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lunedì 24 dicembre 2012

Quella forza rigenerante dell'attesa che ci fa scoprire il divino nell'uomo

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di Julián Carrón
23/12/2012 - L'editoriale di "Tracce" di gennaio, un contributo di Julián Carrón, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, pubblicato dal "Corriere della Sera" il 23 dicembre 2012
Caro Direttore,
le difficoltà che ci troviamo ad affrontare, da quelle personali (precarietà, se non perdita del lavoro, malattie, fragilità umane, smarrimento esistenziale, male fatto o subito) a quelle collettive (crisi economica, disagi sociali, confusione politica, incertezza internazionale), sono così imponenti che potrebbero indurre a ritenere inevitabile la scomparsa di ogni attesa. Eppure mai come in queste circostanze risulta evidente quanto siano vere le parole di Dante a noi familiari: «Ciascun confusamente un bene apprende / nel qual si queti l’animo, e disira: / per che di giugner lui ciascun contende».
Ma che lealtà occorre in ciascuno di noi per riconoscere questa attesa e questo desiderio di bene! Quello che rende più difficile questo riconoscimento è il clamore sociale che tutti concorriamo a generare con la nostra connivenza. Infatti, «tutto cospira a tacere di noi, un po’ come si tace di un’onta, forse, un po’ come si tace una speranza ineffabile» (Rilke). Ognuno di noi sa bene fino a che punto dà il proprio contributo a questa cospirazione.
Chi l’avrà vinta? La parte di noi che attende o quella che cospira?

L’indizio di una risposta ci viene da Pavese, che ha colto come nessun altro il persistere in noi di questa attesa: «Com’è grande il pensiero che veramente nulla a noi è dovuto. Qualcuno ci ha mai promesso qualcosa? E allora perché attendiamo?». Infatti, perché continuiamo ad attendere anche nelle situazioni più disperate? Perché nessuna sconfitta personale o crisi storica riesce a cancellare da ogni fibra del nostro essere il barlume, sebbene inconsapevole, di un’attesa? Perché questa attesa ci costituisce nel profondo, tanto che «si affaccia ancora oggi, in molti modi, al cuore dell’uomo» (Benedetto XVI). Anche se ridotto, trascurato e osteggiato, il cuore non cessa di desiderare.
Non di rado l’impossibilità di strapparci di dosso questa attesa può sembrare una condanna. Ma gli spiriti più acuti identificano altrove la vera condanna. Ne Il mestiere di vivere, sempre Pavese ci ricorda che «aspettare è ancora un’occupazione. È non aspettar niente che è terribile». Tutti sappiamo che cosa diventa la vita quando non aspettiamo più nulla: una noia che finisce nella disperazione e nel cinismo. Attendere è la struttura del nostro essere. La sostanza del nostro io è l’attesa.
Ora, malgrado questa nostra struttura originale, tante volte facciamo fatica a sperare. Quanto ha ragione Péguy quando ci ricorda che «per sperare occorre aver ricevuto una grande grazia». Ma quale grazia può essere all’altezza della sfida e sostenere la speranza di fronte a qualsiasi eventualità?

Precisamente a questo livello ci viene incontro l’avvenimento che celebriamo nel Natale. L’annuncio cristiano si rivolge all’io di ciascuno di noi, sfidando ogni scetticismo e sfiducia, come risposta imprevedibile alla nostra ferita. Per farsi risposta che l’uomo possa sperimentare, l’Infinito ha assunto una forma finita. Nel Natale è abolita la distanza altrimenti incolmabile tra il finito e l’Infinito.
In questa prospettiva, avere fede non significa piegarsi a una serie di precetti, studiare una dottrina o partecipare a una organizzazione: la fede cristiana è riconoscere il divino presente nell’umano, come fu per Simone, la Maddalena, la Samaritana, Zaccheo, colpiti da una presenza che destava l’improvviso presentimento di una vita diversa. Non erano le gambe raddrizzate, la pelle mondata, la vista riacquistata a colpirli. «Il miracolo più grande era uno sguardo rivelatore dell’umano cui non ci si poteva sottrarre» (don Giussani).

La Chiesa celebra il Natale affinché anche noi possiamo fare esperienza di questo abbraccio che afferra la nostra umanità, la mia e la tua, per compiere quell’attesa che vibra in ogni mossa del nostro cuore inquieto. Come duemila anni fa, anche oggi il significato dell’esistenza si rende presente attraverso una realtà umana che si può vedere e toccare, dentro un tempo e un spazio, ci raggiunge con un inconfondibile accento di promessa e di speranza al quale ci possiamo legare, dentro la vita della Chiesa.
Questa è la grazia, il nuovo inizio nel mondo, il cui primo testimone è Benedetto XVI: «Giustamente, nessuno può avere la verità. È la verità che ci possiede, è qualcosa di vivente! Noi non siamo suoi possessori, bensì siamo afferrati da lei. Dio ci è diventato così vicino che Egli stesso è un uomo: questo ci deve sconcertare e sorprendere sempre di nuovo!».
Buon Natale a tutti.


Julián Carrón
 
La Madonna ferita pellegrina nel mondo
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 La chiesa di Urakami Tenshudo a Nagasaki dopo il bombardamento
Scrive il rinomato quotidiano Asahi Shinbun: “La bomba atomica ‘Fat Man’ (il grassone) il 9 agosto di 65 anni fa ha ridotto in macerie anche la magnifica cattedrale di Urakami, allora la piu’ grande chiesa dell’Asia.
 
L’accecante lampo nucleare che in un istante ha ucciso 70.000 persone, ha ridotto in frantumi vetrate istoriate, ha fatto crollare pareti, incendiato l’altare e fuso le campane. Ma tra le macerie incenerite, è stata trovata quasi intatta la testa di un statua in legno della Vergine Maria. L’aspetto dell’icona religiosa, devastata dalla guerra , è impressionante: gli occhi della Madonna sono due cavita’ bruciacchiate; una fessura carbonizzata sulla guancia destra assomiglia a una lacrima che ne riga il volto”. Per molti fedeli quella testa è sopravvissuta in modo miracoloso; per tutti è un simbolo religioso di speranza.
 
La signora Shigemi Fukaori (79), anziana parrocchiana di Urakami, fissando quietamente la statua ha detto: “Quando l’ho vista per la prima volta, ho pensato che la Vergine Maria piangesse. Questo è un eloquente simbolo di pace che dovrebbe essere conservato per sempre”.
 
E così è avvenuto. Tra le vittime di quella esplosione atomica circa 8.500 erano cattolici; parecchi di loro, in quel momento erano raccolti a pregare nella chiesa di Urakami. Ora i cattolici di Nagasaki, sotto la guida dell’arcivescovo Takami il collaborazione con il sindaco Taue, che rappresenta tutti gli altri cittadini, sono diventati promotori del movimento per l’abolizione delle armi nucleari. La venerata testa della Madonna ferita è fonte di ispirazione e stimolo alla preghiera.
“La potente reliquia- scrive l’Asahi - ha viaggiato molto come simbolo della pace. Ma il viaggio più lungo l’ha intrapreso quest’anno quando è stata portata a New York in occasione dell conferenza per la revisione del trattato di non-proliferazione nucleare. Nel tragitto i leader religiosi l’hanno portata in Vaticano, dove è stata benedetta dal papa Benedetto XVI e a Guernica, Spagna, per una cerimonia in memoria delle vittime di un attacco nazista durante la guerra civile spagnola”.
 
L’arcivescovo Takami, i cui genitori sono stati uccisi della conflagrazione atomica, ha detto: “Abbiamo viaggiato all’estero con la statua per chiedere alla Vergine di intercedere per la pace. Ci sono molte maniere di rivolgere appelli alla gente - attraverso fotografie, film, racconti sugli orrori della guerra - ma per noi (la statua) di Maria, bombardata dall’atomica ha un differente potere evocativo”.
 
 
La missione di Nagasaki
 
Riteniamo che la vita cattolica sia uno dei fattori principali che determina l’atmosfera di serenità che a Nagasaki spira dovunque. Per numeri di cattolici (65.000) l’arcidiocesi di Nagasaki è seconda solo a quella di Tokyo (94.000); ma è la prima se i numeri vengono letti in percentuale di popolazione: 4,3% per Nagasaki; 0,5 per Tokyo. Inoltre, mentre a Tokyo c’è un contributo notevole di personale estero per l’evangelizzazione , quella di Nagasaki è un’evangelizzazione quasi tutta autoctona. Ne ha indicato la ragione 18 secoli fa Tertulliano: . “Il sangue dei martiri è seme di cristiani”. L’icona della testa ferita della Vergine Maria di Urakami ne è il simbolo.

da:GIAPPONE La Madonna ferita di Nagasaki e la missione di pace

domenica 23 dicembre 2012

Parla un testimone del martirio di José Sánchez del Río

Parla un testimone del martirio di José Sánchez del Río

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Intervista con padre Marcial Maciel, fondatore dei Legionari di Cristo e del movimento “Regnum Christi”

ROMA, domenica, 20 novembre 2005 (ZENIT.org).- Tra i testimoni del martirio di José Sánchez del Río, un ragazzo messicano di quattordici anni beatificato questa domenica a Guadalajara, c’era Marcial Maciel, un bambino che non aveva ancora compiuto otto anni e che in seguito sarebbe diventato fondatore della congregazione dei Legionari di Cristo e del movimento “Regnum Christi”.

La Legione di Cristo ha circa 650 sacerdoti e 2.500 seminaristi, mentre il movimento di apostolato “Regnum Christi” è composto da circa 65.000 membri, secolari – uomini e donne –, diaconi e sacerdoti, presenti in tutti i continenti.

In questa intervista concessa a ZENIT, padre Maciel, che ha 85 anni, ricorda il martirio del suo amico.

Lei è stato testimone del martirio di José Sánchez del Río in Messico. Dopo quasi ottant’anni cosa ricorda di quei momenti? Come aveva conosciuto José Sánchez?

Padre Maciel: José Luis – come lo chiamavamo noi suoi amici – era di Sahuayo, Michoacán, un villaggio non lontano da Cotija, il mio paese natale. La mia nonna materna, Maura Guízar Valencia, abitava lì e andavamo spesso a trovarla. Io ero più piccolo di sei anni rispetto a José Luis. Gli piaceva organizzare giochi per i bambini, ci parlava di Gesù, ricordo che mi portava a visitare il Santissimo, era molto buono.

Quando iniziò la persecuzione religiosa volle unirsi ai cristeros per difendere la fede; chiese varie volte il permesso finché alla fine venne ammesso. Nel febbraio 1928 – io avevo sette anni, quasi otto – mi trovavo a Sahuayo quando sapemmo che José Luis era stato arrestato e che lo avevano rinchiuso nel battistero della parrocchia.

Una finestra dava sulla strada e da lì lo sentivamo cantare “Al Cielo, al Cielo, al Cielo voglio andare”, mentre aspettava la sentenza. I federali stavano usando la parrocchia come carcere e anche come recinto per gli animali. Rafael Picazo, che comandava il villaggio di Sahuayo, poneva come condizione per la sua liberazione che rinnegasse la sua fede davanti a lui e ai suoi soldati.

Lo sapevamo ed eravamo molto preoccupati, in uno stato di emozione e tristezza tremendo. Noi suoi amici ci riunivamo per pregare per lui. Piangevamo molto, chiedendo alla Santissima Vergine che non lo uccidessero, ma allo stesso tempo che non rinnegasse la sua fede. José Luis, del resto, non voleva saperne.

Dopo due giorni, di pomeriggio, sapemmo che lo avevano portato al mesón del Refugio . Quella sera gli spellarono le piante dei piedi e lo obbligarono a camminare scalzo fino al cimitero, che si trovava a vari isolati di distanza. Noi – pochi parenti, amici, conoscenti del villaggio – lo seguivamo da lontano. Ricordo le macchie di sangue che lasciava al suo passaggio; procedeva con le mani legate dietro la schiena e ricordo i federali che lo spingevano, insultandolo e ordinandogli di smettere di gridare “Via Cristo Re!”. La sua risposta era sempre il grido “Viva Cristo Re e Santa Maria di Guadalupe!”. A noi hanno permesso di arrivare solo fino alle mura del cimitero. Lo hanno portato vicino alla fossa. Dicono che lo hanno pugnalato varie volte e che continuavano a ordinargli di abiurare la fede, ma rispondeva “Viva Cristo Re e Santa Maria di Guadalupe!”. Suo padre non era con noi, non era presente. Gli hanno chiesto sbeffeggiandolo “Che mandi a dire a tuo padre?”, e lui ha risposto “Che ci vedremo in cielo”.

Alla fine gli hanno sparato alla tempia. Ho sentito lo sparo che ha posto fine alla sua vita. Si può immaginare l’impressione profonda che questo fatto ha lasciato in noi, soprattutto nei bambini. Ho un ricordo molto bello, affettuoso, di questo mio amico che ha dato la propria vita per Cristo, per me è stato sempre una testimonianza di ciò che significa l’autentico amore per Gesù. Lo ricordo anche con nostalgia, perché io dicevo a Nostro Signore: “Perché hai scelto lui come martire e non me?”.

Come ha influito quella testimonianza di martirio sulla sua vita personale e sull’opera alla quale avrebbe poi dato vita, la fondazione della Legione di Cristo e del “Regnum Christi”?

Padre Maciel: Il martirio di José Luis ha lasciato una traccia profonda, incancellabile dentro di me: la sua morte ha contribuito a seminare in me la certezza che la fede vale più della vita stessa, mi parlava del valore eterno di una vita totalmente dedicata all’amore per Cristo, ha seminato in me un anelito all’eternità… ma non solo José Luis.

Nel mio villaggio di Cotija, durante la guerra cristera, vedevamo spesso gli impiccati nella piazza e assistevamo alle fucilazioni di cristeros che erano morti gridando “Viva Cristo Re!”. Lasciavano forse una famiglia, dei figli, una madre – quante incoraggiavano i loro figli a non rinnegare la loro fede!

Ho assistito al martirio di Antonio Ibarra, un musicista del mio villaggio, di Leonardo e di vari altri; ho ancora scolpiti nella mente alcuni di quei volti e di quelle scene, soprattutto quella in cui hanno tirato giù Antonio dalla forca e lo hanno deposto tra le braccia della madre, Isabel Ibarra. Nei villaggi del Messico sono state martirizzate persone di ogni tipo: bambini, giovani e adulti, uomini e donne, ricchi e poveri, sacerdoti e fedeli laici.

Credo che questa testimonianza del martirio di tanti cristiani, che hanno preferito versare il proprio sangue anziché tradire Gesù Cristo, abbia influito molto sulla mia vita e sulla mia missione di fondatore, perché era una testimonianza che, per così dire, faceva rivivere la fede eroica dei primi cristiani.

Questa testimonianza mi ha aiutato a capire che la vita cristiana, per essere coerente, deve essere pienamente impegnata con Gesù. Un cristianesimo a metà, di compromesso, che “accende una candela a Dio e un’altra al diavolo” (come dice il proverbio popolare), non è cristianesimo.

A me sarebbe piaciuto dare la vita, come ha fatto José Luis Sánchez del Río, come hanno fatto le centinaia e migliaia di martiri cristeros, ma ho capito che a me Dio chiedeva un altro tipo di martirio, quello di vivere il Vangelo fino alle ultime conseguenze; ed è questo, in fin dei conti, che sta dietro alla fondazione della Legione di Cristo e del Movimento “Regnum Christi”: aiutare a far sì che anche altri uomini si impegnino a conoscere, vivere e trasmettere l’amore di Gesù Cristo.

Quando è arrivato il momento di scegliere un nome per la congregazione che lo Spirito Santo mi ha ispirato a fondare, ho vagliato vari nomi, e il ricordo della testimonianza dei cristeros è stato un elemento che mi ha aiutato a capire che il nome che avrebbe potuto indicare meglio la nostra missione era quello di Legionari di Cristo: uomini che lottano per il Regno di Cristo senza riservare nulla per sé, disposti a donare la propria vita.

Jose Luis Sanchez del Rio - CRISTEROS

  1. Jose Luis Sanchez del Rio - CRISTEROS

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    di Edward Vargas6 mesi fa 11738 visualizzazioni
    A video about the martyrdom of Jose Luis Sanchez del Rio, beatified by Pope Benedict XVI on November 20, 2005. The Cristero ...
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    di CharbelFarah3 mesi fa 415 visualizzazioni
    Il quattordicenne messicano José Sanchez Del Rio, visitando la tomba del beato martire Anacleto González Flores, chiese a Dio ...
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    di mextradicion4 anni fa 83721 visualizzazioni
    Martirio del Beato Jose Snchez del Rio narrado por su propia tia. Beatus Ioseph Sanchez del Rio, ora pro nobis!!!
  4. Beato José Sánchez del Río.wmv

    di davidarceo610 mesi fa 26076 visualizzazioni
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  5. José Luis Sánchez Del Río

    di Erick Hidalgo. F.2 anni fa 14645 visualizzazioni
    Algunos datos importantes de este valiente niño martir
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    Fiesta en honor al Beato José Sánchez Del Río, en Sahuayo, Michoacán, que se celebra el día 10 de Febrero. José Sánchez Del ...
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  8. Beato Jose Sanchez del Rio in Church 2

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Beato José Luís Sánchez del Rio

Beato José Luís Sánchez del Rio

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di Felipe Lecaros Concha
Correva l'anno 1926 e, se non fosse stato per la crescente ostilità del governo di Plutarco Elías Calles contro la Chiesa, si sarebbe detto, che nello Stato di Michoacán, in Messico, il tempo si fosse fermato. Questa zona agricola, situata tra grandi montagne e laghi, è stata segnata dalla infaticabile opera di evangelizzazione dei missionari francescani, agostiniani e di altri ordini religiosi cosa che, alleata col temperamento rude dei suoi abitanti, avvezzi all'inclemenza del clima, e alla relativa lontananza dalle grandi città, aveva dato vita a una delle regioni più cattoliche del Messico e forse dell'America.

Il Bajío - cioè l'insieme formato dagli Stati di Jalisco, Aguas Calientes, Guanajuato, Querétaroy e Michoacán - è la zona che più martiri ha dato alla Chiesa Cattolica nell'America del secolo XX e rimane ancor oggi un vivaio di vocazioni religiose.
Uno di questi esempi di santità è quello che ora vi voglio raccontare.
"E anche i bambini possono essere martiri?"
Sahuayo era un piccolo villaggio dello stato di Michoacán. Dopo il lavoro quotidiano, i suoi abitanti si riunivano all'ora dell'Angelus nella Chiesa di San Giacomo Apostolo, per ringraziare la buonissima Madre di Guadalupe per le grazie e i favori che aveva loro concesso nella giornata. Insieme al loro amato parroco, recitavano il rosario senza mai dimenticarsi di pregare per il Messico, affinché cessasse quanto prima l'impietosa persecuzione del governo contro i cattolici.

Tra tutti i bambini della parrocchia, uno si distingueva per la devozione con cui pregava. Era José Luis Sánchez del Río, di appena 13 anni, birichino come tutti quelli della sua età; egli aveva in mente un'idea fissa. Idea che gli era venuta una notte d'inverno quando il parroco, invitato a cena dai suoi genitori, aveva raccontato che la persecuzione religiosa stava portando molti martiri messicani in Cielo.

- Come può succedere questo, padre? - Sì, mio piccolo José, sono cattolici che, davanti all'ordine di rinnegare la nostra religione, preferiscono dare la propria vita e morire fucilati. Ma il Signore li riceve vicino alla nostra Madre di Guadalupe, in Cielo. 

- E anche i bambini possono essere martiri, padre? - Ecco... insomma... se Dio così volesse, certo, lo possono essere, come i Santi Innocenti che celebriamo nella nostra parrocchia durante il mese di dicembre. José Luis sentì nel suo cuore un ardore che non era altro se non una grazia di Dio, una preparazione per i gravi avvenimenti che si sarebbero svolti, poco tempo dopo, nella tranquilla Sahuayo.
Mai è stato così facile guadagnarsi il Cielo!
In effetti, nell'agosto del 1926 giunse nel piccolo villaggio la notizia che era proibito il culto cattolico pubblico. La famiglia Sanchez Del Rio si riunì costernata e, mentre i figli più piccoli si stavano preparando ad andare ad aiutare il loro papà nei lavori agricoli, Miguel, il più vecchio, decise di prendere le armi, con dei suoi amici, i fratelli Gálvez, per difendere Cristo e la sua Chiesa.

Vedendo questo, José chiese il permesso ai suoi genitori di arruolarsi anche lui nell'Esercito "Cristiano", che si era formato al comando del generale Prudêncio Mendoza. Sua madre, tuttavia, si oppose. - Figlio mio, un ragazzo della tua età va più ad intralciare che ad aiutare l'esercito. - Ma, mamma, non è mai stato tanto facile guadagnarsi il Cielo come in questo momento! Non voglio perdere quest'occasione.

Udendo questa risposta, sua madre gli diede il permesso, ma pose come condizione che egli stesso scrivesse al generale Prudenzio Mendoza, chiedendo se lo accettava. La risposta di costui fu negativa. Senza perdersi di coraggio, José scrisse una nuova lettera, chiedendo al generale di essere ricevuto, se non come combattente, almeno come soldato ausiliare della truppa: lui avrebbe potuto prendersi cura dei cavalli, cucinare e prestare altri servizi ai soldati.

Vedendo la grandezza d'animo e l'entusiasmo di quest'adolescente, il generale gli rispose che lo avrebbe accettato. Così, con la benedizione della sua mamma cattolica, egli partì per l'accampamento "cristiano", molto contento di poter lottare per Cristo Re e Santa Maria di Guadalupe.
Combattente eroico
Nell'accampamento, in poco tempo, l'ultimogenito della famiglia Sanchez del Río conquistò l'affetto e la fiducia dei "cristiani", che lo soprannominarono Tarcisio. La sua allegria contagiava tutti, e fin dall'inizio egli ebbe l'incarico di guidare la truppa nella preghiera del rosario, alla fine di ogni giornata. Grazie al suo valore e buon comportamento, il generale gli affidò l'incarico di attaccante del distaccamento. Poco dopo, con la promozione a porta-bandiera, José Sánchez del Rio vedeva realizzarsi il suo più ardente desiderio: essere nel campo di battaglia, come soldato di Cristo.

Nel febbraio del 1928, un anno e cinque mesi dopo il suo inserimento nell'esercito "cristiano", ingaggiò un combattimento nelle vicinanze della città di Cotija. Dopo varie ore di accannita lotta, il giovane porta-bandiera vide il cavallo del generale cadere ucciso da un colpo di pallottola. Raggiunto il posto immediatamente, disse con risoluzione: - Generale, ecco il mio cavallo, si metta in salvo. Se io muoio, non si farà sentire la mia mancanza, ma se lei muore, sì.

Gli consegnò il suo cavallo, afferrò un fucile e combattè con coraggio. Quando cessarono i tiri, avanzò contro il nemico, baionetta in resta. Fu fatto prigioniero e condotto dal generale nemico, che lo rimproverò per il fatto di lottare contro il governo. - Generale, sappia che io sono caduto prigioniero, non perché mi sia arreso, ma perché sono terminate le mie pallottole, perció, se ne avessi avute di più , avrei continuato a lottare.
Prigioniero indomabile
Vedendo tanta decisione e ardore, il generale lo invitò ad unirsi alle truppe del governo, dicendogli: - Sei un ragazzino valoroso, vieni con noi e starai molto meglio che con i "cristiani". - Mai, mai! Preferisco morire! Mai mi unirò ai nemici di Cristo Re! Mi faccia fucilare! Il generale lo fece rinchiudere nel carcere di Cotija. In mezzo a poca luce, cattivo odore, e attorniato da delinquenti, riuscì a scrivere una lettera: Cotija, 6 febbraio 1928 Mia cara mamma, Sono caduto prigioniero durante il combattimento di oggi. Credo che sarò fucilato, ma non importa, mamma.

Ti devi rassegnare alla volontà di Dio. Non preoccuparti della mia morte, che è ciò che mi lascia inquieto; al contrario, di' ai miei due fratelli che seguano l'esempio dato dal loro fratello più piccolo. Tu devi fare la volontà di Dio, abbi forza e mandami la tua benedizione, insieme a quella di mio padre. Salutami tutti, per l'ultima volta. Ricevi il cuore di questo figlio che ti vuole tanto bene e che desiderava vederti prima di morire. - José Sánchez del Río.


Intanto, invece di essere fucilato il giorno dopo, come immaginava, fu portato, insieme ad un piccolo amico anche lui imprigionato di nome Lazzaro, alla chiesa di Sahuayo, che le truppe del generale Calles avevano trasformato in scuderie. La sacrestia era occupata dai galli da combattimento del deputato anticattolico Rafael Picazo, che lì realizzava frequentemente orge con i suoi amici.

Nel vedere la sua nuova prigione, José rimase indignato. Era la stessa chiesa che, poco tempo prima, egli frequentava con la sua famiglia per pregare l'angelus e il rosario. Era quella la medesima sacrestia dove lui era solito andare, dopo la messa, per chiedere ritagli di ostia al vecchio parroco. L'avevano trasformata in un antro di banditi! Quando si vide solo nella penombra, il giovane soldato del Cristo Re riuscì a sciogliere la corda che lo legava, si diresse alle gabbie dove stavano i galli da combattimento del deputato e gli tagliò il collo. Poi dormì serenamente.

Il giorno dopo, non appena venne a conoscenza dell'accaduto, il deputato Picazo corse alla sacrestiaprigione, dove, pieno di indignazione, interrogò il giovane prigioniero. "La casa di Dio è un luogo per pregare, non per far da deposito di animali", gli rispose costui. Pieno di collera, Picazo, lo minacciò di morte ma ricevette questa serena risposta: "Da quando ho preso le armi, sono disposto a tutto. Mi faccia fucilare!"
Una croce tracciata col proprio sangue
Il venerdì, giorno 10, verso le sei del pomeriggio, una scorta lo portò, di nuovo, alla caserma. Lì, saputa la sua condanna a morte, scrisse ad una delle sue zie, la quale era riuscita a portargli la Comunione di nascosto, l'ultima lettera della sua vita; Sahuayo, 10 febbraio Cara zia, Sono condannato a morte, alle otto e mezza di questa sera arriverà il momento che ho tanto desiderato. Ti ringrazio per tutto quanto tu e Maddalena mi avete fatto.


Non sono in condizione di scrivere alla mamma. (...) Porta i miei saluti a tutti e ricevi, come sempre e per l'ultima volta, il cuore di questo nipote che ti vuole molto bene e desidera vederti. Cristo vive, Cristo regna, Cristo impera! Viva Cristo Re! Viva Santa Maria di Guadalupe! - José Sánchez del Rio, che è morto in difesa della fede. Non fare a meno di venire.
Addio.

Alle undici della sera giunse il momento tanto atteso. L'odio dei nemici della Chiesa era tale che, con un coltello affilatissimo, gli strapparono la pelle della pianta dei piedi e lo obbligarono a camminare dalla caserma fino al cimitero, calpestando pietre e terra. Nessun lamento uscì dalle labbra in mezzo a tanta tortura. Arrivò al cimitero cantando inni religiosi.

Portato fin sull'orlo di una fossa che in breve sarebbe stata la sua, alcuni soldati gli diedero alcune pugnalate non mortali, per vedere se egli rinnegava la sua fede con questo supplizio. In tono di scherno e con l'intenzione di distruggere psicologicamente l'eroe della fede, il capitano comandante della scorta gli chiese se aveva un messaggio per i suoi genitori. Egli rispose: "Sì, dica loro che ci rivedremo in Cielo". In seguito, chiese al capitano di essere fucilato con le braccia in croce. Come unica risposta, costui estrasse la pistola e gli sparò un colpo alla tempia.

Sentendosi ferito a morte, José raccolse con la sua mano destra un po' di sangue che gli scorreva abbondantemente sul collo, tracciò con questo una croce sulla terra e vi si prostrò sopra, in segno di adorazione. Così, nell'ultima ora della notte del 10 febbraio 1928, la sua anima salì al Cielo e fu ricevuta con giubilo dal suo amato Cristo Re e dalla sua amatissima Madre, la Vergine di Guadalupe.
(Rivista Araldi del Vangelo, Gennaio/2006, n. 25, p. 23 - 25)


Chiediamo al beato Josè Sanchez del Rio che interceda per noi davanti a Dio. Ricordiamoci che egli ha bisogno di un miracolo per essere canonizzato e che noi abbiamo bisogno di molte grazie per le quali egli può intercedere davanti al Padre nostro per mezzo del Signore Gesù Cristo.
A Dio nostro Padre che ci ha donato questo fratello, al Figlio che lo ha fatto innamorare di sè ed allo Spirito Santo che gli ha infuso un coraggio e amore così grande, sia gloria nei secoli dei secoli. Amen.

José Anacleto González Flores e 3 Compagni

José Anacleto González Flores e 3 Compagni
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Laici messicani e martiri
(† Guadalajara, 1° aprile 1927)

José Anacleto González Floresnasce a Tepatitlán, Jalisco, il 13 luglio 1888. Laico, coniugato e avvocato di professione. Fondatore dell’Associazione Cattolica della Gioventù Messicana (ACJM). Era nato in un ambiente di estrema povertà. Fu una persona di nobili sentimenti, alti ideali e grande intelligenza. Nel 1908 entrò nel seminario ausiliare di San Juan de los Lagos. Comprese però di non avere la vocazione al sacerdozio ministeriale, per cui lasciò il seminario ed entrò nella "Escuela Libre de Leyes" (facoltà di giurisprudenza). Insigne pedagogo, oratore, catechista e leader sociale cristiano.
Dotato di una vasta cultura, scrisse diversi libri pervasi di spirito cristiano, e anche centinaia di articoli giornalistici. Nell'ottobre del 1922 contrasse matrimonio con María Concepción Guerrero; fu uno sposo modello e un padre responsabile di due figli.
Alla fine del 1926, dopo aver esaurito tutte le sue risorse legali e civili, e in vista dell'imminente organizzazione della resistenza attiva dei cattolici, sostenne con il suo prestigio, la sua oratoria e la sua vita, i progetti della Lega Nazionale in Difesa della Libertà Religiosa. Alimentato dalla preghiera e dalla comunione quotidiana, rafforzò il suo spirito per offrire il suo sangue per la libertà della Chiesa cattolica.

All'alba del 1° aprile 1927 fu arrestato nel domicilio privato della famiglia Vargas González, fu quindi trasferito alla caserma Colorado, dove venne sottoposto a crudeli torture. I carnefici gli provocarono slogature agli arti, gli spezzarono un braccio a colpi, e gli scuoiarono le piante dei piedi. Prima di morire disse al generale di divisione Jesús María Ferreira: “La perdono di cuore, presto ci rivedremo dinanzi al Tribunale Divino, lo stesso giudice che mi giudicherà, sarà il suo giudice, allora lei troverà, in me, un intercessore presso Dio”. Il militare ordinò che fosse trafitto con la lama di una baionetta.

José Dionisio Luis Padilla Gómez nasce a Guadalajara (capitale dello stato di Jalisco, Messico) il 9 dicembre 1899. Laico, celibe, professore.
Ricevette un'accurata educazione in seno ad una famiglia distinta e cristiana. Nel 1917 entrò nel seminario conciliare di Guadalajara ma nel 1921 lo abbandonò, nutrendo alcuni dubbi sulla sua vocazione.
Abbandonò anche l'attività docente per impartire gratuitamente lezioni ad alcuni bambini e giovani poveri. Fu socio fondatore e membro attivo dell'Associazione Cattolica della Gioventù Messicana (ACJM), dove svolse un intenso apostolato, soprattutto nel campo della promozione sociale. Praticava la sua pietà apertamente: in casa, nelle strade e in chiesa. Fu un fervente devoto alla Santissima Vergine.
Quando ebbe inizio la persecuzione religiosa, si affiliò all'Unione Popolare per partecipare, con mezzi pacifici, alla difesa della religione. In diverse occasioni espresse il desiderio di seguire Gesù fino al dolore, alla sofferenza e al dono totale della vita.

Il 1° aprile 1927, alle due di mattina, la sua casa fu circondata da un gruppo di soldati dell'esercito federale, che la saccheggiarono e poi arrestarono quanti vi abitavano ossia, oltre a Luis, l'anziana madre e una delle sorelle.
Luis fu condotto alla caserma Colorado. Lungo il tragitto dovette sopportare colpi, insulti e vessazioni. Poco dopo furono arrestati e condotti alla stessa caserma Anacleto González Flores e i fratelli Jorge, Ramón e Florentino Vargas González. Presentendo la sua imminente fine, Luis espresse il desiderio di confessarsi. Il suo compagno di apostolato e di prigione, Anacleto González Flores, lo confortò dicendogli: “No, fratello, non è più l'ora di confessarsi, ma di chiedere perdono e di perdonare. È un Padre e non un giudice che ti attende. Il tuo stesso sangue ti purificherà”.
I quattro coraggiosi cristiani recitarono quindi l'Atto di Dolore. Mentre Luis, in ginocchio, offriva la sua vita a Dio con una fervente preghiera, i carnefici scaricarono le loro armi contro di lui, che compì così, all'età di 26 anni, la sua oblazione a Dio fino allo spargimento del proprio sangue.

Jorge Ramón Vargas González nasce ad Ahualulco, Jalisco, il 28 settembre 1899. Laico, celibe.
Era figlio di un onorato medico e di una donna coraggiosa, integra e compassionevole, paragonabile alla madre dei Maccabei. Quando era ancora bambino, la sua famiglia si trasferì a Guadalajara. Jorge condivise gli aneliti e le preoccupazioni di quanti soffrivano a causa della persecuzione religiosa.
Durante questa persecuzione, nel 1926, quando Jorge lavorava per la Compagnia Idroelettrica, la sua casa funse da rifugio per molti sacerdoti perseguitati. Alla fine di marzo del 1927, i Vargas Gonzáles accolsero a casa loro Anacleto González Flores. Sapevano benissimo quanto poteva costare loro questo gesto. Anacleto divideva la camera con Jorge.

Improvvisamente, il 1° aprile 1927, tutti, uomini, donne, bambini, fra vessazioni e soprassalti, furono arrestati e trasferiti alla caserma Colorado. I fratelli Vargas González - Florentino, Jorge e Ramón - furono rinchiusi nella stessa cella. Il loro crimine era di aver dato alloggio ad un cattolico perseguitato.
Alcune ore dopo furono rinchiusi nella cella accanto alla loro Luis Padilla Gómez e Anacleto González Flores. Jorge, dalle sbarre della sua prigione fece capire a Luis Padilla che sarebbero stati fucilati. Si lamentò quindi perché non poteva ricevere la comunione quel venerdì, ma suo fratello Ramón gli rispose: “Non temere, se moriremo, il nostro sangue laverà le nostre colpe”. L'integrità d'animo dei fratelli non venne meno. Per un ordine ricevuto all'ultimo momento, Florentino fu separato dagli altri. La morte di Jorge fu certamente preceduta da torture, visto che il suo corpo inerme presentava una spalla slogata, contusioni e lividi sul volto. La cosa certa è che, giunta l'ora, con un crocifisso in mano, e questa mano sul petto, ricevette la scarica congiunta del 201° battaglione, che eseguì la sentenza.

Ramón Vicente Vargas González nasce a Ahualulco, Jalisco, il 22 gennaio 1905. Laico, celibe, studente universitario, praticante di medicina.
Era il settimo di undici fratelli. Tre caratteristiche lo distinsero dagli altri: il colore rosso dei capelli, che gli valse il soprannome di Colorado, la sua elevata statura e la sua giovialità. Stabilitosi con la sua famiglia a Guadalajara, Ramón seguì le orme di suo padre entrando nella facoltà di Medicina, dove si distinse per il suo buon umore, il suo cameratismo e la sua chiara identità cattolica.
Appena poté farlo, si occupò gratuitamente della salute dei poveri. A 22 anni, prossimo a concludere gli studi universitari, accolse nella sua casa Anacleto González Flores, che si rese subito conto delle doti di Ramón, e gli propose di lavorare negli accampamenti della resistenza come infermiere. “Per lei faccio qualsiasi cosa, Maestro, ma darmi alla macchia no”, gli rispose.

La mattina del 1° aprile 1927 qualcuno bussò alla porta di casa dei Vargas González. Ramón aprì e un gruppo di poliziotti prese possesso della casa. La perquisirono e arrestarono quanti vi si trovavano dentro. Ramón mantenne la calma nonostante la sua indignazione. In strada, approfittando del tumulto, riuscì a fuggire senza che i suoi sequestratari se ne accorgessero, ma poco dopo tornò sui suoi passi e si consegnò.
Quando seppe che era stato destinato a morire, il suo senso dell'onore e la sua speranza cristiana gli bastarono per unire il suo sacrificio a quello di Cristo. A un'esclamazione di suo fratello Jorge rispose: “Non aver paura, se moriamo il nostro sangue laverà le nostre colpe”.
Per mitigare la sentenza, il generale di divisione Jesús María Ferreira, propose di liberare il minore dei fratelli Vargas González. L'indulto riguardava quindi Ramón che però, senza ammettere repliche, cedette il posto a Florentino. Prima di essere fucilato, Ramón flettendo le dita della mano destra fece il segno della croce.

Durante le esequie, la madre delle vittime, stringendo fra le sue braccia Florentino, gli disse: “Figlio mio! Quanto è stata vicina a te la corona del martirio! Devi essere più buono per meritarla”. E il padre, venuto a conoscenza di come erano morti gli altri suoi due figli, esclamò. “Ora so che non sono le condoglianze che mi devono dare, ma felicitazioni perché ho la fortuna di avere due figli martiri”.

José Anacleto González Flores, José Dionisio Luis Padilla Gómez, Jorge Ramón Vargas González, Ramón Vicente Vargas González sono stati beatificati il 20 novembre 2005 insieme ad altri 9 martiri(cfr elenco completo sottostante).
A nome del Papa, fu incaricato di presiedere la celebrazione, tenutasi nello Stadio Jalisco di Guadalajara (Messico), il Card. portoghese José Saraiva Martìns, prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi.

Elenco completo dei 13 martiri beatificati il 20 novembre 2005
(tra parentesi la data di culto):

- José Anacleto Gonzalez Flores, Laico (1 aprile)
- José Dionisio Luis Padilla Gómez, Laico (1 aprile)
- Jorge Ramon Vargas González, Laico (1 aprile)
- Ramón Vicente Vargas González, Laico (1 aprile)
- José Luciano Ezequiel Huerta Gutiérrez, Laico (3 aprile)
- José Salvador Huerta Gutiérrez, Laico (3 aprile)
- Miguel Gómez Loza, Laico (21 marzo)
-
 Luís Magaña Servín
, Laico (9 febbraio)
- 
José Sánchez del Río
, Laico (10 febbraio)
- Andrés 
Solá
 y Molist, Sacerdote (25 aprile) 
- José Trinitad Rangel Montano, Sacerdote (25 aprile)
- Leonardo Pérez Larios, Laico (25 aprile)
- 
Ángel Darío Acosta Zurita, Sacerdote (25 luglio)

Per approfondimenti & è Martiri Cristeros

José Sánchez del Río

José Sánchez del Río
                    aveva solo 14 anni quando fu martirizzato
                                                                                     ***
tratto da: Zenit.org-El Observador, 20.11.2005.

Questa domenica, festa di Cristo Re, sono stati beatificati 13 martiri messicani della persecuzione religiosa (1926-1929), conosciuta anche come "guerra cristera", tra i quali spicca il giovanissimo martire José Sánchez del Río, assassinato per odio alla fede all'età di 14 anni.
Nato il 28 marzo 1913 a Sahuayo, Michoacán, José era il terzo dei quattro figli di Macario Sánchez Sánchez e María del Río.
Quando scoppiò "la Cristiada", i suoi due fratelli maggiori, Macario e Miguel, si schierarono in difesa della libertà religiosa nella regione di Sahuayo, mentre José non fu ammesso per la sua giovane età.
Durante un pellegrinaggio compiuto da José sulla tomba di Anacleto González, anch'egli beatificato questa domenica, chiese per sua intercessione la grazia del martirio. In seguito continuò a cercare di schierarsi con le forze "cristeras". Sua madre si opponeva, ma José le rispose: "Mamma, mai come ora è facile guadagnarsi il Cielo".
Si recò a Cotija - nel suo Stato natale - per incontrare il generale "cristero" Prudencio Mendoza. Gli disse che se non aveva abbastanza forza per caricare il fucile poteva comunque aiutare i soldati a prepararsi, lubrificare le armi, preparare i pasti e prendersi cura dei cavalli. Il generale lo accettò.
Oltre a servire la truppa, José ne divenne presto il trombettiere e portabandiera. In seguito, poiché il Governo perseguitava i familiari dei "cristeros", al fine di proteggere la sua famiglia che era conosciuta e benestante, fece sì che tutti i suoi compagni lo chiamassero José Luis.
In uno scontro con i federali, il 6 febbraio 1928, fu quasi arrestato il generale Guízar Morfín, al quale uccisero il cavallo; José, però, scese dal suo e glielo offrì dicendo: "Mio generale, prenda lei il mio cavallo e si salvi; lei è più necessario e serve di più alla causa di me". Il generale riuscì a fuggire, ma i federali arrestarono José e lo portarono nel carcere di Cotija, dove scrisse a sua madre, che in qualche modo riuscì a ricevere la lettera.
Il giorno dopo, il 7 febbraio, fu trasferito a Sahuayo e messo a disposizione del deputato federale Rafael Picazo Sánchez, che gli assegnò come carcere la parrocchia.
Picazo gli presentò varie possibilità di mettersi in salvo: gli offrì del denaro perché se ne andasse all'estero, e poi propose di mandarlo al Collegio Militare. José rifiutò senza esitazioni.
Picazo sapeva che i Sánchez del Río erano benestanti perché era stato loro vicino, per cui chiese loro cinquemila pesos in oro per riscattare José. Macario Sánchez cercò subito di racimolare la somma, ma quando José lo seppe chiese alla famiglia di non pagare il riscatto perché aveva già offerto la propria vita a Dio.
Quella prima notte di prigione nella parrocchia vide come il tempio veniva profanato: i soldati si macchiavano di peccati di ogni sorta, la chiesa fungeva da stalla per il cavallo di Picazo e il presbiterio era il recinto per i suoi galli da combattimento. José riuscì a liberarsi, uccise i galli, accecò il cavallo e tornò nel suo cantuccio.
Il giorno successivo Picazo affrontò José, che gli rispose: "La casa di Dio è un luogo in cui venire a pregare, non un rifugio di animali". Dopo essere stato minacciato, José rispose: "Sono disposto a tutto. Mi fucili, perché io sia subito davanti a Nostro Signore e gli chieda di confonderla!". Di fronte a questa risposta, uno degli aiutanti colpì José alla bocca rompendogli i denti.
Venerdì 10 febbraio venne trasferito al Mesón del Refugio, dove gli annunciarono che sarebbe stato ucciso. Scrisse a sua zia Magdalena perché gli portasse il Viatico. Alle undici di sera gli spellarono i piedi con un coltello, lo portarono via e lo costrinsero a camminare fino al cimitero. I vicini lo sentivano gridare lungo la strada "Viva Cristo Re!".
Una volta nel cimitero, il capo della scorta ordinò di pugnalarlo. Ad ogni ferita José continuava a gridare "Viva Cristo Re!". Per crudeltà gli chiesero se voleva inviare un messaggio a suo padre. José rispose: "Ci vedremo in Cielo! Viva Cristo Re! Viva Santa Maria di Guadalupe!". Per farlo tacere, il capo tirò fuori la pistola e gli sparò in testa. José cadde in una pozza di sangue. Erano le undici e mezza di sera di venerdì 10 febbraio 1928.
Una delle testimonianze del martirio è la lettera che José inviò a sua madre il 6 febbraio, in cui scrisse: "Mia cara mamma: oggi sono stato fatto prigioniero in combattimento. Credo che morirò, ma non importa, mamma. Rassegnati alla volontà di Dio; muoio molto contento perché muoio al fianco di Nostro Signore. Non ti affliggere per la mia morte, che è ciò che mi mortifica. Dì ai miei fratelli di seguire l'esempio del più piccolo, e tu fai la volontà del nostro Dio. Sii forte e mandami la tua benedizione insieme a quella di mio padre. Salutami tutti per l'ultima volta e ricevi il cuore di tuo figlio che ti vuole tanto bene e desiderava vederti prima di morire".