LA VULGATA DI SAN GIROLAMO E L’ORIGINE DELL’ “ERRORE DELLA MELA”
( di Tania Perfetti)
Quando, tra la fine del IV e l’inizio del V secolo, Girolamo fu incaricato da papa Damaso di rivedere le traduzioni bibliche latine allora circolanti, il suo progetto non era semplicemente linguistico: era un’opera di controllo filologico e teologico. La Vulgata, infatti, nasce come tentativo di riportare il testo alla sua forma più corretta possibile, attingendo agli originali ebraici e greci, evitando l’accumulo di errori di tradizione che le versioni latine “volgari” già mostravano.
Uno degli episodi più celebri in cui la Vulgata è tirata in causa, spesso a sproposito, riguarda il frutto proibito di Genesi 3. Nella cultura popolare occidentale, questo frutto è diventato la mela, ma si tratta di una sovrapposizione simbolica tardiva, non di una scelta di Girolamo.
Cosa traduce veramente la Vulgata Nel racconto della Tentazione, il testo ebraico parla di un generico “פְּרִי” (perì): frutto. Nessuna indicazione botanica. Girolamo, fedele al dettato ebraico, traduce semplicemente “de fructu”. La Vulgata, dunque, non parla mai di una mela. Non lo fa nemmeno indirettamente.
Girolamo stesso, nei suoi commentari, insiste spesso sulla prudenza della traduzione: non voler dire ciò che il testo non dice. Per questo l’identificazione del frutto con la mela non può essere attribuita a lui, né alla sua traduzione.
Da dove nasce allora la “mela”? L’equivoco nasce in occidente, ma non come errore di traduzione: nasce come gioco linguistico e simbolico.
In latino medievale e tardo-antico, la certa affinità tra i vocaboli malum (male) e malum (mela), omografi ma con origini etimologiche diverse, ha favorito un rapporto simbolico fortissimo. Il frutto della tentazione diventa la mela soprattutto nei testi morali e nell’iconografia europea, perché la mela è percepita come il frutto del malum.
L’associazione è quindi:
• simbologica (il frutto del peccato → frutto del male → malum → mela).
• iconografica (l’arte occidentale, soprattutto a partire dal XII secolo, preferisce rappresentare un frutto riconoscibile e culturalmente connotato).
Si tratta di una sovrapposizione culturale posteriore alla Vulgata, che con Girolamo non ha nulla a che fare e che non esiste nella tradizione orientale, dove infatti compaiono melograni, fichi o agrumi.
Un “errore” che non è un errore Definire questa tradizione un “errore” è comodo, ma filologicamente scorretto. Non c’è alcun errore nel testo della Vulgata: il testo latino è rigoroso e rispecchia fedelmente la vaghezza dell’ebraico. L’“errore” è nel lettore medievale e, soprattutto, nella cultura figurativa occidentale che ha privilegiato un’interpretazione visiva più che filologica.
La Vulgata ha dato forma alla lingua sacra dell’Occidente, ma molte delle immagini che consideriamo “bibliche” nascono in realtà fuori dal testo, nel dialogo vivissimo tra Scrittura, predicazione, arte e immaginario collettivo.
BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
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