🐝 Sapevi che l'ape regina e l'ape operaia hanno lo stesso DNA? Non è una regina per eredità... è per il cibo! Ciò che le rende esseri completamente diversi non è la genetica, ma il cibo. 😱 🍯 Da quando nascono, tutte le larve sono uguali. Alcune però ricevono pappa reale in grandi quantità durante tutto il loro stadio larvale, mentre le altre ricevono una comune miscela di nettare e polline. Questa differenza nella dieta riprogramma il suo corpo e il suo destino. 👑 L'ape che mangia solo pappa reale cresce il doppio delle dimensioni, vive anni anziché settimane e sviluppa ovaie per deporre fino a 2.000 uova al giorno. Nel frattempo, le loro sorelle operaie, con lo stesso DNA, non potranno mai riprodursi e vivranno solo poche settimane. Tutto per il cibo! 🧬➡️🍽️➡️ 🐝 Questo fenomeno è uno degli esempi più estremi di epigenetica, il campo che studia come l'ambiente e l'alimentazione possono attivare o spegnere i geni senza cambiare il codice genetico. Letteralmente, ciò che mangi può cambiare chi sei. 🌱quanto
"La Chiesa è il luogo dove tutte le verità si incontrano"................. Gilbert Keith Chesterton
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lunedì 30 giugno 2025
Ex leader della Teologia della Liberazione chiede spiritualità e Dio
Ex leader della Teologia della Liberazione chiede spiritualità e Dio nella predicazione del CELAM
Fra Clodovis Boff, frate dell'Ordine dei Servi di Maria | Ripresa video24 giugno 2025 alle 15:52
Fra Clodovis Boff ha scritto una lettera aperta ai vescovi del Consiglio Episcopale Latinoamericano e dei Caraibi (CELAM) riuniti in assemblea, chiedendo: "Quali buone notizie ho letto lì? Scusate la franchezza: nessuna. Voi, vescovi del CELAM, ripetete sempre la stessa vecchia storia: sociale, sociale e sociale. E questo va avanti da oltre cinquant'anni".
“Cari fratelli maggiori, non vedete che questo canto sta invecchiando?”, ha chiesto il frate dell’Ordine dei Servi di Maria, in risposta al documento finale della 40ª Assemblea Generale Ordinaria del CELAM, tenutasi dal 26 al 30 maggio nell’arcidiocesi di Rio de Janeiro. “Quando ci daranno la buona novella di Dio, di Cristo e del Suo Spirito? Della Grazia e della Salvezza? Della Conversione del cuore e della Meditazione della Parola? Della Preghiera e dell’Adorazione, della Pietà verso la Madre del Signore e altri temi simili? Insomma, quando ci invieranno un messaggio veramente religioso e spirituale?”
Clodovis Boff, insieme al fratello Leonardo Boff, è stato uno dei più importanti pensatori della Teologia della Liberazione. Nel 2007, tuttavia, pubblicò sul numero 68 della Rivista Ecclesiastica Brasiliana l'articolo "Teologia della Liberazione e Ritorno al Fondamento". Lì affermò che "l'errore della vera teologia della liberazione è stato quello di aver messo i poveri al posto di Cristo, rendendoli un feticcio e degradando Cristo a un mero attore secondario; mentre Cristo ha fatto il contrario: si è messo al posto dei poveri, per renderli partecipi della sua dignità divina".
La lettera, scritta il 13 giugno, festa di Sant'Antonio, Dottore della Chiesa, è stata inviata «in primo luogo al presidente generale del CELAM», il cardinale Jaime Spengler, arcivescovo di Porto Alegre (RS), e «a tutti i presidenti dei CELAM regionali», ha spiegato ad ACI Digital fra Clodovis Boff.
Boff ha detto ai vescovi che ha osato scrivere loro «perché da tempo» vede «con sgomento, ripetuti segnali che la nostra amata Chiesa sta correndo un pericolo davvero grave: quello di alienarsi dalla sua essenza spirituale, a scapito di se stessa e del mondo».
"Quando la casa è in fiamme, chiunque può urlare", ha detto Boff. Dopo aver letto il messaggio del CELAM, gli è tornato in mente qualcosa che aveva detto di aver provato quasi 20 anni prima, quando, "incapace di sopportare oltre i ripetuti errori della teologia della liberazione, ho sentito un tale impulso dal profondo della mia anima" e ho detto: "Basta! Devo parlare".
"È stato sotto l'impatto di un simile movimento interiore che ho scritto questa lettera, sperando che lo Spirito Santo vi avesse contribuito", ha sottolineato. "Finora ho ricevuto solo una risposta da Dom Jaime, presidente del CELAM, e anche dalla CNBB", ha detto il frate ad ACI Digital.
Secondo Boff, Dom Jaime, che fu suo “studente a Petrópolis nel 1980”, “accolse con entusiasmo la lettera, apprezzando il fatto che avessi espresso i miei pensieri, che potevano aiutare a rivedere i cammini della Chiesa nella nostra America”.
Boff scrive nella sua lettera che, leggendo il documento dell'assemblea del CELAM, "gli sono tornate in mente le parole di Cristo: I figli chiedono il pane e voi date loro una pietra (Mt 7,9)". Per Boff, "lo stesso mondo secolarizzato è stufo della secolarizzazione e cerca la spiritualità", ma i vescovi del CELAM "continuano a offrire loro il sociale e ancora il sociale; dello spirituale, quasi solo briciole".
«E pensare che siete i custodi della più grande ricchezza, quella di cui il mondo ha più bisogno e tuttavia, in un certo senso, la negate», scrive il frate. «Le anime chiedono il soprannaturale e voi insistete nel dare loro il naturale. Questo paradosso è evidente anche nelle parrocchie: mentre i laici sono felici di mostrare segni della loro identità cattolica (croci, medaglie, veli, camicette con stampe religiose), preti e suore fanno il contrario e appaiono senza alcun segno distintivo».
Nel loro messaggio alla Chiesa in America Latina e nei Caraibi , i vescovi del CELAM hanno scritto che la 40ª Assemblea “è stata uno spazio di discernimento, preghiera e fraternità episcopale”, in cui hanno condiviso “le luci e le ombre” delle loro “realtà, le grida” dei loro “popoli e l’anelito a una Chiesa che sia casa e scuola di comunione”.
“Siamo consapevoli delle attuali sfide che colpiscono la nostra regione latinoamericana e caraibica: la persistenza della povertà e la crescente disuguaglianza, la violenza impunita, la corruzione, il narcotraffico, la migrazione forzata, l’indebolimento della democrazia, il grido per la terra, la secolarizzazione, tra gli altri ”, hanno affermato i vescovi.
Boff rispose: "Lei afferma, senza alcuna esitazione, di sentire le 'grida' della gente e di essere 'consapevole delle sfide' di oggi. Ma il suo ascolto arriva fino in fondo? Non rimane in superficie?"
Ho letto il vostro elenco di "grida" e "sfide" odierni e vedo che non è altro che ciò che i giornalisti e i sociologi più comuni osservano. Non sentite, reverendi, che dal "mondo profondo" si leva oggi un formidabile grido a Dio? Un grido che persino molti analisti laici sentono? E non è forse per ascoltare questo grido e dargli una risposta, una risposta vera e piena, che esistono la Chiesa e i suoi ministri?
"Governi e ONG sono lì per rispondere al 'grido sociale'. La Chiesa, senza dubbio, non può rimanere fuori da questo gioco. Ma non è protagonista in questo campo. Il suo campo d'azione è un altro e più alto: rispondere proprio al 'grido di Dio'", ha sottolineato.
“Progressisti” o “tradizionalisti”
Clodovis ha affermato nella sua lettera di sapere che i vescovi "sono vessati giorno e notte dall'opinione pubblica perché si definiscano 'progressisti' o 'tradizionalisti', 'di destra' o 'di sinistra'". "Su questo, san Paolo è categorico", ha scritto, citando: Voglio che tutti ci riconoscano come ministri di Cristo e come amministratori dei misteri di Dio (1 Cor 4,1).
“Non è ozioso ricordare” che “la Chiesa è, prima di tutto, un 'Sacramento di salvezza' e non una semplice istituzione sociale, progressista o no”, ha affermato il frate.
«Esiste per annunciare Cristo e la sua grazia. Questo è il suo obiettivo centrale, il suo impegno più grande e duraturo. Tutto il resto viene dopo», ha sottolineato il leader religioso. «Perdonatemi, cari amici, se vi ricordo ciò che già sapete. Ma perché allora tutto questo non appare nel vostro messaggio e negli scritti del CELAM in generale? Leggendoli, si giunge quasi inevitabilmente alla conclusione che la grande preoccupazione della Chiesa oggi, nel nostro continente, non è la causa di Cristo e della sua salvezza, ma piuttosto cause sociali, come la giustizia, la pace e l'ecologia, che voi menzionate nel vostro messaggio, come in un altro ritornello».
venerdì 27 giugno 2025
Boquila trifoliolata
C'è una pianta in Cile che fa una cosa che dovrebbe essere impossibile.
Si chiama Boquila trifoliolata ed è una liana che scala gli alberi. Fin qui, niente di strano. Ma ecco il colpo di scena: questa pianta copia alla perfezione le foglie degli alberi su cui cresce.
Non sto scherzando. Cambia forma, colore, persino le venature delle foglie per imitare esattamente quelle dell'albero ospite. È come se fosse un camaleonte del regno vegetale.
Ma aspettate, perché la cosa più pazzesca deve ancora arrivare.
Un singolo tralcio di questa liana può imitare contemporaneamente più alberi diversi. Sulla stessa pianta trovate foglie completamente diverse, ognuna perfetta copia di una specie differente.
Pensateci un attimo: questa pianta non ha occhi, non ha un sistema nervoso, eppure 'vede' e copia con una precisione da artista.
E qui viene il bello: la scienza ancora non riesce a spiegare come diavolo faccia.
è uno di quei misteri della natura che ci ricorda quanto poco sappiamo del mondo che ci circonda. Una pianta che fa l'impossibile, proprio davanti ai nostri occhi.
Più ci guardi dentro, più capisci che non ha a che fare col caso
La natura è costruita in maniera tale che non c'è dubbio che non possa esser costruita così per un caso. Più uno studia i fenomeni della natura, più si convince profondamente di ciò. Esistono delle leggi naturali di una profondità e di una bellezza incredibili. Non si può pensare che tutto ciò si riduca ad un accumulo di molecole. [...] Più ci guardi dentro, più capisci che non ha a che fare col caso.
Carlo Rubbia
distruggere le cellule tumorali utilizzando luce infrarossa.
Una luce contro il cancro: una scoperta rivoluzionaria in laboratorio
Niente farmaci. Niente chemioterapia. Solo… luce.
Un gruppo di ricercatori americani ha sviluppato una tecnica innovativa per distruggere le cellule tumorali utilizzando luce infrarossa.
Il segreto? Un fenomeno che hanno chiamato “martello pneumatico molecolare”.
🔬 Come funziona?
Si utilizza un colorante chiamato aminocianina, già usato in ambito medico per le immagini diagnostiche.
Questo colorante viene legato alle cellule cancerose.
Quando viene colpito da luce infrarossa, inizia a vibrare con una forza tale da rompere la membrana cellulare, facendo esplodere la cellula tumorale.
✅ Risultati ottenuti in laboratorio e su animali:
99% delle cellule di melanoma eliminate in provetta.
Nei topi, circa la metà è entrata in remissione completa.
🧠 Cosa rende questa tecnica promettente:
Nessun utilizzo di sostanze chimiche aggressive.
Nessun effetto collaterale grave osservato (per ora).
La luce penetra in profondità senza danneggiare i tessuti sani.
Nessuna resistenza da parte delle cellule, come avviene con certi farmaci.
👨⚕️ Importante:
Questa tecnologia è ancora in fase sperimentale.
Non è ancora stata testata sugli esseri umani e non sostituisce le terapie attuali.
Ma se i risultati venissero confermati negli studi clinici, potremmo assistere a una vera svolta nella lotta contro il cancro.
📌 Studio condotto dalla Rice University, in collaborazione con Texas A&M e l’Università del Texas.
📸 Crediti immagine: Hashem Al-GhailiUna luce contro il cancro: una scoperta rivoluzionaria in laboratorio
Niente farmaci. Niente chemioterapia. Solo… luce.
Un gruppo di ricercatori americani ha sviluppato una tecnica innovativa per distruggere le cellule tumorali utilizzando luce infrarossa.
Il segreto? Un fenomeno che hanno chiamato “martello pneumatico molecolare”.
🔬 Come funziona?
Si utilizza un colorante chiamato aminocianina, già usato in ambito medico per le immagini diagnostiche.
Questo colorante viene legato alle cellule cancerose.
Quando viene colpito da luce infrarossa, inizia a vibrare con una forza tale da rompere la membrana cellulare, facendo esplodere la cellula tumorale.
✅ Risultati ottenuti in laboratorio e su animali:
99% delle cellule di melanoma eliminate in provetta.
Nei topi, circa la metà è entrata in remissione completa.
🧠 Cosa rende questa tecnica promettente:
Nessun utilizzo di sostanze chimiche aggressive.
Nessun effetto collaterale grave osservato (per ora).
La luce penetra in profondità senza danneggiare i tessuti sani.
Nessuna resistenza da parte delle cellule, come avviene con certi farmaci.
👨⚕️ Importante:
Questa tecnologia è ancora in fase sperimentale.
Non è ancora stata testata sugli esseri umani e non sostituisce le terapie attuali.
Ma se i risultati venissero confermati negli studi clinici, potremmo assistere a una vera svolta nella lotta contro il cancro.
📌 Studio condotto dalla Rice University, in collaborazione con Texas A&M e l’Università del Texas.
📸 Crediti immagine: Hashem Al-Ghaili
Williamina Paton Stevens Fleming
"PERCHÉ ESISTONO DONNE CHE, ANCHE SE INVISIBILI AGLI OCCHI DEL MONDO, RIDISEGNANO IL CIELO...."
"In una gelida mattina del 1857, a Dundee, in Scozia, nacque una bambina che non avrebbe avuto bisogno di un telescopio per toccare le stelle: le bastava la mente. Il suo nome era Williamina Paton Stevens Fleming.
A soli 14 anni insegnava già. Ma la vita, spesso spietata, la spinse lontano: emigrò negli Stati Uniti, dove fu abbandonata dal marito, incinta e senza un soldo.
Sola, in un paese sconosciuto, accettò l’unico lavoro possibile: domestica nella casa di Edward Pickering, direttore dell’Osservatorio di Harvard.
Un giorno, esasperato dai suoi assistenti uomini, Pickering sbottò:
“La mia cameriera scozzese farebbe un lavoro migliore di tutti voi!”
E non era solo un modo di dire.
Nel 1881, Williamina lasciò il grembiule e si immerse tra le stelle.
Senza laurea, senza titoli, senza cattedre—solo con coraggio e una sete infinita di sapere—cominciò ad analizzare lastre fotografiche del cielo.
Fu una pioniera tra le cosiddette “calcolatrici di Harvard”, un gruppo di donne straordinarie che, lavorando nell’ombra, ridefinirono i confini dell’universo conosciuto.
Da sola, catalogò oltre 10.000 stelle, scoprì 10 nuove, identificò 59 nebulose e più di 300 stelle variabili.
Ideò il sistema di classificazione stellare che ancora oggi guida gli astronomi di tutto il mondo.
E in un’epoca in cui la scienza era riservata agli uomini, Williamina fu la prima donna a diventare membro onorario della Royal Astronomical Society.
Williamina non si limitò a studiare le stelle.
Diventò una di loro.
Perché esistono donne che, anche se invisibili agli occhi del mondo, ridisegnano il cielo—e ci insegnano a guardare più lontano".
Adele Quattrociocchi
#ilcoraggiodelledonne
sabato 21 giugno 2025
Dostoevskij
Dostoevskij fu un uomo tormentato, uno di quelli che la vita mette continuamente alla prova. La povertà e i debiti non gli davano tregua, lo inseguivano come un’ombra, soffocandolo. Era afflitto da una grave forma di epilessia, che lo colpiva con violenza e imprevedibilità. Conobbe il dolore più nero: la morte della sua figlia maggiore, ancora bambina, e poi quella del figlio amatissimo, Alyosha, scomparso troppo presto. Intorno a lui, l’incomprensione dei familiari, il disprezzo dello Stato, la meschinità di molti colleghi scrittori, privi di morale e spesso gelosi del suo genio.
In questo mondo che lo respingeva, in una società che sembrava volerlo schiacciare, Dostoevskij aveva ben poco: una sincerità disarmante, un cuore buono, una profonda umanità e la sua penna. Ed era sufficiente.
Fëdor Dostoevskij fu molto più che un romanziere: fu un filosofo, un indagatore dell’animo umano, un profeta del dolore e della redenzione. Le sue opere parlano delle profondità dell’essere, delle contraddizioni dell’uomo, del male e della grazia, della libertà, della colpa, della fede e della disperazione.
Uno dei suoi pensieri più intimi recita:
"Sono una delle persone più difficili, perché sono di quelle che si preoccupano per le cose semplici e si rallegrano con i piccoli dettagli, e a nessuno importa di queste cose."
E ancora:
"I peggiori momenti della mia vita li ho vissuti da solo."
Eppure, quando morì, nel 1881, oltre sessantamila persone riempirono le strade di San Pietroburgo per rendergli omaggio. Un uomo che in vita si era sentito solo, fu accompagnato alla tomba da un’intera nazione.
Dostoevskij è un gigante della letteratura russa e universale. Non solo per i suoi capolavori — Delitto e castigo, I fratelli Karamazov, L’idiota, Memorie del sottosuolo — ma perché ha scritto non dal cervello, ma dal cuore e dalle viscere. Ha guardato nell’abisso, e ne ha tirato fuori parole che ancora oggi ci parlano, ci scuotono, ci consolano.
giovedì 19 giugno 2025
LA PACE VERRA
LA PACE VERRA'❤️
Se tu credi che un sorriso è più forte di un'arma,
Se tu credi alla forza di una mano tesa,
Se tu credi che ciò che riunisce gli uomini è più importante di ciò che li divide,
Se tu credi che essere diversi è una ricchezza e non un pericolo,
Se tu sai scegliere tra la speranza o il timore,
Se tu pensi che sei tu che devi fare il primo passo piuttosto che l'altro, allora ...
LA PACE VERRA'❤️
Se lo sguardo di un bambino disarma ancora il tuo cuore,
Se tu sai gioire della gioia del tuo vicino,
Se l'ingiustizia che colpisce gli altri ti rivolta come quella che subisci tu,
Se per te lo straniero che incontri è un fratello,
Se tu sai donare gratuitamente un po' del tuo tempo per amore,
Se tu sai accettare che un altro ti renda un servizio,
Se tu dividi il tuo pane e sai aggiungere ad esso un pezzo del tuo cuore, allora ...
LA PACE VERRA'❤️
Se tu credi che il perdono ha più valore della vendetta,
Se tu sai cantare la gioia degli altri e dividere la loro allegria,
Se tu sai accogliere il misero che ti fa perdere tempo e guardarlo con dolcezza,
Se tu sai accogliere e accettare un fare diverso dal tuo,
Se tu credi che la pace è possibile, allora ...
LA PACE VERRA'❤️
Charles de Foucauld
mercoledì 18 giugno 2025
Andate controcorrente
Andate controcorrente: non ascoltate le voci interessate e suadenti che oggi da molte parti propagandano modelli di vita improntati all’arroganza e alla violenza, alla prepotenza e al successo ad ogni costo, all’apparire e all’avere, a scapito dell’essere. Di quanti messaggi, che vi giungono soprattutto attraverso i mass media, voi siete destinatari! Siate vigilanti! Siate critici! Non andate dietro all’onda prodotta da questa potente azione di persuasione. Non abbiate paura, cari amici, di preferire le vie "alternative" indicate dall’amore vero: uno stile di vita sobrio e solidale; relazioni affettive sincere e pure; un impegno onesto nello studio e nel lavoro; l’interesse profondo per il bene comune. Non abbiate paura di apparire diversi e di venire criticati per ciò che può sembrare perdente o fuori moda: i vostri coetanei, ma anche gli adulti, e specialmente coloro che sembrano più lontani dalla mentalità e dai valori del Vangelo, hanno un profondo bisogno di vedere qualcuno che osi vivere secondo la pienezza di umanità manifestata da Gesù Cristo. (Benedetto XVI - Loreto 02/09/2007 - www.vatican.va/content/benedict-xvi/it/homilies/2007/documents/hf_ben-xvi_hom_20070902_loreto.html)
L'intelligenza del bosco
L'intelligenza del bosco
diAlessandro D'Avenia
11 marzo 2024
Corriere della sera
8 min
i
Il fine della vita non è la sopravvivenza ma la bellezza. Che le cose lottino per sopravvivere è evidente, ciò che sorprende è che la lotta miri alla bellezza.
Qualche giorno fa mi si è reso ancora una volta chiaro in una piccola piazza di Milano: sui rami di alcune magnolie brillavano già, in una luce ancora invernale, le prime fioriture. Non era un’anomalia. Molti si fermavano ad ammirare, colti da quel desiderio che la bellezza risveglia perché, essendo la bellezza vita compiuta, ci ricorda che siamo fatti per questo: compierci nel tempo e nel mondo che ci sono dati. La bellezza chiede: a che punto sei con i doni della vita? E se la bellezza è il fine della vita, dovrebbe esserlo anche dell’educazione che è aiutare la vita a crescere.
Avviene nel luogo deputato, dopo la famiglia, a questo: la scuola? Vi si dovrebbe scoprire la propria unicità per poi portarla a compimento cercando nel mondo e nel tempo ciò che serve allo scopo. Eppure il «XXI Profilo dei diplomati» presentato il 29 febbraio da AlmaDiploma, analizzato già su queste pagine, riferisce che un ragazzo su due dice di aver sbagliato indirizzo scolastico e universitario. Esito inevitabile di un orientamento quasi assente nella scuola secondaria di primo e secondo grado. Si esce da medie e superiori possedendo delle competenze, ma non se stessi. E senza questo non si può essere felici. Perché?
In un mondo in cui il criterio della felicità è l’efficienza, ciò che conta è acquisire quanto prima competenze «spendibili» nel lavoro.
Essere «spendibili» significa essere «comprabili», cioè diventare noi stessi «risorsa» da «esaurire»: questo vuol dire risorsa, e purtroppo abbiamo deciso che le persone sono risorse umane.
Invece la felicità dipende dalla profondità di rapporti che abbiamo con il mondo e con gli altri: i nostri ricordi felici riguardano infatti ciò che abbiamo creato con le nostre attitudini e le relazioni significative che abbiamo stretto. Se non so chi sono e con chi sono, le competenze sono solo vestiti su un manichino.
L’orientamento dovrebbe servire a scoprire i propri talenti per poi farli fiorire a beneficio degli altri nel tempo, grazie a terreni e giardinieri scelti perché adeguati a quelle caratteristiche, come le magnolie che richiamano passanti a sostare e bambini a giocare. Non conoscendo se stessi (cioè non essendo ri-conosciuti da chi li educa) i ragazzi si affidano a impressioni fugaci, scelte di maggioranza, aspettative familiari. Non si può non scegliere ma se non si ha l’energia e il coraggio di una vocazione, si sceglie ciò che sembra più certo, comodo, sicuro, rinunciando così alla propria specifica bellezza. Per questo molti ragazzi si ritrovano in vite non loro, con il senso di colpa e l’ansia tipici di una cultura della perfezione e della performance. A differenza di quelle magnolie che fanno ciò a cui sono chiamate nel tempo che serve loro, proprio in mezzo al traffico, noi rischiamo di essere inghiottiti da quel traffico: un mondo che ci dice come essere e che cosa fare prima di averci permesso di scoprire chi siamo e per chi. Può essere felice una magnolia a cui si chiede di fare pere o di fiorire in tutte le stagioni? Entrerà in contraddizione con se stessa, sarà sfruttata (privata dei suoi frutti) e appassirà.
Allo scopo di orientare nella scuola è stata introdotta quest’anno la figura del docente tutor. È un primo passo, ma una formazione di 20 ore online non può bastare al paziente lavoro educativo necessario a scoprire l’unicità di un ragazzo. Non si diventa giardinieri in 20 ore e l’uomo è più complesso di una magnolia. Qualche giorno fa ho letto l’intervista al calciatore Rafa Leão, per il quale nutro una parzialissima simpatia calcistica, che raccontava la sua infanzia a Lisbona: «il pallone sempre fra i piedi in un quartiere molto popolare, la maggior parte dei suoi abitanti sono immigrati, in molti dall’Africa. Non un posto facile. Lì di buono c’era il pallone, ci giocavo dalla mattina alla sera. Interi pomeriggi nel parcheggio del supermercato. Spesso erano carte appallottolate o una lattina o una bottiglia usate come palla, mentre un’auto era la porta. Il mio modo di giocare è ancora quello, un calcio di strada, fatto di finte, scatti, furbizia». Quel bambino, come ogni bambino, aveva una vocazione che lo avrebbe reso felice: «Dio mi ha dato un dono e io gli sono grato. Il mio lavoro è giocare a pallone, ho coronato il mio sogno di bambino. Come potrei non sorridere?». E quel bambino continua a cercare bellezza e gioia: «Amo i gol belli. Il calcio oggi è solo statistiche, cifre. E a me non piace. Il calcio è magia, gioia. Mi fa arrabbiare che la gente pensi solo ai numeri. Io non sono così. Perché la gente deve divertirsi. E allora mi devo divertire anche io. Sono per la bellezza». Ma senza ciò che hanno fatto per lui la famiglia e i primi maestri quel talento sarebbe andato sprecato.
I livelli della vita parlano dialetti diversi ma la lingua è la stessa: il talento del calciatore e quello delle magnolie sono doni dati ai singoli a beneficio del mondo. Ho scoperto che le magnolie di quella piazza si chiamano soulangeane, una specie i cui fiori bianchi, rosa e viola sbocciano mentre i rami degli altri alberi sono ancora spogli. Il loro nome viene da un ufficiale dell’esercito napoleonico, Étienne Soulange-Bodin (1774–1846), che ne creò l’ibrido da due varietà cinesi nella campagna a cui dedicò la seconda parte della sua vita, diventando un famoso botanico. Un uomo che aveva perso tempo in campagne militari fu poi capace di tornare alle campagne vere e proprie, la sua vocazione, e quella di ogni uomo: creare bellezza. Oggi pensiamo a una persona in formazione come a una macchina su cui installare software sempre più aggiornati e veloci, invece siamo più simili alle piante che con la loro energia intrinseca e specifica realizzano, senza fretta né ritardi, la bellezza a cui sono chiamate. E non lo fanno in competizione (competenza e competizione hanno la stessa radice e avranno quindi gli stessi frutti: tutti lottano per emergere ma sappiamo che ci riusciranno i già avvantaggiati), ma in collaborazione (lavorare insieme: ciascuno emerge per la sua unicità che lo rende necessario agli altri, di cui a sua volta ha bisogno).
La cooperazione è per me uno dei capitoli più interessanti della recente botanica, sviluppato negli ultimi anni dagli studi di Suzanne Simard che ha riscritto il paradigma competitivo nell’evoluzione delle piante (consiglio il TedTalk «How trees talk to each other» del 2016 e il suo libro L’albero madre): quando l’albero di un gruppo è minacciato o si ammala, gli altri esemplari, anche di specie diverse, scambiano non solo informazioni aeree tramite ormoni diffusibili ma soprattutto sostanze nutrienti attraverso l’immensa rete delle loro radici. Gli alberi non sono innanzitutto attori individuali in competizione per le risorse, ma un sistema collaborativo, con alcuni alberi che per la loro età hanno un ruolo centrale per la nascita e la vita dei più giovani, questo sistema è definito da Simard «intelligenza del bosco». Finché la scuola non avrà questa intelligenza, userà solo la lingua dell’utile e dell’efficienza (rendimento, crediti, debiti, competenze...) e non della vita (crescita, maturazione, cooperazione, vocazione...) i suoi «virgulti» spesso appassiranno prima della «maturità» invece di diventare belli come le magnolie che, persino nell’asfalto trafficato e inquinato, spingono a fermarsi a respirare e a chiedersi perché e per chi siamo qui