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sabato 5 maggio 2012

IL PADRE. DELLA PATRIA. POPIEŁUSZKO



IL PADRE. DELLA PATRIA.

POPIEŁUSZKO

Un patriota del Cielo: ucciso in odium fidei
***

Un prete anzitutto, non un politico; un prete tra gli operai non un prete operaio. Che lavorando per la Patria celeste lavora per la sua patria rossa. Non il contrario. Perciò era doppiamente pericoloso per i comunisti polacchi.Per questo lo massacrano: il patriottismo era nella sua santità



Perché quella Messa deve essere celebrata all’interno di un cantiere in sciopero. In un momento delicato per la Polonia: siamo nel 1980 e la nazione è scossa da un’ondata di scioperi in seguito alla decisione governativa di aumentare i prezzi dei viveri. Don Jerzy porta se stesso e, prima di tutto, il suo essere sacerdote. Rimane con gli operai anche dopo la Messa. Non è un prete-operaio. Non ha bisogno di lavorare insieme a loro per capirli. Gli è sufficiente confessare, ascoltare, consigliare, provvedere. È un prete in mezzo agli operai. La differenza non è da poco: per tantissimi, l’incontro con lui rappresenta l’inizio della conversione



di Claudia Cirami

Molti suoi ex compagni di seminario concordano: nessuno avrebbe mai immaginato che quell’anonimo seminarista sarebbe poi diventato un martire dalla statura eccezionale, vero e nuovo “padre della patria” per la nazione polacca. Negli anni di formazione per i futuri sacerdoti, se lo ricordano così: “Insignificante, debole, sottile come una canna”. Mai impressione fu meno azzeccata per l’uomo su cui mi appresto a scrivere: Jerzy Popiełuszko, beatificato nel 2010. A furor di popolo, potremmo dire, se consideriamo i milioni di visitatori che, dal 1984 in poi, sono passati davanti alla sua tomba per una preghiera o un omaggio.

PATRIA TERRENA O PATRIA CELESTE?
Il famoso sciopero di Danzica. Popieluszko confessa un operaio. Prete prima di tutto, solamente. Non sindacalista
Don Jerzy – o, familiarmente, Jurek – fu un tutt’uno con la sua Polonia. Il suo martirio si spiega anche nel contesto del suo amore per quella patria così sofferente. Nazione da poco uscita dalla soffocante spirale nazista e immediatamente ghermita nella spirale ancor più opprimente del comunismo. Ci chiediamo: un cristiano può provare amore per la propria patria terrena, sapendo che lo attende la Patria Celeste? In Memoria e Identità, un altro celebre polacco, Giovanni Paolo II, non ha dubbi: “L’espressione «patria» si collega con il concetto e con la realtà di «padre»… Nel suo senso originale, patria significa ciò che abbiamo ereditato dai nostri padri e dalle nostre madri sulla terra…”. Spiega ancora Wojtyla che “[la] dipartita di Cristo … ha aperto il concetto di patria sulla dimensione dell’escatologia e dell’eternità ma non ha tolto nulla al suo contenuto temporale”. Per il papa polacco, l’amore per la patria terrena non è in contraddizione con quello per la Patria celeste e il patriottismo, nel Decalogo, “si colloca nell’ambito del Quarto comandamento, il quale ci impegna ad onorare il padre e la madre” e “significa amore per tutto ciò che fa parte della patria: la sua storia, le sue tradizioni, la sua lingua, la sua stessa conformazione naturale” perché “la patria è il bene comune di tutti i cittadini e come tale è anche un grande dovere”. Un dovere che padre Popiełuszko sentiva interiormente come molti polacchi e per il quale pagò con la vita.

OMICIDIO POLITICO. NO, PER LA FEDE
Beatificazione
Il suo, però, non fu un assassinio politico. Fu l’uomo di Dio ad essere ucciso, prima ancora del polacco amante della sua terra e del suo popolo. Commentando la beatificazione del sacerdote, Benedetto XVI, afferma: “Il suo zelante servizio e il martirio sono particolare segno della vittoria del bene sul male” e auspica che “il suo esempio e la sua intercessione accrescano lo zelo dei sacerdoti e infiammino d’amore i fedeli laici”. In precedenza, Giovanni Paolo II ha detto di lui: don Jerzy è un martire che va considerato non solo nella misura in cui servì in una certa causa di ordine politico, anche se si trattava di una causa profondamente etica, bensì si deve guardare a lui e leggere la sua figura nell’intera verità della sua storia, dal punto di vista dell’uomo interiore”. Per evitare ulteriori fraintendimenti, durante la sua beatificazione, mons. Angelo Amato lo ha definito “testimone eroico della bellezza e della verità del Vangelo di Gesù”.

L’ABBRACCIO AL CANE: SAPEVA COME STAVA ANDANDO A FINIRE
Popieluszko, appena consacrato
Alfons – questo il suo vero nome – nasce nel 1947 ad Okopy, una piccola località, e presto sente di avere la vocazione sacerdotale. Viene ordinato sacerdote dal cardinale Wyszyński, altra figura cardine per la storia polacca recente. Popiełuszko muore a 37 anni. Non ha nemmeno quarant’anni, dunque, ma si è già reso inviso a chi, prima di riuscire ad ucciderlo il 19 Ottobre del 1984, lo ha fatto sorvegliare per molto tempo e ha cercato di dissuaderlo con minacce, interrogatori, arresti, campagne mediatiche montate ad arte. Una settimana prima dell’omicidio, per poco non è stato eliminato con un finto incidente stradale. Padre Jerzy, però, è andato avanti, senza perdersi d’animo, anche se sapeva di essere in pericolo. Una suora ricorda quegli ultimi giorni: “Forse avvertiva qualcosa dentro di sé. Si vedeva da come andava di fretta. Ringraziava gli amici anche per i più piccoli favori”. L’ultimo giorno saluta il suo cane, un meticcio nero di nome Tajniak, e fa per andarsene. Poi, però, contrariamente al suo solito, torna indietro, lo stringe forte a sé e si allontana veloce. Verso il martirio che lo attende e per il quale è pronto.

LA SALVEZZA DELLE ANIME È LA VERA “EVERSIONE”. COME IL CURATO D’ARS
Cristo prima di tutto. Anteposto Cristo a tutto, l'uomo torna ad essere prima di tutto
Di solito, ai media, poco interessa la vita ordinaria di un prete e quello che spesso viene messo in evidenza di Popiełuszko è la sua opposizione pacifica al comunismo. Leggendo, però, il libro “Popiełuszko” di Milena Kindziuk, edito dalla San Paolo, si ha immediatamente la percezione che la Chiesa – quando punta, prima di tutto, sull’essere sacerdote del martire polacco – non è menzognera (il libro è un bel regalo per tutti, ma è ottimo per i parroci). Don Jerzy ha a cuore la salute spirituale di chi gli viene affidato, siano chierichetti, studenti, infermiere, operai. Per lui, il prossimo non è un concetto generico: è qualcuno che ci sta concretamente di fronte, da avvicinare in modo discreto ma con affetto e partecipazione. Molti ricordano i suoi piccoli regali, le sue parole sapienti, i suoi gesti di vera carità, il suo esserci quando c’é bisogno di lui, anche a dispetto di una salute malferma. Diventa per molti una porta d’ingresso: nell’ovile cattolico per chi ha vissuto fino ad allora senza Dio; nella ferma professione di fede per chi è stato sempre tiepido; nella pratica coerente ai richiami evangelici per chi non si è mai voluto “sporcare la mani” nel servizio agli altri. Il Santo Curato d’Ars e il beato Popiełuszko – per chi ha letto le due biografie – hanno molto in comune, nonostante vite apparentemente diverse. Simile è la fragilità umana, simile la convinzione di superarla per essere fedeli alla volontà di Dio, costi quel che costi. Osservando questi e altri sacerdoti in un santino con l’aureola in testa, siamo indotti a pensare che vissero a due palmi da terra, distribuendo segni prodigiosi e parole mirabolanti a destra e a manca. Più difficile, invece, è immaginarli come furono realmente: sacerdoti come tutti gli altri, impelagati nelle fatiche dell’evangelizzazione, nelle paure e nelle ansie di una missione totalizzante, nelle preoccupazioni per come far giungere il messaggio di Cristo a tutti e, perché no?, anche in quei difetti personali di carattere che, spesso, ritardano i frutti di tanto zelo profuso. In loro, però, c’è quella volontà tenace, ferma, caparbia di vincere tutte le difficoltà, persino i propri limiti, per il Regno di Dio: questo li rende straordinari. Questo li fa santi.

POLONIA OPPRESSA: SE ANCHE MARIA FINISCE DIETRO LE SBARRE
L'Altare del Supremo Sacrificio, è la sua vera "tribuba politica"
Quello che è stato appena spiegato, naturalmente, non deve portare ad ignorare lo sfondo politico in cui si muove la biografia del sacerdote polacco. Don Jerzy visse e operò in anni molto duri per la Polonia e, fin dal servizio militare, obbligatorio nonostante fosse seminarista, dovette confrontarsi con il comunismo che vuole – fin dai suoi esordi – sbarazzarsi della dimensione religiosa dell’uomo e, in modo particolare, della fede cattolica. Leggendo di quel periodo, si rimane basiti nel costatare a che punto può arrivare un sistema politico quando vuole soffocare realtà vitali. Sono anni in cui al primate Wyszyński non viene concesso di partecipare alla cerimonia in onore del Millennio polacco a Roma; in cui la venerata immagine di Maria, nel santuario diCzęstochowa, viene messa dietro una grata perché non venga portata in processione; in cui gli attacchi alla libertà religiosa vengono condotti con rigore e sistematicità, puntando sia sull’uso della forza che su quello dell’indottrinamento ideologico imposto; infine, anni in cui – come ricorda A. Riccardi in “Giovanni Paolo II. La biografia” – l’arcivescovo di Cracovia, Karol Wojtyla, “è sotto controllo costante.: si registra sistematicamente chi entra nel suo appartamento” ed è considerato un personaggio pericoloso per la sua capacità di attrarre tutti. In anni più recenti, si è saputo che anche membri della Chiesa, insieme a fedeli, non resistettero a questa forte pressione, arrivando a collaborare con il governo e danneggiando chi resisteva eroicamente, ma, come ricordava nel 2007 l’arcivescovo di Varsavia, cardinale Nycz, pochi casi di collaborazionismo non devono offrire un’immagine distorta perché “è la vera storia della Chiesa, fatta di arresti, persecuzioni, lotta per la libertà, di personaggi come il cardinale Wyszynski e padre Popiełuszko quella che deve essere raccontata”. Proprio in questi anni matura la vocazione e poi la missione sacerdotale di Jerzy Popiełuszko. Poco per volta, assumerà i contorni di una sfida ferma, non violenta, umana e umanizzante, al governo comunista.

NON UN PRETE-OPERAIO MA UN PRETE CON GLI OPERAI
La gloria della Polonia, cardinale Wojtyla, e l'eroico suo primate Wyszynski
L’incontro che cambierà per sempre la vita di don Popiełuszko – quello con gli operai – non è pianificato a tavolino da uomini. Il credente sa bene chi è Colui che muove le fila del mondo. Così, quando, all’improvviso, serve un sacerdote per celebrare una Messa e la prima chiesa che si trova nel tragitto di chi ha il compito di cercarlo è quella in cui padre Popiełuszko svolge il suo servizio sacerdotale, sappiamo che Dio lo sta già chiamando all’ultimo e più importante compito della sua vita. Perché quella Messa deve essere celebrata all’interno di un cantiere in sciopero. In un momento delicato per la Polonia: siamo nel 1980 e la nazione è scossa da un’ondata di scioperi in seguito alla decisione governativa di aumentare i prezzi dei viveri. Don Jerzy porta se stesso e, prima di tutto, il suo essere sacerdote. Rimane con gli operai anche dopo la Messa. Non è un prete-operaio. Non ha bisogno di lavorare insieme a loro per capirli. Gli è sufficiente confessare, ascoltare, consigliare, provvedere. È un prete in mezzo agli operai. La differenza non è da poco: per tantissimi, l’incontro con lui rappresenta l’inizio della conversione.

IL CAPPELLANO DI SOLIDARNOŚĆ. “DISTINGUERE FRA COMUNISMO E CHI N’È SOGGIOGATO”
don Jerzy Popieluszko. Con la sua consueta "tuta" da operaio del Signore. Prete fino in fondo all'anima
Frattanto, le vicende politiche seguono il loro corso: il 17 Settembre 1981 viene creato il Sindacato Indipendente Autogestito Solidarność (termine che significa solidarietà). La Chiesa si rende vicina al sindacato che desta preoccupazioni in Unione Sovietica. Si tenta pure di procedere ad un accordo con il governo, ma l’incontro, datato 4 novembre 1981, tra Jaruzelski, il nuovo primate Glemp, succeduto a Wyszynski, e Lech Wałęsa, leader di Solidarność, non porta a nulla. Don Jerzy continua la sua missione: è con gli operai, diventando il cappellano di Solidarność, ma segue anche altri scioperanti, come gli studenti di medicina. Ancora una volta, li incoraggia, li sostiene. Lo fa sempre da prete, però, attento a non suscitare sentimenti di odio contro i nemici. Sa ben distinguere tra l’ideologia comunista e coloro che ne sono soggiogati. “Combatto il peccato, non le sue vittime”, ripete più volte, con la stessa pacatezza con la quale affronta le difficoltà e la persecuzione crescente. In questo sforzo per dare speranza al popolo di cui egli è parte integrante, padre Popiełuszko non si sente solo. Segue i moniti di Karol Wojtyla che, nel frattempo, è diventato papa, provocando un’ondata di gioia in tutta la Polonia: anche il pontefice invita la sua nazione a resistere con coraggio, senza cedere all’odio. Don Jerzy fa tesoro delle parole di Giovanni Paolo II e cerca di declinarle nella vita da spiati, controllati, perseguitati, che lui e molti altri vivono ogni giorno. Soprattutto a partire dal 13 Dicembre 1981.

ALLA LEGGE MARZIALE RISPONDE CON LE MESSE PER LA PATRIA
Ritrovato dopo giorni orrendamente massacrato e sfigurato, da un commando di burocrati dello sterminio del ministero degli interni della Polonia comunista di Jaruzelsky al soldo di Mosca
E’ quello, infatti, il giorno in cui viene istituita la legge marziale (sarà revocata due anni dopo, ma la situazione faticherà a tornare normale). Arresti, internamenti, sospensioni di libertà fondamentali, comparsa di carri armati e posti di blocco. Da quel momento, se possibile, Jerzy Popiełuszko si lega ancor di più alle vicende del suo popolo. Impressionante tutto ciò che fa per chi si trova nel bisogno, sia esso povero, malato, internato. Qualcuno dirà che la porta della sua stanza è aperta 24 ore su 24 per le necessità degli altri. A leggere le testimonianze sui suoi gesti si capisce che non è un’esagerazione. Quello che, tuttavia, lo impone all’attenzione nazionale e anche internazionale è la celebrazione delle messe per la Patria, che vengono organizzate a Varsavia, nella chiesa di Żoliborz, in cui lui risiede. Non è un’idea sua ma presto viene individuato come il più adatto a celebrarle. Con don Jerzy diventano messe a cui partecipano migliaia di persone che vengono da ogni parte della Polonia. Soprattutto, si imprimono nella memoria collettiva per le sue omelie. Semplici, come lui, ma capaci di far rimanere in religioso silenzio tutti partecipanti. Nonostante gli accenni alla situazione, le omelie non hanno un carattere marcatamente politico, pur parlando di giustizia, di libertà, di verità. Perché a don Jerzy non interessano le declinazioni politiche e partitiche di questi valori ma la loro radice evangelica. Non gli interessa condannare, fare i nomi dei carnefici, ma persuadere tutti coloro che ascoltano – pure i nemici – che questi valori possono essere testimoniati nella vita di ognuno e, di conseguenza, è possibile dare nuova vita anche alla Polonia martoriata.

UN SAVONAROLA DELL’ANTICOMUNISMO: PAROLA DEL GOVERNO DI JARUZELSKI
Ecce Homo! I funerali. Sfigurato dalle torture e dalla lunga decomposizione. Alter Christus, Imago Christi perfetta. Il criminale regime comunista polacco non ha tentato di uccidere un sindacalista, ma un vero prete. Cioè Cristo stesso e la fede del grande popolo che ne aveva fatto vessillo di libertà
Perché, come si diceva, l’idea di fondo di padre Popiełuszko è questa: la dura battaglia contro il peccato – anche quando strutturato socialmente – e la compassione per coloro che ne rimangono vittime per le quali è necessario pregare, chiedere perdono a Dio, sacrificarsi. “Vinci il male con il bene”, ricorda san Paolo: questo diventa il programma di vita di don Jerzy. Non c’è altra strada, per quello che è stato definito con disprezzo “un Savonarola dell’anticomunismo” dal portavoce del governo Jaruzelski e che, invece, è un pastore mite, capace tuttavia di mantenersi fermo quando ha una convinzione. L. Geninazzi, che lo conobbe personalmente, ha scritto su Avvenire: “Non aveva nulla dell’agitatore politico… non era certo un eroe, provava spesso sentimenti d’ansietà e di stanchezza”.


 L’ULTIMO GIORNO. IL VOLTO DEL CROCIFISSO
La vecchia madre di Popieluszko ottiene l'immensa celeste consolazione d'assistere alla beatificazione della meravigliosa creatura che aveva partorito
Questo, però, chi lo odia non lo comprende. Padre Popiełuszko è popolare ed è un sacerdote che ama la Polonia e il suo popolo. Tradotto nel linguaggio dei suoi nemici: scomodo e fastidioso. Dopo averle tentate tutte per fermarlo, rimane solo l’eliminazione fisica. Don Jerzy è chiamato ad essere fedele a quello che egli stesso ha detto in precedenza durante un’omelia: “… per vincere il male con il bene bisogna armarsi della virtù del coraggio. La virtù del coraggio rappresenta la vittoria sulla debolezza umana, in particolare sulla paura. Il cristiano non deve dimenticare che si deve aver paura solo di tradire Cristo per i trenta denari di una meschina tranquillità. Il cristiano non può accontentarsi solo di respingere il male, la menzogna, la viltà, la violenza, l’odio, la prevaricazione, ma deve egli stesso essere un vero testimone, un portavoce e un difensore della giustizia, del bene, della verità, della libertà e dell’amore. Deve rivendicare con coraggio questi valori, per sé e per gli altri”. Il 19 Ottobre del 1984, mentre torna in macchina a Varsavia, dopo essersi recato in una località vicina per impegni ecclesiali, lo rapiscono, lo chiudono in un bagagliaio, manganellandolo a più riprese, lo “incaprettano” e poi, con un sacco di pietre ai piedi, lo buttano giù nelle acque della Vistola. Gli autori del rapimento sono tre agenti del Ministero degli Interni, da cui il governo e il partito comunista – a seguito dell’indignazione nazionale e internazionale – prendono le distanze. Lo ritrovano il 30 Ottobre. Nel verbale medico sull’esame della cadavere, si legge: “Salma avvolta in un sacco di cellophane legato a croce…”. Un segno che rimanda a quella croce che padre Popiełuszko ha abbracciato con fedeltà fino alla fine. Le botte e la permanenza in acqua lo hanno reso quasi irriconoscibile. Nell’omelia per la beatificazione, Mons. Amato spiega: “Il volto orrendamente sfigurato di questo mite sacerdote somigliava a quello flagellato e umiliato del Crocifisso, senza più bellezza e decoro. La bocca insanguinata di quella faccia martoriata sembrava ripetere le parole del Servo del Signore: «Ho presentato il dorso ai flagellatori, la guancia a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi» (Is 50, 6)”. Quel volto, però, nonostante il tentativo brutale di cancellarlo, ora è inciso profondamente nel cuore della Polonia. E nella gloria di Dio.

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