci ha detto: «Ma cosa significa questo? Questo non è un piccolo
incontro di Chiesa! Perché arriva tutta questa gente? Cosa ci sarà
qua?!». La piazza era strapiena, tutti erano con gli ombrelli, la cassa
stereo ha dovuto essere coperta per la pioggia, non si sentiva nulla.
Marcos ha avuto l’idea di parlare con il Cardinale di San Paolo, che
avrebbe partecipato all’evento, però in quel momento conversava con
Carrón; non sapevamo cosa fare, c’era una confusione generalizzata. Ho
detto: Oddio, cosa succederà adesso?Marcos ha chiesto al Cardinale se
potevamo fare l’incontro non in piazza, ma dentro la chiesa, però nella
cattedrale ci stavano solo ottomila persone. Siamo entrati in chiesa,
però fuori c’erano cinquantamila persone e la gente voleva assolutamente
entrare e io dicevo loro:«Per favore, andate a casa vostra, andate a
casa vostra!». «No, io appartengo a questo e voglio partecipare
anch’io», ma non era possibile. Ho detto: «O Gesù, in Italia è Comunione e Liberazione, in Brasile è Comunione e Confusione!».
Marcos. Tanti ci domandano: «Va bene, ma voi eravate già abituati a fare quello che fate: cosa
è cambiato nell’incontro con Comunione e Liberazione?». Quello che è
cambiato è che cinque anni fa non ce la facevamo più a fare il nostro
lavoro; era grande la quantità di problemi e noi ci concepivamo come
responsabili della risposta, avevamo la presunzione di pensare che
dovevamo noi rispondere ai problemi. La prima cosa che abbiamo imparato
nell’incontro con Comunione e Liberazione è che a noi tocca dire di sì,
ma il risultato non appartiene a noi: il risultato appartiene a Cristo.
Quando abbiamo capito questo è come se duecento chili fossero stati
tolti dalle nostre spalle. In questi ultimi cinque anni il movimento è
triplicato e il suo peso è molto più leggero.
L’altra cosa che abbiamo capito con molta chiarezza è che
la nostra era un’esperienza di dolore, di tristezza, perché la gente
aveva tanti problemi e noi non riuscivamo a rispondere. Avevamo solo
un’intuizione: che dovevamo dare la nostra vita a quell’opera, però era
un compito triste, pesante. Quando abbiamo cominciato a capire che
facevamo le cose non per le persone, ma per Cristo, abbiamo cominciato a
farlo con allegria, è come se tutta l’allegria, la gioia del mondo
avesse inondato il nostro cuore. La gente ci dice: «Voi siete cambiati tanto:
avevate uno sguardo triste, oggi siete allegri». Anche il rapporto tra
noi due è cambiato. Diciotto anni fa ci siamo messi insieme, abbiamo
cominciato a vivere insieme non perché eravamo innamorati l’uno
dell’altra, ma perché eravamo sicuri che avevamo una missione, dovevamo
fare un lavoro. E quanto più difficile diventava questo lavoro, tanto
più davamo la colpa l’uno all’altra, fino al punto che ci siamo detti:
abbiamo costruito l’associazione, adesso è arrivato il momento che
ognuno di noi faccia la sua vita. Ma l’incontro con CL ci ha aiutato a
capire un’altra cosa: noi non eravamo insieme solo perché dovevamo
costruire qualcosa, noi eravamo insieme perché Cristo ci aveva regalato
l’uno all’altra, e non per fare un’opera, ma per fare insieme una
strada, perché uno potesse aiutare la strada dell’altro.
L’innamoramento
che ora sentiamo l’uno verso l’altra è una cosa che prima non esisteva.
Due anni fa ci siamo sposati con rito civile, non potevamo sposarci in
chiesa perché io avevo già un matrimonio alle spalle; due mesi fa è
arrivata la dichiarazione di nullità del mio matrimonio e in agosto, se
Dio vorrà, ci
sposeremo in chiesa. Perché questo è importante? Perché ho imparato con
don Giussani che dobbiamo essere un esempio, perché noi non insegnamo
agli altri con la parola, ma con l’esempio. Come posso chiedere a tutti
quelli che ci seguono di essere serio nella vita, se io stesso non sono
serio con la mia? Come posso dire a loro che la moglie o il marito è una
cosa definitiva nella vita, se nella mia non lo è? Perfino questo è
opera di Giussani e di ognuno di voi.Quando abbiamo consegnato il
movimento a Carrón abbiamo ripetuto lo stesso gesto che lui stesso ha
fatto con don Giussani, perché moltissimi sono quelli che oggi ci
seguono, ma devono sapere che noi seguiamo una persona, un Altro. Come
ha detto Venza: «Non ha senso che ci sono due strade». Se ho incontrato
una cosa che è così vera e bella nella mia vita, devo portarla a quelli
che mi seguono. Forse voi non ne avete idea, però avete in mano un
tesoro grande: siete nati o cresciuti in un luogo dove esisteva già
questo carisma che don Gius ci ha regalato, e non sono sicuro che
riusciate a capirne l’importanza. Per noi è stato l’incontro con una
cosa che abbiamo aspettato tutta la vita e voi non avete l’idea di
quanto questo è stato importante, per la nostra vita. Io mi sento molto
piccolo quando Carrón parla della nostra esperienza come se fosse una
cosa grande e bella, perché non so se lui si rende conto che se non ci
fosse stato questo incontro, la nostra storia probabilmente non ci
sarebbe più. Se poniamo su una bilancia chi deve qualcosa a chi, il
nostro debito nei vostri confronti è molto più grande del vostro per
noi.
Cleuza.
I giovani sono normalmente curiosi e mi domandano: «Lenza, tu vedi
Cristo in tutto. Come faccio per vedere anch’io Cristo in tutto?».
Normalmente non so come rispondere. Io non ho studiato, ho finito il
quarto anno delle elementari, non sono capace, non ho imparato a leggere
e a riflettere su un testo: sento una parola, come quella storia dei
capelli, e la ripeto a tutti. In piazza quel giorno Carrón ha detto
un’altra cosa che mi ha colpito: ci ha detto che quando Giovanni ha
visto Cristo per la prima volta aveva sedici anni; avevo già sentito
questa storia, però quello che mi ha colpito è che lui ha detto che
Giovanni ha visto Cristo quando aveva sedici anni e ha scritto il
Vangelo quando ne aveva circa ottanta, e si ricordava l’ora in cui aveva
incontrato Cristo. Allora ho pensato: forse ho capito che cosa dire a
questi giovani quando mi chiedono: «Come si fa a vedere Cristo?»; «Come
sento, come so dove è Cristo?». Devi fare come Giovanni: tutto quello
di cui ti ricordi il giorno e l’ora è perché c’era Cristo. Pensateci e
poi venite a dirmi. «Io mi ricordo il giorno che ho conosciuto
l’associazione». Allora in questo c’è Cristo. «Io mi ricordo quando mio
figlio è nato». E così l’un l’altro ci aiutiamo a ricordare quando
abbiamo incontrato Cristo. Se vivessi duecento anni, come sarebbe
possibile dimenticare il momento in cui ho conosciuto voi? È
impossibile. Questo è Cristo. Non ho dubbio che qui c’è Cristo. Nessuna
foglia cade dall’albero, se Dio non lo vuole. Perché ci siete tutti voi
qui? Non c’è una spiegazione: l’unica spiegazione è perché c’è Cristo.
Io, allora, tornando in Brasile, quando devo raccontare a loro questo
incontro, dirò: «Erano circa le dieci di sera».
Marcos.
Vorrei finire ringraziando per l’opportunità di essere qua e
sottolineare una preoccupazione: dipende da ognuno di noi che fra
cinquant’anni altre persone incontrino la bellezza che abbiamo
incontrato noi.
Javier
Prades, il responsabile di CL in Spagna, mi ha detto una cosa bella:
come sappiamo che una persona diventa santa? Quando, dopo la sua morte,
sempre di più la sua presenza cresce. Noi abbiamo conosciuto un santo, che è Giussani: dipende da ciascuno di noi che questa memoria non
sia cancellata, perché dobbiamo desiderare che i nostri nipoti
incontrino la bellezza che abbiamo incontrato noi. Abbiamo ricevuto
un’eredità di grande valore, non lasciate che questa eredità muoia,
aiutate le future generazioni a incontrare questa cosa grande che
abbiamo ricevuto come un regalo. Grazie.
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