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giovedì 22 gennaio 2015

N-Acetil Cisteina

N-Acetil Cisteina 600 mg -  da.:

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NAC rientra, insieme al glutammato e alla glicina, nella sintesi del più potente antiossidante a nostra disposizione: il glutatione. La bassa biodisponibilità della cisteina alimentare, fa di questo aminoacido il fattore limitante nella sintesi del glutatione, così come inefficace risulta l'integrazione orale di questo tripeptide, precocemente degradato ed inattivato. L'N acetil cisteina, invece, può essere efficacemente assorbita nell'intestino e resa disponibile a livello cellulare, dove in seguito a deacetilazione rigenera la cisteina.

Già di per sé, il NAC assume proprietà antiossidanti, ma la capacità dimostrata di incrementare i livelli endogeni di glutatione fa di questo integratore uno dei più efficienti combattenti del danno ossidativo.

Numerose sono infatti le applicazioni terapeutiche sperimentate, orientate a ridurre l'insulto ossidativo generato in patologie come quelle neurodegenerative e tumorali, oltre che alle proprietà antinfluenzali e mucolitiche, che ne fanno uno dei farmaci più venduti (vedi fluimucil ®)

N Acetil Cisteina presenta notevoli vantaggi in termini di biodisponibilità, rispetto alla forma non acetilata

L'NAC, infatti, è rapidamente assorbita dopo la sua somministrazione orale, registrando un picco ematico massimo dopo 2-3 ore dall'ingestione con una emivita intorno alle 6 ore, al contrario di quanto avviene per la forma non acetilata, presente comunemente nei cibi sottoforma di un dipeptide, che compete con il recettore per il glutammato. L'N acetil cisteina permea molto agevolmente le cellule, dove deacetilata rigenera la L Cisteina



N Acetil Cisteina La supplementazione con NAC è risultata molto utile in differenti settori :

- Detossificazione da farmaci (paracetamolo);
- Terapia mucolitica;
- Agente nefroprotettivo e neuroprotettivo;
- Agente antinfluenzale;
- Terapia della fibrosi polmonare;
- Patologie da stress ossidativo;
- Trattamento delle calvizie.

Numerosi studi inoltre, stanno, valutando le sue capacità protettive nei confronti di patologie degenerative, metaboliche nutrizionali (diabete), tumorali e nella dipendenza da cocaina.



 
 



Il Glutatione è un componente essenziale del sistema di risposta immunitario.
A livello cellulare è sintetizzato a partire dal glutammato, dalla glicina e dalla cisteina.



Glutatione è un potente scudo per la difesa della salute:
- protegge da radicali liberi, radiazioni, chemioterapia, raggi X, ed ha inoltre una grande capacità disintossicante: grazie alla sua facoltà di chelare (chelaggio = capacità di un elemento di legarsi ad un’altro) i metalli pesanti e tossici quali piombo, cadmio, mercurio ed alluminio li trasporta via eliminandoli dal corpo.

Il Glutatione insieme con il selenio, forma l’enzima Glutatione perossidasi che ha sempre una funzione antiossidante, ma a livello intracellulare.



Selenio

Il Selenio è molto presente in natura, nelle noci brasiliane, nel pesce, nelle carni e in alcuni vegetali come i broccoli. Viene facilmente assorbito a livello intestinale e incorporato dalle cellule, dove rientra come coenzima delle selenio proteine.

Le varie isoforme di glutatione perossidasi, infatti, necessitano di selenio per espletare la propria funzione antiossidante, potendo così neutralizzare i danni indotti dalle specie reattive dell'ossigeno. La supplementazione con selenio si è dimostrata utile nel potenziare le difese immunitarie anche in individui sani, e nel contrastare l'insorgenza tumorale, attraverso diversi meccanismi, non ancora del tutto chiari, ma alla cui base vi è sicuramente il potente ruolo antiossidante. Inoltre, si sta accertando anche un potenziale ruolo nella prevenzione delle epatopatie e delle patologie cardiovascolari.



Glutatione detox

Il Glutatione aiuta il nostro fegato a disintossicarsi ed a prevenire possibili danni causati dall’eccessivo consumo di alcool. E’ più efficace della vitamina C, nel migliorare l’utilizzo e la biodisponibilità del ferro, neutralizzando gli effetti tossici di alcuni agenti esogeni come i nitriti, nitrati, clorati, derivati del benzolo, derivati del toluolo, anilina ecc..

Questi elementi danneggiano l’organismo con un meccanismo insidioso: producono un’ossidazione del ferro trasformandolo dalla sua naturale forma ferrica (Fe2+) nella forma ferrosa (Fe3+) rendendo così il sangue incapace di trasportare l’ossigeno, causando inoltre un’aumento della metaemoglobina (dal 1/2% fino ad un livello a volte mortale del 20/30%).

Cos’è il kuzu? come usarlo in cucina ? Ecco le risposte



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Il kuzu è un alimento, o meglio un ingrediente, ancora poco conosciuto, usato principalmente dagli appassionati della cucina macrobiotica. Eppure dal punto di vista del benessere, ognuno di noi dovrebbe avere nella propria dispensa un sacchetto di questo prezioso alimento che si presenta sotto forma di polvere bianca. Vediamo di cosa si tratta.

Cos’è il kuzu

Sveliamo il mistero: il kuzu è una fecola di una radice selvatica che viene utilizzata come addensante nella preparazione di salse, budini, zuppe, ed anche per bevande speciali ad uso terapeutico naturale. In effetti il kuzu è da molti considerato un superfood, mentre chi si occupa di terapia alimentare basata sulla macrobiotica lo considera uno degli ingredienti di riferimento.

Come si usa il kuzu

Per utilizzarlo correttamente e trarne il massimo beneficio, sia di riuscita delle ricette, sia per il nostro benessere, il kuzu va sciolto in acqua fredda e poi aggiunto alla nostra ricetta a fine cottura, il liquido si addenserà, ed è necessario continuare la cottura mescolando fino a che non diventa trasparente. La ricetta cosi preparata, a seconda dei casi, potra essere consumata calda, oppure lasciata raffreddare si solidificherà grazie al kuzu.

A cosa serve il kuzu, le proprietà

Il kuzu e le ricette che lo contengono sono un valido aiuto per tante situazione di malessere: è consigliato in caso di disturbi digestivi, nausea, stitichezza, dolori muscolari, malattie da raffreddamento, febbre. ll Kuzu ha un effetto alcalinizzante sul sangue, è una caratteristica importante in quanto è l’unica fecola che presentare questa caratteristica utile a contrastare l’acidosi che è il terreno sui cui si sviluppano infiammazioni e malattie
Il kuzu è un amido molto ben digeribile ed assimilabile; negli ospedali giapponesi viene spesso usato come cibo per anziani ed infermi costretti a dieta liquida. Infatti nelle tradizioni orientali è stato usato alimentare in modo leggero ma rinforzante persone con problemi intestinali, raffreddore e tosse, o febbre leggera. Aggiunto a piatti di verdure e frutta a fine cottura li arricchisce dal punto di vista nutrizionale e conferisce loro una consistenza vellutata molto gradevole al gusto. Ci sono persone che hanno debolezze intestinali che mal sopportano gli effetti della frutta, per loro una buon consiglio è quello preparare dei semplici piatti unedo del kuzu alla frutta stessa.

Rimedi naturali e ricette con il kuzu

Kuzu da bere: kuzu e shoyu

Un utile rimedio per migliorare la digestione e la vitalità, per rinforzare l’intestino, ed anche per alcuni malesseri lievi come febbre bassa o mal di testa.
Preparazione
Sciogliete un cucchiaino colmo di kuzu in mezzo bicchiere di acqua fredda, a parte fate bollire una tazza di acqua ed aggiungete il kuzu mescolando di continuo per evitare la formazione di grumi. Continuate a cuocere a fuoco basso e mescolando fino a che la bevanda non diventa trasparente, aggiungete un cucchiaino di Shoyu (Salsa di Soia rigorosamente biologica), spegnete e mescolate ancora qualche volta. La bevanda così ottenuta si beve calda o al mattino a digiuno 20/30 minuti prima della colazione, o la sera mezz’ora prima della cena. Se desiderate un effetto più specificoe vigoroso per l’intestino, potete preparare la variante Kuzu-Umeboshi-Shoyu descritta, insieme ad altre ricette,  in questo articolo Cibo invece di farmaci per rinforzare stomaco ed intestino

Verdure con kuzu

Preparazione
Preparate qualche carota,della zucca ed un porro a fette sottili, scaldate poco olio extravergine, aggiungete le verdure, un pizzico di sale marino integrale e cuocete per 10/12 minuti. Nel frattempo sciogliete un cucchiaino di kuzu in una tazza d’acqua. Aggiungete il kuzu alle verdure a fine cottura, mescolando finche non diventa trasparente.

Mons. Negri: «I cristiani che si vergognano delle Crociate sono succubi del laicismo dominante»

Mons. Negri: «I cristiani che si vergognano delle Crociate sono succubi del laicismo dominante»

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Recentemente su IlSussidiario.net è apparso un articolo di don Federico Pichetto che condanna le Crociate, di cui i cristiani – dice sostanzialmente Pichetto – dovrebbero vergognarsi perché sono un tradimento del cristianesimo. Il giudizio non riguarda solo l’evento storico in sé ma più in generale la posizione che un cristiano deve avere di fronte alle vicende del mondo, anche oggi. Giudizi gravi che meritano, seppure a distanza di tempo, una replica puntuale e autorevole.

Caro don Pichetto,
ti scrivo queste righe cercando di rispondere al tuo intervento sulle Crociate. 
In effetti tu parli di Crociate che non sono mai esistite: Crociate sostenute dalla nascente borghesia, che come ognun sa, alla fine dell’XI secolo – quando la prima Crociata fu bandita – non c’era nella società europea, o comunque era una minoranza con un potere limitatissimo.
E poi riprendi le Crociate come progetto di imposizione violenta del Cristianesimo a popolazioni straniere. 
Non tocca a me rifare il punto su questa vicenda secolare su cui la migliore storiografia, e non solo quella cattolica, ha dato un contributo decisivo.
Per dirla con il mio grande amico Franco Cardini, le Crociate sono state un grande «pellegrinaggio armato», protagonista del quale fu, nei secoli, il popolo cristiano nel suo complesso.
Una avanguardia di santi, una massa di cristiani comuni e, nella retroguardia, qualche delinquente.
Non so quale avvenimento della Chiesa possa sfuggire a una lettura come questa.
Sta di fatto che noi – cristiani del Terzo millennio – alle Crociate dobbiamo molto.
Dobbiamo che non si sia perduta la possibilità dei grandi pellegrinaggi in Terrasanta: nei luoghi della vita storica di Gesù Cristo e della nascita della Chiesa.

Alle Crociate dobbiamo che si sia ritardata la fine della grande epopea della civiltà bizantina di almeno due secoli, e si sono soprattutto salvate dalla dominazione turca le regioni della nostra bella Italia, che si affacciano sul mare Adriatico, Tirreno e Ionio, falcidiate da quelle sistematiche incursioni di corsari e di turchi che hanno depauperato nei secoli le nostre popolazioni. 
Anche la tua bella Liguria ha dovuto costruire parte dei suoi paesi e delle sue piccole città a due livelli – il livello del mare e il livello della montagna – per poter sfuggire a queste invasioni che hanno fatto morire nel buio della cosiddetta civiltà araba e islamica centinaia e migliaia di nostri fratelli cristiani, a cui era stata tolta anche la dignità umana e di cui noi facciamo così fatica a fare memoria.
Nessuna realtà cristiana esprime la perfezione della fede che è solo in Gesù Cristo, ma nessuna esperienza cristiana è invincibilmente diabolica. Passare dalla fede alle opere è compito fondamentale del cristiano di ogni tempo. 
Ora, per recuperare questa bellezza della storia cristiana bisogna guardare la realtà secondo tutta l’ampiezza cattolica. La mia generazione e quella di molti amici dopo di me – che per l’intelligenza e l’apertura di monsignor Luigi Giussani hanno potuto dialogare personalmente per esempio con Regine Pernoud, con Leo Moulin, con Henri de Lubac,  con Hans Urs von Balthasar, con Joseph Ratzinger, con Jean Guitton e molti altri – hanno un sano orgoglio della nostra tradizione cattolica.
Per questo sentono in modo assolutamente negativo desumere acriticamente l’immagine della Chiesa dalla mentalità laicista che cerca di dominare la nostra coscienza e il nostro cuore. 
Certo, l’essenza di questa tradizione cattolica – e che, quindi, comprende anche le Crociate – è il desiderio di vivere il rapporto con Cristo e di annunziarlo nella concretezza del suo popolo che è la Chiesa, nelle grandi dimensioni che rendono il cristiano autenticamente uomo: la dimensione della cultura, della carità e della missione. È questo il Cristo che sta all’origine di tante iniziative del passato e del presente. Nessuna iniziativa lo esprime adeguatamente, ma l’assenza di qualsiasi capacità di presenza nel mondo e di giudizio sulla vita degli uomini e sui problemi degli uomini fa dubitare che esista una fede autenticamente cattolica.
La fede in Cristo può rischiare di ridursi a essere spunto per mozioni soggettive e spiritualistiche da cui metteva in guardia il santo padre Benedetto XVI all’inizio della sua splendida enciclica Deus Caritas Est: un Cristo che rischia di stare acquattato nel silenzio della coscienza personale, che non diventa fattore di vita e di cultura, che non tende a creare una civiltà della verità e dell’amore. Ricordo ancora con commozione quando facevo la terza liceo una lezione di Giussani in cui disse letteralmente: «La comunità cristiana tende a generare inesorabilmente una civiltà». 
Nella mia esperienza pastorale e culturale ho sempre sentito come  punto di riferimento sostanziale la grande certezza di Giovanni di Salisbury che diceva: «Noi siamo come nani sulle spalle di giganti». È perché siamo sulle spalle di giganti che vediamo bene il presente e intuiamo le linee del futuro. È questo che rende così appassionata la nostra responsabilità, senza nessuna dipendenza dagli esiti, con la certezza di portare il nostro contributo, piccolo o grande che sia, alla grande impresa del farsi del Regno di Dio nel mondo, che come dice il Concilio Vaticano II coincide con la Chiesa e la sua missione. 
Un cordiale saluto
Monsignor Luigi Negri
Arcivescovo di Ferrara-Comacchio, Abate di Pomposa

domenica 18 gennaio 2015

Tarcento, la rivoluzione scolastica possibile

Tarcento, la rivoluzione scolastica possibile 
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 di Costanza Signorelli18-01-2015 AA+A++
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Immagina una scuola dove gli insegnati accolgono gli alunni come in una famiglia. Perché, in effetti, la scuola è anche la loro casa. Dove i ragazzi non mangiano in un’anonima “mensa”, ma aiutano ad apparecchiare la “sala da pranzo” e - perché no - anche a pelare le patate o tagliare il salame. Dove le mamme, si offrono a turno per dare una mano a rassettare le aule mentre, tra un battito di scopa e una spolverata, condividono gioie e preoccupazioni della giornata. Una scuola dove l’inizio di ogni nuovo giorno è un momento di accoglienza, per fare memoria di cosa si sta cominciando insieme e, la sera, ci si saluta con la musica che si diffonde nei corridoi, come fosse una gran festa. Una scuola completamente gratuita. Dove non esistono rette, ma i genitori - ognuno per come può - danno il loro contributo. C’è chi versa una parte del proprio stipendio, e chi porta uova fresche o zucchine biologiche. Roba d’altri tempi? Forse. Utopia? Niente affatto. Questa scuola, non solo è possibile, ma esiste davvero.
La curiosità di capire come sia possibile tutto questo, ci spinge ai confini dell’Italia. Su, su, fino all’estremo nord. Per l’esattezza, ci troviamo a Tarcento: un paesino di novemila abitanti nel friulano, venti chilometri sopra Udine. Ad attenderci su un muretto di pietra, c’è un omone vestito di nero: è don Antonio Villa, meglio noto come “il Villa”. Con i suoi ottant’anni suonati e una lucidità formidabile, il Villa da quelle parti è una sorta di “istituzione”. Senza di lui la scuola media Camillo di Gaspero oggi non potrebbe essere quello che è.  “Tutto è nato proprio qui. – ci spiega don Villa - Un giorno ero seduto su questo muretto e un signore mi dice “Villa oggi non fischietta?” Gli rispondo che sono triste perché un amico di Milano ci vuole regalare una scuola, ma non abbiamo il terreno. “Eccolo!”, mi fa lui e indica con il dito la sua proprietà. Ce la regalava per fare la scuola. Ma ai tempi qui c’erano solo macerie”.  
C’erano solo macerie. E infatti, per comprendere la vicenda di questa “strana scuola”, dobbiamo riavvolgere il nastro della storia di circa quarant’anni. Era il maggio del1976 quando l’Orcolat si portò via un migliaio di vite lasciando dietro di sé un Friuli in rovine. Fu allora che il Villa, canonico di San Babila (Milano), partì con un gruppo di ragazzi: destinazione Tarcento. “Lo scopo – racconta divertito il don - era quello di stare qui una settimana per dare una mano ai terremotati”.  Se la ride il Villa che da quel paesino non se n’è più andato. 
Ma se non c’era più nulla, tutto distrutto, perché fermarsi e costruire una scuola? “Roba da matti! Me lo domandavo anch’io! – mi fa eco il don che, portandosi le mani sulla faccia, ci fa rivivere la desolazione di quei giorni - Non avevamo nulla, nessun tipo di mezzo né capacità. Però capitò che alcune mamme ci implorarono di restare nonostante il commissario avesse ordinato l’esodo per iniziare la ricostruzione. “Don Villa non ci abbandonerete anche voi?” Mi dicevano piangendo. “Restate! Fate una scuola per i nostri bambini che non sanno dove andare!”. “Proviamo” è stata l’unica parola seria che abbiamo potuto dire, se la parola è seria” – ricorda il Villa con l’ironia tipica di chi ha fiducia nella vita. “Le cose poi sono andate avanti come solo Dio sa. Io so che abbiamo invocato un segno dal Padre Eterno che ci dicesse di abbandonare un’impresa che pareva irrealizzabile. Dopo quarant’anni questo segno non è ancora arrivato”. 
Nel frattempo, varcato il muretto d’ingresso, abbiamo attraversato il cortile della Domus Mariae, l’edificio parrocchiale che oggi ospita gratuitamente la scuola, e siamo saliti in casa. Ad accoglierci, un profumo di gnocchi al ragù e carne arrostita: Eva e Luciana stanno preparando il pranzo. Anche loro vennero a Tarcento quarant’anni fa, come volontarie per una manciata di giorni…E poi? “Sono state disposte a dare tutta la vita per la libertà di educare”, spiega don Villa. Eva oggi è la preside e Luciana la presidente della scuola cooperativa “Camillo di Gaspero”. I piatti fumano, mentre iniziamo a mangiare arriva il quarto ed ultimo componente della “casa”. E’ don Enzo, un giovane sacerdote friulano, “Ecco il nostro prof di musica!”, gli fa festa Eva.
C’è qualcosa che non torna. Siamo venuti a visitare un istituto scolastico e ci troviamo in una casa. A tavola. Come in famiglia. E la scuola? “La scuola siamo noi!– spiega don Villa - E’ la nostra casa! E’ proprio questo il punto. Indovinato che la sostanza della scuola è la compresenza dell’adulto col piccolo, è da qui che poi discende il contenuto dell’educazione. Facciamo un esempio: alla mattina ci riuniamo in salone coi ragazzi per il cosiddetto “momento dell’accoglienza”. Che non vuol dire aprire le porte della scuola alla tal ora, ma significa che io, adulto, quando inizio la giornata, devo anche sapere cosa sto cominciando esattamente. Il bambino non lo sa, ma io lo devo sapere! Allora glielo dico, glielo spiego, lo aiuto a capire cosa stiamo iniziando insieme! Così vale per tutti gli altri momenti della giornata: la ricreazione, il mangiare, il preparare la tavola, il salutarci la sera. In questo modo, tutta la giornata diventa un tempo trascorso insieme nella casa degli insegnanti!”.
Scuola
Oggi la scuola media paritaria Camillo di Gaspero è una cooperativa che conta 73 alunni e 12 professori.  Quattro sono volontari, gli altri regolarmente stipendiati. “Abbiamo una struttura aziendale anche noi, con una contabilità regolare e tutto quello che serve – spiega don Villa - non è che siamo una cosa fuori dall’ordinario”. E però, il fatto che alla Camillo di Gaspero, i ragazzi non paghino la retta, questo sì che è straordinario. Non per il Villa: “La logica è  molto semplice. E’ quella dei nonni di una volta che mantenevano dieci figli. Oggi dieci figli non sono in grado di mantenere un genitore. C’è una logica nella vita, c’è una logica della vita. Il problema è avere fede nella logica della vita e usarla come spina dorsale dell’operazione. La vera libertà di educazione non è a pagamento, non c’entra nulla con i soldi! Altrimenti anche noi cattolici ragioniamo esattamente con la logica diabolica dello Stato che ci dice: “Vuoi la scuola che ti piace? Benissimo! Te la paghi!”. Questa è stata l’intuizione diabolica di chi ha messo il senza oneri per lo Stato, con grande soddisfazione dei padri costituenti. Ma chi l'ha detto che se io genitore mando i miei figli ad una scuola che mi piace - e non in quei baracconi dello Stato - chi l'ha detto che per questo devo pagare?". Per Don Villa la verità suona tutta un’altra musica: ad un’educazione veramente libera deve corrisponde una scuola che sia gratuita per tutti "altrimenti spiegatemi che libertà è?". “ Ma se è così – incalza - allora il problema di recuperare i soldi è del gestore, cioè mio, non certo dell'alunno. Perché - sorride - sono capaci tutti di fare pagare la retta! Non mi bastano i soldi, alzo le rette. Non mi bastano ancora, chiudo. Ma la scuola non è mica un business! Certo, questo è un punto difficile da fare capire. A tutti."
C’è stato un tempo in cui persino l’Inps e la Guardia di Finanza non capivano come potessero andare avanti le cose. Salvo poi arrendersi all’evidenza che fosse tutto in regola.  
Il Villa racconta una realtà di fatto rivoluzionaria, con estrema semplicità.  Perché è semplice in questa scuola di Tarcento vedere come il risparmio e la collaborazione, la sobrietà e la gratuità diventano regola. Qui non esiste l’impresa di pulizia, sono le mamme ad essere responsabili delle faccende domestiche. Non esiste un cuoco da pagare, è lo stesso don Villa che da quarant’anni fa dà da mangiare ai ragazzi, le cui famiglie ritengono ragionevole corrispondere il costo del cibo. Alcuni pensionati, per esempio, si mettono a disposizione per la manutenzione ordinaria dei locali scolastici e molti nel paese offrono il loro aiuto per come possono. Anche la regione Friuli Venezia Giulia fa la sua parte attraverso un contributo concesso alle famiglie che frequentano le scuole paritarie. 
“Ci vuole un bel po’ d’ingegno e un pizzico di astuzia, ma soprattutto la volontà e la determinazione di credere fino in fondo in ciò che si fa – spiega don Villa. Io dico che è una realizzazione possibile. Poi, che nessuno abbia voglia o che non si abbia la spinta necessaria per farlo, questo è un altro discorso! Però è possibile!”. Mentre afferra un pezzo di torrone, il Villa chiede a Eva di portare al tavolo due scatole. Quella più piccola contiene una sorta di agenda con i nomi degli alunni in corso e le cifre che versano liberamente, quando e come possono. “Qui dov’è la mia contabilità!” scherza il Villa, anche se non del tutto. L’altra, è una vecchia scatola di latta rettangolare, di quelle che le nonne tenevano nella credenzina, ma questa non contiene i biscotti per il The. “Ecco la cosiddetta ‘cassa comune’. E’ qui per esempio che, da quarant’anni, Eva e Luciana versano tutto il loro stipendio, ogni mese. Da quarant’anni, mi spiego?” le presenti lo interrompono: “Via, a noi non è mai mancato nulla!”.
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Dalla casa scendiamo a visitare i locali scolastici. Le pareti coperte di cartelloni, foto, messaggi dei ragazzi, completano la testimonianza di questa esperienza possibile. Il Villa non ha dubbi: “All’origine di tutto questo c’è una concezione della vita, una concezione reale della vita. Possiamo così sognare la parità scolastica, ma è una solo una favola spaventosa e delinquenziale! Se il cambiamento non avviene dentro le coscienze, in Italia non cambierà mai nulla. Perché non è vero che i ‘cosiddetti cattolici’ - oggi purtroppo bisogna dire così - hanno voglia di difendere la libertà di educazione, non è vero! Rimane solo un discorso!”. E guai a replicare che, però, la storia di Tarcento è tutta particolare. Che oggi il livello di burocrazia si è gonfiato in modo incontrollabile. Che la crisi morde e i tagli stanno riducendo quanto di poco concesso alla scuola paritaria. "Tutto vero! Lo Stato può anche arrivare a togliermi la libertà, ma non potrà mai togliermi l'intelligenza. La libertà di educazione è una necessità reale o un pallino dei cattolici? Se è reale allora c’è dappertutto! Laddove c'è una famiglia che ha il desiderio di crescere i propri figli cristianamente, lì c'è anche l’urgenza di un'educazione libera. Del resto per un cattolico il cuore dell’educazione non può essere la regola imposta dello Stato". E cosa deve essere don Villa? "Il Vangelo!".

Più si ama

L'amore
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Più si ama, meno si osserva dall’alto;
 più si ama, meno si giudica; 
più si ama, più si perdona;
 più si ama, più si ascolta e meno si parla; 
più si ama, più si diventa roccia, appoggio, sicurezza per l’altro;
 più si ama, più si è veri! 
Più ami, meno ci tieni ad affermarti;
 più ami, più diventi e sei te stesso; 
più ami e più diventi luce;
 più ami, meno hai paura;
 più ami e più cerchi la bellezza, la Verità, l’unità, la semplicità, la trasparenza, l’eterno; 
più ami e più pregusti la gloria futura; 
più ami, più diffondi il paradiso e lo anticipi… già qui un po'! (Sant'Agostino)

non basta sapere le cose, serve che qualcuno le faccia carne davanti ai nostri occhi,

  Non basta sapere le cose, serve che qualcuno le faccia carne davanti ai nostri occhi
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copertina agnello


Le ragioni del piacere si trovano dappertutto, più che altro non serve cercarle, chi se ne importa. Ma le ragioni del dolore, o anche solo della fatica, di quella mancanza o nostalgia di qualcos’altro, quelle ragioni uno le cerca sempre. Io ho conosciuto delle persone che le hanno trovate. Persone che sanno svegliare la bellezza ovunque passino. Ogni volta che una di loro entra nel mio schermo radar il mio acutissimo sensore comincia a farmi battere il cuore, e allora devo conoscere quella donna o quell’uomo speciali. Devono diventare miei amici, mie amiche più spesso. Quando la incontri, una persona così, diventa davvero par te fisica di te, del tuo corpo. Siamo ormai una compagnia, la Compagnia dell’agnello. Ci siamo trovati per caso, diciamo così. Ci siamo incontrati per vie strane, tortuose, impreviste.    Abbiamo cominciato a farci compagnia nella fatica, perché tutti abbiamo capito quel segreto, il segreto dell’agnello. È una Compagnia sgangherata, disorganizzata. Ci si incontra con alcuni più spesso che si può, con altri di rado, in stazione anche solo per sniffarci fugacemente reciprocamente, a volte si attraversa l’Italia solo per stare insieme tre ore, si perdono ore di sonno per scriversi, o per telefonarsi si dimentica di guardare la strada guidando, e ci si ritrova dall’altra parte del la città, in ritardo obbrobrioso ma estremamente contenti di esserci sentiti. Perché la Compagnia è fondamentale, non basta sapere le cose, serve che qualcuno le faccia carne davanti ai nostri occhi, che qualcuno perda il suo tempo per venirle a dire proprio a te, guardandoti negli occhi, che siano incorniciati da un ombretto perfettamente sfumato, oppure gonfi e lucidi di pianto, o occhiaiosi e rossi di sonno. Qui vorrei raccontare di questa Compagnia, dei segreti che mi ha insegnato, perché l’agnellitudine è contagiosa. Il fatto è che tutti possono essere agnelli, cioè imparare a perdersi, essere docili a un’altra voce che non sia la propria, ascoltare qualcun altro, a volte anche porgere il collo mitemente e lasciarsi fare del male, non perché si sia scemi ma perché si de cide di non entrare in risonanza col male degli altri e di non permettere che questo male, ripartendo da noi ingrossato, si moltiplichi. Mi sono dimenticata di dire quanto sono felici, gli agnelli. Sono gli unici che sorridono sempre, e non solo por tano i propri, di pesi, ma hanno voglia di prendersi anche quelli degli altri

sabato 17 gennaio 2015

Negri: “Islam, unica religione che teorizza la violenza”

Negri: “Islam, unica religione che teorizza la violenza”

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Il vescovo di Ferrara in un'intervista a Il Giornale interviene sui tragici fatti di Parigi

negri 2“Dio non è Allah, non predica morte”. Il titolo sulla prima pagina de Il Giornale sintetizza in maniera fin troppo eccessiva le parole del vescovo di Ferrara Luigi Negri, che in un’intervista pubblicata dal quotidiano di Alessandro Sallusti esprime le proprie riflessioni sui tragici fatti di Parigi. Una sintesi giornalistica che spinge alle estreme conseguenze un pensiero in cui, in ogni caso, le differenze tra Cristianesimo e Islam appaiono nette, soprattutto per quanto riguarda il rapporto con la libertà di espressione e la legittimazione della violenza. E il giudizio complessivo del vescovo non fa alcuno sconto alla dottrina del Corano: “Alle religioni nelle quali la violenza è teorizzata e indicata come atto pratico – afferma Negri – ci si deve opporre con nettezza”.
Lo scopo dell’intervista sembra quello di rispondere a una domanda che anima i dibattiti almeno dall’11 settembre 2001: ovvero se la violenza del fondamentalismo sia intrinseca alla religione islamica o se non derivi da fatti storici e politici, con la religione a fungere da pretesto e strumento di propaganda. Il pensiero di Negri punta alla prima ipotesi, anche se alcuni distinguo sono opportuni: “Per la conoscenza che ho delle grandi religioni occidentali e asiatiche – afferma il vescovo -, la violenza non è nelle teorie ma è un fatto comportamentale. Più facilmente, come ha mostrato il ‘900, è l’ideologia condita da ateismo a produrre violenza. Fatta questa precisazione, l’unica religione che tematizza la violenza come direttiva teorica e pratica è l’Islam. Ma qui si apre un’altra riflessione. Nella sua essenza l’Islam è un’ideologia di origine teocratica, che rende quindi la religione strumento del regno”.
Proprio su questa violenza “come direttiva teorica” si potrebbe discutere a lungo, dato che anche il tristemente noto termine ‘Jihad’ può indicare, secondo gran parte dei teologi ‘moderati’ dell’Islam, semplici impegni civili come l’autodifesa o l’assistenza agli indigenti. Ma Negri non riconosce alla religione coranica gli stessi ‘alibi’ storici che portarono anche la cristianità a commettere atti di violenza: “I cristiani hanno potuto essere violenti – afferma il vescovo -, anche se non credo nelle dimensioni nelle quali spesso questo viene narrato, perchè hanno assunto le modalità di espressione e di comportamento del loro tempo. Di suo, il cristianesimo non è violento”. Diverso il discorso per l’Islam, in cui la violenza “ha tutt’altra natura perchè è intollerante verso chi non aderisce al credo musulmano. Noi cristiani siamo esortati dalla tradizione della Chiesa e dal magistero papale a non far prevalere i nostri istinti sulla dottrina”.
L’intervista si conclude con una parentesi sulla satira e sull’autoironia che, secondo Negri, sarebbe negata ai musulmani. Un argomento sul quale lo stesso vescovo ha ricevuto non poche critiche proprio lo stesso giorno dell’attentato di Parigi, quando il circolo Arci Bolognesi ha ritirato la locandina di un concerto punk dove compariva il prelato milanese con una bambola in mano. Quasi una ‘autocensura’ in questo caso, dal momento che Negri non intervenne pubblicamente per condannare l’immagine, ma non sono comunque mancati articoli e post in rete critici contro il vescovo, per non aver dimostrato esplicitamente la propria tolleranza all’iniziativa. “Se per ironia si intende la consapevolezza della differenza tra dottrina e modalità con cui viene riconosciuta, ben venga – conclude il vescovo -. Senza ironia la vita diventa insopportabile. Se invece significa disprezzo per i contenuti della fede, allora non ci sto. Nella cultura islamica non esiste la possibilità di ironizzare su certi eccessi dei credenti. Invece, nel mondo cattolico, l’autoironia dei cristiani è segno di adesione matura”.
Aggiornamento: per completezza di informazione, questo è il link al testo completo dell’intervista a Il Giornale, disponibile sul sito web del vescovo Luigi Negri.

Tocqueville fenomeno Islam

Tocqueville  fenomeno Islam
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"Dopo aver studiato moltissimo il Corano, la convinzione a cui sono pervenuto è che nel complesso vi siano state nel mondo poche religioni altrettanto letali per l'uomo di quella di Maometto. A quanto vedo, l'Islam è la causa principale della decadenza oggi così evidente nel mondo musulmano, e, benché sia meno assurdo del politeismo degli antichi, le sue tendenze sociali e politiche sono secondo me più pericolose. Per questo, rispetto al paganesimo, considero l'Islam una forma di decadenza anziché una forma di progresso".
(Lettera a Arthur de Gobineau, 22 ottobre 1843

Senza il Mistero non si può vivere

Senza il Mistero non si può vivere
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martedì 13 gennaio 2015

L’io, desiderio di felicità

L’uomo e il suo destino

Julián Carrón
Documenti
Appunti dalla lezione di Julián Carrón all’Assemblea Internazionale Responsabili di Cl. La Thuile, 27 agosto 2002

Nella situazione di confusione e di devastazione dell’umano in cui viviamo, dove l’io è ridotto a reazione, a sentimento, a un fare, diventa ancora più urgente la domanda: «Ma io chi sono? Cos’è veramente l’uomo?». Di solito, noi, saltando questa domanda, incominciamo chiedendoci: «Che cosa devo fare?». Ma nella risposta al «che cosa devo fare» è già presupposta una risposta a «chi sono io». Così partiamo, come tutti, dalla concezione della mentalità comune. È una carità quindi che uno possa partecipare a un luogo dove ci si rivolga questa domanda: «Ma tu chi sei?», «Ma io chi sono?». Perché il punto di partenza non può essere altro che l’esperienza. La cosa più importante da capire è che «la partenza per ogni definizione e, quindi, per stabilire i fattori di ogni ragionamento è l’esperienza. Le spiegazioni o i ragionamenti che per affermarsi hanno bisogno di sopprimere qualche aspetto dell’esperienza non sono veri».

1 I. L’io, desiderio di felicità
Se prendo coscienza di me stesso nell’agire, non posso non riconoscere che sono desiderio di felicità: non appena apro gli occhi, al mattino, anche se confusamente, attendo qualcosa; la tristezza, come consapevolezza di una mancanza, è l’attesa di qualcosa d’altro, della felicità.
Ma la natura di questo desiderio non la decidiamo noi: possiamo soltanto riconoscerla. E anche quando riusciamo a ottenere quello che vogliamo, manca ancora qualcosa. La caratteristica di questo desiderio, infatti, è la sua inesauribilità.

Quando diamo questo per scontato, incominciamo già a correre per il cammino sbagliato. Guarda chi sei! Guarda cosa desidera il tuo cuore! Se ancora oggi uno non si stupisce di questo, non lo ha mai riconosciuto come vero. Guarda la vibrazione del tuo cuore, in un istante almeno di tenerezza verso te stesso. Già solo sentendo queste parole, uno dovrebbe avvertire questo sguardo di tenerezza su di sé: infatti, è sempre perché c’è Qualcuno tra di noi che possiamo guardare il nostro desiderio di felicità e abbracciarlo, riconoscere a che cosa siamo chiamati, destinati, riconoscere la grandezza e la verità di noi stessi.

Questo desiderio è sempre lo spunto per incominciare. «Quanti di noi si alzano al mattino guardando la giornata come un pezzo dell’avventura del desiderio della felicità?».2 Non c’è niente di più calpestato e deriso da questo mondo di questo desiderio. Che cosa blocca questa autocoscienza di me stesso? «È una mancanza di semplicità nel riconoscere il vibrare, la non misurabilità e l’infinitezza del desiderio di amore che hai».3

Anche quando il Signore ci dà questa chiarezza, c’è però in noi una «debolezza sterminata», per cui l’uomo naviga sulla soglia del nulla - come ci diceva don Giussani quando ci siamo trovati in vista di questo raduno -, per cui non rimaniamo in questa consapevolezza, slancio, vibrazione dell’io; una debolezza che è già l’inizio della morte, dell’infelicità, e che, con la nostra connivenza, diventa conformismo. Così, il desiderio di felicità con cui siamo nati è come se non fosse più.

«Dio ha fatto l’uomo per la felicità, ma l’uomo cerca la morte».4 Cerca la morte perché è l’ultimo a credere nella possibilità di raggiungere questa felicità. Il fatto che preferiamo la morte è una mancanza di amore a noi stessi.5 Insensibilmente scivoliamo in quello che don Giussani accusa nell’intervista apparsa qualche giorno fa: «Non c’è attesa, è come se non si aspettasse più nulla».6 Perciò abbiamo bisogno sempre di un nuovo inizio. Ma questo nuovo inizio non possiamo che domandarlo: non ce lo possiamo dare da noi.
 
II. L’Essere è misericordia
In questa situazione di debolezza sterminata in cui viviamo, per noi è arrivato il momento di vedere quanto Dio è misericordia. L’unica possibilità per noi è un Altro, è l’intervento di un Altro. Dio, il Mistero, si è rivelato come misericordia entrando nella storia. E noi abbiamo incominciato a scoprirlo.

Un giorno, andando per strada, Gesù ha visto uno che era seduto a raccogliere i soldi, si chiamava Matteo. Matteo era già finito in un fare, ma gli è passato accanto uno che lo ha guardato come nessuno prima, fino al punto da fargli dire: «è a me che sta parlando? Sa chi sono?». Uno sguardo come quello non lo si può dimenticare: ha lasciato tutto e gli è andato dietro. Così è accaduto a Zaccheo: era tutto determinato da quella presenza. E così Simone.

Noi conosciamo il Mistero immedesimandoci nello sguardo con cui è stato guardato Matteo, Zaccheo, Simone. Solo chi fa oggi questa esperienza può capire che cos’è la letizia.
Cosa hanno vissuto questi uomini? Un’esperienza di corrispondenza. Da nessuno erano mai stati guardati così, con quella sterminata positività, con quella stima per il proprio essere: «Era uno sguardo rivelatore dell’umano cui non ci si poteva sottrarre. Non c’è nulla che convinca l’uomo come uno sguardo che afferri e riconosca ciò che esso è, che scopra l’uomo a se stesso».7 Il desiderio di felicità si compie in uno che guarda alla nostra vita così: «La felicità è un reale a cui dici: “Tu”. Ed è apparso in forma umana, è stato scritto dall’amministrazione di Betlemme “sul catasto”, questo è Gesù».8

Cristo è “la” strada, non “una” strada, ma “la” strada, perché corrisponde al nostro desiderio di felicità. È “la” strada non perché lo dici tu o lo dice lui, ma perché è l’unica che corrisponde al desiderio di felicità. Senza il desiderio di felicità io non riconoscerei Chi lo compie: il criterio per riconoscere “la” strada è in noi.

Noi possiamo dire che è “la” strada perché abbiamo avuto questa esperienza. La Chiesa, i dogmi dicono ciò che noi possiamo riconoscere nella nostra esperienza. Se i primi hanno detto: «Abbiamo incontrato la verità», è perché hanno avuto questa esperienza di corrispondenza!
Siccome questo desiderio di felicità, che è il criterio per giudicare tutto, anche Gesù, è uguale per tutti, quando incontriamo ciò che vi corrisponde, non è verità soltanto per noi, ma è verità per tutti: se è per me, è per tutti, se corrisponde al mio desiderio di felicità, corrisponde al desiderio di felicità di tutti, anche se devono ancora incontrarlo.
Il nuovo inizio è essere amati, perché la verità è amore. Abbiamo sempre bisogno di questo essere amati, abbiamo bisogno di qualcuno che ci guardi con verità, che ci abbracci incondizionatamente. «L’esperienza è esperienza dell’amore o non è»,9 dice don Giussani nell’intervista.

Il nuovo inizio è il metodo permanente dell’esperienza cristiana: se non fosse un avvenimento che continua a succedere, noi non saremmo qui, non ci sarebbe il cristianesimo, non ci sarebbe la Chiesa. Il nuovo inizio indica il metodo, il primato di questo avvenimento. «Sei coinvolto in un vortice che accade ora, e che ha una storia, ma la storia riprende sempre hic et nunc, altrimenti non è storia, e non c’è storia».10

Perciò, la natura di Cristo - così come è descritta dai Vangeli e appare nella nostra esperienza oggi - è di far tendere alla felicità. Incontrando Gesù, il suo sguardo, uno non vuole più perdere nulla, desidera di più ciò che ha incominciato ad assaporare: il desiderio di felicità incomincia a compiersi, e questo ci fa tendere di più a Colui che lo compie.

In questa situazione devastata, Cristo si manifesta ai nostri occhi come vincitore, hic et nunc: niente, nessuna situazione lo ferma. Cristo vince, è vittorioso, è il vincitore, è il sole che sorge e splende. Cristo è il vincitore della storia attraverso la dabbenaggine imprudente, attraverso la colpevolezza compiuta, attraverso tutta la confusione: Cristo vince, e noi possiamo vedere con i nostri occhi - se sono semplici - questa vittoria: noi siamo segno della Sua vittoria.

Per questo - diceva don Giussani - il capitolo fondamentale del rapporto del mondo intero con Cristo è il sì di Pietro: «Sì, io ti amo Signore». Ma da dove scatta l’affezione a Cristo che è più grande di tutto - di tutto quello che manca, di tutto il nostro male, di tutti i disastri, di tutte le pedofilie dell’universo, di tutti gli attacchi -, se non dall’opera che Lui fa davanti ai nostri occhi?
«Sì, ti amo», vale a dire: la Tua vittoria sul mondo è tutta la mia vita, e non essendo capace di viverlo, questo amore, fammelo vivere tu, quotidianamente, tutti i giorni a uno a uno, in tutti i rapporti a uno a uno! In questa invocazione, in questa preghiera si riassume tutto il nostro desiderio, tutta la nostra attività, tutta la nostra vita. Perciò navighiamo con questa nostra debolezza sterminata sulla soglia del nulla, ma con un inconcepibile attaccamento a Cristo.

Cristo è la misericordia del Padre, Cristo ci rivela il mistero dell’Essere, ci rivela che l’Essere è carità. Per noi dire “l’Essere” è normalmente un’astrazione: com’è terribile - dice don Giussani - che Colui che fa tutto, che fa la bellezza di tutto, diventi astratto! Perché noi stacchiamo l’Essere dall’opera, dal suo manifestarsi; per noi la realtà è apparenza, non la manifestazione dell’Essere. Il soggetto vero di tutto quello che accade fra noi è la Sua presenza, è l’Essere. E noi, in questi giorni, abbiamo visto l’Essere operare: dunque c’è! È l’Essere, non il nulla! L’Essere c’è.

«Come si fa ad affermarlo? Poiché si riconosce che c’è. C’è! Il Mistero c’è».11 Noi lo diamo per scontato, come un già saputo, ma se è scontato, non è per niente saputo. Perché se uno riconosce l’Essere e non viene colpito, non si trova con l’Essere, si trova con il nulla! Se si trova con l’Essere non può non cambiare, non può non sentire una gratitudine dell’altro mondo, non può non vedere la sua vita accompagnata, abbracciata: Colui che ti fa adesso, l’Essere, c’è. È un giudizio: c’è, c’è, c’è! Non dipende dal tuo temperamento, dal tuo sentimento: c’è! Quando uno riconosce che questo Essere che è carità c’è, viene meno la paura per sempre.

Per riconoscerlo occorre la totalità di noi stessi, perché la fede è il compimento della ragione, esige la totalità della ragione, perciò la totalità di te stesso: occorre che ci sia tu! L’Essere ha bisogno di noi. Può darci tutto, ci dà tutto, ma riconoscerlo dipende da noi (io ti posso dare un regalo splendido, ma non posso anche accettarlo per te, questo devi farlo tu!). Questo dà il tono alla personalità cristiana: esso, infatti, non è dato da quello che manca, ma da quello che c’è: la salvezza presente.

«Si accetta solo ciò di cui si è fatta esperienza», diceva ancora don Giussani nell’intervista. «Ciò che c’è, il mistero che c’è, la realtà dell’Essere, si accetta solo in forza di un’esperienza in cui uno è diventato oggetto di Dio», oggetto della preferenza di Dio. «Dio si sopporta, sopporta se stesso perché è carità». «Ma se non è vissuta come esperienza d’amore si finisce per ancorarsi ad una visione tragica, a comunicare la croce senza che questo sia vivificante. Si finisce per comunicare Cristo e ciò che da lui deriva con un discorso pulito, ma non santificante, perché senza un amore, senza essere presi da quel vortice che è il Mistero-Carità si è alla fine sterili».12 O noi partecipiamo di questo vortice dell’Essere, siamo dentro l’operare dell’Essere, della carità dell’Essere, oppure siamo inutili, sterili, non possiamo essere noi stessi e perciò siamo sterili. «Senza Cristo non c’è nulla di sicuro, saremmo nell’insicurezza assoluta. Invece con Lui il singolo è esaltato. Per questo voglio ricondurre tutto a questo: l’Essere è Mistero. Il Mistero c’è».13

Noi leggiamo e diamo per scontato: «Va bene, il Mistero c’è». Ma abbiamo incominciato a domandarci cosa vuol dire? Noi non riusciamo nemmeno a immaginarlo. «Da parte nostra si può solo imitare il Mistero. Parlo dell’Essere come affermazione di una positività, della positività della vita: è carità. È un Altro che salva [te] e il mondo attraverso una cosa nuova fatta nascere nella storia. L’Essere! Tutto fuoriesce dal flusso dell’Essere. Senza Cristo uno si sente disperso in se stesso, inedito, incapace di focalizzare la realtà, incapace anche solo di scorgere con nitore qualsiasi bellezza durevole».14
 
III. Il destarsi della speranza
In chi riconosce e partecipa di questa Presenza non può non destarsi la speranza. La speranza è la parola che viene dopo la misericordia: uno che si sente amato, incomincia a sperare. Il punto nella storia dove questo è iniziato è la Madonna, il punto in cui il Mistero si rende sperimentabile come carità, perché nel suo ventre si è germinato il cuore di Gesù, il fiore di Gesù. Perciò, come don Giussani ha detto nel suo intervento al Meeting di Rimini, la Madonna è «di speranza fontana vivace».15 Lei è la fonte della speranza perché è la fonte di Gesù: Gesù è la speranza della vita.

«Pietro ne aveva fatte di tutti i colori, eppure viveva una simpatia suprema per Cristo (...). Cristo era la fonte, il luogo della sua speranza. Cristo rimaneva, attraverso le nebbie di quelle obiezioni, la fonte di luce della sua speranza. (...). La nostra speranza è in Cristo, in quella Presenza che, per quanto distratti e smemorati, non riusciamo più a togliere dalla terra del nostro cuore»:16 possiamo cadere mille volte, sbagliare mille volte, ma niente, nemmeno noi stessi, riesce a togliere dalla terra del nostro cuore Gesù, l’attaccamento a Gesù.

«Allora viene un fiotto dal fondo di noi, come un respiro che salga dal petto e inebrii tutta la persona e la faccia agire, la faccia desiderare. Scatta dal fondo del cuore»:17 si ricomincia, è un nuovo inizio, si apre la possibilità, si ridesta la speranza. Questo cambiamento che accade in noi appartiene all’avvenimento che Lui è. E Cristo, cambiando noi, incomincia a cambiare la società. Qui è l’inizio della fine: cambiando noi, Cristo incomincia a cambiare il mondo. Perciò quello che viviamo è anche la speranza per tutti.

 IV. L’unità
L’essere partecipi di questa misericordia è la radice dell’unità tra di noi. Siamo uniti non perché bravi, non perché non abbiamo difetti; siamo uniti perché abbiamo una radice comune: l’essere partecipi di questa misericordia. L’unità nasce da questa radice. La mia salvezza accade in un luogo, in questa unità, in questa comunione; la mia salvezza passa dunque per l’appartenenza a questa unità, a questo luogo concreto. Fuori di questa unità siamo niente, anche con tutta la nostra genialità: un soffio e siamo spazzati via! Perciò il cammino verso la felicità, in questo nuovo inizio che riaccade sempre, è possibile soltanto se abbiamo la semplicità di appartenere.

Carron