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martedì 6 gennaio 2026

Ottla Kafka — sorella minore di Franz Kafka

 Il 7 ottobre 1943, tra il filo spinato elettrificato, il fumo acre dei forni e il silenzio assordante delle urla mai udite, ad Auschwitz accadde qualcosa che ancora oggi trema nel cuore di chi ascolta.

In un luogo costruito per spegnere ogni traccia di dignità, Ottla Kafka — sorella minore di Franz Kafka — compì un gesto che lacerò il buio per un solo, eterno istante. Un gesto tanto semplice quanto immenso: scegliere l’amore, proprio lì, nel ventre del male.


Ottla non era destinata a morire quel giorno. Era stata selezionata nel campo di Terezín per un altro trasferimento. Non era il suo turno. Non ancora. Ma il destino prese una piega che solo i cuori liberi possono seguire. Camminando lungo il perimetro del campo, Ottla vide un gruppo di bambini. Piccoli, smarriti, scalzi. Stringevano le mani di nessuno, abbracciavano solo la paura. E negli occhi avevano lo stesso terrore che lei conosceva bene.

In quel momento, Ottla non fuggì, non distolse lo sguardo, non cercò una via di scampo. Si avvicinò. E con la calma incrollabile che solo l’amore sa portare nel caos, chiese di essere aggiunta al trasporto. Nessuno la obbligava. Nessuno le puntava contro un’arma. Ma lei scelse.


Scelse di non lasciarli soli. Scelse di esserci. Sapendo — come tutti sapevano — che quel treno non portava al lavoro, ma alla fine. Scelse di salire con loro. Di tener loro la mano. Di accompagnarli, forse solo con lo sguardo, fino all’ultimo respiro.


Forse sperava di rassicurarli. Forse desiderava che, almeno per qualche ora, quei bambini non sentissero solo terrore, ma anche una carezza. Forse voleva che non morissero dimenticati. E così lo fece. Con passo deciso, entrò in quel vagone. Non come prigioniera. Come madre. Come umana. Come presenza.


Quando il treno si fermò, non ci fu salvezza. Nessuna spiegazione. Nessuna parola. Solo comandi secchi, solo la solita, spietata sequenza. Ottla e quei bambini furono portati direttamente alle camere a gas. Nessuna speranza. Solo una porta che si chiudeva. Per sempre.


Ma la sua scelta resta. Resta e brucia. In mezzo a un ingranaggio creato per annientare, lei decise di essere luce. Non un gesto eroico da prima pagina. Non una ribellione clamorosa. Ma un atto di puro amore. Assoluto. Silenzioso. Potente.


Il suo corpo è scomparso. Ma il suo gesto è rimasto. È rimasto nei libri, nelle voci, nei cuori. Non salvò quelle vite. Ma salvò un’idea: che anche nel cuore della disumanità, si può essere umani. Che anche nel buio più fitto, una sola presenza può cambiare il senso di tutto.


Ottla Kafka non è nei monumenti. Non è nelle piazze. Ma è nella memoria di chi non dimentica. È in ogni sussurro che si oppone al grido dell’odio. È nella dignità di chi sceglie l’altro, anche quando tutto dice di scappare.


In un mondo che aveva dimenticato la pietà, lei ne fu incarnazione silenziosa. Fino all’ultimo passo.

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