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sabato 5 gennaio 2013

tuttavia sono fatto, io pure, per comprendere e per sentire l'immortale Bellezza!

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"Sono l'ultimo, il più solitario degli uomini, privo d'amore e d'amicizia, e per questo inferiore al più imperfetto degli animali.
E tuttavia sono fatto, io pure, per comprendere e per sentire l'immortale Bellezza! Ah! Dea! Abbi pietà della mia tristezza e del mio delirio ” 

il folle e la Venere da "lo Splenn di Parigi"
Baudelaire

la preghiera



 la preghiera
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Bersani e Vendola ascoltino Papa Ratzinger. Parola di quattro intellettuali marxisti

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Sui temi etici Mario Monti, da politico consumato, dice e non dice. Il Pdl lo incalza («Evita accuratamente di avere un pensiero o di annunciare una posizione», è stata la critica del senatore Maurizio Sacconi), il Pd tace, l'Udc di Casini glissa.
Eppure il Vaticano, insieme ai vertici della Cei, qualche giorno fa lo ha indicato come l'uomo giusto per guidare l'Italia in questo frangente così caotico. Poi sono seguite parziali smentite e qualche dietrofront. «I credenti non si riconoscono in un'unica leadership, dunque non ha senso evocare l'epoca lontana dell'unità politica dei cattolici», ha detto monsignor Domenico Sigalini, assistente generale dell'Azione Cattolica, «la situazione è molto confusa e non si possono dare valutazioni definitive».
D'altra parte, divorzio, aborto, procreazione assistita, riconoscimento delle coppie di fatto e omosessuali, testamento biologico sono temi spinosi. Soprattutto in campagna elettorale. A sinistra, però, c'è qualcuno che ha preso una posizione molto chiara. E non da oggi. Si tratta di quattro importanti studiosi: il giurista Pietro Barcellona, ex deputato del Pci; l'ex dirigente di Lotta Continua, e oggi docente all'Università Europea dei Legionari di Cristo, Paolo Sorbi; il padre dell'operaismo italiano e presidente del Centro per la riforma dello Stato fondato da Pietro Ingrao Mario Tronti e, infine, il presidente della Fondazione Istituto Gramsci Giuseppe Vacca. Tutti e quattro hanno militato tra le file del Partito comunista e oggi fanno riferimento al Partito democratico.
Il loro manifesto lo hanno lanciato più di anno fa, il 16 ottobre 2011, al Convegno di Todi che riuniva le varie anime dell'associazionismo cattolico. Quel testo è stato riproposto oggi nel libro Emergenza antropologica (Guerini e Associati). Scrivono i quattro intellettuali: «La manipolazione della vita, originata dagli sviluppi della tecnica e dalla violenza insita nei processi di globalizzazione in assenza di un nuovo ordinamento internazionale, ci pone di fronte a una inedita emergenza antropologica. Essa ci appare la manifestazione più grave e al tempo stesso la radice più profonda della crisi della democrazia. Germina sfide che esigono una nuova alleanza tra uomini e donne, credenti e non credenti, religioni e politica».
Una posizione perfettamente in linea con il magistero della Chiesa e di Benedetto XVI. Tanto che qualcuno ha pensato bene di affibbiare ai quattro intellettuali l'etichetta di “marxisti ratzingeriani”. I quali senza mezzi termini accusano la sinistra italiana, dagli equilibrismi di Bersani alle richieste di Nichi Vendola, di aver ceduto a «culture falsamente libertarie, per le quali non esiste altro diritto che non sia il diritto dell'individuo».
L'invito che i quattro fanno alla loro area politica è quella di confrontarsi proprio con il Pontefice-teologo e «in particolare con due temi fondamentali del suo magistero: il rifiuto del relativismo etico e il concetto di valori non negoziabili». A Bersani, sicuramente, saranno fischiate le orecchie. A Vendola, scommettiamo, ancora di più.
Il 30 dicembre scorso su La Lettura, l'inserto culturale del Corriere della Sera, uno dei maggiori sponsor di un Monti bis magari proprio insieme al Pd, è apparsa una critica al pensiero dei marxisti ratzingeriani. «Si ha l'impressione», ha scritto Antonio Carioti, «che costoro abbiano evocato le formule papali facendo finta di non cogliere la portata, o meglio cercando di attenuarla surrettiziamente». Poi ecco la stoccata: «Il vero bersaglio degli strali pontifici è piuttosto il principio dell'autodeterminazione individuale, cioè il pilastro della bioetica laica cui s'ispira la sinistra in tutta Europa».
In realtà, qui non è in gioco il diritto all'autodeterminazione dei singoli ma una radicale trasformazione antropologica dell'essere umano che si esplica nella pretesa pericolosissima della tecnica (che va a braccetto con il business) di modificare alla radice il concetto di vita umana dotando l'uomo di un potere manipolativo sulla vita stessa e della possibilità di creare ex novo un essere vivente. Non solo, ma nel caso delle adozioni per le coppie gay, ad esempio, siamo di fronte al tentativo di manomettere le strutture profonde che reggono l'identità individuale e sociale e di ridurre al nulla la differenza sessuale e la complementarità uomo-donna per soddisfare il capriccio di alcuni.
In definitiva, i “marxisti ratzingeriani” si aggiungono a tutte quei pensatori più lucidi, e non necessariamente credenti, che hanno riconosciuto da tempo e con grande chiarezza che c'è qualcosa di molto più pericoloso e drammatico del pur importante inquinamento ambientale, della crisi economica e delle guerre che dilaniano il pianeta. Si tratta della possibile produzione della vita per mezzo della tecnica e dello stravolgimento della struttura individuale e familiare. Nella sinistra italiana molti intellettuali lo hanno compreso e detto coraggiosamente spezzando il conformismo delle idee dominanti. Vendola, Bersani e gli altri del Pd la pensano allo stesso modo?

Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/blogs/opportune-et-importune/il-manifesto-dei-marxisti-ratzingeriani-mette-imbarazzo-bersani-e-vendola

La favoletta di Don Camillo

 

La favoletta di Don Camillo

Don Camillo raccontò questa favoletta: «Un feroce lupo pieno di fame girava per la campagna e arrivò a un gran prato recinto da una altissima rete metallica. Dentro pascolavano tranquille le pecorelle. Il lupo girò tutt’attorno per vedere se qualche maglia si fosse allentata nella rete, ma non trovò buchi. Scavò con le zampe per fare un buco nella terra e passar sotto la rete, ma ogni fatica fu vana. Tentò di saltare la siepe, ma non riusciva neppure ad arrivare a metà. Allora si presentò alla porta del recinto e gridò: “Pace! Siamo tutti creature di Dio e dobbiamo vivere secondo le sue leggi!”. Le pecorelle si appressarono e allora il lupo disse con voce ispirata: “Viva la legalità! Finisca il regno della violenza! Facciamo una tregua!”. “Bene!”, risposero le pecorelle. “Facciamo una tregua!”. Il lupo si accucciò davanti alla porta del recinto e passava il tempo cantando. Ogni tanto si levava e andava a brucare l’erba ai piedi della rete metallica. “Uh! Guarda, guarda!”, si stupirono le pecore. “Mangia l’erba anche lui, come noi! Non ci avevano mai detto che i lupi mangiano l’erba!…”. “Io non sono un lupo!”, rispose il lupo. “Io sono una pecora come voi. Una pecora di un’altra razza”. Poi spiegò che le pecore di tutte le razze avrebbero dovuto fare causa comune. “Perché”, disse alla fine, “non fondiamo un Fronte Pecorale Democratico [1]? Io ci sto volentieri e non pretendo nessun posto di comando. È ora che ci uniamo contro chi ci tosa, ci ruba il latte e ci manda al macello!”. “Parla bene!”, osservarono alcune pecore. “Bisogna fare causa comune!”. E aderirono al Fronte Pecorale Democratico e, un bel giorno, aprirono le porte. Il lupo, diventato capo del piccolo gregge, cominciò, in nome dell’Idea, la epurazione di tutte le pecore antidemocratiche e le prime furono quelle che gli avevano aperto la porta. Alla fine l’opera di epurazione terminò, e quando non rimase più neppure una pecora il lupo esclamò trionfante: “Ecco finalmente il popolo tutto unito e concorde! Andiamo a democratizzare un altro gregge!”»
Giovannino Guareschi, da “Don Camillo e il suo gregge”.

venerdì 4 gennaio 2013

l’Icaro di Matisse

l’Icaro di Matisse
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L. Giussani, -L’io rinasce in un incontro-

Ciò che ci deve muovere è quel presentimento di felicità che è la letizia del vivere. Allora il cerchio rosso dell’Icaro di Matisse cosa significa e simboleggia? È per quel cuore che l’uomo, la figura dell’uomo si libra negli spazi e il tempo e lo spazio non sono solo tomba, ma anche spunto per uno slancio. Quel cuore simboleggia che la figura di Icaro è legata, aspira, cioè dipende da qualcosa d’altro, dipende. Dipende da qualcosa d’altro. Se non ci fosse qualcosa d’altro, anche evanescentissimo, quella figura cadrebbe su se stessa, cadrebbe giù, si spiaccicherebbe, come, infatti, è il destino di questa fiaba nella mentalità pagana. Nella mentalità pagana, cioè nella mentalità mondana, l’Icaro è destinato a distruggersi a terra, perché il cuore non tiene, cioè le ali non tengono. Invece quel cuore è il simbolo del rapporto con qualcosa.
Una foglia lontana dal proprio ramo non è più una foglia. Che sia ancora foglia è la sopravvivenza di un’apparenza, perché incomincia a marcire! Allora vuole dire che per essere foglia deve essere legata al ramo, come il ramo al tronco; vale a dire, bisogna che appartenga! Questo è l’Icaro di Matisse, esile fin quanto volete, ma ha la percezione di appartenere a qualcosa d’altro.
Ciò che definisce l’identità, la forza e la letizia di un soggetto – o di una realtà – è la sua appartenenza, è ciò cui appartiene.
già pubblicato in 
"la bellezza è una ferita"
 


Ciò che ci deve muovere è quel presentimento di felicità che è la letizia del vivere. Allora il cerchio rosso dell’Icaro di Matisse cosa significa e simboleggia? È per quel cuore che l’uomo, la figura dell’uomo si libra negli spazi e il tempo e lo spazio non sono solo tomba, ma anche spunto per uno slancio. Quel cuore simboleggia che la figura di Icaro è legata, aspira, cioè dipende da qualcosa d’altro, dipende. Dipende da qualcosa d’altro. Se non ci fosse qualcosa d’altro, anche evanescentissimo, quella figura cadrebbe su se stessa, cadrebbe giù, si spiaccicherebbe, come, infatti, è il destino di questa fiaba nella mentalità pagana. Nella mentalità pagana, cioè nella mentalità mondana, l’Icaro è destinato a distruggersi a terra, perché il cuore non tiene, cioè le ali non tengono. Invece quel cuore è il simbolo del rapporto con qualcosa.
Una foglia lontana dal proprio ramo non è più una foglia. Che sia ancora foglia è la sopravvivenza di un’apparenza, perché incomincia a marcire! Allora vuole dire che per essere foglia deve essere legata al ramo, come il ramo al tronco; vale a dire, bisogna che appartenga! Questo è l’Icaro di Matisse, esile fin quanto volete, ma ha la percezione di appartenere a qualcosa d’altro.
Ciò che definisce l’identità, la forza e la letizia di un soggetto – o di una realtà – è la sua appartenenza, è ciò cui appartiene.


L. Giussani, -L’io rinasce in un incontro-
"la bellezza è una ferita"

non tocca a noi dominare tutte le maree di questo mondo

 non tocca a noi dominare tutte 
le maree di questo mondo
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"Altri mali potranno sopraggiungere, perché Sauron stesso non è che un servo o un emissario. Ma non tocca a noi dominare tutte le maree di questo mondo; il nostro compito é fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare. Ma il tempo che avranno non dipende da noi"

Il Signore degli Anelli, il Ritorno del Re, di J.R.R. Tolkien, tradotto da Vicky Alliata di Villafranca, edizione Bompiani 2002

mercoledì 2 gennaio 2013

Sono i principi non negoziabili gli unici criteri per giudicare candidature e programmi di governo


Sono i principi non negoziabili gli unici criteri per
 giudicare candidature e programmi di governo 
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mons. Luigi negri 
Dal sito dell'on. Alfano:
Mi sembra interessante questa intervista a mons. Negri, pubblicata su La Stampa di oggi:

“Dal Vaticano più prudenza nell’ appoggio al Professore” Mons. Negri: i politici vanno giudicati dai valori che difendono
La Chiesa ci ha educati alla libertà, non ci deve ricondurre tutti allo stesso schieramento

Il nostro compito non è distribuire ai partiti formare etichette di cattolicità ma formare le coscienze: non c’è alcuna indicazione di voto da parte della Chiesa a favore di Monti“.



Nega qualunque «endorsement» da parte della Chiesa a favore del premier, Luigi Negri, neo arcivescovo di Ferrara, storico collaboratore del fondatore di CI, don Giussani, commissario Cei perla Dottrina della Fede e presidente della fondazione internazionale Giovanni Paolo II per il magistero sociale della Chiesa.
E avverte: «Monti va giudicato come tutti i politici per ciò che fa a difesa della vita e della famiglia e la sua sobrietà nello stile non garantisce nulla: la storia è piena di totalitarismi estremamente sobri».
I media cattolici e la Cei si sono schierati con Monti?
«Esprimere una valutazione o formulare una dichiarazione di stima non significa attribuire la patente di cattolico a uno schieramento. Nel messaggio per la giornata della pace, il Papa ha chiarito che i valori non negoziabili sono razionali e quindi validi anche per i non credenti eppure ci sono partiti che escludono i temi bioetici dai loro programmi. Matrimonio uomo-donna, libertà di educazione, salvaguardia della sacralità della vita dal concepimento al suo termine naturale, sussidiarietà. Ecco il banco di prova. E qui che si valutano le forze politiche. Altrimenti il sostegno a priori delle autorità ecclesiastiche suonerebbe utilitaristico, un “do ut des” in clamoroso contrasto con l’ insegnamento di Benedetto XVI. La Chiesa non può ragionare secondo il “tu mi dai, io ti do”. Non mi pare proprio l’ ottica del Papa quella di appoggiare un determinato partito o candidato».
È in corso la caccia ai «voti del cielo»?
«Noi educhiamo i fedeli, non li telecomandiamo nell’ urna. Al Sinodo il Papa ha sempre unito i termini dialogo e identità forte. Quando sento di endorsement per Monti, sono certo che non vada attribuito al Pontefice. E uno scenario riduttivo, antiquato. A che condizioni si pretende di negoziare con la politica? Nella loro responsabilità serve più prudenza e discrezione a chi media tra il Papa e il resto della Chiesa e della società . Ogni credente vota liberamente per chi vuole, in base al rispetto dei principi fondamentali della fede. La scelta per questo o quel partito è espressione identitaria, non scaturisce da un’ indicazione dall’ alto».
Cosa non la convince di Monti?
«La questione non va personalizzata. Come pastori non dobbiamo ridurci ad analisi solo politiche, perciò è fuori luogo esprimersi sulle singole persone. Sono i principi non negoziabili gli unici criteri per giudicare candidature e programmi di governo. Non c’è traccia di temi etici nella sua Agenda e quindi mi chiedo come si possa parlare di appoggio della Chiesa a Monti in assenza di un suo esplicito impegno sulle questioni di fede fondamentali. In Vaticano e fuori ci sono stati interventi di autorità ecclesiastiche che però non possono essere interpretati come un sostegno aperto della Chiesa al premier. E anche l’ enfasi posta sul cambiamento di stile nella vita pubblica mi sembra superficiale. I libri sono pieni di dittatori assolutamente sobri».

martedì 1 gennaio 2013

L'ATTESA


 L'ATTESA
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Nell’attesa si documenta
la struttura della nostra natura, l’essenza della nostra anima. Noi
attendiamo perché la promessa è all’origine, è l’origine della nostra fattura,
di come siamo stati fatti. Chi ha fatto l’uomo lo ha fatto come promessa.
E questo lo sappiamo proprio perché attendiamo.
«Strutturalmente – ci ricorda don Giussani – l’uomo attende; strutturalmente
è mendicante: strutturalmente la vita è promessa».5 Possiamo
dire o fare tutto quello che vogliamo – cercare di distrarci secondo tutte le
modalità che conosciamo, essere conniventi con tutta la cospirazione che
c’è oggi intorno a questa attesa, ciascuno può aggiungere tutto quello che
sa o tutte le strategie che usa per scappare dal guardarla, e anche stando
insieme possiamo non avere il coraggio di guardarla –, ma non possiamo
strapparci di dosso questa attesa, perché è la struttura della nostra natura,
non abbiamo deciso noi di averla, né possiamo decidere noi di sopprimerla,
non è da noi che dipende, non possiamo farci nulla. 
Possiamo, questo sì, decidere di assecondarla oppure di contrastarla,
 di amarla oppure di odiarla, e questa è l’alternativa che si pone 
davanti a ciascuno di noi ogni giorno.
Bramo perché la sostanza dell’io è attesa, e se la struttura originale
dell’uomo è attesa, la cosa più terribile che posso compiere contro questa
natura che sono io è non aspettare niente. Scrive Pavese: «Aspettare è
ancora una occupazione. È non aspettar niente che è terribile»
È drammatico  aspettare, ma è tragico non aspettare niente. Infatti, l’alternativa
all’attesa è la noia. Lo dice bene Blanchot: «La putrefazione dell’attesa
[è] la noia».7 Ma questa attesa è così resistente che, come scrive Marcel
Proust, «sapere che non si ha più nulla da sperare non impedisce di 
continuaread attendere»; essa è così strutturalmente una cosa sola con
 noi, ci definisce talmente in ogni fibra del nostro essere, che non possiamo
 non aspettare. 
Come dice ancora Rilke: «Sempre distratto ancora d’attesa, /
come se tutto t’annunciasse un’amata». Uno si sorprende “distratto” ad
attendere. Come quando uno è innamorato: «A che cosa stai pensando?»
«A che cosa credi che pensi?». «Distratto ancora d’attesa, / come se tutto
t’annunciasse un’amata».
Dai letterati ai cantanti, il tema è il medesimo, come abbiamo visto nella
mostra sul rock’n’roll del Meeting di quest’anno, per esempio in questo
brano del gruppo inglese Coldplay: «Non so da che parte sto andando,
non so per quale strada sono arrivato, racchiudi la mia testa dentro le
tue mani, ho bisogno di qualcuno che capisca, ho bisogno di qualcuno,
qualcuno che ascolti. Per tutti questi anni ho atteso te, per te aspetterei
fino alla venuta del regno, fino a che il mio giorno, il mio giorno arrivi.
E dì che arriverai e mi libererai. Dì solo che attenderai, attenderai me».
CARRON 

da:Il libretto degli Esercizi del Clu



valori non negoziabili

La Chiesa educa ai criteri, non indica i partiti
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  Luigi Negri*01-01-2013
L’esigenza fondamentale in un momento come questo della nostra vita sociale è quello di avere delle proposte culturalmente forti, dalle quali poi trarre le conseguenze di carattere sociale e politico.

Il mondo cattolico ha a disposizione secoli, una serie di proposte forti che si sintetizzano nel senso del termine stesso della Dottrina sociale della Chiesa. Dottrina di libertà per la persona, per la famiglia, per la società e di autentica dialettica positiva nei confronti delle istituzioni affinché le istituzioni si pongano a servizio della società e non cerchino di imporsi alla società, come spesse volte ha richiamato il beato Giovanni Paolo II.

Ora il magistero di Benedetto XVI ha avuto a questo livello il merito di sintetizzare ancora più radicalmente la questione formulando quel valori non negoziabili che - come ha detto il Papa più di una volta - trovano la loro fondazione, la loro adeguata esplicitazione nell’ambito della tradizione ecclesiale; ma sono come tali princìpi di ragione, e quindi utilizzabili, fruibili da parte anche di coloro che non hanno una esplicita professione di fede. In questo senso sono valori perfettamente laici sui quali si può costruire una realtà sociale piena, e di profonda laicità. Laicità intesa come apertura al problema del senso della vita, della verità, della bellezza, del bene, della giustizia, non quella laicità che qualcuno ha addirittura chiamato in questi ultimi tempi «sano laicismo di Stato».

Il mondo cattolico ha bisogno di essere richiamato a questi valori.
E questi valori devono essere formulati in modo sempre più chiaro, stringente, esemplificando la loro pertinenza, in modo che diventino i criteri per la scelta di persone, di formazioni, di strutture, le quali poi possono essere fatte tenendo presenti anche degli aspetti più analitici. Ma si arriva alle necessarie analisi, che possono essere anche articolate e variegate, soltanto se esiste una forte adesione a questi princìpi.

Questo è lo spazio della vita ecclesiale che deve essere riempito: quello di una autentica formazione a una cultura della fede, e quindi a una cultura della Dottrina sociale.

Mi sembra che concentrare immediatamente l’attenzione da parte dei vari ambiti della vita ecclesiale su analisi di carattere “politico” o valutazioni di carattere personale, finisca per ridurre il peso e la portata della presenza cattolica in Italia.
Sia a livello della vita del popolo, sia a livello delle strutture sociali, sia a livello delle strutture istituzionali, quella cattolica in Italia è una presenza di forti motivazioni ideali, che poi diventano criteri per valutare condizioni, proposte, progetti di carattere politico. Se si inverte il processo, ciò che è analitico e conseguenziale rischia di diventare iniziale e fondante. E questo non serve, non è positivo né per la presenza cattolica né per la realtà sociale.

Si deve poi ricordare – e non sarà cosa secondaria – il principio fondamentale con cui la Dottrina sociale della Chiesa ha sempre valutato persone e istituzioni, ovvero il concetto di libertas ecclesiae (libertà della Chiesa). Certamente anche libertà dai condizionamenti, dai tentativi di ridurre istituzionalmente la libertà, ma soprattutto libertà di presenza, libertà di missione, libertà di svolgere dentro il mondo tutta la potenza dell’annunzio evangelico dalla fede alle opere. E’ proprio questa chiarezza, questo recupero del valore della libertà, libertas ecclesiae, come libertà di missione ad essere particolarmente significativo in un momento grave di passaggio della nostra vita sociale.

*Arcivescovo eletto di Ferrara-Comacchio

i principi non negoziabili

Il Cattolico in Politica

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Il punto di vista dell'arcivescovo Crepaldi sui principi non negoziabili fa pensare e discutere

Stefano Fontana

ROMA, Monday, 31 December 2012 (Zenit.org).
Esce la seconda edizione di un libro fortunato, che ha avuto una notevole accoglienza e ha suscitato vive discussioni: “Il Cattolico in Politica” . Questa nuova edizione (Cantagalli, Siena 2012) contiene un'ampia Introduzione e due Appendici, tra cui il corposo articolo sui principi non negoziabili pubblicato da mons. Giampaolo Crepaldi su “Il Foglio” del luglio 2011.
L’Introduzione è da considerarsi un vero e proprio saggio dedicato proprio ai principi non negoziabili. L’Autore prende in esame le principali obiezioni rivolte verso la prima edizione del libro apprese sia dalle recensioni, sia dai confronti avuti nelle numerose presentazioni pubbliche. La maggior parte delle osservazioni critiche riguardavano proprio i principi non negoziabili, vera e propria pietra di inciampo per la cultura cattolica di oggi e segno di contraddizione.
Ma perché la critica si è concentrata prevalentemente su questo punto? Mons. Crepaldi ritiene che il motivo sia dovuto al fatto che sui principi non negoziabili ci sono molti fraintendimenti e aspetti da chiarire. Il primo consiste nel non considerarli “principi” ma “valori”: la vita, la famiglia, la libertà di educazione sono senz’altro grandi valori.
Ma non sono solo valori, sono principi, ossia delle luci, dei criteri, degli orientamenti. Essi indicano un'architettura della società, forniscono delle priorità, esprimono delle istanze da applicare in molti campi dell’azione politica o amministrativa. Il fatto che tali principi siano presenti o meno in un'agenda politica ha un'importanza strategica: manca o meno il giusto orientamento.
Mons. Crepaldi, senza nulla togliere al significato bioetico del tema della vita o di quello della famiglia, per esempio, fa notare che la difesa della vita o della famiglia ha un significato ampiamente sociale, che ha a che fare con la casa, il fisco, l’educazione, il welfare, le politiche giovanili e così via. Allora non sono temi particolari ma ottiche generali sullo sviluppo della società. 
Il punto, spiega l’Autore, è molto importante perché coloro che si rifanno ai principi non negoziabili sono spesso accusati di non avere una visione politica di insieme, ma di fare delle singole richieste sul tema dell’aborto, del riconoscimento delle coppie omosessuali o su altre tematiche particolari.
Così non è se consideriamo i principi non negoziabili, appunto, non come singoli temi dell’agenda politica, ma orientamenti generali con ripercussioni su tutti gli aspetti della vita sociale e politica. Senza tenerli presenti, si avrà un impoverimento generale della nostra vita comunitaria.
L’Arcivescovo Crepaldi sa bene che su questi argomenti è in atto una dura battaglia di civiltà. E sa bene che il motivo oltre che politico, è anche teologico. L’importanza dei principi non negoziabili è dovuta al loro collegamento con la “natura” e in particolare con la “natura umana”. Chi li nega o li sottovaluta, di fatto, apre le porte allo sgretolamento progressivo del concetto di natura umana.
Non si tratta solo di una diversa visione dell’uomo. Si tratta di impedire o permettere il rapporto con il Creatore. Per questo è un problema politico e teologico allo stesso tempo. Chi nega i principi non negoziabili alla fine vuole che non ci sia un posto per Dio nel mondo; chi li afferma e li difende lotta perché ci sia un posto per Dio nel mondo. Il confronto è ai massimi livelli. 
La nuova edizione de “Il Cattolico in Politica” è, dunque, particolarmente incentrata sui principi non negoziabili, ma la cosa non deve far dimenticare l’articolata struttura del libro, che è diviso in dieci capitoli dedicati ai Principi e ad altri dieci capitoli dedicati ai Contenuti. Il linguaggio è chiaro, gli esempi sono efficaci, il tono è avvincente. Il cattolico che opera in politica può trovare qui un quadro completo per definire meglio il suo operato secondo la visione della Chiesa e quella della retta ragione.