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martedì 13 gennaio 2026

REFLUSSO E INTESTINO

 REFLUSSO E INTESTINO: IL LEGAME CHE POCHI CONSIDERANO


Se hai reflusso, probabilmente conosci bene quel pensiero: “Sto facendo attenzione a tutto…eppure non mi da tregua”.


Bruciore, gola irritata, tosse secca, nodo allo stomaco.


E magari, nello stesso periodo, anche pancia gonfia, aria, alvo che cambia, stitichezza o giornate strane.


A un certo punto è facile sentirsi in trappola.


Mangiare diventa complicato.


Dormire diventa un rischio.


E spesso la domanda è sempre la stessa: “Perché non mi passa?”


Noi, quando parliamo di reflusso, partiamo da una cornice che può sembrare controintuitiva ma spesso chiarisce molte cose.


Il reflusso non è solo acido che sale.


È anche una questione di pressione, motilità, sensibilità e barriere.


E l’intestino, in tutto questo, entra in scena molto più spesso di quanto si immagini.


C’è un punto che quasi nessuno considera all’inizio: 


stomaco e intestino non sono due entità separate.


Sono due parti della stessa medaglia.


Quello che succede giù può cambiare quello che succede su.


E anche il contrario.


Facciamo ora un piccolo passo indietro.


Lo stomaco produce acido per diversi motivi: 


aiuta a digerire, attiva enzimi, facilita l’assorbimento di alcuni nutrienti, ma soprattutto crea una barriera naturale contro molti microrganismi che arrivano con il cibo.


L’acidità è come un portinaio che regola gli ingressi.


Non è buona o cattiva in assoluto.


Serve a mantenere ordine.


Quando per varie ragioni l’acidità cambia, o viene ridotta a lungo, anche quell’ordine può cambiare.


Ed è qui che entra il tema dei farmaci per il reflusso, in particolare gli IPP (inibitori di pompa protonica).


Gli IPP sono strumenti utili.


Per molte persone, in fasi specifiche e con indicazione medica, fanno davvero la differenza.


Il punto non è demonizzarli.


Il punto è sapere che, abbassando l’acidità gastrica, possono modificare l’ambiente in cui vivono i batteri lungo il tratto digestivo.


Se l’acidità rimane più bassa per un periodo prolungato, alcuni batteri che normalmente verrebbero filtrati possono passare più facilmente nel tratto intestinale.


E questo, nel tempo, può influenzare la composizione del microbiota, non solo nello stomaco ma anche più avanti, fino all’intestino.


Ma cosa significa nel pratico?


Che, in alcune persone, dopo settimane o mesi, possono comparire o peggiorare sintomi che sembrano non c’entrare col reflusso: 


gonfiore, fermentazione, digestione più lenta, alvo più irregolare, maggiore sensibilità dopo i pasti.


Non succede a tutti.


Non c’è una regola unica.


Ma è un collegamento plausibile e ben documentato:


cambiare il pH cambia l’ecosistema.


E quando l’ecosistema cambia, anche i segnali del corpo cambiano.


Poi c’è un altro pezzo del puzzle, ancora più pratico.


Se l’intestino fermenta molto, se c’è aria, se c’è stitichezza, se c’è tensione addominale, aumenta la pressione verso l’alto.


E quando la pressione sale, la valvola tra esofago e stomaco (lo sfintere) può diventare più capricciosa.


Non perché sia rotta.


Ma perché viene stressata.


E a quel punto basta un pasto un po’ più abbondante, una cena tardiva, un periodo di sonno scarso, e il reflusso si riaccende.


Quante volte ci si sente dire “tranquilla/o, è solo stress”?


In realtà non è tutto nella testa.


È nel sistema nervoso.

È nell’asse intestino-cervello.


Quando siamo in allerta, cambiano la motilità, la percezione, la sensibilità viscerale.


Lo stesso stimolo che in un periodo tranquillo non sentiremmo, in un periodo di carico lo percepiamo come bruciore, peso, nodo, fastidio.


E qui si crea un circolo vizioso.


Reflusso.

Ansia da sintomo.

Contrazione.

Digestione più lenta.

Più pressione.

Più reflusso.


Se ti ritrovi, non sei sbagliata/o.


È una dinamica umana.


E spesso è anche modulabile.


C’è una buona notizia, però.


Quando smettiamo di guardare il reflusso come un nemico isolato e iniziamo a vederlo come un segnale dentro un sistema, di solito si può invertire la rotta.


Senza magie.


Per gradi.


Trovando il proprio punto dolce.


Quel livello di cambiamento che è sostenibile e che il corpo accetta, invece di scatenare una guerra.


Nella pratica, noi vediamo che alcune persone migliorano già solo cambiando il “come” e il “quando”, prima ancora del “cosa”.


Per esempio, senza diventare monaci, iniziare a dare più spazio tra cena e sonno.


Non serve perfezione.


Serve coerenza.


Se per qualche giorno provi a cenare un po’ prima, a fare una breve camminata lenta dopo il pasto, e a evitare di stenderti subito, spesso il corpo manda un segnale chiaro.


Non è una cura.


È un test gentile.


Un altro passaggio che ha spesso un impatto enorme è ridurre il carico per lo stomaco, senza ridurre la qualità della dieta.


Porzioni più piccole, masticazione più lenta, meno inghiottire aria e fretta.


Non è una questione di forza di volontà.


È fisiologia.


Se lo stomaco lavora con calma, si svuota meglio.


E se si svuota meglio, tende a ribellarsi meno.


E poi c’è l’intestino, quello che molti ignorano finché non diventa un peso insopportabile.


Se c’è stitichezza o evacuazioni incomplete, se la pancia rimane tesa, la pressione addominale rimane alta.


E il reflusso spesso si aggrava.


Qui un approccio dolce è fondamentale.


Aumentare le fibre a caso può peggiorare il gonfiore, soprattutto in alcune persone sensibili.


Ma lavorare per gradi, con idratazione adeguata, movimento quotidiano, e una scelta più furba delle fonti di fibra, spesso aiuta.


Non in un giorno.


Ma nel giro di settimane e mesi con costanza.


E quando l’intestino si sgonfia e si regolarizza, molte persone si accorgono che anche il reflusso diventa meno aggressivo.


Un quarto elemento, spesso sottovalutato, è il ritmo del sistema nervoso.


Non stiamo parlando di meditazione perfetta.


Stiamo parlando di abbassare l’allerta.


A volte basta una cosa semplice: respirare lentamente per due minuti prima di mangiare, o fare tre pause reali durante la giornata, o evitare di mangiare mentre si risponde a messaggi e si corre.


Sembra banale.


Ma per l’apparato digerente non è per nulla banale.


È un messaggio.


È come dire: “Puoi lavorare. Non devi difenderti.”


E a proposito di farmaci.


Se stai assumendo IPP, è importante che ogni scelta sia condivisa con il medico.


Perché in alcuni casi sono necessari.


In altri casi, la strategia migliore è rivalutare l’indicazione, la durata, oppure cercare la causa a monte, sempre con un professionista.


Quello che possiamo fare noi, come parte di un percorso sensato, è affiancare la parte meccanica con la parte ecosistema.


Perché l’ecosistema intestinale conta.


E proprio per questo noi parliamo spesso di microbiota: 


il probiotico Vitalongum nasce con un obiettivo preciso, favorire l’equilibrio del microbiota intestinale.


Non come promessa universale.


Ma come tassello importante, dentro un quadro più ampio.


E qui arriva la parte che fa davvero la differenza.


Se i sintomi durano da mesi, se peggiorano, se compaiono segnali d’allarme, non ha senso trascinare tutto sulle spalle da soli.


Dolore importante, difficoltà a deglutire, perdita di peso non voluta, anemia, sangue, vomito persistente, febbre, dolore notturno che sveglia, familiarità importante: in questi casi è più prudente fare esami e farsi guidare da uno specialista.


Non per spaventarsi.


Per togliersi dubbi.


Per evitare di inseguire ipotesi.


E per cercare davvero la causa alla radice.


A volte serve valutare lo stomaco.


A volte serve capire cosa succede nell’intestino.


A volte serve ragionare su abitudini, farmaci, timing, alimentazione, sonno, stress, senza ridurre tutto a un’etichetta.


Il punto non è trovare la colpa.


È trovare la leva giusta.


Noi siamo qui per questo tipo di approccio.


Se ti va, puoi scriverci su WhatsApp o nei commenti e ci racconti in due righe cosa stai vivendo.


Ricorda che non sempre serve fare mille cose.


Spesso serve fare le cose giuste, nel modo giusto, con i tempi giusti.


Un forte abbraccio,


Team Neobilive

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