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venerdì 30 gennaio 2026

LA RISONANZA DWB ANNULLA MAMMOGRAFIA

 LA RISONANZA DWB ANNULLA IL SIGNIFICATO DELLA MAMMOGRAFIA. ECCO PERCHE' NON VOGLIONO CHE VENGA FATTA.


«La nuova frontiera è la risonanza magnetica, che ha un cronimo Diffusion Wall Body o DWB. È un grande progresso perché molte volte non c'è bisogno del mezzo di contrasto. Ha un'altissima definizione fino a 3 mm; fino adesso nessun esame arriva a questo livello. È metabolica, cioè non solo mi dice con estrema precisione se c'è una localizzazione dubbia, ma mi dice se è tumorale o no. Questo cosa vuol dire? Che io evito di prendere doppia radiazioni, come accade se faccio una TAC più le radiazioni della PET, con glucosio radioattivo, un isotopo radiomarcato. Se io faccio questo mi chiarisco qualsiasi quesito sul seno.»


DWB: lo scontro con la mammografia

Ha degli effetti collaterali? «No, non c’è mezzo di contrario.» E perché non viene fatto così frequentemente? «Questo dobbiamo chiederlo a loro»

Il motivo principale per cui c’è resistenza nell'adozione della DWB (Diffusion Whole Body) come alternativa alla mammografia è la volontà di non diminuire il numero di mammografie effettuate.

Nello specifico, il dottor Di Bella evidenzia diverse ragioni e dinamiche:

• Mantenimento degli screening tradizionali: Esiste il desiderio di mantenere la mammografie come il metodo di screening standard attualmente consolidato,.

• Perdita di senso della mammografia: Il dottore suggerisce che se venisse utilizzata la DWB anche per il seno, la mammografia "non avrebbe più alcun senso". Questo perché la DWB è un esame molto più preciso (definizione fino a 3 mm), metabolico, privo di radiazioni e senza la necessità di comprimere il seno.

• Omissione intenzionale del seno: Viene riportato che, in alcuni casi, anche quando viene eseguita una DWB "dalla testa ai piedi", i medici o i reparti saltano intenzionalmente la zona del seno, oppure non lo certificano. Questo avverrebbe proprio per evitare che la risonanza DWB sostituisca la mammografia, obbligando la paziente a continuare con l'esame tradizionale.

• Continuazione delle procedure consolidate: Nonostante l'accumulo di radiazioni derivante da screening mammografici annuali, si preferisce continuare con tale metodo piuttosto che passare alla DWB, che è definita come la "nuova frontiera" ma ancora non applicata frequentemente per questi motivi protocollari.


Estratto dalla video intervista dal titolo  "Metodo Di Bella e cellule staminali" andata in onda su Telecolor TV il 12.10.2022


Video su YT: https://youtu.be/3JFEj8l-aX0

Le beghine

 Non erano suore.

E non erano mogli.


Formavano comunità in cui le donne potevano lavorare, vivere insieme e praticare la religione senza fare promesse per tutta la vita. Questo avveniva nell’Europa medievale, dove le donne avevano poche scelte, ma non nessuna.

Per molte donne dell’epoca, la società prevedeva solo due strade: il matrimonio o il convento.

Il matrimonio poneva le donne sotto il controllo del marito. La loro vita era incentrata sulla casa e sui figli.

La vita conventuale, invece, richiedeva voti rigorosi, obbedienza e separazione dal mondo esterno. Spesso richiedeva anche una dote consistente.

Ma alcune donne scelsero un’altra strada.

Erano chiamate beghine.


Le beghine comparvero tra la fine del XII secolo e l’inizio del XIII, soprattutto nei Paesi Bassi e in alcune zone della Francia e della Germania. Non si sposavano, ma non diventavano nemmeno suore. Vivevano insieme, seguivano una vita spirituale e si mantenevano da sole, pur rimanendo donne laiche.


Molte beghine vivevano in luoghi chiamati beghinaggi. Si trattava di gruppi di piccole case costruite attorno a cortili comuni. Spesso includevano una cappella e spazi condivisi. Assomigliavano più a quartieri che a conventi, anche se seguivano alcune regole e talvolta erano sotto l’autorità della Chiesa o delle istituzioni cittadine.


Una beghina non pronunciava voti per tutta la vita. Era libera di andarsene. Poteva sposarsi, tornare dalla propria famiglia o scegliere un percorso diverso. Il suo impegno era volontario e poteva cambiare nel tempo.


In molti luoghi, le beghine potevano gestire il proprio denaro e le proprie proprietà, soprattutto se non sposate o vedove. Le leggi variavano da regione a regione, ma in genere godevano di una libertà economica maggiore rispetto alle donne sposate, i cui diritti erano spesso limitati.


Le beghine si guadagnavano da vivere svolgendo lavori qualificati. Tessevano stoffe, realizzavano merletti, curavano i malati, insegnavano ai bambini, producevano birra e si prendevano cura degli altri. Pregavano insieme e praticavano la carità, ma la maggior parte di loro lavorava anche per mantenersi.


Questa combinazione di fede, lavoro e indipendenza era insolita.


Molte beghine si dedicavano all’assistenza dei malati, all’istruzione dei giovani e alla cura dei poveri. Alcune divennero importanti scrittrici e mistiche, influenzando il pensiero religioso.


Mechthild di Magdeburgo descrisse le sue visioni ne La luce fluente della divinità.


Hadewijch di Brabante scrisse poesie e lettere sull’amore divino.


Marguerite Porete scrisse Lo specchio delle anime semplici. Fu giustiziata per eresia nel 1310, anche se la sua opera continuò a circolare anonimamente per secoli.


Queste donne affermavano di avere un rapporto diretto con Dio. Alcune delle loro idee misero a disagio i leader della Chiesa, soprattutto perché l’insegnamento religioso era controllato quasi esclusivamente dagli uomini.


La reazione della Chiesa fu contrastante. La maggior parte delle beghine seguiva le dottrine cristiane accettate e molte comunità poterono esistere apertamente. Alcune godevano persino del sostegno delle autorità ecclesiastiche locali. Tuttavia, la loro struttura flessibile e la loro autonomia suscitavano preoccupazione.


Tra il XIII e il XIV secolo, i concili ecclesiastici indagarono su alcuni gruppi. Alcuni furono limitati o condannati, soprattutto quando singole beghine venivano accusate di idee non ortodosse. Nonostante ciò, molte comunità sopravvissero e continuarono a crescere.


Nel loro periodo di massimo sviluppo, nel XIII secolo, migliaia di donne vivevano come beghine in tutta Europa. Grandi beghinaggi esistevano in città come Gand, Lovanio, Colonia, Strasburgo e Parigi. Queste comunità accoglievano vedove, donne che non potevano permettersi la dote per entrare in convento e donne attratte da una vita religiosa senza voti perpetui.


Crearono spazi in cui le donne si sostenevano a vicenda. Il loro lavoro garantiva autonomia. La loro vita spirituale non seguiva sempre le regole ufficiali.


Molti beghinaggi durarono per secoli. Diversi complessi in Belgio sono oggi patrimonio mondiale dell’UNESCO. Lo stile di vita delle beghine continuò, in varie forme, fino all’età moderna.


Le beghine non cercarono di distruggere la società o la religione. Al contrario, costruirono silenziosamente un’alternativa al loro interno. Dimostrarono che anche all’interno di sistemi restrittivi le donne potevano trovare spazi per vivere in modo diverso.


Attraverso il lavoro condiviso, la fede e un’organizzazione pratica, crearono possibilità che le istituzioni formali non offrivano chiaramente.


In un mondo che spingeva le donne verso il matrimonio o il convento, le beghine mostrarono una terza via: una vita fondata sulla comunità, sul lavoro e sulla devozione. E per molti secoli, quella via sopravvisse accanto ai sistemi che un tempo sembravano definire il futuro delle donne.

giovedì 29 gennaio 2026

Teresa Neumann ( 1898 – 1962)

 DI SOLA EUCARESTIA PER 36 ANNI


Teresa è stata 36 anni senza mangiare e bere nulla a parte l'Ostia consacrata, e senza che il suo peso corporeo si riducesse. Se le veniva offerta un'ostia non consacrata (da un sacerdote cattolico) la riconosceva misticamente e la rifiutava.


Gesù dà prove continue che Lui è verità: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda." 


Teresa Neumann ( 1898 – 1962) visse per tutta la sua vita a Konnensreuth un piccolo paese della Baviera, in Germania. A partire dal 1926 si verificò una serie di fatti straordinari: ricevette le stimmate e cominciò il digiuno che si protrasse per ben 36 anni (avete letto bene: 36 anni), fino alla morte, e il presentarsi di visioni relative ai fatti biblici, alla vita di Gesù Cristo, della Madonna e dei santi, che l’accompagnarono quasi quotidianamente.

Le stimmate di Teresa Neumann furono oggetto di molti controlli medici, da parte anche di Padre Agostino Gemelli, nella veste di medico e commissario del papa Pio XI . Dopo aver visitato la stimmatizzata dichiarò che non c’era assolutamente traccia di isterismo e che le sue condizioni non erano scientificamente spiegabili.

Alle stimmate intanto si aggiunse il digiuno. A partire dal 1922, anche a causa della paralisi che le bloccava i muscoli della deglutizione, si era nutrita solo di alimenti liquidi. Poi gradualmente, dal 1926 in poi, non aveva neppure sentito la necessità di questi. A partire dal Natale 1926 Teresa provò una totale ripugnanza per cibi e bevande e smise completamente di nutrirsi. Soltanto dopo la comunione quotidiana prendeva alcune gocce d’acqua per inghiottire meglio l’ostia; padre Naber, suo confessore tuttavia testimonia che a partire dal settembre 1927 non ci fu bisogno neanche di quella. Da allora, per quasi 36 anni, Teresa visse senza mangiare né bere: la comunione era il suo unico indispensabile nutrimento. Padre Naber, che le diede ogni giorno la comunione fino alla morte, ha annotato nel suo Diario : ‘ In lei si compie alla lettera la parola di Dio: La mia Carne è vero cibo e il mio Sangue è vera bevanda’.

Prove sulla veridicità del digiuno totale di Teresa Neumann.Dell’autenticità del digiuno totale di Teresa Neumann non si può dubitare.

La testimonianza del fratello: ‘ In una famiglia numerosa come la nostra non sarebbe mai stato possibile simulare una cosa del genere… Inoltre Konnersreuth è un piccolo paese e tutti partecipavano molto da vicino a quello che capitava a mia sorella. Teresa non avrebbe mai potuta nutrirsi di nascosto, per 36 anni di seguito: ce ne saremmo accorti! Inoltre mia sorella ha vissuto a più riprese per settimane intere a casa del prof. Wutz, orientalista e sacerdote,, e anche lì fu constatato il suo digiuno totale…’.

Max Dietz, contadino e concittadino di Teresa: ‘ Ricordo i tentativi per far mangiare Teresa: ci provavamo tutti, senza risultato. Sembrava che avesse la gola chiusa. Neppure con la cannuccia le andava giù niente! Hanno sospettato inganni, frodi, ma sono tutte calunnie. Per 36 anni, vivendo in una famiglia numerosissima e sempre piena di amici e conoscenti, ed essendo sempre al centro dell’interesse e della curiosità di tutti, Teresa non ha mangiato né eliminato nulla: come avrebbe potuto fingere e fare ogni cosa di nascosto?’

La Chiesa si mosse nella veste della curia di Ratisbona, e ordinò un rigorosissimo controllo che fu eseguito nel luglio 1927. Teresa fu sottoposta ad una minuziosa e rigorosa sorveglianza di una commissione medica e di quattro suore. La curia aveva preventivamente interrogato alcuni esperti per sapere quanto tempo una persona può vivere senza cibo e bevanda. L’esito di questa indagine stabilì un periodo massimo di 11 giorni, specialmente riguardo al bere. Su questo indice si decise di protrarre la vigilanza per 15 giorni.

A due a due le suore, sotto giuramento, osservarono incessantemente Teresa durante quei 15 giorni secondo le istruzioni ricevute. Nei 15 giorni non fu constatata la minima immissione di alimenti o bevade(per la Scienza Teresa doveva già essere morta…) tranne che la particola dell’ostia quotidiana.. Il peso rimase praticamente costante. Il peso medio di Teresa Neumann negli anni non è mai diminuito. Ha sempre perduto peso il Venerdi, fino a 4 chili, quando partecipando misticamente e fisicamente alla passione di Cristo perdeva sangue, ma lo recuperava nel corso della settimana (senza mangiare né bere!)’. La curia di Ratisbona si dichiarò pienamente soddisfatta dell’esito del controllo.

Resta da aggiungere che il digiuno ebbe una conferma indiretta: durante il Terzo Reich Teresa fu cancellata dalle liste annonarie e dall’inizio della guerra fino al 1948 non ebbe la tessera alimentare.

Teresa Neumann, la sua famiglia e i suoi amici furono sempre nettamente contrari al Nazismo, e non ne fecero certo mistero; ciò nonostante non ebbero fastidi di alcun genere. Hitler ebbe, a quanto pare, rispetto di lei e la parola d’ordine nei suoi confronti era: ‘lasciate in pace Konnersreuth’.

ConclusioneA proposito del digiuno di 36 anni di Teresa Neumann, il gesuita dottor Carl Strater, che fu incaricato dal vescovo di Ratisbona di raccogliere materiali della vita in vista di una possibile beatificazione, afferma: ‘Il significato del digiuno di Teresa Neumann è stato quello di dimostrare agli uomini di tutto il mondo il valore dell’Eucaristia, far capire che Cristo è veramente presente sotto la specie del pane e che attraverso di essa può conservare anche la vita fisica’.


 di Paola Giovetti (edizioni paoline)

martedì 27 gennaio 2026

Chi sono io?

 «Chi sono io? Spesso mi dicono

che esco dalla mia cella

disteso, lieto e risoluto

come un signore dal suo castello.

Chi sono io? Spesso mi dicono

che parlo alle guardie

con libertà, affabilità e chiarezza

come spettasse a me di comandare.

Chi sono io? Anche mi dicono

che sopporto i giorni del dolore

imperturbabile, sorridente e fiero

come chi è avvezzo alla vittoria.

Sono io veramente ciò che gli altri dicono di me?

O sono soltanto quale io mi conosco?

Inquieto, pieno di nostalgia, malato come uccello in gabbia,

bramoso di aria come mi strangolassero alla gola,

affamato di colori, di fiori, di voci d'uccelli,

assetato di parole buone, di compagnia

tremante di collera davanti all'arbitrio e all'offesa più meschina,

agitato per l'attesa di grandi cose,

preoccupato e impotente per l'amico infinitamente lontano,

stanco e vuoto nel pregare, nel pensare, nel creare,

spossato e pronto a prendere congedo da ogni cosa?

Chi sono io?

Oggi sono uno, domani un altro?

Sono tutt'e due insieme? Davanti agli uomini un simulatore

e davanti a me uno spregevole vigliacco?

Chi sono io? Questo porre domande da soli è derisione.

Chiunque io sia, tu mi conosci, o Dio, io sono tuo!»


Dietrich Bonhoeffer

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martedì 20 gennaio 2026

La vita quotidiana

 « Oltre al conformismo inteso come mezzo per superare l'isolamento, un altro fattore nella vita contemporanea deve essere preso in considerazione: la routine del lavoro e del piacere. L'uomo diventa un “dalle nove alle cinque”, parte integrante della forza lavoro, della forza burocratica degli impiegati e dei dirigenti. Ha scarsa iniziativa essendo i suoi compiti prescritti dall'organizzazione; vi è ben poca differenza tra chi è in cima alla scala e chi è in basso. Tutti seguono schemi prestabiliti con una velocità prestabilita, in modo predisposto. Perfino le reazioni sono prescritte: allegria, tolleranza, amabilità, ambizione e capacità di andare d'accordo con tutti senza attrito. Il divertimento è organizzato nello stesso modo, sebbene non con lo stesso sistema; i libri, i film, come anche gli slogans pubblicitari, tutto è appositamente selezionato. Il resto è pura uniforme: la gita domenicale in automobile, le riunioni e i ricevimenti ufficiali. Dalla nascita alla morte, dal lunedì alla domenica, da mattina a sera, tutte le attività sono organizzate e prestabilite. Come potrebbe un uomo prigioniero nella ragnatela della routine ricordarsi che è un uomo, un individuo ben distinto, uno al quale è concessa un'unica occasione di vivere, con speranze e delusioni, dolori e timori, col desiderio di amare e il terrore della solitudine e del nulla? »

Erich Fromm, “L’arte di amare”

sabato 17 gennaio 2026

 della sacra conversazione. Raffaello elimina ogni orpello decorativo superfluo per creare un rapporto diretto, quasi intimotra l'immagine sacra e lo spettatore.

Una tenda verde scostata rivela un'apparizione celestiale: Maria, a figura intera e quasi a grandezza naturalediscende dal cielo su un tappeto di nubi composte da una miriade di cherubini. Tra le braccia porta il Bambino Gesù, il cui sguardoinsieme a quello della Madre, si posa direttamente su chi osserva. 

Ai lati della Verginesan Sisto II e santa Barbara fungono da intermediari tra il divino e l'umano. Il pontefice, con le ghiande roveresche ricamate sul pivialeallude chiaramente alla casata di Giulio II e indica ai fedeli la visione celeste; il triregno, la tiara papale, è appoggiato con umiltà sul parapetto inferiore. Santa Barbara, protettrice nell'ora della mortevolge lo sguardo verso il basso, come se già scorgesse il destino degli uomini. 

celebri angiolettitra enigma e iconografia 

In basso, appoggiati alla balaustra che chiude la composizione, due putti alati sono diventati forse i cherubini più famosi della storia dell'arte. I loro volti pensierosi, le espressioni sospese tra curiosità e malinconia, li rendono al tempo stesso parte della scena sacra e osservatori distaccati.

Secondo la tradizione, Raffaello li aggiunse in un secondo momentoforse ispirato da bambini reali intravisti mentre osservavano qualcosa con meraviglia. 

Gli storici dell'arte interpretano questi cherubini come allegoria dell'umanità: creature terrene che contemplano il mistero divino che si manifesta sopra di loro. La tripartizione del dipinto, con gli angeli in basso, i santi al centro e la Vergine con il Bambino in altorappresenta i tre livelli dell'esistenza secondo la teologia cristianal'umanità, la Chiesa, la sfera celeste. 

Da Piacenza a Dresda: la vendita del secolo 

Per quasi duecentocinquant'anni la Madonna Sistina rimase nella chiesa di San Sisto a Piacenza, relativamente trascurata dalla critica internazionale. Il suo destino mutò nel 1754, quando i monaci benedettinigravati da ingenti debitidecisero di cederla ad Augusto III, Grande Elettore di Sassonia e re di Polonia. Le trattativelunghe e complessesi conclusero con un pagamento di 25.000 scudi romaniuna somma straordinaria per l'epocaequivalente a svariati milioni di euro attuali. 

Il 21 gennaio 1754, nel tardo pomeriggio, la tela fu rimossa dalla sua cornice originale e adagiata in una grande cassa di legno, foderata di tela incerata e imbottita di paglia.

Il carro con le insegne della Casa reale di Sassonia partì alla volta di Dresdaattraversando le Alpi in pieno inverno. Il 1° marzo 1754 la Madonna giunse a destinazioneSi racconta che il sovrano, alla vista del capolavoroabbia fatto spostare il proprio trono per poterlo ammirare meglio. 

La fortuna critical'icona del Romanticismo 

L'arrivo a Dresda segnò l'inizio di una nuova vita per l'operaEsposta nella Gemäldegalerie, la Madonna Sistina divenne oggetto di un culto quasi religioso da parte di intellettuali e artisti europei. Winckelmann, il padre della storia dell'arte moderna, ne celebrò la perfezione; Goethe la visitò più volte durante i suoi soggiorni a Dresdai romantici tedeschi, da Novalis a Schlegel, vi riconobbero l'incarnazione dell'ideale di bellezza assoluta. 

Fu però nella cultura russa che la Madonna Sistina trovò i suoi interpreti più appassionatiDostoevskij visitò il dipinto durante il suo soggiorno a Dresda nel 1867 e vi tornò ogni giornorimanendo per ore in contemplazione.

La celebre frase del principe Myškin nell'Idiota, «la bellezza salverà il mondo», sembra riferirsi proprio a questa Madonna. TolstojPuškin, Turgenev, Herzen: generazioni di scrittori russi compirono pellegrinaggi laici davanti a quest'opera. 

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Attraverso gli orrori del Novecento 

La Seconda guerra mondiale sottopose la Madonna Sistina a una delle prove più drammatiche della sua esistenza. Nel settembre 1939, pochi giorni dopo lo scoppio del conflittol'opera fu imballata e nascostadapprima nei sotterranei del palazzo, poi nel Castello di Albrechtsburginfine in un tunnel ferroviario in disuso nella Sassonia sud-orientale. Dresda, la «Firenze sull'Elba», fu rasa al suolo dai bombardamenti alleati del febbraio 1945, ma il capolavoro di Raffaello si salvò. 

Nel maggio 1945, il sottotenente sovietico Leonid Rabinovich, artista e pittore ebreo ucrainoricevette da Stalin l'ordine di ritrovare la Madonna Sistina a ogni costo.

Dopo settimane di ricerche, Rabinovich localizzò il nascondiglio e portò l'opera al Castello di Pillnitz, lungo l'Elbadove venivano raccolti i «trofei di guerra» dell'Armata Rossa. L'11 agosto 1945 la tela partì per Mosca, destinata ai depositi del Museo Puškin. 

Per dieci anni il mondo occidentale non seppe che fine avesse fatto il capolavoro. I sovietici negarono di averlo prelevato, e la Madonna Sistina venne data per dispersa. Solo nel 1955, dopo la morte di Stalin, l'Unione Sovietica ammise il possesso dell'opera e decise di restituirla alla Germania dell'Est in occasione del Patto di Varsavia.

Prima della restituzione, il dipinto fu esposto al Museo Puškin: in poco più di tre mesi, un milione e duecentomila persone accorsero a vederlocostringendo il museo a restare aperto dalle sette del mattino alle undici di sera. 

Lo sguardo di Vasilij Grossman 

Tra i visitatori di quella storica esposizione vi fu lo scrittore Vasilij Grossman, corrispondente di guerra e testimone diretto dei campi di sterminio nazisti. Nel suo saggio La Madonna Sistina, Grossman scrisse parole che ancora oggi commuovonoriconobbe nello sguardo della Vergine e del Bambino l'espressione delle madri e dei figli chenei lager, avevano visto la morte avvicinarsi.

L'opera di Raffaello divenne cosìparadossalmentesimbolo non solo della bellezza trascendente, ma anche della sofferenza più indicibile. 

Il ritorno a Dresda 

Nell'ottobre 1955 la Madonna Sistina intraprese il suo ultimo viaggioCaricata su un treno speciale insieme ad altre opere delle collezioni di Dresdaraggiunse Berlino per una grande esposizionequindi tornò alla Gemäldegalerie Alte Meister, la Pinacoteca dei Maestri Antichi di Dresda, dove oggi è esposta.

Nel 2012, in occasione del cinquecentesimo anniversario della creazione dell'opera, fu commissionata una nuova cornice all'ebanista Warren Murrer, ispirata alle cornici cinquecentesche italiane, a sostituire quella ottocentesca ormai inadeguata. 

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Un'opera su telascelta insolita e significativa 

Un dettaglio tecnico distingue la Madonna Sistina dalle altre opere di Raffaello: è dipinta su tela e non su tavola, come era consuetudine del maestro. Questa scelta ha fatto ipotizzare che l'opera potesse essere stata concepita anche come stendardo processionalefacilmente trasportabile arrotolata.

La telapiù leggera della tavola, meglio si prestava agli spostamenti, e le sue dimensioni imponenti, 265 per 196 centimetri, ne facevano un'immagine capace di dominare lo spazio sacro. 

La carta di Amalfi: un supporto degno del capolavoro 

La riproduzione della Madonna Sistina su carta di Amalfi rappresenta un dialogo tra due eccellenze dell'artigianato italiano, separate da secoli ma accomunate dalla stessa ricerca di perfezione.

La produzione della carta ad Amalfi iniziò tra il XII e il XIII secolonel cuore stesso del Rinascimento che avrebbe dato i natali a Raffaello. Gli amalfitaninavigatori e mercanti della potente Repubblica Marinaraappresero le tecniche di fabbricazione della carta dai contatti con il mondo arabo e le perfezionarono nelle botteghe della Valle dei Mulini. 

La charta bambaginacosì chiamata dal latino medievale bambax («cotone»), era prodotta con stracci di cotonelino e canapatriturati e trasformati in pasta dall'azione dei magli azionati dalla forza dell'acqua del fiume CannetoOgni foglio nasceva dal gesto sapiente dell'artigiano che immergeva la forma nella poltiglia e la sollevavacreando una superficie porosa ma morbidadai caratteristici bordi sfrangiati che testimoniano ancora oggi la lavorazione manuale. 

Questa carta pregiatissima fu utilizzata per i documenti ufficiali del Ducato di Amalfi e delle corti angioinearagonesi, del vicereame spagnolo e borboniche. Ancora oggi lo Stato del Vaticano la utilizza per la corrispondenza ufficiale. La sua durabilità è certificata dalle norme europee per la conservazione a lungo termine di documenti storici e opere d'arte. 

Un capolavoro da possedere 

La Madonna Sistina ha attraversato cinque secoli di storia europeapassando da un altare italiano a una galleria principesca, da un nascondiglio di guerra ai depositi di un museo sovietico, per tornare infine alla luce nella Dresda ricostruita.

Ogni suo spostamento ha testimoniato le trasformazioni politiche e culturali del continente; ogni generazione di intellettuali vi ha trovato significati nuovidalla bellezza ideale del Rinascimento alla riflessione sulla sofferenza del Novecento. 

Possedere una riproduzione della Madonna Sistina su carta di Amalfi significa unire due tradizioni artigianali d'eccellenzaquella pittorica del Rinascimento italiano e quella cartaria di una delle più antiche manifatture d'Europa. È un modo per portare nella propria casa non solo un'immagine di straordinaria bellezza, ma un frammento di storia che parla di fede, di arte, di resistenza attraverso le epoche. 

I due angioletti pensosi di Raffaello, divenuti icona pop del XX secolo e simbolo universalmente riconosciutocontinuano a contemplare il mistero con la stessa espressione sospesa di cinque secoli fa: come se il tempo, davanti alla vera bellezzasi fermasse.