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lunedì 22 giugno 2015

MICROBIOMA: L'ELISIR DI SALUTE E LONGEVITA ...

MICROBIOMA: L'ELISIR DI SALUTE E LONGEVITA ...

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Ogni giorno è un dono, potremmo morire diverse volte, in effetti.
Crescono cellule tumorali, muffe;  i batteri ci aggrediscono e i virus ci infettano, senza tregua.
Ogni giorno  e più volte al giorno, qualcuno ci salva miracolosamente la vita.
Le cellule che crescono in modo anomalo vengono eliminate senza pietà, distrutte spore poco utili, massacrati virus e batteri inesorabilmente.
Un servizio senza prezzo di cui il sistema immunitario si fa carico ogni giorno per ventiquattro ore al dì, senza pause sindacali, per mezzo delle sue operaie, innumerevoli piccolissime cellule, esperte nel riconoscere tutti gli estranei, killer, ed ogni sorta di delinquente che attenta alla nostra salute.
La gran parte del nostro sistema immunitario è situato  nell’intestino (circa l’80%).
Eppure  non è tutto!
Migliaia di migliaia minuscoli esseri risiedono  ovunque dentro di noi, e la maggior parte di loro vive come una ciurma allegra e beata in quel meraviglioso antro che è il nostro intestino. Siamo una specie di vascello che trasporta una ciurma di batteri che vivono in simbiosi con noi, trasformandosi continuamente in base sia a ciò che mangiamo, ma anche grazie a tutte le nostre abitudini, nessuna esclusa. E badate bene, non si limitano a viaggiare gratis e gozzovigliare a nostre spese, bensì ci forniscono un genoma ricchissimo, da cui prendiamo a prestito una grande quantità di geni necessari a sopravvivere in un mondo di grande cambiamento, quello odierno.
Questo genoma costituisce il nostro secondo corredo genetico, si chiama MICROBIOMA  umano.
E’ cioè l’insieme dei microorganismi che in maniera fisiologica a volte patologica, vivono in simbiosi con il corpo umano e di tutti i geni che essi sono in grado di esprimere.
Invece l’esercito di piccoli alieni, per la maggior parte unicellulari, che vive dentro di noi prende il nome di MICROBIOTA.
Se da un lato i progressi nella microbiologia umana hanno consentito di debellare malattie che per millenni hanno falcidiato vite umane, dall’altra hanno fatto nascere la convinzione che debellare i microbi sia un’ottima cosa sempre e comunque, anzi prima lo facciamo meglio stiamo.  Questa convinzione è così radicata che oggigiorno si danno antibiotici con estrema facilità, senza considerarne le conseguenze a volte devastanti.  In pediatria il fenomeno è macroscopico ed ha raggiunto proporzioni molto preoccupanti,  si danno antibiotici ai bambini ai primi colpi di tosse, pensando che questo possa evitare complicanze importanti o letali.
Nulla di più sbagliato.
I batteri  sono presenti in ogni anfratto del nostro corpo e sono fondamentali per moltissime funzioni, influiscono pressoché su tutti gli aspetti della nostra salute e finanche sulla personalità.La mappatura del microbioma umano ci ha insegnato che siamo abitati da forme di vita unicellulari che hanno i loro scopi, sono stacanovisti, instancabili e ci ridefiniscono ogni momento,  questo dovrebbe ridimensionare il nostro EGO.
Il corpo umano è formato da circa diecimila miliardi di cellule (dieci trilioni). I microbi sono almeno dieci volte tanto.
Fa riflettere su chi siamo veramente.
Siamo sicuri di saperlo?
Quei virus che ogni tanto ci fanno venire dolores de panza fanno sorridere al confronto del fatto che conviviamo ogni giorno con questa comunità microbica immensa che gioca un ruolo essenziale in tutte le maggiori funzioni come la digestione in primis, il sistema immunitario e perfino il nostro umore e comportamento. Veramente più che una comunità si tratta di un intero Paese, fatto di tante differenti tribù: in ogni parte del corpo questi minuscoli esseri svolgono differenti funzioni e sono infatti molto diversi fra di loro.
Ad esempio io vengo divorata dalle zanzare. Negli anni ho ipotizzato di tutto, da brava naturopata.
I rimedi omeopatici non funzionano, Ledum Palustre al massimo mi fa ingrigire un po’ il niveo manto epidermico, ma alle zanzare continua a piacere tanto. Il gusto del mio sangue è dovuto in gran parte alle varietà  microbiche che ospito. Hai voglia di metter Autan.
Essi influiscono anche sul peso, su allergie, sull’artrite, sull’autismo, sulla depressione, sulla predisposizione a certe patologie e perfino sui livelli di ansia, che non sono solamente legati agli eventi esterni, che pure hanno la loro importanza  nell’aumentare il nostro livello di allarme.
Ognuno di noi possiede circa 20.000 geni umani, ospitiamo però dai due ai venti milioni di geni microbici, la somma dei loro geni supera di un bel pezzo il totale dei nostri! Ma dove stanno tutti costoro?
Napoleone di ritorno da una campagna militare inviò un celebre messaggio all’imperatrice: Arriverò a Parigi domani sera. Non lavatevi. 
L’odore che abbiamo e che tanto piace al nostro partner.. non dipende dal karma o da qualche altra diavoleria, ma bensì … udite udite…dai batteri che ospitiamo! I microbi banchettano con le nostre secrezioni et voilà… il nostro odore personale! La pelle è invasa letteralmente dai microbi, essi hanno l’importante funzione di respingere microbi che potrebbero infettarci.
C’è un mondo da scoprire davvero. 
Naso e polmoni sono strapieni. Le narici contengono 900 tipi di batteri.
Bocca  e stomaco, pullulano, determinando digestione e salute.
Ma la più estesa comunità microbica di tutto il nostro corpo sta nell’intestino.
Qui i microbi fanno una gran bella vita, è il Grand Hotel del corpo umano:  pasti a volontà e un efficiente sistema fognario. Nell’ intestino tenue avviene l’assorbimento della maggior parte delle sostanze nutritive utili al nostro organismo e da lì passano  nel torrente ematico.
Nel crasso invece viene assorbita l’acqua e i microbi fermentano le fibre indigerite utili a molti processi di nutrimento della flora batterica. I microbi intestinali sono i veri guardiani del nostro metabolismo. Da essi dipende quante calorie assorbiremo, quali tossine entreranno in circolo, come i farmaci agiranno su di noi e via discorrendo.
Quando ci troviamo nella pancia della mamma, di norma siamo privi di microbi. Per nove mesi siamo intoccabili. Il cibo è pre masticato, l’ossigeno pre respirato.
I polmoni e l’intestino materni filtrano ogni cosa prima che arrivi a noi.
Perfino i pensieri son quelli della mamma e passeremo la vita a cercare di comprendere un inconscio sofferente.
Il liquido amniotico è la nostra armatura inossidabile. Appena la sacca protettiva si spacca comincia la colonizzazione.Se prima eravamo esseri costituiti al 100% da cellule umane, ben presto veniamo occupati dagli alieni, tanto che a livello cellulare siamo umani al 10% e microbi al 90%. Non si nota solo perché le cellule umane son più grandi di quelle dei nostri nuovi inquilini.
La flora del canale vaginale è rigorosamente selezionata, la metà di questi microbi è di un solo tipo: lattobacilli, molto bravi a produrre acido lattico (non son quelli che sentiamo nominare nello yogurt, per cui non illudiamoci). Qui può sopravvivere solo quello che riesce a superare i controlli di sicurezza svolti dagli acidi. Dopo il parto ci sono i padri fondatori della nostra prima colonia batterica: germi vaginali e intestinali della madre, oltre a germi della pelle e quello che ha da offrirci l’ospedale.
Il nostro microbioma proviene dal microbioma materno con cui entriamo in contatto nel canale del parto: è la base di partenza, imprescindibile, che determinerà moltissime situazioni di salute e di come saremo per il resto della nostra vita.
I bambini nati con il parto cesareo non ereditano il microbioma della mamma, ma quello presente a livello cutaneo e son più soggetti a un certo numero di problematiche, inclusa l’asma, intolleranze alimentari, dermatite atopica, obesità. 
Il microbiota del bambino si modifica molto rapidamente nei primi mesi di vita, a seconda del cibo con cui viene nutrito. Latte materno o artificiale determinano differenze molto rilevanti. Il latte materno contiene sostanze capaci di favorire lo sviluppo di microbi utili. L’esercito acido ci protegge dai cattivi intrusi, altri batteri cominciano subito ad addestrare il sistema immunitario e volenterosi aiutanti scompongono le prime sostanze digeribili del latte della mamma. Alcuni di essi ci mettono circa venti minuti a fondare la colonia successiva, in poche ore ci sono i pro- pro- pro nipoti. Nonostante l’incredibile crescita demografica dei batteri, dovranno passare circa tre anni prima che sui campi intestinali si sia formata una flora batterica adeguata. Fino ad allora nella nostra pancia avranno luogo drammatiche lotte intestine. Alcuni popoli finiranno in bocca, altri scompariranno nel nulla e altri rimarranno per tutta la vita con noi. Quelli che si insedieranno stabilmente dipendono in parte da noi e dal nostro comportamento:  prima succhiamo il latte dal seno materno, poi rosicchiamo la gamba di un tavolino in salotto  nel frattempo diamo caldi bacini al vetro della finestra o al gatto della zia.
Non sappiamo cosa riuscirà a imporsi né se abbia buone o cattive intenzioni.
Con la bocca accogliamo il nostro destino, il risultato finale si potrà  vedere solo in un campione di feci, è un gioco immenso con troppi sconosciuti per comprenderne dinamiche e decorso. Ma non siamo privi di aiuto, quello che è più utile, da neonati è la mamma.Non importa quanti bacetti al vetro o al gatto possiamo dare:  coloro che saranno molto coccolati dalla mamma saranno al sicuro da pericolosi intrusi, perché protetti dai microbi di mammà!
Anche i bifido batteri amanti del latte materno ci proteggono.
Grazie al loro precoce insediamento, questi microbi contribuiscono a plasmare le future funzioni dell’organismo, come il sistema immunitario e il metabolismo. L’allattamento ha molta importanza ed è in grado di aumentare in modo esponenziale  i batteri buoni, riducendo ad esempio il rischio di intolleranza al glutine. 
Il latte materno è la vera sostanza magica per noi piccoli umani:  possiede tutto, conosce ogni cosa e può tutto!
Nel latte materno sono presenti anticorpi che ci difendono da batteri nocivi che possono esser trasmessi dalle leccate degli animali domestici o da altre fonti.
Dopo lo svezzamento il mondo dei batteri del bambino si rivoluziona, man mano che si introducono alimenti nuovi si devono creare nuovi tipi di batteri capaci di scomporre i nuovi cibi. I bambini africani posseggono batteri capaci di elaborare ogni tipo di strumentazione per disintegrare una dieta molto ricca di fibre e vegetali; in Europa i bambini hanno dei batteri lassisti che non si degnano di svolgere questo duro lavoro pur mantenendo la coscienza pulita, visto che i piccoli hanno mangiato insulse pappette e carne piena di ormoni ben omogeneizzata: nessuna fatica.
Il prof. Pecchiai, mio docente di Eubiotica diceva sempre: se il canino cresce a due anni, perché dare la carne, frullata, a sei mesi?
Oltre a produrre per necessità determinati strumenti i batteri possono anche prenderne a prestito.Ad esempio si è scoperto che i batteri  enterici dei  giapponesi sono entrati in comunicazione con quelli marini e hanno ricavato un gene che li aiuta a scomporre le alghe. Molti batteri sono tramandati geneticamente, ma non è facile che siano trasmessi, infatti devono trovarsi bene sul loro luogo di lavoro.Per esser adatti al nostro intestino devono piacergli le nostre cellule intestinali, il clima e il cibo a disposizione, insomma l’ambiente deve essere accogliente e ben disposto;  questi fattori che sono totalmente differenti da persona a persona e dipendono dallo stile di vita, dagli incontri casuali, dalle malattie, da ciò che ci appassiona, da come trascorriamo il tempo e con chi e contribuiscono alla formazione del mondo nella  nostra pancia. Nemmeno i gemelli che condividono il patrimonio genetico hanno flora batterica identica.
Gli studi dimostrano l’importanza dei batteri che raccogliamo nelle prime tre settimane di vita, per formare il nostro sistema immunitario. Già tre settimane dopo la nascita possiamo prevedere quanto elevato sarà il rischio di soffrire di allergie, asma o dermatite atopica, in base ai prodotti del metabolismo dei nostri batteri intestinali. Un terzo circa dei bambini nei paesi industrializzati occidentali, viene al mondo con parto cesareo, niente angusti passaggi nel canale vaginale, né lacerazioni del perineo o espulsioni di placenta in modo naturale. Questi bimbi hanno contatto con la pelle di varie persone, prima ancora che con quella materna, guanti di lattice, dito indice della caposala Maria Luisa, germi e batteri che son passate dalla mano del pasticcere a quelle del babbo che porta i cioccolatini alla mamma e perfino il gatto della zia presente alla nascita poterebbe contribuire pesantemente alla costruzione della flora intestinale, dato che non si forma con i germi specifici della madre. Per questi piccoli sventurati anche il contributo di una perfetta sconosciuta come la donna pulizie, diventa importante: avrà pulito il lavandino con amore o recriminando per il basso stipendio ricevuto? La flora della pelle è esposta al mondo esterno e non rigorosamente regolata come quella vaginale e tutto ciò che viene raccolto in giro può trovarsi velocemente nell’intestino del neonato. Secondo uno studioso, l’ideale sarebbe trovare il modo, non è stato individuato quale, di passare sul corpo del bambino dei microbi vaginali, magari col cotton fiocc. Può sembrare un tantino poco ortodosso, ma data l’importanza di questo imprinting, un pensierino ce lo farei.
I  bambini nati col parto cesareo ci mettono molti mesi per sviluppare normali batteri intestinali e solo  a partire dal settimo anno di vita non sarà più possibile distinguere la flora intestinale dei bambini nati col parto cesareo o naturale. Ovviamente anche un’alimentazione sbagliata, l’inutile utilizzo di antibiotici o altri farmaci, un’eccessiva quanto inutile pulizia con prodotti troppo aggressivi o l’ incontro con germi nocivi  influirà  pesantemente sulla flora batterica di un neonato, almeno nel breve termine. Sul lungo termine l’alimentazione determinerà invece un influsso determinante sul microbioma  (ricordo il significato dei due termini: microbiota:  insieme dei nostri microbi, microbioma:  definisce il patrimonio genetico).
Insomma abbiamo visto che sulla mucosa intestinale esiste un vero e proprio sistema immunitario capace di “dialogare” con le cellule di tutto l’organismo, dal cui benessere dipende  sostanzialmente tutta la nostra salute.
Prendersene cura è un DOVERE.
Il microbiota è sovente  molto sottovalutato. Eppure, sia che siamo in salute, o in malattia, esso determinerà l’evoluzione del nostro essere.
La simbiosi che stabilirà, ostacolerà o favorirà l’insediamento e lo sviluppo degli agenti patogeni e modulerà  i fisiologici meccanismi di difesa, regolando la digestione dei cibi, l’assorbimento e l’assimilazione di tutte le componenti del cibo, inclusa la corretta eliminazione e smaltimento delle sostanze inutilizzate. Sempre da qui parte o viene coadiuvata la produzione di  ormoni e altre sostanze che facilitano una comunicazione bi-direzionale con il sistema nervoso centrale.
E’ facile perdere questo equilibrio e la malattia sarà in agguato.

Il nostro ritmo di vita disumano, lo stress che ne deriva, l’alimentazione scorretta e raffinata,  l’uso prolungato di farmaci possono provocare alterazioni nella flora intestinale, causando moltissimi disturbi, incluso il senso di gonfiore e tensione addominale, pesantezza, nausea, difficoltà digestive, attività intestinale irregolare (accelerata o rallentata).
Questo squilibrio, sovente viene spesso ignorato dalla classe medica quando non trova diagnosi patologica e non sa come poter gestire la situazione per riportarla all’omeostasi.  Purtroppo questo atteggiamento è probabile che possa portare a compromettere anche le funzioni di altri organi quali fegato, reni, muscoli, articolazioni e pelle.
Ecco perché anche alcuni sintomi sia fisici che psicologici, pur non immediatamente correlabili all’intestino, come candidosi, intolleranze alimentari, cefalea, mal di testa, insonnia, dolori articolari, in realtà spesso dipendono proprio da esso! All’alterazione del microbioma umano si deve una più elevata incidenza di malattie autoimmuni, di malattie infiammatorie intestinali, malattie metaboliche, diabete, obesità,  disturbi cardiovascolari, disturbi d’ansia e via discorrendo quelle succitate.
Il nostro corpo è un ecosistema complesso che funziona grazie alla sinergia di una genetica mista fra geni umani e geni batterici.
Dai batteri prende in prestito molti geni  che gli servono per adattarsi e funzionare al meglio. Tutte le volte che una parte di questi batteri viene distrutta,  (con i loro geni), nell’organismo si origina un danno dovuto all’alterazione di questo ecosistema,  che può avere conseguenze per periodi molto lunghi, talvolta di molti anni. 
I batteri non sono killer, al contrario sono nostri amici ed è importante imparare a nutrirli e accudirli al meglio delle nostre possibilità, per garantirci una miglior salute e longevità, ad esempio attraverso l’alimentazione.

Ma come agisce esattamente l’alimentazione sul microbioma?
La ricerca sta ancora muovendo i primi passi e visto il grande potere del microbioma di modellarci a sua immagine e somiglianza, di certo un’alimentazione salubre è il modo migliore, nel frattempo, per limitare i danni e quando capiremo meglio come influenzarlo, avrà anche il potere di curarci meglio di tanti farmaci, soprattutto per quelle patologie refrattarie ad ogni tipo di terapia medica.
Ed ecco che il bipede implume di  Platone: l’UOMO, con intelligenza superiore ad ogni altra specie, erede dell’Universo pur col portafoglio all’ultimo grido ben pieno di carte di credito, nel terzo millennio scopre di non avere nessun potere o quasi su ciò che è in grado di salvargli davvero la vita.
Quanta strada ancora da fare, e ci proponiamo INSIEME di esplorarla!

lunedì 15 giugno 2015

APPARTENIAMO SOLO A GESU'


 

APPARTENIAMO SOLO A GESU'


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Gli attentati, il rapimento, il perdono.
Il parroco dei profughi, padre Douglas Bazi, racconta pe rchéla sua gente non odia

Padre Douglas Bazi, la sua storia, non la racconta volentieri. Un po’ perché tornare a quei momenti lo fa ancora sof-frire, un po’ per non aggiungere odio a odio in un Iraq che di tutto ha bisogno, tranne che nuove dosi di veleno. È il 2006, lui serve ancora in una parrocchia caldea di Baghdad. Lo prendono, lo legano, lo bendano. Gli spezzano il naso e gli rompono i denti a colpi di martello. Il primo sorso d’acqua arriva il quinto giorno. La pistola puntata alla tempia: «Non hai paura di morire? Gli altri ci supplicano di non morire, perché tu no?». E lui: «Gli altri non sanno cosa siano la vita e la morte». Un incubo durato nove giorni. Dal luglio del 2013 è stato trasferito nella chiesa di Mar Elia a Erbil, nel Kurdistan iracheno. Oggi i suoi parrocchiani sono soprattutto i profughi di Mosul e Qaraqosh. Centocinquanta famiglie scampate agli orrori dell’Isis. Nel centro c’è una strana allegria, che nasconde ferite indicibili, come le sue.
Cos’ha pensato quando ha sentito le parole del Papa sui cristiani perseguitati?
Ho citato le sue parole nella mia omelia di Pasqua. Ho detto che questo è il tempo perché il mondo capisca che la pace è l’unica opzione. L’unica per salvare l’umanità. Il Papa ci ha nel cuore e ci pensa profondamente. La verità è che non siamo preoccupati tanto di essere uccisi, piuttosto non vogliamo essere dimenticati. I cristiani profughi di Mosul non sono arrabbiati con Dio. Quando chiedo loro che cosa pensano di quel che è accaduto, rispondono: dobbiamo pregare per i nostri nemici, come ci ha detto Gesù. Dobbiamo perdonarli, perché non sanno quello che fanno.
Ma questa gente ha perso tutto.
Sì, a volte dicono: «II 6 giugno (il giorno del 2014 in cui l’Isis è entrata a Mosul, ndr.) abbiamo perso tutto». Ma io rispondo: «Non dite così, dite: “Il 6 giugno Dio ci ha salvato la vita”». Forse la fuga da Mosul non è stata la loro tragedia, ma la loro salvezza.
Non avete paura di morire?
Se guardi i video della gente uccisa dall’Isis, le vittime sono molto calme prima dell’esecuzione. Io so cosa significa: qualche volta, essere morto è lo scenario migliore. Perché quando muori sei nelle mani di Dio. È meglio essere nelle mani di Dio che in quelle di certa gente. Penso a me: mi hanno sparato, hanno fatto esplodere la mia chiesa, sono sopravvissuto a diversi attentati, sono stato rapito. Eppure desidero sempre un futuro senza odio.
Come è possibile che siate senza odio?
L’unica risposta sensata è: perché siamo cristiani. Chi sono io per lamentarmi? Chi sono per dire a Dio: perché ci fai questo? Si è cristiani non solo quando le cose vanno bene. Al Papa vorrei dire: grazie per i tuoi pensieri e per le tue preghiere. Ma anche: come cristiani in Iraq non ci arrenderemo mai. Io sono un sacerdote caldeo, so che la mia missione è a rischio della vita. Ma sono chiamato a prendermi cura del mio popolo. E sarò dove sarà la mia gente.

Che cosa ha imparato in questi anni così difficili?
Dopo il mio rapimento, nove anni fa, non ricordo di aver dormito più di due ore a notte senza incubi. Ancora oggi non vado a letto senza una bottiglia vicino, perché mi hanno tolto l’acqua per quattro giorni. Eppure io credo che la Grazia di Dio non si trasferisca da persona a persona o da generazione a generazione senza il perdono. Altrimenti trasmetteremo l’odio e il nostro sentimento di vendetta.
Sembra quasi impossibile sentirlo dire da chi ha sofferto così tanto.

Non sono un eroe. Sono semplicemente un cristiano. Il mio compito è prendermi cura della comunità, della nostra Chiesa. E poi, se vai a vedere, nella storia della Chiesa i periodi d’oro sono stati durante le persecuzioni. E stato in quei momenti che, in modo particolare, i cristiani hanno mostrato al mondo il volto di Gesù.
Qual è l’episodio che l’ha colpita di più in questi mesi?
Un uomo di Mosul mi ha raccontato che quando l’Isis è arrivata in città, il suo vicino musulmano è andato a bussargli alla porta dicendogli: «Te ne devi andare e io prenderò la tua casa. Se non lo farò io lo farà qual-cun altro. Se ti rivedo domani, ti ucciderò». L’uomo si prepara per partire, fa i bagagli, carica in auto la fami-glia. Ma prima va alla porta del vicino e bussa. «Non ti avevo detto che ti avrei ucciso?». E il cristiano: «È trent’anni che siamo vicini di casa, non volevo andar-mene senza salutare». Il musulmano si mette a pian-gere: «No, resta. Ti proteggerò io». E l’altro: «No, era-vamo vicini. Ora non lo siamo più. La fiducia si è rotta».
Oggi viene lanciato l’allarme per la possibile scomparsa dei cristiani in Medioriente.
A chi si lamenta per questo rispondo: noi non apparteniamo a questa terra, noi apparteniamo a Gesù. Solo se avremo coscienza di questa appartenenza potremo testimoniare qualche cosa ed essere utili al nostro Paese. Ma oggi siamo di fronte a un dilemma.
Quale?
La gente rischia la vita e se vuoi salvarla devi farla fuggire, ma così la comunità cristiana scompare. D’altra parte se vuoi che resti la comunità, si rischia che a scomparire sia il popolo, perché massacrato. Io dico: perché lasciare le pecore in mezzo ai lupi? Qualcuno dice: «Resteremo fino all’ultima goccia di sangue». Ma dai, il futuro si costruisce trasmettendo ai nostri figli l’amore, la grazia e il perdono. Non con questi discorsi.
E quindi?
Io, come dicevo, starò con il popolo. Qui o altrove. Nel frattempo mi occupo dei più piccoli. Sono loro il futuro. La nostra “vendetta” sarà crescere questi bambini in modo onesto, educandoli alla fede, a una mentalità aperta. Altrimenti il prossimo Isis saremo noi cristiani a crearlo...
Come in questi anni è cambiato il suo rapporto con Gesù?
Non sono un angelo. Ho fatto molti errori nella vita e ne sono ancora dispiaciuto. Eppure, se mi guardo, vedo che sono ancora vivo. E mi dico che posso ancora essere utile, posso fare del bene. Il messaggero non è importante, quel che conta è il messaggio. Se Gesù continua a usarmi per diffondere il Vangelo, potrò beneficiarne anche io.
Che cosa può fare oggi l’Europa per aiutarvi?
Noi non stiamo morendo a causa della mancanza di cibo o medicine. Noi siamo preoccupati per il nostro futuro. Non ne faccio un problema di terra, o di presenza in Medioriente. Io penso alle persone, ai cristiani iracheni che soffrono in Libano. Giordania e Turchia. Aprite loro le vostre porte. Lasciate che arrivino salvi. E accoglieteli.
di Luca Fiore, “Tracce”, maggio 2015

sabato 13 giugno 2015

Dorothy Day, prima giornalista agli onori degli altari?

Dorothy Day, prima giornalista agli onori degli altari?


Forte impegno a favore dell'uguaglianza sociale











Hugues







Non possiamo cambiare il mondo, ma possiamo renderlo un po' più tollerante.




La radicale pia, com'era nota Dorothy Day, nacque nel 1897 a Bath Beach, Brooklyn (Stati Uniti). Suo padre era un giornalista del Tennessee, scriveva romanzi e avventure sullo sport e impreziosiva i suoi articoli con citazioni tratte da Shakespeare e dalla Bibbia.

La famiglia, di confessione protestante, viveva a Chicago in condizioni di grande povertà. La madre di Dorothy la mandava a comprare banane marce perché costavano solo dieci centesimi la dozzina.

La ragazza, che fino a quel momento non aveva avuto la benché minima notizia della situazione politica alla vigilia della I Guerra Mondiale, iniziò a interessarsi alla realtà sociale, divorando le descrizioni di Jack London e varie teorie anarchiche.

Con una borsa di studio messa a disposizione dai direttori di testate giornalistiche, la sedicenne poté iniziare a studiare all'università dell'Illinois, entrando allo stesso tempo nel Partito Socialista d'America. Dopo due anni, Dorothy si ritirò dall'università, e di fronte al rifiuto di suo padre di lasciarla tornare a casa si insediò nel quartiere ebraico di Eastside e divenne giornalista, collaborando con il quotidiano socialista Call (La voce). Scriveva su manifestazioni di protesta, interventi brutali della polizia, scioperi e attività pacifiste. A Chicago divenne reporter giudiziario.

Si sposò con Forster Buttermann, un uomo dalle idee radicali e buone con cui ebbe una figlia, Tamar, e che poi lasciò. In quegli anni Dorothy sperimentò una profonda conversione al cattolicesimo,
vedendo nella Chiesa cattolica un corpo vivo che era sopravvissuto per secoli
. Prodotto di questa conversione fu la sua separazione da Forster, l'uomo della sua vita. La figlia venne battezzata con rito cattolico. Tempo dopo, Dorothy entrò nell'ordine benedettino come laica.

Il 1° maggio 1933, mentre 50.000 persone percorrevano le strade di New York opponendosi alla minaccia nazista, pubblicò il primo numero del Catholic Worker (Il lavoratore cattolico). Il giornale costava un centesimo di dollaro e conteneva articoli di facile lettura su scioperi e lavoro infantile, descrivendo anche le pessime condizioni salariali delle persone di colore.

Il Catholic Worker, con il suo entusiasmo e il linguaggio chiaro che utilizzava, cadde come una bomba. Del numero iniziale vennero stampate 2.500 copie, alla fine dell'anno se ne vendevano 100.000 e nel 1936 erano arrivate a 150.000.

Giovani impegnati portavano il quotidiano a spalla in ogni luogo: stazioni degli autobus, università, uffici pubblici... Workers fondarono mense per i poveri, raccoglievano mobili e alimenti e cercavano abitazioni vuote.

È più giusto dire che Dorothy Day era una cattolica romana “enciclicista” che una cattolica comunista, visto che difendeva e sosteneva le encicliche sociali della Chiesa cattolica.

Dorothy scrisse un'autobiografia, Loneliness, nella quale approfondiva le basi dell'amore che si ottiene mediante la comunità. In quel testo, indicò la forma in cui il distributismo era al cuore del programma del Catholic Worker nel suo aspetto agrario.

Nel 1996 è stato realizzato un film intitolato La Forza di un Angelo, diretto da Michael Ray Rhodes. La frase “intrattenere gli angeli” si riferisce alla pratica di trattare tutti gli ospiti, re o mendicanti, come se fossero veri angeli che ci fanno visita.

Dorothy Day è morta di cancro il 29 novembre 1980. Papa Giovanni Paolo II l'ha dichiarata servo di Dio nel 1996, e nel marzo del 2000 lo stesso papa ha autorizzato l'arcidiocesi di New York ad avviare il processo per promuovere la sua causa di canonizzazione.

Dorothy Day era una convertita, immersa in una società concreta alla quale cercò di portare i valori del Vangelo e tutta la ricchezza della Chiesa. Oggi ci invita a seguire la via della santità nella vita quotidiana, come Santa Teresina di Lisieux dalla quale ha imparato tanto, così come apprese da Dostoevskij la pratica dell'amore attivo, dai Maritain la rivoluzione del cuore e la necessità di mantenere la fede in periodi di tribolazione e da Mounier la responsabilità personale nella storia.

Come giornalista, visse e si impegnò negli eventi centrali del XX secolo.

Partecipò a una delegazione dell'ultima sessione del Concilio Vaticano II, sostenendo l'obiezione di coscienza. Scriveva per consolare gli afflitti e promuoveva il ritiro spirituale periodico come “trattamento di shock”.

La sua spiritualità è caratterizzata dagli insegnamenti della Chiesa, dalla vita liturgica e sacramentale, dall'amore per le Scritture, dalla convivenza con i poveri e dalla lotta contro una società che toglieva loro la vita, la dignità e la libertà.

Anche papa Benedetto XVI ha elogiato Dorothy Day:

“La capacità di contrapporsi alle lusinghe ideologiche del suo tempo per scegliere la ricerca della verità e aprirsi alla scoperta della fede è testimoniata da un’altra donna del nostro tempo, la statunitense Dorothy Day. Nella sua autobiografia, confessa apertamente di essere caduta nella tentazione di risolvere tutto con la politica, aderendo alla proposta marxista: 'Volevo andare con i manifestanti, andare in prigione, scrivere, influenzare gli altri e lasciare il mio sogno al mondo. Quanta ambizione e quanta ricerca di me stessa c’era in tutto questo!'. Il cammino verso la fede in un ambiente così secolarizzato era particolarmente difficile, ma la Grazia agisce lo stesso, come lei stessa sottolinea: 'È certo che io sentii più spesso il bisogno di andare in chiesa, a inginocchiarmi, a piegare la testa in preghiera. Un istinto cieco, si potrebbe dire, perché non ero cosciente di pregare. Ma andavo, mi inserivo nell’atmosfera di preghiera…'. Dio l’ha condotta ad una consapevole adesione alla Chiesa, in una vita dedicata ai diseredati”.



[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

venerdì 5 giugno 2015

BAUDELAIRE

Baudelaire

BAUDELAIRE
***
Autore: Filippetti, Roberto  Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele Fonte: www.itacalibri.it
Il Per-Corso e i percorsi.

Schede di revisione di letteratura italiana ed europea
Attrazione e rifiuto
«Diviso fra il desiderio di elevarsi fino alla contemplazione dei "Troni e delle Dominazioni" e il bisogno di assaporare i forti liquori del peccato; attratto a volta a volta (e talora al tempo stesso) e respinto dagli estremi l'amore che invoca l'odio e se ne nutre egli era in preda ad una crudele ambivalenza affettiva»: questo, nell'acuta sintesi di M. Raymond, il travaglio di Charles Baudelaire, il padre della lirica europea contemporanea.
Nato nel 1821, ebbe una educazione cattolica, ma presto si allontanò dalla fede.
Dopo un viaggio in Oriente, passò quasi tutta la vita nel «vasto deserto umano» di Parigi. Mentre il suo spirito, colmo di spleen, si protendeva verso l'idéal e anelava «verso una bellezza superiore» attinta per via estetica (fu esperto di pittura, fine critico musicale, ottimo traduttore e divulgatore dei racconti di Edgar Allan Poe; fu soprattutto geniale poeta), la sua carne si lasciava andare a eccessi e sregolatezze.
In prosa scrisse 1 paradisi artificiali: l'alcool, l'oppio, il sesso nel suoi aspetti perversi e degradanti, e tutto ciò che può provocare sensazioni forti e inebrianti appare come un surrogato (ma quanto deludente!) a chi si sente «esiliato» dal Paradiso e dispera di trovare la via per farvi ritorno.
Il 1857, anno in cui pubblicò I fiori del male, è universalmente reputato l'inizio del '900 letterario. E' questo un testo che, come Baudelaire scrive nell'Epigrafe per un libro condannato (e davvero l'autore fu portato in tribunale), non sopporta un «lettore quieto e bucolico, sobrio / uomo ingenuo e dabbene», il lettore borghese che vuole dalla poesia essere blandito e «di-vertito». I fiori del male sono fatti per l'«anima curiosa» il cui occhio «sa scrutare negli abissi», per una «lettura "fraterna", nata sulla scienza dolorosa del peccato, sulla nostalgia di un Eden perduto, sulla malinconia, sulla disperante ossessione di una bellezza irraggiungibile, sulla vertigine del sogno, del buio» (L. De Nardis).

Lo «Spleen»
Nel cuore del libro ben quattro liriche s'intitolano Spleen.
Ripercorriamo l'ultima: una poesia che in stile «sublime, fosco» dà voce, come scrive Eric Auerbach, alla più profonda disperazione.
Il testo consiste di un unico movimento: cinque subordinate temporali, tutte aperte dall'incalzare del «quando», sfociano infine nella principale. Si tratta di un climax (struttura a gradini) che si potrebbe visualizzare in un pattern: cinque cerchi concentrici comprimono in una morsa sempre più soffocante l'«io», il quale infine esplode in una blasfema preghiera, che si scaglia verso l'alto e subito precipita, vinta.

  • La realtà che ci circonda è come un'immensa pentola (in francese il couvercle è proprio quello della marmitta, o della bara): in un giorno di pioggia il cielo pesa, con le sue nuvole plumbee e opprimenti;
  • l'abbraccio dell'orizzonte ci acceca facendo piovere su noi la sua «luce nera» (potente ossimoro!);
  • la terra è un umido carcere che chiude tra mura ammuffite la Speranza, cieco, ammaccato topo svolazzante;
  • dal cielo scendono a conficcarsi nella terra «sbarre» di pioggia che ci imprigionano;
  • infine, il quinto e ultimo cerchio: i nostri «cervelli» (cerveaux è termine medico, tanto tecnicamente preciso quanto potentemente simbolico) sono irretiti in una vischiosa ragnatela di cupa disperazione.


Al culmine del climax, in cui tutto è opprimente silenzio, esplode - e siamo alla proposizione principale - l'urlo surreale e improvviso di campane che lanciano verso il cielo orribili lamenti e piagnucolano ostinatamente come anime in pena. Tentativo frustrato di ascensione e subito rovinosa caduta.
Se in generale «il parallelo Leopardi-Baudelaire è cosa ormai scontata» (De Nardis), in particolare Spleen appare omologa ad A Silvia. Certo, forte è lo iato che separa i due testi: al "sublime in alto" del Recanatese fa riscontro il "sublime in basso" (Auerbach) del Nostro. Ma identica nelle due poesie è la dinamica strutturale

  • ascesa-precipizio («se ne va su pei muri la Speranza» - «vinta, la Speranza / piange»; «Silvia... salivi» - «misera cadesti»);
  • e, dal punto di vista tematico, «Silvia» - nome che anagrammato dà proprio «salivi» - è la «forma» della Speranza;
  • infine entrambi i testi si chiudono sull'incombere di una morte senza speranza («lunghi funerali» qui, «tomba ignuda» là): dunque di un'«atroce Angoscia» che pianta - unica vincitrice - «il suo vessillo nero» su un raccapricciante «cráne incliné».


Una disperazione senza via d'uscita
Di qui il tedio, l'ennui, lo spleen, das graue Elend (in tedesco: la grigia miseria), l'Angoscia, la Noia, la Nausea: questa proteiforme compagna di strada (da Alfieri a Foscolo e Leopardi; da Baudelaire agli Scapigliati; da Carducci a Pascoli; da Svevo e Pirandello, su su passando per Montale, Moravia, Sartre, Pavese, fino al giorni nostri); questo pungolo assiduo dell'uomo, che per un verso è stato tradito dalla modernità razionalista e naturalista, e per altro verso non sa tornare al cristianesimo. Ciò che resta è una disperazione senza via d'uscita, una paura che paralizza ogni impeto costruttivo.
Baudelaire, decisamente antilluminista, ha la struttura interiore di un mistico (egli annota: «fin dall'infanzia tendenza al misticismo e mie conversazioni con Dio»): è sempre sull'orlo di quell'umiliazione esaltante che lo spalancherebbe alla Salvezza, se solo accettasse di essere compiuto da Altro da sé, di fare spazio alla Grazia; ma di fatto resta sempre ancorato all'autoesaltazione superba, luciferina. «L'autogodimento della propria superbia di artista» - scrive Auerbach - «l'apoteosi del poeta, il quale si eleva sulla spregevole stirpe degli uomini».
Jean Royère la chiama «una teologia che pone l'uomo al livello di Dio»: ma non è questo il satanico movente del peccato originale?
«Teologia del diavolo»: così fin dalla lirica Al lettore, che apre il libro:
«Regge il Diavolo
i fili che ci muovono!
Un fascino troviamo in ogni cosa
ripugnante; ogni giorno senza orrore,
tra il puzzo delle tenebre, di un passo
verso l'inferno discendiamo.
…Nei cervelli
ci gozzoviglia un popolo di Dèmoni».

Ed è un tema che torna spesso. Nella sezione Rivolta, penultima del canzoniere baudelairiano, la lirica Abele e Caino così si chiude:
«O razza
di Caino, su, arrampicato al cielo
e rovescia Dio, giù, sopra la terra!».

Seguono Le Litanie di Satana, vero inno al «Principe dell'esilio», di cui s'invoca la pietà, a cui si rivolgono lodi, fino alla conclusiva invocazione:
«Fa' che l'anima
possa a te accanto riposarsi sotto
l'Albero della scienza».

Altre volte si accampa invece sulla pagina tutta la precarietà del proprio slancio titanico verso il cielo. In I lamenti di un Icaro, questi confessa che, pur essendo spezzato dalla fatica, ha «abbracciato solo nuvole» e non gli restano altro che barbagli nella memoria:
«Invano il centro
volli trovare dello spazio e il limite:
ché sotto non so quale occhio di fuoco
sento che l'ala mi si spezza».

Precipiterà in mare, cosicché lui, «arso dall'amore del bello», non avrà neppure - foscolianamente - l'onore di un nome che distingua la sua tomba dalle altre.
Ancor più eloquente è Castigo dell'orgoglio: quel «dottore» - quasi Icaro della Teologia - «sale troppo in alto». L'amor sui usque ad contemptum Dei l'induce a concepire Gesù come realtà manipolabile, che l'umana scienza può elevare o abbassare a proprio piacimento. Ma ciò fa sì che subito la luce di quell'intelligenza s'ottenebri: castigo dell'«orgoglio satanico» è la demenza, il caos, un imbestiamento che rende simili ad animali randagi.

Una sincera mendicanza del vero
C'è, in questo dotto teologo, la tragica parabola dell'intellettuale dell'800, di Baudelaire stesso.
Questi però, a differenza di tanti ideologi del suo tempo, ha disseminato tra I fiori del male
momenti di sincera mendicanza del Vero. L'Orologio, emblema della vanitas «Mormora tremilaseicento volte ad ogni ora / Ricordati! ... Remember! Souviens-toi, prodigo! Esto memor!».
Memoria del limite e attesa dell'Illimite:
«Sullo sfondo, a volte
d'un banale teatro ho visto un essere
che non era che luce, e oro, e velo,
schiacciar l'enorme Satana; il mio cuore,
che l'estasi mai visita, è un teatro
ove si aspetta sempre, sempre invano,
l'Essere chiaro che di velo ha le ali» (L'Irreparabile).

Attesa che di lì a poco diviene preghiera A una Madonna a cui il poeta, coi suoi versi, vuole innalzare un altare e tutto rivestirlo di «Desiderio» e di «Rispetto».
«Sotto i tuoi piedi metterò il Serpente
che mi morde le viscere, affinché,
Regina vittoriosa e in redenzioni
feconda, tu calpesti e tu schernisca
codesto mostro».


Il peccato gli è sempre dolorosamente davanti: «Ah, Signore, concedimi la forza e il coraggio / di contemplare il mio cuore e il mio corpo senza disgusto» (Un viaggio a Citera); «saprò un giorno / far sì che lo spettacolo vivente / di mia triste miseria sia il lavoro / delle mie mani e m'innamori gli occhi?» (Il cattivo frate).
I ciechi sono l'emblema perfetto dell'umana natura carica di desiderio santo: sete di Cielo (e si noti, al v. 7 «cielo» con la minuscola e all'ultimo verso «cielo» con la maiuscola: spia grafica del passaggio dal segno naturale che rimanda oltre, al luogo del bramato Significato ultimo. Lo stesso farà Pascoli nel X agosto):
Anima mia contemplali: davvero
sono orribili! Simili ai fantocci,
vagamente ridicoli, tremendi,
strani come i sonnambuli; essi aguzzano
non si sa dove i globi tenebrosi.
Quegli occhi, da cui è fuggita via
la divina scintilla, verso il cielo
rimangono levati come se
guardassero lontano; pensierosi
mai li si vede volgere al selciato
la testa appesantita. Così il buio
infinito traversano, fratello
dell'eterno silenzio. E mentre ridi
canti e urli all'intorno, innamorata
fino all'atrocità di godimenti,
o città, così anch'io vo trascinando
me stesso! Ma di lor più inebetito,
dico: che cosa cercano mai tutti
questi poveri ciechi là nel Cielo?

Al vertice di tutto: la creazione artistica
Sempre nel 1857, in un saggio su Edgar Allan Poe, Baudelaire scriveva: «E' questo mirabile e immortale istinto del Bello che ci fa considerare la terra e i suoi spettacoli come una visione, come una corrispondenza del cielo. La sete insaziabile di tutto ciò che è al di là e che rivela la vita, è la prova più evidente della nostra immortalità. E' nel contempo con la poesia e attraverso la poesia, con e attraverso la musica che l'anima intravede gli splendori posti al di là della tomba».
Il brano (chiave di lettura della lirica Corrispondenze) è eloquente per due motivi.
In primo luogo bene documenta il carattere esigenziale della vita: l'umana esigenza della bellezza implica l'esistenza di una Bellezza ultima che sta al di là delle modalità sperimentabili; lo spettacolo naturale è segno, analogia e prova che l'anima è destinata allo splendore dell'immortalità.
In secondo luogo il brano attesta come Baudelaire, almeno nel 1857, creda che sia l'arte - poesia o musica - la finestra che fa intravedere questo splendore. Egli, riconosciuta la «sete insaziabile», si accontenta di misurarla e calibrarla col sentimento, senza un impegno personale e libero: la ricerca del senso della vita, l'urgenza, l'esigenza di un significato ultimo diventa uno spettacolo di bellezza, assume una forma estetica piena di compiacimento per il riverbero emotivo che l'interrogativo suscita.
Alla domanda di totalità, costitutiva della nostra ragione, tutti, in maniera cosciente o inconscia, rispondiamo affermando un quid ultimo per il quale vale la pena vivere (scrivere): Baudelaire non si piega al mistero di Dio, ma tutto piega «al culto geloso ed esclusivo di ciò che egli veramente ama e persegue con tutte le sue forze: la creazione assoluta del poeta, l'arte assoluta, se stesso come colui che crea artisticamente». Così scrive Auerbach, che poi conclude: «Terribili sono le Fleurs du Mal, che hanno per motivo principale l'orrido e la più amara disperazione ed i vani e assurdi tentativi di stordirsi e di evadere», non ultima «quell'idolatria per l'arte, che già da lungo tempo ci tiene in suo potere».

Una visione «gnostico-manichea»
E', questa che prevale nei Fiori del male, una posizione gnostico-manichea.
Come già in tanto Romanticismo europeo (e in Leopardi) gli elementi costitutivi di questa rediviva gnosi sono:
il disprezzo per la materia e per il mondo, che appare come «fango», «esilio», «prigione», in cui un demiurgico «Iddio-tiranno» (Il Rinnegamento di San Pietro) ha «gettato» l'uomo per ridere di lui, come già «rideva al suon dei chiodi che i carnefici / conficcavan nelle carni vive di Gesù»;
il «dualismo» bene-male (lo «scapigliato» Arrigo Boito, che assieme a Emilio Praga portò in Italia il verbo baudelairiano, nella lirica che s'intitola proprio Dualismo ne ripropone molti ingredienti. La realtà - serpente che si morde la coda - presenta la fusione degli opposti: «luce - ombre», «angelica farfalla - verme immondo», «caduto cherubo - demone che sale», «bestemmia - preghiera»; l'uomo è stato creato da un «buio iddio» che «ci scagliò sull'umida / gleba che c'incatena, / poi dal suo ciel guatandoci / rise alla pazza scena / e un dì a distrar la noia / della sua lunga gioia / ci schiaccerà col piè»);
un nichilismo angosciante e disperato;
l'orgogliosa convinzione che la conoscenza è data a pochi eletti attraverso una illuminazione (poetica) che li rende diversi e superiori al volgo;
l'idea di storia non come progresso, ma anzi come continuo degrado.

Domande, umili e profonde

Baudelaire muore nel 1867, dieci anni dopo l'uscita del suo capolavoro.
Le domande, ora umili e profonde, si fanno sempre più pressanti. Leggiamo nei Diari intimi: «Quasi tutta la nostra vita è spesa in curiosità sciocche. In cambio ci son cose che dovrebbero eccitare al più alto grado la curiosità degli uomini e che, a giudicare dal corso ordinario della loro vita, non gliene ispirano alcuna. Dove sono i nostri amici morti? Perché siamo qui? Veniamo da qualche parte? Che cos'è la libertà? Può accordarsi la libertà con la legge provvidenziale?»; e ancora: «Nulla esiste senza scopo: dunque questa esistenza ha uno scopo. Quale scopo? Lo ignoro. Dunque non l'ho stabilito io. Ma qualcuno più sapiente di me. Bisogna dunque pregare questo qualcuno d'illuminarci. E' il partito più saggio»; «La vera civiltà non è nel gas o nel vapore, ma nel lavoro d'ogni giorno per diminuire le conseguenze del peccato originale».
E ancora, nel 1866: «Avendo immaginato di sopprimere il peccato, i liberi pensatori hanno creduto ingegnoso sopprimere il giudice e abolire il castigo, e proprio questo chiamano progresso. Per loro, combattere l'ignoranza è ridurre Dio».
Baudelaire invece tornava ad aprirsi alla fede dell'infanzia, grazie anche all'amicizia di un cattolico energico come Louis Veuillot: sul letto di morte il poeta maledetto, che dieci anni prima aveva invocato Satana, chiese i Sacramenti.

martedì 2 giugno 2015

Aforisimi Baudelaire

 Aforisimi Baudelaire
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L’uomo che dica la sua preghiera, la sera, è un capitano che mette delle sentinelle. Può dormire (Baudelaire, Diari intimi)
 Siate benedetto, mio Dio, che date la sofferenza / come un divino rimedio alle nostre impurità (Baudelaire)
 Ogni uomo, in ogni istante, ha in sé due postulazioni simultanee: una verso Dio, l’altra verso Satana. L’invocazione a Dio, o spiritualità, è desiderio di salire di grado; quella a Satana, o animalità, è gioia di discendere (Baudelaire, Diari intimi)
 La maggior parte degli errori intorno al bello nasce dalla falsa concezione del XVIII secolo intorno alla morale. La natura in quel periodo era considerata quale base, origine e archetipo di tutto il bene e di tutto il bello possibili. E nell'accecamento generale di quel secolo, non ebbe poca parte la negazione del peccato originale. Se nondimeno accettiamo di riferirci semplicemente al fatto visibile, all’esperienza di tutti i tempi e alla «Gazette des tribunaux», possiamo vedere che la natura non insegna nulla, o quasi nulla, in altre parole, che essa costringe l'uomo a dormire, a bere, a mangiare e a proteggersi, nei modi che può, contro gli effetti ostili dell’atmosfera. Proprio la natura spinge l’uomo ad uccidere il proprio simile, a mangiarlo a sequestrarlo, a torturarlo; che non appena si esce dall'ordine delle necessità e dei bisogni per entrare in quello del lusso e dei piaceri, si osserva che la natura non può consigliare altro che il delitto. Così, questa infallibile natura ha creato il parricidio e l'antropofagia e mille altri abomini che il pudore e la delicatezza impediscono di nominare. E la filosofia poi ( parlo di quella onesta), è la religione a comandarci di nutrire i genitori poveri e infermi. La natura (che altro non e se non la voce del nostro interesse) ci ordina di ammazzarli. Si passi in rassegna, si esamini tutto ciò che è naturale, tutte, le azioni e i desideri del semplice uomo naturale e non si troverà altro che orrore. Tutto quanto è bello e nobile è il risultato della ragione e del calcolo. Il delitto, di cui la bestia umana ha appreso il gusto nel ventre della madre, è originariamente naturale. La virtù, al contrario, è artificiale soprannaturale, giacché sono stati necessari, in tutti i tempi e in tutti i popoli divinità e profeti per insegnarla all'umanità imbestiata, e l'uomo, da solo, sarebbe stato impotente a scoprirla. Il male si fa senza sforzo, naturalmente, per fatalità, ma il bene è sempre il prodotto di un arte (Baudelaire, Elogio del trucco)
 Le droghe mi sembrano non soltanto uno fra i mezzi piú terribili e sicuri di cui disponga lo spirito delle tenebre per arruolare ed asservire la miserevole umanità, ma anche una delle sue più perfette incarnazioni (Baudelaire)
 Questi sventurati che non hanno né digiunato né pregato, e che hanno rifiutato la redenzione tramite il lavoro, chiedono alla magia nera (la droga) i mezzi per elevarsi, d’un sol colpo, all’esistenza soprannaturale. La magia li inganna e accende per loro una falsa felicità e una falsa luce; mentre noi, poeti e filosofi, abbiamo rigenerato la nostra anima col lavoro continuo e la contemplazione; con l’assiduo esercizio della volontà e la costante nobiltà dell’intenzione, abbiamo creato per noi un giardino di vera bellezza. Fiduciosi nel detto che la fede muove le montagne, abbiamo compiuto il solo miracolo di cui Dio ci abbia dato licenza! (Baudelaire)

lunedì 1 giugno 2015

Lo Zinco, un minerale fondamentale per la salute della Tiroide e non solo…

Lo Zinco, un minerale fondamentale per la salute della Tiroide e non solo…

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di: Franca
commenti, compilazione e correzioni: Angelo
Zinc
Lo zinco è un microminerale, fa parte di oltre 300 complessi enzimatici ed è necessario per il corretto funzionamento di molti ormoni, inclusi gli ormoni tiroidei, il cortisolo, l’insulina, l’ormone della crescita e gli ormoni sessuali. L’organismo ne contiene nei muscoli, nei globuli rossi e in quelli bianchi.
SINTOMI DA CARENZA
anemia che non risponde alla supplementazione di ferro
problemi alla deambulazione ed equilibrio
stanchezza
stordimento
perdita di capelli
riduzione del metabolismo basale
riduzione della temperatura corporea basale
diminuita conversione di T4 in T3
disordini immunitari
alterazioni cutanee
diarrea
disturbi mentali
infezioni ricorrenti a causa dell’indebolimento delle funzioni immunitarie
carenza di testosterone negli uomini

PROPRIETÀ
Lo zinco è un nutriente necessario per la produzione dell’ormone tiroideo ed è cruciale per la nostra salute.
Infatti agisce come un catalizzatore in moltissime reazioni enzimatiche del nostro organismo ed è coinvolto nella sintesi del DNA, nella funzione immunitaria, la sintesi proteica e la divisione cellulare.
È indispensabile anche per il corretto senso del gusto e dell’olfatto, nei processi di disintossicazione, nella guarigione delle ferite.

Lo zinco non viene immagazzinato nel corpo, dunque è assolutamente necessario un apporto giornaliero di zinco per garantire tutte le funzioni su esposte.
Nel mondo, un individuo su quattro, può essere carente di zinco, e la maggior parte degli individui con ipotiroidismo sono carenti di questo microminerale.
Deficit di zinco impediscono la conversione di T4 in T3.
Lo zinco è necessario anche per la formazione di TSH e possono quindi aversi carenze in pazienti ipotiroidei che abbiano alti livelli di TSH.
La deficienza di zinco è anche stata associata con aumento della permeabilità intestinale e suscettibilità alle infezioni così come ad una ridotta disintossicazione dalle tossine batteriche.
L’assorbimento di zinco può essere alterato da danni dalla malattia intestinale come il morbo celiaco e altre sindromi da malassorbimento.

In caso di stress (di qualunque natura) l’organismo utilizza lo zinco, insieme alla glutammina, per produrre maggiori quantità di cortisolo, causando così una deplezione intestinale di questi due importanti nutrienti nutrienti che hanno l’importante compito di riparare i danni della parete intestinale e di mantenere in efficienza il suo ruolo di barriera.
Lo zinco è un componente chiave in oltre 300 enzimi utilizzati nel corpo ed è un importante componente strutturale di molte proteine, ormoni, neuropeptidi e recettori ormonali.
Molti studi riportano che la carenza di zinco può causare disfunzione del sistema immunitario. Emily Ho, della Oregon State University, e suoi colleghi, hanno fatto numerosi ed accurati esperimenti per valutare gli effetti fisiologici di carenza di zinco.
La sua squadra di ricercatori ha dimostrato che la riduzione zinco causa l’attivazione aberrante delle cellule immunitarie e la disregolazione di una citochina, la l-6, una proteina che interessa l’infiammazione nella cellula.
I ricercatori hanno confrontato i livelli di zinco in topi vivi, giovani e vecchi. I topi più anziani avevano bassi livelli di zinco ed anche una maggiore infiammazione cronica ed avevano una diminuita metilazione dell’L-6 – un meccanismo epigenetico che le cellule usano per controllare l’espressione genica.
I ricercatori hanno quindi osservato che: “la carenza di zinco induce una risposta infiammatoria tale da suscitare l’attivazione aberrante delle cellule immunitarie e un’alterata metilazione“, gli autori dello studio sostengono anche che: i risultati suggeriscono potenziali interazioni tra i livelli di zinco, epigenetica, e funzione immunitaria, e come, la loro disregolazione, potrebbe contribuire a infiammazione cronica .

La carenza di zinco potrebbe perciò svolgere un ruolo determinante nelle malattie croniche come le malattie cardiovascolari, il cancro e il diabete che coinvolgono l’infiammazione. Tali malattie spesso appaiono in adulti anziani, che sono infatti più a rischio di carenza di zinco.
Quando si toglie lo zinco, le cellule che controllano l’infiammazione sembrano attivarsi e rispondere in modo alterato, il che induce le cellule a promuovere una maggiore infiammazione“, ha aggiunto Emily Ho, autore principale dello studio che si trova nei riferimenti a tergo.
Lo zinco è anche un micronutriente essenziale, necessario per molti processi biologici, tra cui la crescita e lo sviluppo, la funzione neurologica e l’immunità.
Altri studi suggeriscono che bassi livelli di zinco possono essere associati ad una diminuzione del Metabolismo Basale (ndr. ipotiroidismo come detto)
Insieme al Selenio, lo Zinco concorre a modulare la risposta immunitaria e può determinare un significativo abbassamento del livello di auto-anticorpi nella patologia autoimmune tiroidea.
Una carenza di zinco può inoltre predisporre ad una carenza di vitamina A che nei pazienti ipotiroidei sarebbe ancora più grave, vista l’incapacità dell’organismo di trasformare il ß carotene in acido retinoico.
Ma perché tutti questi studi sul ruolo dello zinco?
Comprendere il ruolo di zinco nel corpo è importante per determinare se le linee guida dietetiche per lo zinco sono adeguate.
La dose giornaliera raccomandata di zinco per gli adulti è di 8 milligrammi per le donne e 11 milligrammi per gli uomini, a prescindere dall’età.
Le linee guida possono avere bisogno di correzioni per gli anziani al fine di garantire che stiano assumendo abbastanza zinco.

Circa il 12% delle persone fanno diete carenti di zinco (ndr. per esempio i vegetariani ed i vegani). Il 40% degli ultra-sessantenni sono carenti.
Gli anziani tendono a mangiare cibi meno ricchi di zinco.

Cosa fare per capire se si è carenti di zinco?
Non esiste un buon test biomarker clinico per determinare la carenza di zinco.
Oltre agli esami su sangue si può eseguire un MINERALOGRAMMA.

Si pensa comunque che la carenza di zinco è probabilmente un problema più grande di quanto si creda. Prevenire il deficit è importante.
Fonti alimentari
Ostriche, pesce, carne rossa e frutta secca. Lo zinco contenuto nei vegetali non è biodisponibile poiché legandosi all’acido fitico può formare un complesso insolubile che non viene assorbito. I Fitati che si trovano in cereali, legumi, noci e semi legano lo zinco e impediscono il suo assorbimento.
(ndr. attenzione con le diete vegetariane e vegane!)
Le Ostriche sono il cibo più ricco di zinco biodisponibile.
Manzo, fegato, maiale, pollo e l’aragosta sono comunque ottime fonti di zinco. (ndr. la paleodieta? Oh yes!)

IMPORTANTE
Un inadeguato grado di acidità gastrica (ndr. problema comune per chi si nutre di junk food e/o segue diete occidentali) non consentirà di estrarre lo zinco dalla parte proteica degli alimenti, questa è purtroppo una condizione che si verifica di frequente nei pazienti ipotiroidei, soprattutto autoimmuni.
Deficit di zinco possono determinare bassi livelli di fosfatasi alcalina.
SUPPLEMENTAZIONE
Al fine di affrontare il deficit può essere valutata la supplementazione di zinco con, indicativamente, non superiori a più di 30 mg al giorno. Questo perché la supplementazione di zinco sopra 40 mg può causare un’esaurimento in livelli di rame.
L’assunzione di integratori di ferro in concomitanza con i pasti può ridurre considerevolmente l’assorbimento dello zinco dal cibo.
Perciò è sempre buona regola consultare un medico esperto prima di decidere di integrare questo prezioso minerale. Normalmente ogni 15 mg. di zinco andrebbero bilanciati con 1 mg di rame)
(ndr. le diete vegetariane e vegane sono ricchissime di rame e già di base carenti in zinco biodisponibile… Grosso problema…)
Non tutte le formulazioni di zinco in commercio sono ugualmente biodisponibili.
Lo zinco picolinato viene assorbito meglio.
Per garantire il corretto assorbimento, gli integratori di zinco è meglio che siano assunti durante un pasto.
Lo zinco agisce in sinergia con il manganese e la vit B6.

TOSSICITA’
I principali effetti tossici si verificano in conseguenza di prolungate assunzioni di dosaggi superiori ai 150 mg al giorno e sono rappresentati da anemia, riduzione del colesterolo HDL, depressione della funzione immunitaria.
La tossicità acuta è rara perché l’assunzione di forti dosi provoca vomito.
Riferimento:

domenica 31 maggio 2015

Aforismi di Victor Hugo

  • Aforismi di 

    Victor Hugo

    (a cura di Davide Monda)

    di Océan, e pubblicati, quasi integralmente, soltanto nel 1989. Si tratta di considerazioni e riflessioni sui più svariati argomenti: dalla scienza alla metafisica, dalla filosofia all’attualità; un repertorio di appunti, di materiali su cui ritornare e soprattutto una messe di osservazioni di carattere morale sui rapporti umani le quali, da un lato, appaiono strettamente legate al vissuto dello scrittore, mentre dall’altro ne ribadiscono la straordinaria curiosità intellettuale. *** Da Océan Il pensatore è come la terra: l’uno non conserva l’ombra degli avvenimenti più di quanto l’altra non conservi l’ombra delle nuvole.
     * Serenità e passione: ciò che abbiamo dentro di noi risplende necessariamente all’esterno. Le irradiazioni e gli incendi dell’anima, per quanto profondi, non si possono celare. Scintilla o bagliore, l’occhio ne lascia sfuggire sempre qualcosa. 
    * L’uomo è costretto a fare; la donna può accontentarsi di essere. 
     * Solleva la natura, Dio è sotto. 
    * La natura si vergogna del nostro orgoglio. Quando l’uomo si erge più alto, il filo d’erba si china più in basso. 
     * La gloria è fumo sino al giorno in cui diviene bronzo. 
     * Nelle cose segrete della vita, talora gli uomini hanno il coraggio della vigliaccheria nei confronti delle donne, giammai nei confronti di altri uomini.
     * Talvolta amico è parola priva di senso, nemico mai. 
    * Si parla molto di nemici generosi, di odi generosi. Io non ne ho mai incontrati. Nessuna virtù può albergare nell’odio.
     * Il crimine e il vizio sono le due corna del diavolo. 
    * Il disdegno è la generosità del disprezzo. 
    * Il contemplatore chino su una fossa, il contadino curvo su un solco finiscono sempre col pregare. La terra, se guardata a lungo, vi costringe a guardare il cielo. 
     * Gli ipocriti più miti sono anche i più temibili. Le maschere di velluto sono sempre nere. * Tutte le violenze hanno un domani.
     * Non ridete del cuore altrui.
  • La vera indulgenza consiste nel comprendere e perdonare le colpe che non saremmo capaci di commettere. 
     * Ogni uomo va quotidianamente alla scuola della vita. 
     * L’uomo tende con tale naturalezza alla sofferenza e al dolore che la gioia, per lui, è solo un’occasione per distogliersene. E chiama suoi piaceri “diversivi”.
     * Per la maggior parte del tempo, quel che l’uomo scambia per la grandezza dello spettacolo altro non è che la piccolezza dello spettatore. Il mondo non impressiona Iddio.
     * Siate il padrone che vorreste avere.
     * La coscienza è uno strumento di precisione di estrema sensibilità. 
     * I buoni sono migliori dei giusti.
     * La verità è come il sole: fa veder tutto, ma non si lascia guardare. 
    * L’ipocrisia edulcora il male.
     * Ho un padrone: è il dovere; ho un giudice: sono io.
     * La logica è cosa onesta che appartiene soltanto alla rettitudine. Il crimine ha l’astuzia, o l’imbecillità. 
    * Si soffre sempre solo del male che ci fanno quelli che amiamo. Il male che ci viene da un nemico non conta.
     * L’occhio vede bene Iddio soltanto attraverso le lacrime.
     * Le idee, per natura, sono altere, solitarie, inavvicinabili, impopolari. Sono regine tristi e orgogliose, che la folla guarda passare con una sorta di avversione.
     * L’uomo, strana creatura con ali e radici.
     * In ogni spaccone c’è un codardo. 
    * Gli occhi che piangono di più sono anche quelli che vedono meglio.
     * La moderazione delle leggi fa parte della grandezza delle nazioni.
     * Far sempre il bene che si può, mai fare il male che si può. 
    * Pregate. Lo spirito umano fa più strada con le ginocchia che con i piedi. 
    * Quando l’ombra cresce, è la fine del giorno; quando il dubbio aumenta, è il tramonto della religione. 
    * In Omero, Aiace sta gomito a gomito con Giove; nel Vangelo, Cristo impone le mani su Lazzaro. Il paganesimo divinizza l’uomo; il cristianesimo umanizza Dio.
  • La vita è una frase interrotta. 
    * Morire è maturare. 
     * Quando le leggi sono contro il diritto, c’è solo un modo eroico di protestare contro di esse: violarle.
     * E’ sbalorditiva la quantità di critiche che può contenere un imbecille.
     * La fantasticheria è il vapore del pensiero. 
    * Nei poeti, è lo spirito a vedere. In certi casi, l’occhio della carne non fa che ostacolare l’occhio dello spirito. 
     * Nulla somiglia tanto alla bocca d’un cannone quanto l’orlo d’una bottiglia d’inchiostro. 
    * Il despota, uomo o donna che sia, è despota. Lo stesso vale per lo schiavo. Questi esseri sono come numeri. Hanno l’impersonalità tragica l’uno del male, l’altro della sventura. * L’uomo è un pendolo che oscilla fra il bruto e l’angelo. 
    * Amare e perdonare non è proprio dell’uomo: è proprio di Dio o della donna. * Fra innamorati le spiegazioni sono necessarie; fra amici sono superflue. L’affetto reciproco non ha quel grado di ardente sensibilità che fa sì che il minimo screzio sia un tormento. I vecchi amici si amano anche se ci sono degli screzi. 
     * L’amore vuol sempre sentirsi dire le cose che sa già. 
     * La libertà del cuore è un bene prezioso e gravoso. Non appena si perde, lo si rimpiange. Non appena lo si ritrova, si aspira a perderlo.
     * L’ammirazione è la forma che l’amore assume nello spirito. * I gelosi possiedono uno speciale istinto per fiutare e scoprire le passioncelle, così come i maiali scovano i tartufi.
     * L’amore è l’assoluto, è l’infinito; la vita è il relativo e il limitato. Da qui derivano tutte le segrete e profonde lacerazioni dell’uomo, quando l’amore s’introduce nella sua vita, che non è abbastanza grande per contenerlo. 
     * Spesso ci sono più cose naufragate in fondo a un’anima che in fondo al mare. 
     * L’egoismo segna i confini fra uomo e uomo. *
     * L’uomo che non ama non vive; la donna che non ama non è. 
     * Il cuore vive finché ha qualcosa da amare, così come il fuoco finché ha qualcosa da bruciare. * Amare significa avere una luce nel cuore. La vita può distogliere da un pensiero; una nube può nascondere una stella: ciò non impedisce alla stella né al pensiero di essere fissi, l’una nelle profondità del cielo, l’altro in fondo all’anima.
     * In ogni cosa, la fiducia che si sa ispirare costituisce la metà del successo. La fiducia che si avverte è l’altra metà.
     * La vecchiaia, la morte, l’eternità: tre parole terribili e magiche che, nelle idee della gente, fanno bruscamente svanire – fin dalla loro apparizione – quella dolce e incantevole di amore! Il fatto è che, per la gente, l’amore è solo un passatempo, un imprevisto, un capriccio, un ghiribizzo, una civetteria, l’accordo momentaneo di uno sguardo e d’un sorriso, una cosa che è così, ma che avrebbe potuto essere diversa, e neppure una fiamma. La gente misconosce l’amore sincero ed ignora il vero amore, perché là dove il falso abbonda e si diffonde, come moneta corrente dei cuori e degli spiriti, coniata per tutte le effigi, là – dico – la sincerità è rara e la verità un prodigio. Ma il vero amore – l’unico amore? – non teme le parole terribili e le cose gravi, e le guarda in faccia. E’ la misteriosa unione di un’anima con un’altra anima, e lo sa. La vecchiaia lo stringe ancor di più, la morte lo consacra, l’eternità lo fa continuare.
     * L’amore è più di un’unione, è l’unità. È la fusione simpatetica, profonda, completa, assoluta, ineffabile di due nature: passione, pensiero, istinto e sentimento. Per tutti gli affetti della vita, basta che vi sia un tenero accordo su questo punto, mentre nell’amore l’essere viene assorbito tutto intero. Padre e figlio, madre e bambino, fratello e sorella sono uniti dal cuore; gli innamorati sono uniti dall’anima. * Ogni autentica felicità è fatta d’amore.
  • * Credete, per essere forti. Amate, per essere felici. 
     * I cuori che si amano hanno visioni del vero. * Nell’uomo l’amore si complica con l’egoismo, nella donna con la civetteria. Così, talvolta, l’amore degli uomini è codardo, quello delle donne infedele. Ma, in tali misteri del cuore, nulla è più raro della perfidia nell’uomo e della viltà nella donna. Quando, per caso, incontrate una stranezza del genere, rabbrividite, perché avete a che fare con un mostro. 
     * La nostra collaborazione non nuoce alla creazione. Talvolta l’uomo completa Dio. Noi completiamo il capolavoro. Dio ha fatto la vergine, ma è l’uomo che ha fatto la donna. * Dio, per una forma d’inspiegabile gelosia, non ha voluto che le cose riuscissero ad esprimersi quando toccano il loro più alto grado di esaltazione: il dolore non trova lacrime e l’amore non trova parole.
     * All’interno dell’anima, l’amore fa una luce tremula e cupa: la luce di una fiamma. 
    * La gelosia è capace di tutto, ma non è colpevole di nulla. 
     * Nessuna grazia esteriore è completa se non è compenetrata e vivificata dalla bellezza interiore. La bellezza dell’anima si diffonde come una luce misteriosa sulla bellezza del corpo. * Il merito di una donna è che non si parli di lei. 
     * Una donna degna d’essere amata deve esser capace di far perdere all’innamorato la ragione e l’egoismo. Deve possedere tutto quanto occorre per fare impazzire un uomo e rendere grande un’anima. * L’uomo è la lettura di tutta la mia vita.
     * Nell’amore la separazione avvicina. 
     * La malvagità rende brillanti gli uomini. La bontà rende geniali le donne. Pertanto, ciò che l’ipocrisia di un uomo malvagio più teme è l’acume di una donna buona. 
     * È probabile che ai fiori piaccia essere annusati, così come alle donne piace che sia dato loro del tu. 
    * È ben difficile che l’uomo sia il padrone senza che la donna sia la padrona.
     * Il libro più spaventoso che si potrebbe scrivere sarebbe questo: i crimini delle leggi.